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Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Simone Laudani, il quale ci propone Ospiti nella notteracconto fantasy di circa 33.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Ospiti nella notte

di Simone Laudani

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Freddo.

La neve continuava a cadere volteggiando, spinta dal vento del nord. Il carro pesante arrancava nelle Terre Selvagge nel silenzio che precede il crepuscolo, quando le stelle si affacciano in cielo.

L’uomo respirò forte, buttando fuori una nuvoletta di vapore che si perse nell’aria gelida. Strinse gli occhi sotto la mano, i cumuli di neve si stendevano a perdita d’occhio per miglia e miglia, mentre la notte scendeva in fretta.

Rabbrividì.

«Mai visto un inverno tanto rigido.» disse Rob stringendosi nella pelliccia di bisonte.

«E in anticipo di due mesi, ragazzo.» rispose Tom, il mercante più anziano, seduto con lui in cassetta. «Non immaginavo che le Terre Selvagge fossero tanto fredde. Ormai nevica da tre giorni.» L’Aspropiano, la punta meridionale della Marca, era parecchio selvaggio e superava di gran lunga le sue aspettative. Era la prima volta che attraversava d’inverno la Lunga Strada, l’antica via che univa le contrade selvagge con le marche meridionali. In primavera era tutt’altra cosa. “C’è sempre una prima volta”, diceva sempre il Vecchio.

«Non credi che avremmo fatto meglio ad aspettare gli altri? Non dovevamo partire così presto.» bofonchiò dietro la sciarpa il ragazzo.

«I nostri affari ci attendono, meglio affrettarci, ho i Mercatori col fiato sul collo. Questo freddo non è niente, ho affrontato di peggio e credimi: cavalcare con una nevicata è sempre meglio che stare in una nave in preda alla tempesta. Meglio la terra sotto i piedi, salda e dura, non traditrice come l’acqua. Ancora non hai visto niente ragazzo, ma ci farai il callo.» Tom ricordava bene i viaggi compiuti nelle isole del Sud, il rollare insopportabile della nave. Trattare con prestasoldi di Canal Grande.  Un vero incubo!»

Il ragazzo si strinse nelle pellicce.

«Gli uomini delle Terre selvagge ci hanno pagato male,» ricordò Macchia, «brutti spilorci, secondo me sono pieni d’oro quelli. Stai pur certo che quei caproni lo tengono nascosto pure nei mutandoni.»

«Non credo, Tom, gli uomini dell’Ovest hanno ripulito le terre di Mark e, come se non bastasse c’è stato il sacco di mercenari.» replicò Rob tirando su col naso.  Una spessa patina di muco congelato gli cerchiava le narici.

«Morti di fame, col senno di poi gli affari migliori li abbiamo fatti a Porto Lungo» “ in pratica a casa”.  Tom indicò col pollice la merce dietro, pellicce di Mordovia, barilotti di pesce sotto sale, arringhe marinate, inchiostro, penne d’oca, zanne di tricheco, conchiglie, olio di balena, pentoloni di peltro, calderoni di rame, pignatte, boccette di olio di merluzzo, candele di cera d’api, un barile di idromele, un sacco di sale, cotone, fiandra. Molta merce l’aveva comprata da variaghi del Morvos in cambio di metalli di Corte di Ferro. Sarebbe stata l’ultima volta che trattava simile mercanzia. Era tempo di darsi a migliori profitti. I mercanti più ricchi importavano merci più pregiate dell’Oriente. Lui invece doveva accontentarsi di poco.  E quando poteva dell’ambra de Mare Bianco.

«Non hai paura di incontrare briganti?» riprese il ragazzo tremando, le muffole strette sotto le ascelle.

«Con questo tempo?» rise lui. «Impossibile, se ne staranno rintanati in chissà quali bettole, a chiavare puttane come i miei amici. Mi preoccupa di più non arrivare in tempo per la consegna. Gli affari sono affari e Bill ci aspetta, non possiamo tardare. Chi si aspettava di trovare una tormenta? Sono cose che non puoi prevedere, sai.» ma Tom aveva altro da consegnare. E il Padre Priore l’avrebbe ricompensato bene, almeno così sperava. “Se mi frega, se lo scorda, ci saranno altri compratori.”

“Non mi importa cosa vendo, basta che comprino!”, solo questo contava.

Il carro avanzava tra le colline, la neve scricchiolante sotto le ruote. Tutto attorno era  una desolazione  bianca  battuta dal vento, nemmeno un’ anima nei paraggi. Solo i due mercanti tanto folli da attraversare le colline coperte di ghiaccio.

Il ragazzo rabbrividì, «Dovevamo per forza passare da queste parti?»

«Questa strada taglia direttamente per Darry, in meno di due giorni saremo a destinazione. E da lì a Porto Grigio.»

