Articolo di Gabriele C. Zweilawyer, tratto dal sito Zhistorica.


Il Mazzafrusto era un parente stretto della Mazza, anzi, ad essere più precisi, il figliuolo dell’accoppiamento fra mazza e frusta. Non siamo sicuri dell’esatta diffusione raggiunta da quest’arma sui campi di battaglia medievali e rinascimentali, ma di certo nacque anch’essa come “arma povera”.

1. Cenni storico-terminologici

Il flagello egizio, simbolo del Faraone, quello romano, utilizzato a scopi punitivi, e altri strumenti simili utilizzati durante l’evo antico  ebbero, con tutta probabilità, un ruolo solo marginale nello sviluppo del Mazzafrusto. Certo, la frusta fu il primo strumento costruito dall’uomo capace di rompere il muro del suono (con relativo boato sonico), quindi le basi per farne un’arma c’erano tutte, ma per giungere al suo discendente più pesante e letale fu necessario aspettare qualche secolo.

La storia dell’oplologia ci ha insegnato una cosa: mai sottovalutare un’arma derivata da uno strumento agricolo. Asce, Falci da Guerra, Armi in Asta giunsero tutte dal quieto mondo di contadini e boscaioli, salvo diventare, nel corso dei secoli, devastanti armi di fanteria, capaci di fare a pezzi un nobile a cavallo e migliaia di fiorini sotto forma di armatura completa, elmo e finimenti.

Il Mazzafrusto, probabilmente, ebbe una genesi simile. Certo, nessun libro ha lasciato ai posteri delle affermazioni certe quali “Oggi, 1200 AD, nasce il Mazzafrusto, per opera di Pinco Pallino“, quindi bisogna, come al solito, far lavorare un poco il cervello.

Partiamo da un fatto certo: nel mondo rurale medievale l’unico strumento utilizzato per battere il grano era il trebbio. Ora, non ci vuole molto per immaginare come questo potesse essere utilizzato, in casi di emergenza, come una vera e propria arma.

Due contadini in azione con il trebbio (1270 ca)

Non sappiamo con precisione dove e quando il primo trebbio venne utilizzato come arma, probabilmente ci furono diversi casi sparsi di cui non abbiamo alcuna testimonianza. Insomma, non ci vuole molto ad immaginare un contadino che aggiunge borchie di metallo alla testa del trebbio e lo usa durante una rivolta o contro le truppe nemiche (e più spesso amiche) che tentano di saccheggiare il suo raccolto. Forse alcune milizie cittadine, reparti “poveri” per eccellenza per buona parte del medioevo, iniziarono ad apprezzare una soluzione offensiva così economica ed efficace.

Testa di un trebbio da guerra del XV secolo, rinforzata da una gabbia di ferro e da due bande chiodate

La prima testimonianza scritta del Mazzafrusto, a detta del Demmin,  proviene da un manoscritto dell’ XI secolo. Ci sono poi due evidenze scultoree dell’ XI-XII secolo, una nella Cattedrale di Naumburg, l’altra in quella di Verona. La massima diffusione si ebbe però nel XV e XVI secolo, soprattutto, stando all’opinione concorde del Demmin e del Laking, nei combattimenti navali. Rimase presente nelle guerre europee ancora nel XVII secolo, quando ormai le formazioni di tiro di Re Adolfo Wasa di Svezia stavano facendo a pezzi le fanterie tedesche. D’altronde, è escluso che le guardie dei villaggi più piccoli o gruppi di disperati potessero rimediare con facilità un buon numero di armi da fuoco.

In sostanza, il Mazzafrusto era composto da un manico di legno impugnabile a una o due mani (in questo caso superava spesso i 150 cm) e da una testa metallica collegata a quello tramite una catena. La classica palla chiodata non fu neanche la variante più utilizzata, visto che la testa poteva assumere le fonte più svariate, fra cui quella più vicina all’attrezzo agricolo originale (vedi foto sopra). Dalle quattro catene senza palla dello Scorpione (amato dagli Hussiti) a dei Mazzafrusti costruiti con materiale riciclato da spade e altre armi, non me la sento di proporvi una sistematizzazione troppo rigida.

Tanto per farvi un’idea, vi consiglio di dare un’occhiata all’immagine qui sotto. Si tratta di un esemplare (battuto a 2000 euro dalla Hermann Historica di Monaco) del 1520 ca, costruito utilizzando il pomolo e l’impugnatura di una zweihander e il pomolo di una spada del XV come testa. La cosa più particolare rimane però la catena, praticamente identica a quella di una bicicletta.

mazzafrusto
Per me questo mazzafrusto è un vero gioiello

Il trebbio da guerra può essere compreso nel genus Mazzafrusto, visto che il termine italiano stavolta è migliore di quello inglese (flail, military flail) e comprende tutte le armi dotate di un manico e una testa collegati tramite una catena. Tralasciando gli innumerevoli esempi provenienti da India, Giappone e paesi orientali, le forme e dimensioni del Mazzafrusto cambiarono a seconda delle disponibilità locali di materiale e dell’abilità dell’artigiano. Proprio questa varietà di lascia presupporre che fosse un’arma discretamente diffusa nelle milizie povere (salvo poche eccezioni) del tardo medioevo e rinascimento centro-europeo.

