Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


Fra i vari strumenti utilizzati, nel corso dei secoli, per giustiziare i condannati, la Spada da Esecuzione degli Ngombe merita una menzione particolare.

Gli avventurieri di diverse potenze coloniali iniziarono ad interessarsi delle armi africane nella seconda metà del diciannovesimo secolo.

Richard Burton (colui che ha coniato il termine “oplologia”), in The Book of the Sword (1884) esprime un parere improntato al politically correct:

Thus we see that whilst Egypt originated the three shapes of Sword-blades -straight, curved, and half-curved- the rest of Africa invented positively nothing in hoplology. Negroids and negroes either borrowed their weapons from Egypt or imported them from beyond the sea. Intertropical africa never imagined an alphabet, a plough, or a Sword.

Un’affermazione in linea con le convinzioni e gli studi razziali dell’epoca, ma sicuramente esagerata. Infatti, pur in questo stato di arretratezza culturale e tecnologica, diversi popoli africani svilupparono comunque delle discrete lame dalla forma esotica. Bisogna anche ricordare che in Africa le guerre avevano (e hanno tuttora) sempre delle connotazioni tribali, quindi le battaglie su larga scala, inevitabili per lo sviluppo di tattiche militari complesse,  accadevano solo di rado.

Una trattazione complessiva delle lame africane esula dal perimetro di questo articolo, e tuttavia vi consiglio di utilizzare la risorsa Galerie Ezakwantu per farvi un’idea generale dei vari tipi forgiati e utilizzati nella parte subsahariana del continente.

La Spada da Esecuzione degli Ngombe (Ngombe Execution/ Executioner’s  Sword)

Gli Ngombe erano una importante tribù stanziata su entrambe le sponde del Fiume Congo, nel territorio compreso fra le odierne città di Lisala e Bumba (ex-Zaire, odierna Repubblica Democratica del Congo) e la loro spada cerimoniale tradizionale è una delle più famose e ricercate dai collezionisti di armi bianche esotiche.

Alla fine degli anni’80, un’arma del genere poteva essere battuta anche per 1.500-1.800$, mentre ora strappare un terzo di quelle somme già potrebbe essere un successo.

in rosso l’area abitata dagli Ngombe

La forma particolare della spada ci fa comprendere immediatamente che non era forgiata per i campi di battaglia, ma per essere un simbolo del potere. Badate bene, non parliamo dello scettro europeo, derivato dalla mazza da guerra e completamente innocuo, ma di un’arma che sanciva il vita necisque potestas di chi la possedeva attraverso l’utilizzo come mezzo per le esecuzioni.

Werner Fisher & Manfred A. Zirngibl , nel loro libro Afrikanische Waffen (1978), scrivono:

La forma fu scelta per lame dedicate al culto e alle esecuzioni. Fu creata una lama che simbolizzava l’inesorabilità del giudizio e dell’esecuzione. Questa lama da esecuzione divenne un simbolo di potere e, con poche variazioni, divenne unaspada cerimoniale per i capitribù. Prima dell’esecuzione, il condannato veniva legato al terreno con pali e corde. La sua testa legata con strisce di pelle al ramo di un albero piegato verso il basso. In questo modo ci si assicurava che il collo dell’uomo rimanesse ben teso. Quando la lama colpiva il collo, la testa veniva automaticamente catapultata a grande distanza.

Dopo una lunga ricerca, ho finalmente trovato il racconto integrale della vicenda. A scriverlo è Henry M. Stanley, famoso esploratore e autore dell’opera  The Congo and the Founding of its Free State – A Story of Work and Exploration (1885) alle pagine 181-182:

They found quite a number of men gathered around.The doomed men seen were kneeling with their arms bound behind them in the neighbomhood of a tall young tree, near the top of which the end of a rope had been lashed. A number of men laid hold of the cord and hauled upon it until the upper part of the tree was bent like a bow. One of the captives was selected, and the dangling- end of the rope was fastened round his neck ; the tree sprang several inches higher, drawing the man’s form up, straining the neck, and almost lifting the body from the ground. The executioner then advanced with his short broad-bladed falchion, and measured his distance by stretching his weapon from the position he intended to strike across the nape of the neck. He repeated this operation twice. At the third time he struck, severing the head clean from the body. It was whipped up to the air by the spring of the released tree and sent rebounding several yards away. The remaining captives were despatched one after another in like manner. Their heads were unfleshed by boiling, that the skulls might decorate the poles round the grave.

