Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


Il Martello d’Arme è stata senza dubbio l’arma più umiliata dalla finzione letteraria e cinematografica. L’immagine del guerriero nordico con in mano un martello da venticinque chili è una delle più ricorrenti in libri, giochi ed illustrazioni fantasy, ma si tratta di qualcosa che dovrebbe rimanere confinata all’interno di Skyrim o D&D.

Dal punto di vista cronologico e funzionale, il Martello d’Arme (di seguito “MdA”) nacque per contrastare le protezioni a piastre, che rendevano inutili le semplici armi da taglio. La cosa interessante è che la sua evoluzione corre in parallelo con quella delle armature complete. Quando queste ultime svilupperanno convessità e creste per limitare i danni da botta, il MdA accentuerà le sue caratteristiche di arma da perforazione.

Ma andiamo con ordine. Per riuscire a penetrare una piastra d’acciaio occorreva uno strumento che concentrasse tutta l’energia cinetica del colpo su una superficie ridotta. Questo vuol dire che martelli come quello qui sotto non trovarono mai posto sui campi di battaglia.

25 kg di piombo che un uomo di 150kg riuscirebbe a malapena a maneggiare.

Che i martelli fossero particolarmente adatti per fronteggiare avversari corazzati era un dato già noto. Non a caso, i romani avevano utilizzato martelli e picconi (gli avi di Martelli d’Arme e Picchi d’Arme) per fare a pezzi i crupellari galli.

Tacito, ANNALES, III – 46

paulum morae attulere ferratirestantibus lamminis adversum pila et gladios; set miles correptis securibus et dolabris, ut si murum perrumperet, caedere tegmina et corpora; quidam trudibus aut furcis inertem molem prosternere, iacentesque nullo ad resurgendum nisu quasi exanimes linquebantur.

una moderata resistenza opposero i ferrati (ovvero i crupellari), poiché le corazze reggevano ai colpi di lancia e spada; ma i soldati, impugnati scuri e picconi, come per sfondare una muraglia, facevano a pezzi armature e corpi; alcuni con pertiche e forche abbattevano quelle masse inerti che, prostrate a terra, incapaci d’un minimo sforzo per rialzarsi, erano abbandonate lì come morte.

Non diversamente da quanto accaduto per Mazze e Mazzafrusti, anche il MdA è nato dal suo genitore “civile” ed è stato utilizzato come arma povera per qualche tempo. Nelle battaglie medievali non ebbe grande diffusione, d’altronde, quando ci sono in campo pochi nemici pesantemente corazzati e una grande massa di fanteria leggera, è sempre meglio affettare e infilzare piuttosto che spaccare.

martello d'armeUno schema che riassume le parti più importanti del Martello d’Arme

Il martello arrivò dunque dopo la mazza ferrata e raggiunse l’apice della diffusione in concomitanza con le ultime evoluzioni delle armature complete. Parlando in modo generico, possiamo considerarlo un’arma più rinascimentale che prettamente medievale.

Dalle ricerche di Oakeshott risulta che la prima immagine di un martello da guerra risale al 1250 circa, ed è conservata presso la Malvern Prior Church di Worcestershire. Oltre che dagli esemplari sopravvissuti, è proprio attraverso l’iconografia dei secoli XIV-XVII che possiamo ricostruire l’evoluzione di quest’arma.

Ad esempio, nel 1382 ebbe luogo a Parigi una rivolta popolare, quella dei Mailottins, i cuoi fautori presero questo nome così proprio perché armati di mazzuoli presi dall’arsenale della città. Ne rubarono circa duemila, e le fonti parlano di maillets de plomb (mazzuoli di piombo). Dall’iconografia coeva si nota chiaramente come fossero qualcosa di molto diverso dai MdA dei secoli successivi.

Mailottins all’opera. In basso a sinistra la tetraplegia è alle porte.

Ho parlato di mazzuoli e non di MdA, perché dall’immagine di cui sopra sembra trattarsi di martelli da lavoro nonostante fossero stati sottratti a un’armeria (ipotizzo si trattasse dei martelli utilizzati per piantare le tende dei campi o similaria). Probabilmente i primi martelli da guerra erano proprio così, semplici martelli da lavoro, facili da fabbricare e assemblare, che riuscirono a trovare un loro spazio all’interno degli armamenti medievali.

Solo successivamente, fra XIV e XV secolo, si arrivò al vero e MdA.

Una delle rappresentazioni più importanti è quella contenuta nel trittico di Paolo Uccello “La Battaglia di San Romano” (prima immagine dell’articolo), che Oakeshott data al 1462 quando in realtà è del 1438. Questo dato è interessante, perché conferma l’uso del MdA da parte di uomini d’arme già nella prima metà del XV secolo (d’altronde, il Flos Duellatorum è del 1410 e già sono presenti MdA Inastati).