Nel corso della Guerra dei Contadini Tedeschi (1524-1525), che fu soppressa dai nobili tedeschi anche grazie al contributo di Enrico V di Brunswick, il mazzafrusto (sempre nella forma di trebbio da guerra) fu utilizzato in modo consistente. E la sua diffusione è testimoniata anche dalla presenza, in diversi Fechtbuch tedeschi, di capitoli dedicati all’arte di duellare con il mazzafrusto (vedi immagine di copertina).

Per una disamina della tradizione marziale tedesca, consiglio vivamente questo articolo della Scuola d’Arme Fiore de Liberi.

Il suo utilizzo prevalente da parte di “milizie povere” portò E. Oakeshott, forse l’oplologo più stimato nell’ambito delle armi bianche, a definire il mazzafrusto in termini poco lusinghieri:

Il mazzafrusto (un’arma squallida) fu spesso ridotto a una versione più corta, impugnabile a una mano. E i “cavalieri” sono spesso rappresentati mentre lo utilizzano. Per “Cavalieri”, badate bene, intendo quelli dei film o delle produzioni “storiche” per la televisione. Infatti, il mazzafrusto veniva utilizzato raramente, eccezion fatta per la fanteria o gruppi di contadini ribelli. Queste armi grezze mancano completamente di senso estetico e nel combattimento ravvicinato dovevano rappresentare un pericolo per i propri commilitoni piuttosto che una minaccia per i nemici.

La lunghezza della catena e la dimensione/forma della testa poteva variare molto, ma il termine Mazzafrusto è abbastanza ampio da comprendere tutte le varianti

Quanto terminologia, eliminiamo subito l’errore più diffuso. Dai videogiochi ai libri di storia, siamo sempre stati abituati a chiamare morning star (stella del mattino) la classica mazza con catena e palla chiodata. In realtà, morning star è un termine nato per le mazze chiodate (la tipologia B della mia classificazione), utilizzato in seguito anche per alcuni Mazzafrusti in modo improprio. Non a caso, uno dei termini tedeschi per Mazzafrusto, Morgenstern mit kette (talvolta anche Kettenmorgenstern), di traduce “morning star con catena”, proprio per distinguerlo dal vero Morgenstern/Morning Star/Stella del Mattino.

la terminologia usata dal Laking

L’altro errore (?) riguarda invece il termine Holy Water Sprinkler, utilizzato spesso per indicare le mazze di tipo B (Morning Star), quando invece sia il Demmin che il Laking lo riconducono al genus Mazzafrusto. Il Laking specifica addirittura in una nota che non bisogna confondere l’Holy Water Sprinkler (Mazzafrusto) con la Morning Star (vedi Mazza di tipo A).  Le fonti dell’epoca e altri autori non aiutano a risolvere la questione, anche perchè gli stessi Demmin e Laking parlano di 12.000 fanti di Enrico VIII armati di Holy Water Sprinklers (secondo loro Mazzafrusti), che sono però descritti come mazze chiodate/morning star a due mani. Non si sa per quale motivo, ma gli scrittori del XVI secolo (e l’inventario dell’armeria di Enrico VIII) usano un termine, mentre gli oplologi più importanti del XIX-XX secolo un altro, mentre gli studiosi attuali sono tornati quasi tutti alle origini. Insomma, un gran casino.

holy water sprinkler con bocca da fuoco del XVI secolo

Quanto all’utilizzo effettivo del mazzafrusto, letteratura e cinema si sono allontanati parecchio dalla realtà storica. Gli uomini d’arme non l’apprezzarono troppo, preferendo mazze e spade, probabilmente in ragione delle difficoltà di utilizzo e dell’impossibilità di parare. Come abbiamo detto, il Mazzafrusto classico, quella con catena e palla chiodata, non fu il più diffuso, ma ebbe grande successo nei secoli successivi, tanto che alcuni collezionisti chiesero delle repliche fuori misura a scopo ornamentale (a volte scambiate per originali del XV secolo). Un esemplare del XIX secolo, acquistato dall’Arsenale di Graz, ha ricevuto dal sottoscritto l’appellativo amorevole di Mazzamostro a causa delle sue dimensioni: 252 cm di lunghezza cui vanno aggiunti  12 kg di palla chiodata! Un attrezzo talmente insensato che sembra uscito dalle pagine di Berserk.