Per i pochi che non conoscono l’inglese, possiamo riassumere così: il poveretto destinato al sacrificio veniva bloccato sul terreno o su una sedia e la sua testa veniva legata con delle strisce di pelle a un arbusto piegato all’indietro (come il braccio di una catapulta); nel momento in cui la lama spiccava la testa dal busto, questa veniva proiettata automaticamente verso la foresta.

l’illustrazione originale contenuta nel volume di Stanley

Qualcuno potrebbe pensare che fosse un modo davvero innovativo di tenere pulito il villaggio, ma in realtà la spiegazione ufficiale è che gli Ngombe volevano che l’ultimo ricordo del disgraziato fosse un leggiadro volo sulle cime degli alberi (sapevano che il cervello continua a funzionare per diversi secondi), verso i propri antenati in attesa.

La brutalità di questo rito diventa inaccettabile per noi, probiviri europei, se pensiamo che ad essere ammazzati non erano assassini, stupratori o condannati a morte in generale. Non c’era nessun processo né pretesa di giustizia. L’esecuzione “testa volante” era un  sacrificio di poveri schiavi e prigionieri, che poi venivano smembrati e  divorati dalla tribù.

Arms2armor vende questa bellezza a 425$

Incredibile dictu, la dominazione belga si preoccupò di far cessare il prima possibile ogni pratica negroide sgradita, a partire dal cannibalismo (molto diffuso) e da ogni tipo di esecuzione. D’altronde, ci pensavano già loro a massacrare per bene uomini, donne e bambini.

Il ridicolo Stato Libero del Congo nacque sullo sfruttamento sistematico e il massacro dei locali, tanto che più di uno studioso lo reputa uno dei genocidi più gravi mai perpetrato nella storia dell’umanità.

Privata del suo uso principe, la Executioner Sword mantenne la sua importanza simbolica, ma fu sostanzialmente trasformata in una  spada da danza cerimoniale, detta “danza Likbeti”. In questa versione edulcorata del sacrificio seguito da cannibalismo, veniva sacrificata e mangiata una capra. Il problema è che bisognava danzare parecchio, anche due giorni, prima di potersi riempire lo stomaco.

Uno degli esemplari più imponenti di Executioner Sword (nella foto qui sotto) è degli anni trenta del secolo scorso, e porta inciso, in caratteri latini:

M ?A? MOKOZEMA 1936

L’arma è lunga quasi 84 cm e presenta una solida lama forgiata oltre a un’elsa di legno a doppia sezione (“doppia trottola”). L’impugnatura è  avvolta da sottili strisce di ferro, mentre il triplo pomolo (2+1) è decorato con ferro e ottone. Quest’ultimo materiale, proveninete dai colonizzatori, sembra aumentasse il prestigio dell’arma e copriva anche la prima parte della lama (diciamo il ricasso)

Il freak delle Spade Ngombe da Esecuzione

A parte questo mostro, le dimensioni della Executioner Sword erano più contenute, attorno ai 65-70 cm, e spesso presentavano delle raffinate incisioni sulla lama. A titolo personale, sarebbe interessante conoscere la variazione quantitativa delle incisioni presenti sulle spade dopo la proibizione delle esecuzioni sancita dal Belgio.  Probabilmente potrebbe essere d’aiuto il libro Ngola-the Weapon as Authority, Identity, and Ritual Object in Suc-Saharian Africa di Norman Hurst, ma non sono riuscito a reperirlo, quindi se qualcuno dovesse averlo/trovarlo ha l’obbligo morale di segnalarmelo.

Durante le mie ricerche, ho trovato anche una variante della della Executioner Sword, dotata di una lama che si sdoppia a partire dalla parte finale del medio. Sinceramente, ho qualche dubbio sulla sua efficacia come strumento per le esecuzioni, ma come simbolo di potere doveva fare un’ottima figura.

A conclusione di questo articolo vorrei ritornare sulla connessione fra cannibalismo ed esecuzioni. Come ho già detto, intere tribù si saziavano con le carni di schiavi e prigionieri , ma ciò che impressiona di più è la lunga lista di orrori che facevano da contorno allo spettacolo-banchetto. A dimostrazione di quanto ho detto, vorrei sottoporvi questo brano (l’originale QUI, alla fine del paragrafo 4) tradotto da Giants of the Missionary Trial (1954) di Eugene Myers Harrison:

Fra le tribù Ngombe accade che il poveretto destinato al sacrificio venga messo in vendita al mercato e i buongustai (“epicures”) vanno ad esaminarlo. Costoro chiedono le loro parti preferite -uno il braccio, uno la gamba, il petto, la testa- e la porzione che comprano viene marcata con linee color ocra. Una volta vendute tutte le parti, il miserabile viene ammazzato.

Direi che siamo ben oltre le invenzioni horror di scrittori e registi…

Questa immagine (indice di violenza 10/10) mostra quale fosse la corretta impugnatura dell’arma.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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