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Presentazione

Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare Gilbert Gallo, collaboratore dell’Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery, che ci propone Love story, sesto capitolo del romanzo sword and sorcery Shalirat, di circa 28.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.

PRIMO CAPITOLO –  LA MORTE DEL MULO

SECONDO CAPITOLO – I PREPARATIVI

TERZO CAPITOLO – IL VIAGGIO

QUARTO CAPITOLO – LE ROVINE

QUINTO CAPITOLO – LA FURIA DEL LUPO


Sinossi

Daeron e Iwan sono due fratelli un po’ barbari che fanno parte di una compagnia rivoluzionaria al seguito di un capo misterioso chiamato “Il Falco”. Daeron è rapido, furbo ed ha acquisito dei tratti lupeschi in circostanze misteriose. Iwan invece è massiccio ed ha con sè una enorme ascia con la quale ha un rapporto “particolare”.

I due vengono mandati in missione per indagare su tale chiamato “il mulo” che potrebbe avere informazioni in grado di ricattare il misterioso “Falco”. E’ in ballo la sopravvivenza della compagnia rivoluzionaria, ma ciò che li attende è ben al di là delle loro aspettative…. Anziché un intrigo politico, i due fratelli si ritroveranno a fronteggiare minacce ben più grandi di loro armati solo del loro coraggio, della loro intesa in battaglia e soprattutto della loro scapestrata avventatezza.


Autore

9111e21885d13e50f620b4ba3287cd27.jpgCome ogni aspirante supereroe che si rispetti, anche Gilbert ha una doppia identità. Di giorno regala sorrisi grazie ai suoi superpoteri di guarigione mentre di notte crea fantastici universi nei quali si muovono personaggi incredibili che vivono mirabolanti avventure. Si dedica da svariati anni alla scrittura di manuali, settings e avventure per giochi di ruolo. Al momento collabora con numerosi editori Italiani ed Esteri come freelance e sia nell’ambito dei giochi di ruolo che in quello dei giochi da tavolo. Nell’ambito dei giochi di ruolo è autore di più di 20 titoli pubblicati in varie lingue (Italiano, Inglese, Polacco), fra i quali ricordiamo: Editori Italiani Cyberpunk V3 edizione Italiana (Stratelibri, 2008) Sole d’Acciaio – mini-setting per Musha Shugyo (rivista IoGioco #5 2018) Darkmoor – regolamento e setting originale (Acchiappasogni, 2015) Mythos – regolamento e setting originale (Rose and Poison, 2007) Editori Esteri Buccaneer: Through Hell & High Water (Yellow Piece and Fabled Environments, 2017) Olympus Inc. – (Fabled Environments, 2017) Mythos – versione E.G.S. (Mystical Throne Entertainment, 2015) Mythos – versione Savage Worlds (Mystical Throne Entertainment, 2013) Voodoo Pirates – (GRAmel, 2015) Kung Fu Adventurers! – (GRAmel, 2016) Oltre a numerosissime avventure e svariati setting books, ha creato diversi sistemi di gioco “originali” per giochi di ruolo tabletop. Due sono stati pubblicati (Mythos edizione Italiana e GilDar di Wip Edizioni) e gli sono valsi il primo del GDRItalia contest del 2007.


 SHALIRAT

Capitolo 6: Love Story

Gilbert Gallo

 

L’affermazione di Daeron lasciò di stucco Lenethil ed Iwan. Effettivamente, ora che ci stavano riflettendo su, l’osservazione di Daeron sembrava essere azzeccata.

-Cioè tu vuoi dire che…- alluse Iwan, incredulo.

-Non vorrai forse insinuare…- dubitò Lenethil.

-Proprio così!- confermò Daeron -Non l’avete forse vista anche voi? Stesso colore di capelli, stesso sorriso, stesso aspetto fisico… L’ “Angioletta” ed il nostro generale, anzi, generalessa sono identiche!-

-Non è possibile!- disse Iwan scuotendo il capo -A meno che…- E nella mente di Iwan si affollarono disordinatamente vane supposizioni. Quella che prevalse, data la straordinaria abbondanza di eventi apparentemente inspiegabili cui quella notte aveva assistito, fu: -Stregoneria…-

-No, Kommander. Siete in errore- osservó Lenethil -Se il Falco fosse stata una Strega, avrebbe sicuramente impiegato svariate stregonerie proibite per vincere le numerose battaglie che abbiamo combattuto. O no?-

-Forse…- rispose Iwan pensieroso, mentre l’incredulità e l’abituale diffidenza verso il soprannatu­rale stavano pian piano riacquistando influenza sulla sua mente.