«Vuoi dire che saremo morti fra due giorni.  Non mi piace attraversare i tumuli degli antichi re.» si lamentò. La neve era bella accumulata su spalle e petto e ricopriva il carro traballante.

Il ragazzo le avrebbe prese, questo era poco ma sicuro. «Vuoi che ti scaldi l’orecchio, ragazzo?» lo minacciò Tom sventolando un guanto. «I morti sono morti ragazzo, non possono farci niente. È dei vivi che devi avere paura.»

«Ma le storie che raccontano…»

«Storie, nient’altro che storie, basta piagnucolare!»

La strada si andava facendo più sdrucciolosa e il carro sobbalzava a ogni dosso.  “Una slitta! “Si!” disse Tom, “ecco cosa ci vuole da queste parti”. Il mercante non si aspettava tanto freddo, nemmeno se fosse andato a Norrey avrebbe trovato un simile gelo. “Non siamo mica nell’età dei ghiacci quando gli antichi uomini del Nord cacciavano”. È come se stessi vivendo quell’era.

Freddo, neve, ghiaccio e ancora e ancora freddo. Erano due figure nere che si muovevano a forza in quel mare bianco.

“Perdi tempo, qui coi piccoli commerci di pesce e sale.» lo aveva invogliato a cambiare  Jarylo al Cavallo Marino. ” Punta a merci più pregiate e avrai borse d’argento. E non tasche piene di rame e bronzo.”  Il variago se la stava passando bene, col suo bel kaftano blu dai bottoni d’osso. Presto avrebbe avuto dei bravacci a coprirgli le spade, proprio come i principi mercanti di Porto Sepolto. Il suo era un popolo di mercanti-guerrieri.  Selvaggi, certo ma avevano creato un   impero nella taiga, tra inverni senza tempo, lungo i Grandi  Fiumi oltre la  Foresta  Nera.  Ragionavano con carta e acciaio. In quelle terre selvagge i mercanti portavano ai boiari di Mordovia seta, sciamito, zendado, pietre preziose, spezie orientali. Un po’ li invidiava.

 Il ragazzo si massaggiava la guancia. A Tom formicolava ancora la mano per lo schiaffo. Aveva fatto bene a entrambi, gli aveva dato un po’ di calore.  La neve ormai aveva coperto spalle e cappuccio. Ogni tanto andava scrollandosela di dosso, “ come se servisse, tanto  ne sarebbe cascata dell’altra. Che bellezza!” sbuffò.

«Ho fame posso mangiare una salsiccia affumicata.»

«Fattela bastare domani o ti prendi un ceffone dietro la testa.» alitò Tom, la barba infestata dai fiocchi. Guardò il ragazzo che si avvolgeva sempre più nella pelliccia.

«E non rovinare le pellicce,» lo ammonì «le dobbiamo vendere, ringrazia che te le fatto mettere. I variaghi me l’hanno fatte pagare un occhio, bada che sono di Narva . I bastardi hanno aumento i prezzi. E tutto per il nuovo re di Vallonia!» il bastardo  aveva reso poco sicure i commerci sul Morvos. “Sta pestando gli stivali alle persone sbagliate. Se continua così sarà re per poco.”

La neve ormai calava così fitta che ormai i fiocchi gli entravano negli occhi e gli inzuppavano la cappa.

Superarono due montagnole di neve a passo sicuro.

BAM!

Sussultarono. L’uomo trattenne il ragazzo con un braccio senza farlo cadere, reggendosi bene al sedile con la destra.

La ruota davanti aveva urtato qualcosa. “Dannazione!”  Il carro calò di botto a destra e si fermò, le bestie nitrirono e loro rischiarono di scivolare.

«E adesso che diavolo c’è?» disse Tom «calma, calma!» disse ai cavalli passando le redini al compagno, «vado a dare un’occhiata.» Con un balzo scese dal carro, prima però si assicurò che la merce non si fosse rovesciata. Niente di che ma legò meglio il tutto. Solo dopo andò a controllare la ruota.  Scavò nella neve sotto di essa e dopo tre pollici incontrò qualcosa di duro. Lo picchiettò e venne fuori un suono metallico. «C’è qualcosa.» Continuò a scavare intorno alla ruota e dopo aver ripulito l’oggetto si trovò davanti uno scudo tondo, era molto antico. Il bordo di ferro portava incise delle rune incrostate di ghiaccio. Puntellando bene i piedi spinse e lo tirò fuori. La ruota affondò con tonfo nel terreno, facendo tremare il carro.

L’uomo fece ruotare tra le mani lo scudo e lesse “Hengast”. Ebbe un sussulto pensando a quando fosse antico. Controllò sotto la ruota scavando più a fondo nella neve   sporca fino a bagnarsi i guanti. Trovò un lungo corno da caccia, il bordo avvolto da una banda d’argento annerito. Forse anche questo apparteneva all’antico kenning.

