Al pari di quanto sta avvenendo per Solomon Kane, questo articolo inaugura una serie di contributi volti alla rilettura del grandioso ciclo di Conan il Cimmero.
Lo farò ogni due mesi, anche in questo caso basandomi sulla scansione “cronologica” offerta dalla edizione che nel 1995 ne fece la benemerita Newton Compton, sotto la curatela di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco.
Come già per la serie gemella di Kane, passerò quindi in rassegna i racconti uno per uno, provando a trarne dalla maglia iridescente alcuni spunti che – questo è l’intento – si spera diano nuovo impulso alla riscoperta di questi capisaldi del Fantastico; si potrebbe dire senza timore di smentita che non ne hanno alcun bisogno, ed è certamente vero, ma come capita a scuola, una buona ripassata ai fondamentali non fa mai male. Senza indugiare oltre, quindi, avventuriamoci nel grandioso scenario de

La torre dell’Elefante

Secondo alcuni entusiasti, La torre dell’elefante può concorrere – in termini di qualità narrativa, spunti immaginifici ed efficacia di svolgimento – al titolo altisonante di “racconto perfetto”, e questo non solo fra le pur numerose esaltanti storie di Conan il Cimmero, ma addirittura di tutto il rutilante universo dello Sword&Sorcery.
Personalmente, quando mi trovo di fronte ad affermazioni di stampo tanto categorico, specie in ambito letterario, preferisco evitare di sbilanciarmi; è infatti un campo minato nel quale le variabili da tenere in considerazione sono spesso valutate in maniera parecchio occhiuta, e con bilancini assai sensibili rispetto a quelli del comune lettore.
Eppure, va riconosciuto, la vicenda del giovane ladro che osa avventurarsi fra i segreti e i pericoli della torre dello stregone Yara, che si dice impenetrabile, contiene un’infinità di situazioni, personaggi e suggestioni che sono finiti per diventare prima topoi e poi cliché di un intero genere letterario,e la sua influenza sul genere della spada e stregoneria è oggi quasi subliminale.
E’ forse per questo che, agli antipodi di quanto riportato poche righe più in alto, esistono addirittura trattazioni superficiali che – con vero sprezzo del ridicolo – affermano che La torre dell’elefante non sia altro che un banale rincorrersi di stereotipi, non considerando neanche minimamente come e quando sia stato dato alle stampe il racconto in questione; di fronte a tanta supponenza, che dire: se Howard era poi un tanto mediocre narratore…buon Dio, mandaci almeno un altro paio, di queste mezze cartucce!
Aldilà delle polemiche estemporanee, sarà però opportuno cercare di guardare a questo episodio iniziale della saga di Conan con uno sguardo il più possibile scevro da pregiudizi.

stephen_e_fabian_the_tower_of_the_elephant_V.jpg

La trama, almeno nel suo avvio, è abbastanza semplice: Conan, che qui compare nelle vesti di giovane ladro temerario e un po’arrogante, viene a sapere casualmente dell’esistenza di un misterioso gioiello, tanto prezioso quanto ben protetto: è il “cuore dell’elefante”, una gemma che il suo proprietario, il malefico stregone Yara, custodisce nella sua torre scintillante che si erge nel cuore della corrotta città di Shadizar, dove il nostro Cimmero ha già collezionato diversi successi nell’antica arte del furto. Tanto basta perché l’impresa abbia inizio; assieme a un sodale della medesima stoffa, Conan si inoltra nella tana dello stregone, superando via via le trappole e i guardiani mostruosi predisposti per la difesa del tesoro. Ed è proprio ad un passo dal successo che la storia prende quella piega inattesa che ha reso a sua volta La torre dell’elefante un gioiello.
Assistiamo infatti a quel combinarsi magistrale di senso del meraviglioso, prospettiva “cosmica” e richiamo dell’arcano che è poi la cifra stilistica dei migliori racconti howardiani; per chi – se pure ne esiste ancora qualcuno! – non avesse letto ancora il racconto, non svelerò nulla di più riguardo al finale. Diciamo solo che, una volta penetrato nel sancta sanctorum di Yara, un incredulo Conan si troverà faccia a faccia con un gioiello che non è un gioiello, con una vendetta che attende di compiersi, e con il brivido indimenticabile della magia nera.

stephen_e_fabian_the_sorcerer_and_the_daemons.jpg

Nel racconto fin qui riassunto, due sono sicuramente i tratti notevoli
Da un lato, abbiamo l’esempio migliore di cosa sia – o dovrebbe essere – la magia in un racconto Sword&Sorcery; non si tratta, banalmente, di una qualche misteriosa forza della natura, controllata pur a difficoltà con l’ausilio di un sapere segreto. Essa è ben di più: è una conoscenza infernale che annerisce l’anima, inevitabilmente destinata a marchiare per sempre il destino di chi soggiace al suo fascino maligno. Praticarla significa abbandonare gradualmente l’umanità, e noi possiamo già vedere come Yara sia ormai troppo avanti su questa via: dedito a piaceri proibiti e ineffabili, è ormai separato dagli altri uomini non tanto dalle mura scintillanti della sua torre, quanto dal connubio quotidiano con forze demoniache.
In maniera simile, possiamo di seguito osservare un altro aspetto importante della narrativa howardiana, che spesso riemergerà nelle storie successive di Conan.
Seppur sotto una cortina di apparenze che lo rende invisibile, un caotico magma di eventi sconvolge l’universo dove si svolge la vicenda de La torre…, una drammatica lotta per la vita che accomuna tutti gli esseri viventi, persino quelli di altri mondi; in essa, nobiltà e ignominia alternano i loro successi come nel girare di una ruota, e intere civiltà sperimentano nel tempo tanto le vette della grandezza quanto gli abissi dell’abiezione. Non vi è scampo da questa realtà: essa si riproduce continuamente in un numero infinito di campi di battaglia, di cui solo di rado l’uomo è cosciente. Solo talvolta, come nell’avventura vissuta da Conan, il velo si squarcia per un istante, ed è possibile intuire un frammento di questa vicenda senza fine.

stephen_e_fabian_the_tower_of_the_elephant_I.jpg

Sono queste profonde venature di esistenzialismo a rendere, a mio avviso, La torre dell’Elefante un grande racconto. Certo, il personaggio di Conan è fin da subito godibile, descritto com’è nella sua primordiale e quasi innocente natura di barbaro che risalta sullo sfondo di Shadizar la Corrotta. Ma altrettanto si potrebbe dire del comprimario di questa storia, Taurus, del quale, tramite pochi accenni, scopriamo dettagli e segreti che ne avrebbero fatto a sua volta l’interprete gustoso di chissà quante storie…in un’altra vita, almeno. Anche gli orrori nascosti nella torre sono resi con sgargiante tripudio di azione pulp, e sicuramente ripagano del proverbiale “prezzo del biglietto”. Ma la vicenda che lega Yara al gioiello misterioso è certamente il fulcro di una vicenda che – per i tempi in cui fu data alle stampe – si poneva molto al di sopra di dicotomie e dinamiche narrative consolidate.
E anche oggi, in tempi in cui la narrativa fantastica pare quasi un pretesto per offrire intrattenimento usa e getta, La torre dell’Elefante offre un esempio delle infinite potenzialità insite nello Sword&Sorcery. Può dunque arrogarsi il titolo di “racconto perfetto”? Ancora difficile dirlo, ma…Chi altri osa puntare al trono?

Rispondi