 -Sarà…- aggiunse -Ma non pensiamo più a ciò che è passato e concentriamoci su ciò che ci aspetta!-

Gli altri due non se lo fecero ripetere. Prima di entrare nella fortezza, i loro pensieri si rivolsero al recente passato. Troppe cose strane ed inspiegabili erano successe… Chissà cos’altro li avrebbe attesi….

L’unica luce che penetrava nel vasto cortile permeato da una insidiosa foschia era quella delle fiaccole dei tre “nuovi arrivati”, dal momento che grossi nuvoloni neri avevano nascosto il pallido volto di Kardon. I tre varcarono la grande porta distrutta dal tempo o da chissà cosa, tenendo alte due fiaccole che illuminavano a malapena lo spoglio cortile nel quale regnava il più assoluto silenzio. Dopo pochi passi, l’innaturale silenzio insospettì fortemente i tre.

-Occhi aperti…- sussurrò Iwan -Dopo il rumore che abbiamo fatto, i banditi si saranno sicuramente accorti della nostra presenza…-

-E ci staranno preparando qualche bella sorpresa…- concluse Daeron, che intanto tentava di interpretare le vaghe sagome che si delineavano a tratti nella lattiginosa foschia.

Lenethil non proferiva parola, bensì scrutava la nebbia stringendo nervosamente la balestra carica. Istintivamente, nessuno dei tre aveva ha benché minima intenzione di muovere un passo in quella fo­schia che non lasciava presagire nulla di buono.

Le ombre danzavano tutt’attorno a loro, mentre la fiamma delle torce tingeva con un alone dorato il terreno nel raggio di tre metri. Più avanti, tra i fantasmi sfocati della nebbia, la luce delle torce sem­brava riflettersi su qualcosa di lucido…

-Lo vedete?- chiese Daeron, allentando la tensione che era nell’aria. Iwan mosse la torcia nella direzione indicata dal fratello. -Sì, lo vedo- rispose.

-Anch’io- disse Lenethil, mirando nella stessa direzione -Andiamo a vedere di cosa si tratti, anche se temo sia una trappola­…-

-Già- aggiunse Daeron -Meglio andare incontro alla morte combattendo a viso aperto contro trenta uomini che aspettare che venga da te trafiggendoti alle spalle con dieci frecce!-

Lenethil promise a sé stessa che questa sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe seguito quei due Folli Suicidi, ma ormai era in ballo e doveva accettare, suo malgrado, di andare a ficcarsi in quella che, secondo lei, sarebbe stata sicuramente una trappola. In cuor suo cercava di convincersi che l’Amore di Ledan avrebbe trionfato su tutti i pericoli…

Una raffica di vento fece ondeggiare le pieghe dei loro pesanti mantelli di lana e contemporaneamente si udì uno stridio metallico alle loro spalle. I tre si voltarono di scatto.

Lenethil, istintivamente, fece partire un dardo nella direzione dalla quale proveniva il rumore. Il dardo guizzò invisibile in quell’oceano lattiginoso e produsse un acuto suono metallico contro una grossa massa scura che ondeggiava nella foschia a circa due metri dalle loro teste.

-Una gabbia di metallo arrugginito!- disse Lenethil.

I due fratelli si avvicinarono cautamente all’oggetto sospeso che, alla luce delle loro torce, si rivelò essere una grossa gabbia dai riflessi marroni e rossastri.

-Ehi!- disse Daeron, alzando la torcia, -C’è qualcosa qui dentro. Venite a dare un’occhiata!-

Iwan e Lenethil si avvicinarono curiosi…

Un urlo acuto e penetrante squarciò il silenzio del cortile nebbioso. Lenethil arretrò terrorizzata dinanzi alla sagoma di uno scheletro incatenato nella gabbia sul quale la luce delle torce creava demoniaci effetti di ombre. Iwan le tappò la bocca fulmineamente.

-Zitta, donna!- disse -Altrimenti, per i dadi di Lymno, questo sarà il tuo ultimo grido. Vuoi forse farci scoprire?-

Col cuore che le batteva in gola all’ impazzata, Lenethil tentava di calmarsi.

Daeron, intanto, stava esaminando lo sfortunato ospite della gabbia arrugginita.

-Molto… molto vecchio- disse Daeron.

-Che vuoi dire?- chiese Iwan, allentando la presa su Lenethil, che sembrava essersi calmata.

-La gabbia- cominciò Daeron -E’molto consumata dalla ruggine, sebbene un tempo sicuramente do­vesse essere stata costruita con un metallo molto resistente. Tutto ciò indica che è vecchia almeno quanto queste rovine.-

 Lenethil, intanto, inspirava profondamente. Poi, facendosi coraggio, si avvicinò alla gabbia ed os­servò lo scheletro che sembrava fissarla col suo ghigno perenne.

