Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


Parlare di ascia danese, o anche solo di ascia, è molto complesso. Dall’ascia neolitica al tomahawk, dall’ascia danese a quelle orientali, ne sono state create decine di specie. Insomma, nulla di diverso di quanto accaduto per armi più nobili come la spada. Come mazza, martello e altre armi, l’ascia nasce come utensile per tagliare legname, ma non ebbe grossi problemi a ritagliarsi immediatamente uno spazio come arma.

Dalla lama di pietra a quella di bronzo a quella di ferro, insomma, ormai siete abbastanza pratici da poter immaginare le classiche evoluzioni della lama.

Quando si parla di ascia da guerra, è difficile non pensare a una enorme bipenne in mano a un barbaro. Il problema è che la bipenne vide pochissimi campi di battaglia. In fondo, l’ascia deve essere in grado di colpire duro ed avere un buona maneggevolezza. La bipenne, oltre a non dare alcun beneficio in termini di forza del colpo, porta dei gravi problemi di bilanciamento. Insomma, se volete due lame meglio una spada, se volete un’ascia vera, meglio l’ascia danese.Oltre alle opere letterarie e cinematografiche, a perpetuare il mito del vichingo con la bipenne hanno contribuito anche alcuni testi di grande diffusione come Medieval Armies and Weapons in Western Europe: An Illustrated History , in cui si legge addirittura (pag. 45): “L’ascia danese era la famosa bipenne” (!!!).

Rispetto ai romani, le popolazioni germaniche avevano sempre avuto un certo amore per l’ascia. Addirittura, un tipo di ascia (la “francisca“) prese il nome proprio dal popolo che la utilizzava maggiormente. Possiamo presumere che le ragioni della buona diffusione dell’ascia siano analoghe a quelle relative alla diffusione della lancia:

-facilità di costruzione;

-costi contenuti;

-eccellente rapporto qualità/prezzo.

Proveniente dalla Scandinavia, l’Ascia Danese iniziò a diffondersi in Europa attorno al IX-X secolo e già nell’XI secolo divenne una delle armi più amate dalle elite guerriere. Le sue rappresentazioni più famose sono quelle cucite nella Bayeux Tapestry dove è in dotazione a molti degli Huscarl che fanno parte della scena. In Inghilterra ebbe tanto successo da essere conosciuta anche come “English Long Axe”. Anche la famosa Guardia Variaga la adottò come arma d’ordinanza (e di rappresentanza) fino all’inizio del XIII secolo.

Ovviamente, l’Ascia Danese era un’arma da fanteria pesante, e necessitava di una certa stazza e forza fisica.

Molti di voi penseranno che l’Ascia Danese fosse un’arma, permettetemi il termine inadeguato, “rozza”, adatta a chi volesse tirare mazzate a destra e a manca. Errore.

ascia danese
bella immagine da http://poorcnightsofstchad.boozeboy.co.uk/ (dovrebbe essere un ingaggio individuale durante la battaglia di Hastings)

Per usare bene l’Ascia Danese – ovvero evitare la sequenza colpo sullo scudo/deviazione verso l’esterno/ lama dell’avversario nella propria pancia – ci voleva un eccellente addestramento, che immagino ogni padre e/o capo militare fosse felice di impartire a figliuoli e sottoposti, e un’ottima coordinazione.

Non che i danesi dell’VIII-IX secolo avessero inventato niente di nuovo. Come ho detto nell’articolo sulla spatha, le torbiere danesi (come quella di Nydam) ci hanno restituito, oltre alle spade, centinaia di teste d’ascia, progenitrici di quelle impiegate per assemblare l’ascia danese.

Lo studioso che ha lavorato più a lungo le tipologie di ascia è stato senza dubbio Petersen, autore del famoso (fra gli appassionati di oplologia) “De Norske Vikingesverd“, del 1919. Dal testo di evince chiaramente come, nel nord europa, l’ascia si sia evoluta da strumento per boscaioli a gustoso tritacarne. In particolare, i tipi identificati da Petersen come L ed M sono da considerarsi come species del genus “Ascia Danese”.

Quanto alle caratteristiche strutturali, l’ascia era costituita da un’asta e da una testa. Come viene spiegato sul famoso sito www.hurstwic.org:

In the early part of the Viking era, the cutting edge was generally 7 to 15cm (3-6in) long, while later in the Viking age, axes became much larger. Breið-øx (broad axes) had crescent shaped edges 22 to 45cm (9-18in) long.

La testa era dunque il blocco d’acciaio che serviva a aumentare la penetrazione della lama, le cui dimensioni variarono nel corso dei secoli. Prima erano molto vicine a quelle di un’ascia da legna, poi sempre più adeguate a colpire carne, ossa e tutto ciò che veniva utilizzato per proteggerle.

Ad ogni modo, se le dimensioni del taglio erano superiori, le asce da guerra avevano una lama più sottile rispetto a quelle da legna.

ascia danese
Tipo L (43) ed M (44-45) secondo la classificazione di Petersen.