«Secondo te quanto ci daranno per questi?» disse Tom passandosi la punta della lingua sulle labbra fessurate e gelate.

«Rimettili dove li hai trovati, Tom. Non sta bene pigliare i tesori dei morti. È male rubare agli antichi re.»

«Beh credo che il grande re Hengast ne possa fare a meno. Valgono dieci volte la paccottiglia che abbiamo, ci frutteranno parecchio amico mio, non ce ne pentiremo.» disse Tom aprì il telo e li sistemò nel carro dietro il barile di catrame. Scosse la neve dal telo prima di chiuderlo bene.

«A cercare oro si finisce male, diceva sempre mio nonno.» si lamentò Rob.

«Belle parole da un prete impiccato. Si fa presto a predicare e poi a rubare. Che gran coglione, se fosse stato furbo avrebbe vissuto di più. »

«Sempre un brav’uomo.» Rob si strinse nel mantello. «Cattive azioni attirano gli spiriti maligni.»

«Che si fottano gli spiriti maligni e le tue boiate da prete. Io, su una buona borsa d’argento non ci sputo mica Rob, questo i preti non te lo insegnano mica, o sbaglio?

«Ne so io del Signore più di tutti quei predicatori che se la spassano con le offerte e le troie.» disse prendendo posto col ragazzo. Aveva pescato Ranocchio in un bordello sul Piccolo Mare. Avrebbe preferito prendersi la sorella, ma quel bocconcino non poteva lasciare la Casa della Sirena.

Rob scosse la testa, «Non credi che dovremmo accamparci?»

«E dove? Con tutta questa neve non si vede un cazzo.  Se ci fermiamo ora perdiamo il ritmo.  Proseguiamo finché troviamo un punto riparato per montare la tenda. Ancora un ultimo sforzo, mancheranno sì e no sei leghe per Darry.»

«Moriamo se non ci accampiamo. »

«Morirai tu se non la smetti di rompere. Quanti denti devo farti saltare?» Macchia odiava quando Ranocchio protestava, doveva fare quello che diceva lui.

Ormai le scure sagome dei cavalli erano quasi invisibili in quel violento turbinare di fiocchi.

«Almeno hai idea di dove ci troviamo?» continuava a insistere il ragazzo.

«Sicuro!» sbuffò.  In realtà, Tom non sapeva dove fossero finiti. Forse erano ancora tra i tumuli, non poteva dirlo con certezza, la visibilità si andava riducendo.

Si erano persi sì, ma non voleva darlo a vedere al ragazzo. Doveva credere che fosse tutto apposto o avrebbe perso la sua fiducia.  Poteva solo guadagnare tempo, “una soluzione sempre si trova”. Se l’era sempre cavata, era fortunato, lo sapeva bene. Non poteva mancare molto al prossimo villaggio, le Terre selvagge non erano così sterminate, dopotutto.  Ne sarebbero usciti.

«Guarda!» disse Rob. «Del fumo.» il ragazzo allungò il braccio indicando davanti a sé.

In lontananza tra la neve che fioccava si scorgevano le luci di una piccola abitazione, una fattoria! “Il ragazzo ha gli occhi buoni, io non ho visto niente. Proprio niente”

«La fortuna è con noi.» Si presero d’animo e proseguirono. Avrebbe preferito averla trovata lui, ma pazienza. La ruota schiacciò qualcosa di molle, ma lo ignorarono.

La fattoria sorgeva ai piedi di una collinetta.

Buona parte dell’abitazione era ricavata da un fianco del poggio, fuori stava una stalla dove avevano messo cavalli e carro al riparo con le pecore. La casa era piccola ma accogliente, le pareti rivestite con lastre di pietra era coperte da pelli di capra. Ve ne erano anche di alce e di ghiottone. Dal soffitto pendevano fasci di erbe essiccate e qualche salsiccia, mentre il pavimento era coperto con fascine di paglia.

Erano entrati in un turbinio di neve e folate di vento, batterono i piedi in terra scrollandosi la crosta di ghiaccio dagli stivali e la neve dai mantelli. Lasciarono i vestiti fradici e stivali davanti al camino.

 Dentro  puzzava terribilmente di merda. Forse erano le pareti o il fuoco del camino alimentato da una manciata di letame, pensò Tom arricciando il naso. C’era anche sentore di formaggio. “Puzza anche di piscio e vecchie pellicce ammuffite di mammut. Nemmeno i morti puzzano tanto”.  Sopra la cappa erano appese due grandi corna d’alce.