-Per quanto riguarda lo scheletro- continuò Daeron -Ha addosso degli abiti consunti con dei simboli che mi ricordano quelli della Maxima Legio della Repubblica degli Aeriani…-

-Ho capito!- disse Iwan, rincuorato -E’ un mercenario che faceva parte del drappello di miliziani che ci ha preceduti! Meno male! I banditi si sono difesi!-

-Credo proprio di no…- disse Lenethil, che stava osservando gli abiti logori dello scheletro da un bel po’ -Questi sim­boli militari risalgono sicuramente a non meno di tre secoli fa. Non credo che siano più in uso, adesso.- ­L’entusiasmo sul volto di Iwan si spense come una candela al soffio del vento.

-Non è possibile, donna!- disse Iwan, incredulo -Cosa ci fa qui un rudere di trecento anni? Ti stai sbagliando, donna!-

-Sono sicurissima, invece!- replicò Lenethil, con un sorrisetto altezzoso -L’araldica è solo uno dei miei tanti interessi culturali!-

I tre fissarono lo scheletro, come se si aspettassero di avere da lui delle risposte alle loro numerose domande. Ma lo scheletro rimase immobile nella gabbia scricchiolante, mentre la fiamma creava tetri riflessi nelle sue vuote orbite oculari.

-Sapete cosa vi dico?- disse Iwan, furioso, -Non ho voglia di perdere tempo in inutili domande! Ab­biamo una missione da compiere, ed ho intenzione di farlo il più presto possibile! Troviamo quei dannatissimi banditi, facciamoli parlare ed andiamocene di qui!! Non voglio restare un secondo di più in questo luogo!!!-

Lenethil e Daeron guardarono Iwan allontanarsi tutto solo nella foschia. Poi, i loro sguardi si incrociarono: ciascuno dei due nutriva ormai fortissimi dubbi sulla presenza di eventuali banditi in quel luogo, ma non per questo si sentivano al sicuro… Avrebbero voluto andarsene, ma non se la sentivano di lasciare Iwan così, da solo. Dopo questo muto colloquio inconcludente, si addentrarono nella foschia verso quel qualcosa che, più avanti, sembrava ri­flettere la luce delle torce.

Dopo qualche decina di silenziosi passi, i tre si ritrovarono con loro grande sorpresa al di fuori dell’umido banco di foschia. Alla loro sinistra, si ergeva una grande torre iridescente alta almeno venti me­tri che scintillava come un diamante alla seppur tenue fiamma delle loro torce. Alla loro destra, l’oscurità celava una grossa accozzaglia di roba che sembrava formare una grande piramide. Lo sfavillio della grande torre sulla sinistra abbagliò per un attimo i loro occhi ormai assuefatti all’oscurità più completa. Dopo qualche istante, i loro sguardi meravigliati scrutarono l’appariscente costruzione.

-Imponente!- osservò Daeron -Di cosa mai sarà fatta?-

-Sembrerebbe… Cristallo purissimo…- rispose Lenethil, affascinata dal caleidoscopio di riflessi che la fiamma danzante formava sulle lisce pareti della torre -…O addirittura diamante!-

Affascinati da quest’ultima affermazione, Daeron e Lenethil ammiravano estasiati quella prodigiosa costruzione del tutto inattesa..

-Questi simpatici briganti devono passarsela davvero bene!- osservò Iwan, richiamando alla realtà gli altri due, persi in contemplazione estatica.

-Sarà costato loro parecchio…- aggiunse -Far innalzare qualcosa di così incredibilmente appariscente. Ma noi glie la raderemo al suolo in una notte! Vero Daeron?-

-Kommander, tenente…- cominciò Lenethil, con un tono che non lasciava presagire nulla di buono -Credo di avere una brutta notizia…-

-Cominciavo a sentirne la mancanza…- sbuffò Iwan.

-Quale?- chiese Daeron.

-Ecco…- disse Lenethil -Questa torre non sembra essere stata edificata da uomini…-

Un angoscioso silenzio calò fra i tre. Gli occhi grigi di Lenethil incontrarono nuovamente gli occhi lupeschi di Daeron. Entrambi capirono che i loro sospetti, così come i loro timori, si stavano rivelando sempre più fondati. I loro sguardi si spostarono su Iwan. In cuor loro sentivano che lui non avrebbe accettato facilmente la loro versione dei fatti…

-Cani!- esclamò Iwan all’improvviso -Hanno fatto lavorare le donne! Pagheranno anche questo !- così dicendo estrasse la sua nera ascia dal fodero mentre la fiamma creava terribili giochi di ombre sui suoi linea­menti contratti dalla rabbia.

Fissò la torre: alta, misteriosa, attraente e scintillante, progettata da chissà quale mente grandiosa. Poi il suo sguardo cadde su Daeron e Lenethil tristi e rassegnati ad una verità che non avevano il co­raggio di rivelargli..