Il Mazzamostro

2. L’uso corretto del Mazzafrusto.

Sottolineo fin d’ora che i due schemi di questo paragrafo sono tratti dall’eccellente sito www.warfare.it, gestito da Nicola Zotti. Avrei potuto disegnarli di mio pugno, ma i suoi sembrano già perfetti, quindi mi limito a segnalarne la paternità (cosa che non tutti fanno). Riguardo alle modalità di utilizzo, sono necessarie alcune precisazioni. Ruotare la mazza sopra la testa era una pessima idea, specie a stretto contatto con il nemico. Il Mazzafrusto era un’arma tutt’altro che gestibile: più era lunga la catena, più era difficile controllare la traiettoria d’impatto con il bersaglio e l’eventuale secondo colpo. La faccenda si faceva ancora più complessa quando erano presenti due o più catene con altrettanto teste.

Mazza e scudo contro Mazzafrusto bicefalo e scudo: chi vincerà?

Forse il colpo migliore era l’equivalente del fendente, il più semplice e potente. In effetti, la tendenza a complcare attacchi e difese ha trovato posto in battaglia solo di rado. Colpire semplice, colpire duro, parare pensando al contrattacco, magari incassare volontariamente un colpo per poterne portare uno decisivo, i guerrieri di tutte le epoche si sono sempre attenuti a queste poche regole per costruire le loro fortune.

Dimenticate il mazzafrusto-lazo del cinema, non siamo nel Far West

L’altra questione da chiarire riguarda la parte dell’arma con cui colpire. Anche qui dobbiamo dimenticare le immagini di guerrieri nerboruti che picchiano la palla chiodata sullo scudo del nemico. Nulla di più sbagliato. Così si sarebbe perso uno dei vantaggi del Mazzafrusto, quello di poter “aggirare” le difese del nemico, cosa impossibile per una mazza o una spada.

Il maggior vantaggio del mazzafrusto: era quasi impossibile da parare

Bisognava colpire con la parte finale dell’asta, in modo che la testa continuasse la sua corsa verso il bersaglio grazie alla forza d’inerzia. In questo modo si poteva colpire il nemico che aveva alzato lo scudo per difedersi o addirittura raggiunngere la schiena in caso di impatto sul petto o sulle spalle.

Il primo esemplare è dotato di rostri metallici anche nella parte finale dell’asta, in modo da unire il danno di una morning star a quello del mazzafrusto. Purtroppo ho il timore che la catena potesse impigliarsi piuttosto facilmente ai detti spuntoni

Un mazzafrusto con palla chiodata o un trebbio da guerra potevano ammaccare o perforare (a seconda della resistenza dei rostri, dell’energia scaricata all’impatto con il metallo, ecc.) le piastre di un’armatura completa italiana o gotica, provocando così contusioni e fratture e, più difficilmente, ferite da perforazione. A parte questo però, il Mazzafrusto doveva essere un’arma one shot one kill, visto che la lentezza nel proporre un secondo attacco rischiava spesso di essere letale.

4. Le parti dell’arma

Riguardo alla minuziosa suddivisione in parti e particine di ogni singola arma bianca, nessuno può reggere il confronto con la rarissima opera del De Vita che sono riuscito a rimediare solo di recente presso gli archivi di Stato. Già doardo Mori, sul suo sito Earmi, ha utilizzato gli schemi tratti dal libro Armi Bianche dal Medioevo all’Età Moderna, ma senza riportare la parte scritta. Io invece mi propongo di riportare, appena possibile, l’intera pagina sul Mazzafrusto.

Bibliografia:
  • Armi bianche dal Medioevo all’Età Moderna (1983), Carlo de Vita;
  • A Record of European Armour and Arms Through Seven Centuries: Volume II (1919), G. Laking;
  • Guida dell’Amatore e del Raccoglitore di Armi Antiche (1900), Jacopo Gelli;
  • Die Kriegswaffen in ihren geschichtlichen Entwickelungen (1891-3), A. Demmin;
  • European weapons and armour: From the Renaissance to the industrial revolution (1980), E.Oakeshott;
  • German Medieval Armies 1300–1500 (1985), Christopher Gravett;
  • http://de.wikipedia.org/wiki/Flegel_(Waffe)
  • Hafted Weapons in Medieval and Renaissance Europe: The Evolution of European Staff Weapons between 1200 and 1650 (2005), J. Waldman;
  • Tools of War: History of Weapons in Medieval Times, di Syed Ramsey (2012)
  • Articolo pubblicato per la prima volta il 30 Maggio 2010.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

Rispondi