Il liquore che gli aveva offerto gli bruciava ancora nel petto. Ci voleva, ormai il freddo gli stava passando. Buono.  Il ragazzo invece tossiva forte storcendo la bocca come se avesse bevuto piscio.

«Mi spiace che la mia dimora sia tanto piccola. Scusate se puzza,» disse l’uomo di fronte al camino rimestando la zuppa nel paiolo, «per il momento mi posso permettere solo la merda.»

“E si sente, lurido vecchiaccio”. «Preferisco la puzza al gelo, amico,- finse Tom sorridendo, diede una gomitata al ragazzo che non stava trattenendo i conati.”  Prova a vomitare qua e vai a dormire coi cavalli, coglione”, gli sussurrò.  «Se non fosse per te a quest’ora saremo morti di freddo.» continuò col vecchio.

«Siete stati fortunati a imbattervi nella mia casa, signori miei» l’uomo cessò di rimestare e tra una scorreggia e l’altra riempì una ciottola a Tom, poi un’altra che Tom passò a Rob. Diede loro una forma di pane nero, del lardo e un piatto di abbacchio all’aglio.  «Ma viaggiare nel bel mezzo di una tormenta, questa è pazzia, ancora un po’ e i cavalli sarebbero crollati sulla neve.  Nemmeno io oso tanto per raccattare qualche ciocco di legno. E la mia riserva di torba è già finita. Che gelo famelico è questo.» disse il pastore un uomo sui sessanta inverni, barba grigia con qualche ciuffo rossiccio. «Le mie vecchie ossa non sono più buone come una volta.» I due mercanti mangiavano seduti a un tavolo basso.

«Ti siamo grati per la tua ospitalità, vecchio. Non appena sarà mattina ce ne andremo.»

«Potete restare quanto volete. Meglio se vi fermate un paio di giorni. Amici miei, col gelo del nord non bisogna scherzare. »

«Grazie, sei molto cortese.»

«Dovere» l’uomo piegò il capo. Portò in tavola del formaggio «Se non ci si aiuta tra uomini dove andremo a finire? Non siamo mica bestie. »

Tom sorrise e bagnò un pezzo di pane nella zuppa. E assaggiò il formaggio. «Domani ti pagheremo per il disturbo non dubitarne.»

«Che ospite sarei se vi facessi pagare? È un piacere incontrare forestieri. Qui non passa mai nessuno e ci si sente soli.

«Sono tempi bui questi, con bande di fuorilegge che infestano le strade. Viaggiare nell’ovest è diventato impossibile.  Deve essere la nuova guerra, ne avrete sentito parlare.»

«Sì, qualche voce su a Nord sulla Strada Lunga.» rispose il mercante fregandosi le mani «Pare che un Re dell’Est reclami il vecchio continente come suo. Dicono sia un Re dei tempi remoti venuto direttamente dal regno dei morti.

«Una fandonia divertente, non trovate?  Nessuno è mai tornato dall’Altrove. Io dico che sono storie di disertori e frignoni.»

«Storie così mi fanno venire i brividi.» disse Rob.

«Hai detto che venite dalla Strada lunga, quindi siete stati a Vecchia Sala.»

«In quello che ne rimane, i mercenari ci sono andati giù pesante con le terre dei Walder. É proprio vero, le strade stanno diventando pericolose» continuò Tom «e le guerre fanno male agli affari. Quando c’era Mark le Terre Selvagge stavano meglio, Small  invece è un vero smidollato.» intinse altro pane nella zuppa. «Fortuna che eravamo stati nelle Terre tra i Fiumi».

«E lì come se la passano?»

«Parecchio bene devo dire. E le notizie volano.»

«Del tipo?»

«Gli uomini del Nord con cui commercio dicono che nelle Terre Desolate gli Uomini dello Scudo sono di nuovo in guerra. Ci mancano solo loro con i valloni e gli estari che calano nelle Terre verdi.»

«Valloni.» grugnì il pastore disgustato.

 «Gran brutta storia quella della frontiera» proseguì Tom grattandosi la barba. «Conoscevo un cavaliere di Lago lungo, partito due anni fa per il confine. Immagino che sia morto.» prese un’altra fetta di formaggio e la mandò giù con un sorso si sidro. Si ripulì il mento con il dorso della mano, «Ah! Stupidi cavalieri, sono tanto bravi a pavoneggiarsi nei tornei ma crepano presto in battaglia.» Tom li odiava, le donne andavano sempre dietro a quei bellimbusti in armatura.

«E moriranno parecchi scemi come questi» disse il pastore, gli occhi persi chissà dove. «La guerra mette sempre alla prova il coraggio di un uomo.» disse versandogli altro sidro, era buono anche se un po’ amaro.

“Tempi di guerra, tempi di sangue, tempo di spade e ossa, concime di morti”, faceva  un vecchio detto. “Forse di questi tempi mi gioverebbe di più trattare con fabbri e armaioli. A lord e cavalieri non manca mica la richiesta d’armi”.