Martello d’Arme del 1350 (copia di Therionarms di un esemplare conservato al Museo nazionale di Norimberga)

La prima divisione da fare nella categoria dei MdA riguarda il tipo di supporto su cui veniva montata la testa; la scelta era fra manico e asta. Trovo quindi che la corretta definizione per le due tipologie potrebbe essere Martelli Immanicati e Martelli Inastati. I primi venivano utilizzati quasi esclusivamente dalla cavalleria, mentre i secondi dalla fanteria. Come ho già detto, la preoccupazione fondamentale di ogni soldato appiedato è quella di riuscire a fare danni rimanendo a distanza di sicurezza dal nemico. Le armi in asta sono state le più diffuse durante tutte le guerre dall’evo antico al XVII secolo e, proprio per questa ragione, il MdA non fa eccezione.

L’uso di MdA Inastati si fece sempre più frequente nel corso del XV secolo, tanto che loro rappresentazioni fanno spesso capolino nell’iconografia dell’epoca. Qui sotto ho riportato una bella immagine (“Three Knights Brought Water from the Cistern to King David“) presa dallo “Speculum Humanae Salvationis“, stampato nel 1474-75. Il cavaliere in ginocchio, oltre a fare sfoggio di una bella full armour e di un falcione, si puntella con un MdA Inastato (Bec de Corbin) dalla foggia semplice e quasi privo di brocco in cima alla testa.

In mano alla fanteria, il MdA Inastato divenne sempre più simile ad una poleaxe. La versatilità delle parti della testa, specie se montata su un’asta di 180cm o più,  permettevano una grande varietà di impieghi:

– sfondamento tramite la bocca;

– perforazione tramite la penna;

– perforazione/lacerazione attraverso il brocco.

Oltre a questi impieghi, un MdA poteva servire per tirare giù un cavaliere dalla sua cavalcatura o agganciare uno scudo, in modo da strapparlo al nemico.

Sembra che il MdA (in questo caso parliamo della variante Immanicata) divenne l’arma secondaria preferita dagli arcieri. Già ad Agincourt gli arcieri inglesi utilizzarono sulla disgraziata cavalleria francese i martelli che avevano portato per piantare i paletti in terra e non è difficile immaginare che si affidarono alla tecnica messa in opera dai romani contro i crupellari qualche decina di secoli prima.

L’idea di martellare un uomo in full armour fino a farlo diventare una scatoletta di carne e metallo ebbe successo, tanto che in una famosa Ordinanza del Duca di Borgogna Carlo il Temerario (Ordinanza di Bohain in Vermandois del 13 Novembre 1472) troviamo questa previsione:

The archer should wear a brigandine over a padded jacket, some armoured reinforcement on his forearms, a gorget, a sallet, and must carry a long sharp dagger, a lead hammer and a bow and quiver hanging behind.

Di certo quel “lead hammer” aveva la solita funzione principale di piantare paletti, ma quando c’era da fare del lavoro sporco poteva essere utile come e più della “long sharp dagger“.

Ancora nella seconda metà del XVI secolo (1562), il martello figurava nell’armamento standard degli arcieri dei Tudor.

Non pensiate che il MdA Immanicato fosse un’arma ingombrante o pesante. La lunghezza media di quelli in dotazione alle cavallerie di mezza Europa si aggirava attorno ai 50-70 cm, per un peso spesso inferiore al chilogrammo (costituito perlopiù dalla testa e dal collare). Il Picco d’Arme poteva pesare qualcosa in più, anche perché ho notato molti manici fasciati o realizzati in ferro invece che in legno. A questo punto, non deve meravigliare che un MdA Inastato di lunghezza media (150 cm ) raggiungesse a malapena i 2 kg di peso. Ad es., l’esemplare conservato presso il Metropolitan Museum of Art di New York (reperto 14.25.465), ovvero il Bec de Corbin (1580 ca) che in una delle immagini qui sotto ho accoppiato con il Martello di Lucerna,  misura 145 cm per 2 kg.

Oltre alla lunghezza dell’asta su cui viene montata la testa, l’elemento più importante per distinguere i vari tipi di MdA è proprio il rapporto fra le parti della testa (penna-brocco-bocca). Ad esempio, il Martello di Lucerna (Lucerne Hammer) aveva un brocco lungo e affusolato, simile a uno stiletto, che lo faceva somigliare più a uno spiedo che a un martello. Al contrario, il Mazzapicchio (Bec de Corbin, ma per una volta il nome italiano è molto più esplicativo) era un MdA (o PdA? La differenza, come ho detto, può essere sottile)  puntava tutto sulla capacità di perforazione della penna.

