Sinossi: il delitto invendicato di una giovane innocente scatena una spietata caccia all’uomo, una missione costellata di orrori che porterà l’avventuriero del Devon fin quasi ai confini del mondo.

Qualche mese fa avevo incominciato questa personale rilettura delle avventure di Solomon Kane indicando “Teschi sulle stelle” come racconto paradigmatico delle tematiche relative al personaggio del puritano errante.
Specularmente, riapprocciando dopo diverso tempo le pagine di “Ombre rosse”, non posso fare a meno di notare come sia in queste che per la prima assistiamo ad una evoluzione dell’antieroe Howardiano. Sgombriamo il campo da equivoci: una simile affermazione è estranea ad una banale osservazione cronologica delle storie del ciclo di Kane; raramente, se non mai, Robert Howard intese scrivere i suoi racconti in sequenza, preferendo piuttosto lasciare che fosse l’ispirazione a guidarlo verso i momenti salienti delle saghe dei suoi alter ego d’inchiostro, senza riguardi eccessivi per buchi temporali, incongruenze e sovrapposizioni. Ed è notevole osservare come questa impostazione, che per altri evidenzierebbe lacune ingestibili, sia invece fonte in molti casi di piacevole “mistero”, aumentando l’aura avventurosa di personaggi dal passato per sempre nebuloso.

Evoluzione, si diceva. Apparentemente, una parola e un concetto estranei alla adamantina imperturbabilità dello spadaccino giustiziere che risponde al nome di Solomon Kane; eppure – e qui entriamo finalmente nella vicenda raccontata in “Ombre Rosse” – esistono crepe nascoste nell’armatura del nostro protagonista, aperture entro cui filtrano inaspettate e indicibili pulsioni che una volta toccatolo nell’anima lo lasceranno mutato per sempre. Scopriamo come.

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Molte volte Solomon Kane si è trovato di fronte al volto ghignante del Male: demoni, spettri e magie gli hanno mostrato gli orrori della notte e del buio, eppure – stavolta – è il cuore dell’uomo a rivelarsi fonte abissale di ignominia. Nel suo vagare inesausto per terre lontane, il puritano del Devon si imbatte casualmente nell’agonia di una fanciulla morente, una bambina dalla purezza violata che giace non lontano dalle rovine fumanti del suo villaggio. Briganti odiosi e sanguinari hanno compiuto tale scempio, come rivela ella a Kane con l’ultimo fiato rimastole sulle labbra impallidite: banditi il cui capo è lo sfrontato Le Loup, su cui ricade il sangue di questa e molte altre empietà.
Tanto basta – una vittima innocente, un delitto invendicato – perché cominci, senza che la preda incarnata da Le Loup ancora lo sospetti, ma neppure Kane, una caccia destinata a durare anni e a varcare mari e terre lontani.

Siamo ancora in Europa quando per la prima volta la lama di Kane arriva a sfiorare la gola del brigante assassino. Decimata in una serie sanguinosa di agguati la banda che affiancava Le Loup, il puritano riesce ad attirare il bersaglio della sua ira in una trappola, trasformando la stessa grotta in cui lui e pochi compagni hanno trovato rifugio nella gabbia entro cui compiere l’ultimo massacro. Eppure, proprio all’ultimo momento, la preda sfugge al laccio del cacciatore: Le Loup non è un semplice bravo, stolido e bramoso d’oro: astuto e dotato di una sagacia maligna, si rivela viceversa essere uno spadaccino intrepido, capace di costringere Kane a mettere sul piatto la propria vita nel duello che li vede in campo nella prima parte del racconto.
E quando infine riesce a fuggire, sembra che persino la furia vendicativa di Solomon sia destinata a infrangersi contro una muraglia di rabbiosa frustrazione. Ma può essere davvero così? Il lettore più smaliziato sa già che difficilmente ciò avverrà, eppure stavolta – se vorrà porre termine alla sua caccia – Kane dovrà pagare un prezzo che non immagina.

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Gli anni intanto passano, lo scenario cambia, e nulla pare aver estinto la maniacale sete di giustizia di Solomon Kane.
Come un mastino, egli ha seguito le flebili tracce di Le Loup per i mari infestati di razziatori turchi, fino a raggiungere le coste inesplorate dell’Africa Nera, là dove la giungla è ancora il regno del mistero e delle belve sconosciute. Un bianco è stato visto inoltrarsi in quelle lande maledette, e il puritano sa – ne è certo – che la sua preda è di nuovo a portata della sua lama.
Questo mutamento di ambiente è di certo una delle caratteristiche peculiari di Ombre Rosse. Abbandonate le brughiere spazzate dal vento e gli spettrali villaggi della Vecchia Inghilterra, Howard catapulta il suo protagonista nel groviglio esotico e pregno di vapori venefici di una giungla primordiale, ricettacolo di regni primitivi e magie dimenticate. E l’impatto con simili luoghi non può lasciare Kane indifferente. Il suo spirito ardente e la sua bruciante brama di avventura affiorano incontrollate, trattenute dalla nobile motivazione di assicurare vendetta alla giovane vittima di Le Loup, e l’Africa appare al viaggiatore Inglese in tutta la sua brutale e primitiva potenza, un impero lussureggiante di ombre e sangue, dove gli dèi neri, sanguinari e senza nome, regnano da sempre e per sempre. Qui, in una girandola senza requie, Kane incontrerà sciamani, re, bruti e belve, fino ad ottenere – non senza aver sfiorato ancora la morte – che il sangue spregevole di Le Loup imbeva il suolo stillante della giungla. Prima di lasciare il suo corpo agli sciacalli, guardiamolo però in faccia un’ultima volta.
A ben vedere, il brigante assassino è quasi un doppio malvagio di Solomon Kane: spadaccino brillante, avventuriero senza paura, amante dell’ignoto…un maligno doppelganger più che un rivale. E la caparbia tenacia con cui entrambi perseguono i loro scopi sembra fatta della stessa stoffa, con la differenza che la brama che infuoca l’anima nera di Le Loup non è di draconiana giustizia, ma di potere e piacere. Le sue risate sguaiate paiono quasi il contraltare maligno dei vulcanici silenzi del puritano.
E tuttavia, giunti a questo punto, la sfibrante Quest sembra infine conclusa…ma non è così.

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Per raggiungere il suo scopo, Kane il vendicatore ha spalancato due porte destinate a non rinchiudersi più: quella della magia, operata per lui dallo sciamano degli dèi neri Nlonga, e quella che aveva fin lì sigillato almeno in parte il suo desiderio dell’ignoto. Da entrambi questi demoni, l’eroe howardiano non si libererà più, acconsentendo inconsapevolmente a quella evoluzione di cui si parlava in apertura: il devoto Kane, il puritano, il cacciatore di streghe, finisce col cedere al fascino morboso della stregoneria più primitiva, pur appellandola strumento del demonio. Non solo: l’avventuriero che fin lì aveva calcato con disagio terre diverse dalla dolce Inghilterra, non esita più a lanciarsi in esplorazioni che lo conducono fin nel cuore della “Terra Incognita”. Il richiamo della giustizia, ma anche il pulsare lontano del Male, lo attraggono più forti che mai, facendo di Solomon Kane una sorta di Ebreo Errante condannato non ad espiare, ma a far espiare i delitti dell’uomo. Sotto diversa forma, la medesima maledizione senza fine.


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