Ai tempi in cui viveva a Porto lungo si commerciava tanto con i metalli provenienti da Corte di Ferro durante il Gran Torneo di Ponte del Mare.

“I tornei nelle Terre tra i Fiumi erano diversi da quelle misere boiate del Sud. In Alta Corte e Corona Nuova i tornei si facevano fuori città. Lungo i fiumi”. Ma nelle terre di Ponte del Mare, dove abbondavano pantani, si gareggiava tra i mille ponti della città e sulle piattaforme galleggianti del Canale del Re.  “Da anni il Canale non ospita la Grande Mischia”. Ricordava i cavalieri che si sfidavano tenendo le gambe ben salde per resistere ai moti delle onde. Combattevano con le spade e con le gambe. E il governatore seduto comodamente sulla balconata del Parlamento.  Sembrava un grasso tricheco in seta e stivali, la cappa dal colletto  in pelliccia di foca.

L’anno prima Macchia era stato a Corte delle Grazie, e anche lì aveva fregato un cavaliere.

«Il tuo lavoro diventerà pericoloso con tutti questi venturieri in giro, Messer Tom, spero che tu sappia il fatto tuo.» disse il pastore quando ebbero vuotato le scodelle e riempito lo stomaco.

Tom si morse il labbro sporco di formaggio, «Non ho paura di quegli sciacalli, che ci provino, non sanno cosa li aspetta. So come difendermi.  I mercenari si credono tanto minacciosi ma sono i primi a filarsela non appena le cose si fanno pericolose. Cacasotto!»

Il vecchio storse le labbra. «Meglio non provocarli mai.»

“Codardo”. «Ma che mi dici di te? Non rischi a vivere qui tutto solo?»

«No, ci sono i miei figli nelle colline vicine. Mi aiutano a far scendere le capre d’inverno quando fa troppo freddo per portarle su al pascolo.»

«Il lavoro deve essere massacrante.»

«E non solo.» ammise il vecchio. «Con le tasse e tutto il resto qui la vita è molto povera, ma ci si accontenta.» sì scostò dal camino, la luce del focolare che ingigantiva la sua ombra lungo nella parete opposta. Tom si domandò se tenesse nascosto dell’argento in casa.  No, l’argento troppo per lui. Magari un sacco pieno di conio. “In questa casa ci vive solo lui, e se ha il sonno pesante…chissà.” Non si poteva dirlo.

«Chi ha qui la signoria?»

«I Wargrave».

«Ah! Stanno qua i mangiafosse?» fece Tom sorpreso di dove si trovassero.

«Precisamente, i signori dei tumuli.  »

 Dopo aver ben mangiato e ben bevuto, Macchia chiacchierò con il vecchio davanti al fuoco, per scaldarsi i piedi avvolto nella coperta. Gli raccontò dei suoi viaggi, dei tornei che aveva visto.

«E così ho detto, “se fanno vincere i mocciosi tanto vale far combattere i bambini.”»

Risero. «Dici sul serio?»

«Certo, era un tipo taciturno, strano per la sua età, così giovane poi.  La principessa avrebbe preferito il rampollo di Sala delle Stelle, ma così vanno queste cose. Non sempre vincono i migliori.» e Tom non si resa lasciato sfuggire l’occasione allora, l’aveva fregato proprio bene. «Inutile dire che nel Sud i tornei sono stupidi balletti. Un cavaliere del Sud non durerebbe un giorno a nel Piccolo Mare.»

Il vecchio gli raccontò solo cose noiose, come viveva sulle colline, il lavoro con le capre quando le portava sull’altopiano d’estate, come le tosava, quando lavorava il latte per avere il formaggio. Cose che non gli importavano. E come potevano? Non ci ricavava niente dalla sua vita da zotico.  Solo alla fine gli rivelò qualche notizia d’interesse su lord Alastor.

«Non sono mai stato nella Città dai mille ponti, è vero che c’avete un re?»

«Un governatore, grasso e inutile.  I capi delle nostre compagnie devono rendere conto al Parlamento dei mercanti».” I mercanti più ricchi che decidono su tutti i fottuti affari delle città commerciali del Mare Bianco.”  Odiava il Parlamento. Troppi tributi da versargli, tanto andavano nelle tasche dei principi mercanti. Prima raggiungeva il Sud e meglio era per lui. A Canal Grande c’era molta concorrenza, ma anche molti più sbocchi, più merci di lusso circolavano e più patrizi viziosi, diaconi esigenti. Ottimi clienti. Il Sud gli avrebbe dato molto.

«E io che vi credevo che ci fossero ancora i predoni del mare.»

«È stato molto tempo fa.»