Sopra: Bec de Corbin/Mazzapicchio; sotto: Martello di Lucerna

Un bel MdA doveva essere un must fra gli uomini d’arme, anche nei tornei. C’è un repertorio di immagini iconografiche piuttosto ricco e, non a caso, alcuni manuali di combattimento del XV-XII secolo prevedono delle apposite sezioni dedicate al duello con poleaxe e/o MdA Inastato, a partire, come già specificato, dal Flos Duellatorum di Fiore de Liberi (nel quale trovano posto diverse tavole sull’argomento).

Quella riportata qui sotto è una delle più esemplificative che ho trovato, e ci permette di notare una forte somiglianza (in questo caso sono identiche) fra le poste descritte per il combattimento con la spada e quello con il MdA Inastato.

“Io era dente di cinghiale con l’azza, per questo io ti ho ferito nella faccia”

All’inizio, diciamo fino all’inizio del XVI secolo, il martello da guerra era poco più di un martello con una piccozza (la “penna”, vedi nomenclatura di cui sopra) sul lato opposto della testa, mentre all’inizio del XVII secolo (specie in Europa orientale) troviamo dei martelli con delle penne esagerate, la cui capacità di perforare le corazze, piuttosto che deformarle, è divenuta preminente.

Come spiega anche Oakeshott, per i MdA Immanicati non è sbagliato operare una distinzione fra Martelli d’Arme e Picchi d’arme, anche se il sacro fuoco della sistematizzazione potrebbe condurci ad infilare nell’una o nell’altra categoria delle armi praticamente identiche.

Il Picco d’Arme (chiamato anche Martello d’Arme a Becco di Corvo), utilizzato quasi esclusivamente dalla cavalleria, ebbe grande diffusione fra gli Ussari Alati, presso i quali era chiamato “nadziak”.

Il Picco d’Arme raggiunse la sua massima diffusione nell’Europa dell’est del XVII secolo. Questo esemplare ha il manico completamente avvolto da spirali di ferro.

Sull’arma in questione, devo fare l’ennesimo plauso agli studiosi italiani che operano su wikipedia.

Una testimonanza dell’abate Jędrzej Kitowicz, vissuto al tempo di Augusto III di Polonia:
[Il nadziak] è uno strumento terribile nelle mani dei polacchi, specie se di umore combattivo o alterato. Con la szabla si può mozzare la mano a qualcuno, lacerargli il volto ferendolo alla testa e la vista del sangue che sgorga dal nemico può così calmare il rancore. Ma con la mazza potrebbe causare un infortunio mortale senza vedere il sangue e, non vedendolo, calmarsi, finendo invece per colpire diverse volte senza tagliare la pelle ma rompendo ossa e vertebre. I nobili muniti di mazza hanno sovente battuto i loro servi a morte. A causa del pericolo che rappresentava, fu proibito loro di venirne muniti durante le grandi assemblee o le sessioni del parlamento. […] E in verità, era uno strumento da brigante, perché se si colpisce qualcuno con il becco puntuto del nadziak dietro l’orecchio, lo si uccide all’istante, la tempia trapassata dal ferro mortale.

Pur riferendosi al nadziak, il passo qui sopra è molto interessante per capire le differenze, anche a livello psicologico, fra l’uso di un’arma da taglio e una da botta. Anche l’immagine del colpo dietro l’orecchio ha un suo fascino, poichè l’abate doveva aver ricevuto diverse testimonianze per citarlo nel brano.

Picco d’Arme senza eccessiva differenza fra penna e bocca. Da www.wulflund.com.

Quanto all’uso del Picco d’Arme, ho trovato l’interessante testimonianza di un rievocatore:

The spike side was the truly nasty end of the weapon, though, as it was fully capable of piercing even the strongest of plate armor, burying it’s point deep inside of the target’s body. This penetration was the weapons best quality and its worst, as often times the spike would get stuck in the victim’s body, rendering the weapon useless. The spike also did not normally kill a man outright; although massive bleeding and internal punctures were bound to happen, there simply was not enough trauma from the spike to kill a man unless a critical organ (brain, heart) was struck.

In effetti il Picco d’Arme, molto più dei MdA con bocca e brocco ipersviluppati, tendeva ad incastrarsi dell’armatura/giacca imbottita sottostante/carne et ossa. Questo dato, unitamente al fatto che veniva utilizzato dalla cavalleria, mi porta a pensare che dovesse trattarsi di un arma che richiedeva un lungo e specifico addestramento.

Come la maggior parte della armi bianche, anche il MdA fu lentamente affiancato e poi soppiantato dalle armi da fuoco. Oltre a essere più efficienti, queste ultime avevano in pratica eliminato la necessità di indossare un’armatura completa, ossia il tipo di protezione che aveva permesso lo sviluppo del MdA.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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