Alcune asce venivano assemblate con un taglio rinforzato, ad alto contenuto di carbonio, in modo da renderle più adatte ad affettare . Ma ridurre i metodi di costruzione della testa di un’ascia a questo unicum (come fanno in molti) sarebbe da dilettanti. Infatti, le indagini archeologiche ci hanno restituito delle lavorazioni differenti, riassunte da Radomir Peiner in Staré evropské kovářství (Praga, 1962). Visto che non sono in grado di tradurre dal ceco, mi affido a quanto detto da Jeff Pringle di MyArmoury.com e all’illustrazione postata da quest’ultimo.

1 – Belgium, 6 to 7 Century,
2 – Morley-Meuse 4th Century (center lap steel),
3 – Lezéville, hr. 200, beginning 6th century,
4 – Novgorod, 11 century. (Welded edge),
5 – Kent, 6 to 8 century. (Welded edge).

ascia danese
le parti ad alto contenuto di carbonio sono quelle colorate in neretto.

Ingegnoso, non trovate? Io apprezzo particolarmente la n.2. In pratica un brutale cuneo con un taglio letale giunto a noi dal 300 d.C.

C’è da dire che le lavorazioni n. 4 e 5 erano, con tutta probabilità, le più adatte per il compito che doveva svolgere l’ascia danese (o qualsiasi altra ascia da guerra).

Il video qui sotto spiega bene come forgiare la testa dell’ascia. L’occhio (la parte in cui andava inserita l’asta) e il corpo venivano forgiati da un unico pezzo. Successivamente, un pezzo di metallo ad alto contenuto di carbonio veniva inserito per essere utilizzato come taglio.

Il manico (o asta) dell’ascia danese poteva raggiungere i 170 cm, specie negli esemplari da rappresentanza/parata della Guardia Variaga , ma in linea di massima la lunghezza media doveva aggirarsi attorno ai 90-130 cm. Nella Bayeaux Tapestry (vedi la prima foto) ci sono diversi esempi della parte alta della forbice.

Il peso complessivo di un’ascia danese di grandi dimensioni, diciamo con un manico di 150 cm, superava difficilmente i 2 kg, mentre gli esemplari più piccoli non arrivavano a 1 kg.

Di solito, quando parlo del peso della armi da taglio, suscito sempre una viva curiosità da parte di chi ascolta. Di certo reenactors, storici e appassionati conoscono perfettamente questi dati, ma i fruitori occasionali di notizie storiche rimangono meravigliati quando vengono a sapere che una grossa ascia danese pesava 1.5 kg invece dei 15 che avevano in mente.

Il fatto è che combattere stanca. Da morire. Per questo le armi da taglio/botta/perforazione migliori di sempre hanno sempre mantenuto un ottimo compromesso fra peso e maneggevolezza.

ascia danese
Meglio non caricare il colpo al rallentatore.

Ritornando al combattimento con l’ascia danese, resta da dire che il fendente a due mani sopra la testa manterrà sempre il suo fascino brutale (anche se l’immagine qui sopra dovrebbe provocare più di una riflessione), ma è interessante notare come potesse essere utilizzata anche per degli attacchi molto, molto sgradevoli:

1Via lo scudo. Metodo vecchio, lo so, già utilizzato dai traci contro i romani, ma molto efficace quando ci si trova di fronte un nemico con lo scudo. Il problema è che il nemico con lo scudo di solito ha un’arma nell’altra mano. E sono cazzi.

2. Sgambetto. La punta bassa della lama va dietro la caviglia del nemico, agganciandola e facendogli perdere l’equilibrio.

3. Affondo. L’ascia danese con testa di tipo M poteva essere utilizzata come arma da perforazione grazie allo “svolazzo” della punta alta. Un uomo abbastanza forte poteva sfondare una maglia ad anelli senza problemi.

Oltre a questi, i manuali medievali e rinascimentali dedicati al combattimento con le armi in asta suggeriscono che anche l’Ascia Danese potesse essere utilizzata nel complicatissimo “gioco stretto”, dove la conoscenza di una leva in più del proprio avversario poteva fare la differenza.

Dall’Ascia Danese si svilupparono buona parte delle armi in asta medievali. Dall’azza all’alabarda, tutte cercarono di migliorare e potenziare la struttura originaria rappresentata da un’asta con una grossa lama alla fine.

L’Ascia Danese comunque rimase in uso ancora per tutto il XIV secolo, e non è avventato sostenere che la sua sempre minore presenza sui campi di battaglia fu dovuta innanzitutto al miglioramento delle protezioni corporee. Fu in quel momento infatti che armi più adeguate ad affrontare le armature complete, come l’azza per l’appunto, limitarono l’uso di armi da taglio semplici.

L’Ascia Danese sopravvisse comunque (nella variante nota come sparth) in Scozia e, soprattutto, in Irlanda, specie nelle fila dei Gallowglass, fino al XVI secolo inoltrato.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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