Prima di coricarsi l’uomo gli raccontò la leggenda di una donna di ghiaccio, bellissima, appariva quando qualcuno si perdeva nella bufera. Invitava nella sua casa, lontano lontano sui monti.

«Puoi immaginare il resto. A volte le cose belle sono quelle che ti fanno più male.»

Con la testa china Macchia pensò a lei.

«Sarà meglio che vada, sono stanco. I vostri letti sono già pronti. Mi auguro che siano comodi.» li salutò il vecchio pastore, ritirandosi nella stanza accanto. I vestiti appesi continuavano a gocciolare sulle fascine.

«Ti decidi a dormire o no?» brontolò Tom al ragazzo che si girava e girava nel letto. «Si può sapere che hai? La cena ti è rimasta sullo stomaco?» l’uomo gli diede un calciò nel sedere.

Il ragazzo si alzò sedendosi sulla sponda del letto e in un sussurro lo supplicò, «Andiamocene.»

«Ti è andato di volta il cervello?»

«Ascoltami Tom, siamo in pericolo. È tutto così strano qui, non saremmo dovuti venire.»

«Ma che c’è che non va? Abbiamo mangiato bene, siamo al riparo dal freddo, abbiamo un tetto sopra la testa, cos’hai che non va?» il ragazzo non smetteva di dargli sui nervi.

«Dunque non hai notato niente?» chiese Rob preoccupato, gli occhi spalancati, pieni di paura.

«Che dovevo notare, razza di scemo?»

«Il sidro sapeva come di sangue e l’agnello era come mangiare carne marcia.»

«Non esagerare Rob. Si muore di puzza ma…»

«Non sto esagerando, te lo giuro. Il fetore non c’entra. C’è qualcosa di malvagio qui Tom, dobbiamo andarcene finché siamo in tempo.»

«Smettila di farneticare e torna a dormire. Piuttosto ringrazia il pastore. È un vero signore, dovresti baciare la terra su cui cammina, e il suo culo di merda se ti va. Alla tua età un ‘ospitalità così me la potevo sognare. Una volta ho dovuto dormire in una bagnarola carica di pesce e la pioggia che batteva forte. Mi sono svegliato con un granchio che mi mordeva l’orecchio.» imprecò a denti stretti. Il ragazzo era una gran spina nel culo. «Il Vecchio se ne sbatteva dei suoi apprendisti, ma io con te….»

«Tom ti prego…»

«Basta così! Ma guarda tu se devo sorbirmi i tuoi vaneggiamenti.» l’uomo gli voltò le spalle e tornò a coricarsi, pieno di rabbia. Per calmarsi pensò alla puttana che gli aveva scaldato il letto a Porto Lungo. Se chiudeva gli occhi poteva trovarsi davanti quelli azzurri di lei, occhi d’un brutto azzurro, non incorniciati da belle sopracciglia.

Il cielo era di un grigio pesante, come al solito.

Il cavaliere aveva premuto le monete sul banco, l’elmo sottobraccio. Il Vecchio li aveva raccolti una a una, mentre la penna di Macchia grattava il nome dell’uomo tra gli iscritti al torneo. La carta era scadente e Tom doveva non premere troppo la punta per non strapparla. Il cavaliere aveva una gran faccia da minchione. Ma aveva pagato bene come pochi cavalieri senza insegne. Il figlio di puttana aveva gareggiato bene sul ponte.

“Com’è bello!” Dicevano le ragazze.

E quando intascò la vincita come gongolava a chiunque incrociasse. Fottuto bastardo.

“Gli uomini sono più stupidi quando si sentono intoccabili” aveva detto il Vecchio quando lo seguirono dentro Il Pesce D’oro, festeggiando e svuotandosi le tasche tra cibo, vino delle Isole del Sole, e donne.

“Guarda come si scialacqua tutto, Tom. Il nostro amico ha la borsa troppo pesante.”

Avevano aspettato che fosse ubriaco al punto giusto prima di prendergli la vincita. Poi con il Vecchio, Gatto e quel mercenario di Durazzo.  L’avevano legato, chiuso in un barile e gettato nel Canale del re dove quella mattina aveva trionfato sul ponte galleggiante. Le lamprede avrebbero fatto il resto. Quando il corpo tornò a galla non era più tanto bello.

Il gigantesco mercenario aveva intascato una bella somma. Macchia aveva visto quello che sapeva fare e conosceva le brutte voci sul suo conto, per questo il Vecchio gli   aveva dato più del dovuto senza protestare, né il taverniere Tacca si era lamentato per la sua parte.

“Quell’uomo è un demonio”. Era più forte del giovane cavaliere ma aveva perso. Come il Battitore che se n’era andato con le mani nelle tasche vuote. “Troverai sempre uomini contro cui non potrai far nulla. Se non vuoi lasciarci la pelle, fatti furbo”. E così aveva fatto Tom.  “Meglio vivere da codardi che marcire nei canali.”

La chiazza   sul palmo della mano era nera di sangue pestato, non più grande di una moneta. Un ricordo d’un morto sotto un cielo nuvoloso.  “Se un morto ti lascia un segno gli Inferi ti chiamano”, gli aveva cantato anni addietro una strega con un occhio solo. Per tutta risposta aveva ottenuto un orecchio dolorante e una guancia livida. Le donne versano sempre veleno negli orecchi degli uomini.

Si rigirò nel letto, e rimase sveglio finché gli occhi non tornarono a chiudersi.

Ed ecco di nuovo gli occhi azzurri di lei, sorridenti. La sua grossa faccia a forma di cuore, il neo sotto l’occhio, il naso colmo di lentiggini.  Non c’era niente da fare.

“’Quando una femmina ti entra in testa ce ne vuole per levartela. Sanno come stregarti. Più le pensi e più il cuore le chiama.”

“’Ti hanno mai stregato, Vecchio?

“’Certo! E ne è passata di acqua nei canali prima che la dimenticassi.”

“Stupida sgualdrina.” pensò Macchia. Prima di lasciare la casa gli aveva sussurrato una cosa all’orecchio, ma non riusciva a ricordare. “Non…”

Non era importante, si disse.

La chiacchierata con il loro anfitrione non aveva portato a niente.  “E ti pareva”. L’aveva invogliato a bere ma quello non aveva confessato di avere denaro nascosto in casa.  Tra poveracci nelle colline non si cava mai niente.

“Bella fregatura”.

A notte fonda Tom si alzò per pisciare. Andò in cerca del vaso da notte, aveva già tirato fuori l’uccello ma non appena mise piede fuori dal letto, qualcosa scricchiolò sotto il piede. Si affacciò ed ebbe un tuffo al cuore. Ora non gli scappava più. Vide il pavimento cosparso di ossa! Vertebre, omeri, falangi, crani rotti, dappertutto. Il fuoco del camino era spento e i fumi delle braci diffondevano una cupa foschia. La stanza era avvolta da una luce spettrale e non era più quella di prima!  Il tavolo, i viveri appesi erano spariti.  Si trovava in una camera di pietra, le pareti attorniate di scudi e lance. Rimise il cazzo apposto e scosse l’amico. Non si muoveva. Lo girò e inorridì.

Il volto del ragazzo era nero, la pelle tutta livida.  Lo prese per le spalle e si accorse che aveva la gola tagliata.  Sotto di lui una larga chiazza di sangue bagnava il giaciglio.

Le orbite vuote e sanguinanti lo fissarono accusatori, le labbra blu appena aperte e senza voce.

Tremò.

Il freddo gli fece venire di pisciare.

Ai piedi delle pareti si accesero delle fiamme blu. “Fuochi fatui”. Tom era in preda al terrore. E dall’ingresso della stanza accanto vide sostare l’alta ombra di un uomo.

Udì un sussurro e sentì il cuore gelarsi.  Tremò di più, cominciò a bagnarsi i pantaloni, poi vide qualcosa balenare nella mano dell’uomo.  Stava alzando una lunga spada.

L’uomo avanzò in silenzio. Le fiamme che si attenuavano al suo passaggio.

Tom si guardò attorno, non aveva niente con cui difendersi, non c’era via di fuga.  Dietro di sé aveva la finestra.

L’uomo era a pochi passi da lui.  Tom afferrò il cadavere dell’amico e glielo lanciò addosso.

“Perdonami Rob”. Saltò sul letto e strappò la lana grezza che copriva la finestra. Entrò una forte raffica di gelo ma non gli importava.

“Non…non…varcare…”

Si gettò fuori e annaspò nella neve alta. Fioccava a tempesta e niente era più riconoscibile. Dove prima si trovava la stalla ora stava una catasta ammonticchiata di travi e tavole rotte, il suo carro era riverso di lato, i cavalli giacevano morti a terra. Erano congelati, la saliva alla bocca scintillava nella notte nera come rugiada d’argento.

Non ce la faceva più. I piedi gli bruciavano. Continuò ancora, non quel “Non” nelle orecchie.

Correva.

In vita sua aveva sempre dovuto correre. Nei vicoli di Ponte del Mare inseguito da ragazzi più grossi di lui che volevano menargliele. Allora sì che andava veloce sugli stretti ponti che scavalcano le vie acqua. Doveva esserlo. Quando tagliava le borse doveva sparire. E con il Vecchio e la Compagnia c’era sempre da fare se voleva il suo pane, andando su e giù in città, tra le botteghe dei tessitori, quando passava per il mercato.

Correva.

La neve diminuiva ma il vento soffiava feroce, ululando più forte. “Quando credi di poter scappare?”  Confuso e spaventato, allargava le braccia.  Cadde più di una volta sulle ginocchia. Si muoveva come un ubriaco.

I fiocchi gli entravano negli occhi, ma non voleva chiuderli, non voleva vederla proprio in quel momento. No, no. Forse sarebbe tornato e l’avrebbe rivista di persona.

“Un’altra notte insieme, che ne dici?”

Non… devi…varcare…  “ Basta! Non mi importa adesso! Devo andare avanti, ancora ancora, lontano da qui. ”

Cadeva.

I piedi intorpiditi si rifiutarono di fare un passo.  Di trascinò ancora e ancora…ancora, ancora ….e ancora.

Si fermò.  Era solo nella neve, bagnato fradicio, i polmoni in fiamme, la neve che gli arrivava alle ginocchia.

“Cazzo, muovetevi!” Non voleva guardare i piedi. Gli riuscì solo di spostare un ginocchio, e cercò i piedi, tra la neve non riusciva a vederli ma quella che li ricopriva cominciava a farsi rosa.

In piedi.

Riprese a muoversi a forza nel buio come se avesse dei macigni appesi alle cosce, poi il vento cessò di colpo e lui si fermò di nuovo. Non perché sfinito.

Un sibilo.

«Buon Dio.»

Un’aurora verde brillava in cielo. Si stendeva in larghe cortine, sospesa nella notte nera che lo sovrastava.  E in quella luce verde si librava uno strano stormo, un sinistro corteo di cavalieri.  Le loro grida erano forti e risuonavano nelle colline coperte di neve mentre le cortine si torcevano lentamente al loro passaggio.

I morti cavalcavano.

Qualcuno lo afferrò per una spalla costringendolo a girarsi.  Era un uomo alto, spalle larghe, barbetta fulva, fronte alta, capelli lunghi sparsi sulle spalle. Indossava una vecchia armatura, le piastre nere rifulgevano d’una luce argentea nelle tacche. Impugnava uno spadone a due mani.

Lo strinse per la gola levandolo dal terreno. Era forte. Tom soffocava, il suo guanto di ferro era come una stretta di ghiaccio. Lo guardò negli occhi. Due gelidi abissi verdi, le sopracciglia incrostate di neve. Non ce la fece più, la sua vescica cedette di nuovo.

Poi l’uomo parlò, aveva una voce fonda, una voce potente. «Credevi davvero di poter fuggire, ladro? I debiti si pagano.»

«Non capisco» disse Tom pisciando e scalciando, i piedi sfioravano a stento la neve, ma il suo piscio sì. Presto i pantaloni bagnati gli fecero sentire ancor più freddo.

“Chissà cosa direbbe il Vecchio se mi vedesse”.  Chiuse   gli occhi e ne vide di azzurri e più dolci. “Come si sentiva debole senza nemmeno un coltello.

«Non mi riconosci, uomo?» disse il cavaliere «Ti ho ospitato nella mia casa.»

 “Non poteva essere”. «Non ho rubato niente,» promise Macchia, «lo giuro sul Signore! «Se intendi il cibo, ho detto che avrei pagato.» piagnucolò. “Doveva finire così? Dopo tutte le sue fatiche per tirare avanti.”

«Ma certo che pagherai.» disse l’uomo con dolcezza. «I furti vanno puniti, soprattutto se fatti a un re. Non te l’hanno insegnato i preti? Mai derubare i morti, no?» rise.

«Chi sei?» disse con voce strozzata tremando, il gelo gli pungeva i piedi, risaliva le caviglie e gli andava su fino alla gola.

«Perdonami, non ti ho detto il mio nome. Mi chiamavano Re di Ferro, re del vecchio mondo.» disse gelido. Ma che ti serve saperlo, ladro!»

« He…He…Hen…» balbettò  Macchia.

«Parla, uomo!»

 «Ti prego mio signore, l’ospite è sacro. Pietà.»

Il vento soffiò coprendo la sua voce.

«È sacro in casa non fuori, e finché non deruba il padrone di casa».

Non varcare porte che non conosci.

Macchia non aveva raccolto le parole di lei.  Era tardi.  Strinse gli occhi, le guance rigate di pianto, i pantaloni fradici di vergogna.

L’antico re buttò a terra l’uomo, sollevò il grande spadone e calò la lama nell’aria gelida.

Macchia mormorò un nome con gli occhi ancora chiusi.

Una lunga scia di sangue sporcò la neve fumante.  Le creste delle colline attorno brillarono, orlate da tanti falò verdi. Un urlo echeggiò lontano di collina in collina, nelle fitte tenebre lontane dalle stelle palpitanti.

FINE


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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