Dopo un lungo sospiro, disse: -Ho capito. Andiamo via da qui. Puzza di Stregoneria- è si allontanò, sen­za rendersene conto, verso la scura piramide sulla destra.

Daeron e Lenethil lanciarono un ultimo sguardo alla maestosa torre: era un peccato non salire ad esplorarla…

Ma perchè mai rischiare la vita, dal momento che banditi, a quanto sembrava, non ce n’erano? E poi, cosa mai avrà voluto dire il Mulo? Sì, andandosene stavano facendo ha cosa migliore…

-SANGUE DI MILDAN!-

L’urlo di Iwan fece voltare Daeron e Lenethil sulla destra, e videro il Goran dalla chioma lunga e rossa arretrare dinanzi ad una piramide di cose bianche illuminate dalla torcia. Senza perdere tempo, i due corsero a dare un’occhiata…

Solo la lucidità e prontezza di riflessi di Daeron fecero sì che Lenethil si ritrovasse nuovamente la boc­ca tappata prima ancora di poter urlare tutto il suo orrore…

Una macabra piramide formata da centinaia e centinaia di teschi biancheggianti troneggiava lì nel bel mezzo del cortile delle rovine. Il perfetto ordine con cui erano disposti dava una sensazione di sadica malvagità, nonché era prova dell’indiscutibile potenza di chi avesse operato un tale massacro…

Lunghi, interminabili istanti passarono, lasciando nell’animo dei tre terrore e ribrezzo…

-Venite fuori, codardi!- urlò Iwan alle ombre che vedeva scivolare furtive sulla sommità del muro di cinta -Sono stanco di stare al vostro gioco!-

Ma dalle alte mura si udì solamente il sinistro sibilare del freddo vento.

Daeron vide che il fratello stava perdendo quel poco di controllo che aveva, perciò allentò la presa su Lenethil e si diresse verso Iwan per calmarlo.

-Ebbene- aggiunse Iwan -Se non scendete voi, verrò io a prendervi ed aggiungerò le vostre teste su questa piramide!- Così dicendo, roteò l’ascia nera che intonò il suo lugubre canto nel silenzioso spiazzo circondato da una nebbia innaturale.

La mano di Daeron serrò il forte braccio di Iwan. Il barbaro dalla nera ascia si voltò verso il fratello con occhiate interrogative.

-Iwan…- disse Daeron con tono deciso -Andiamo via. E’inutile restare qui..-

-Ma i banditi…- cominciò Iwan.

-Non ci sono, e lo sai anche tu! E’solo la tua immaginazione!- disse Daeron, troncando qualunque pensiero si stesse formando nella mente di Iwan.

-Vuoi dire che…- Iwan esitò, ma poi aggiunse: -Il Mulo ci ha mentito?-

-Sì- rispose, poggiando il suo braccio sulla spalla del fratello.

Lo sguardo di Iwan, rassegnato, si rivolse verso il basso, mentre il canto dell’ascia era ormai solo un flebile eco che risuonava distante trascinato dal vento. Daeron cominciò a camminare, tirandosi dietro il fratello riluttante.

-Andiamo via- disse Daeron, vedendo il fratello non poco contrariato -Andiamo via, prima che quel lupo gigante ritorni. Non bisogna mai abusare della fortuna.-  ­Iwan. in silenzio, capì che il fratello aveva ragione.

Lenethil raccolse la balestra cadutale di mano nel precedente momento di panico e guardò i due venirle incontro. Non aveva mai visto il Kommander così contrariato, ragion per cui preferì rimanere in silenzio, lan­ciando un’occhiata carica di gratitudine a Daeron per aver convinto Iwan ad andarsene da quel lugubre posto.

Lo sguardo di Iwan cadde nuovamente sulla piramide di teschi, i quali sembravano guardarlo con aria di scherno, digrignando i loro marci denti gialli mentre ombre beffarde sfocavano e confondevano i loro contorni alla luce della torcia..

La pazienza non era una delle doti di Iwan, e per di più era stata messa duramente alla prova in quelle ultime ore… Quando vide quei teschi fissarlo in quel modo, come se lo stessero prendendo in giro per aver corso tanti pericoli invano, la furia lo travolse come un’ondata del mare in tempesta…

Improvvisamente, con un ruggito che avrebbe fatto invidia ad un leone, Iwan spinse via suo fratello ed, accecato dalla rabbia mista alla frustrazione, si gettò sulla piramide che, incurante di tutto, con­tinuava a ridergli con mille e più facce. Dinanzi ad una tale ondata di furia, la macabra piramide non poté opporre maggior resistenza di un castello di sabbia sul quale si schianti un’onda del mare. Accompagnati dal lugubre canto della nera lama dell’ascia, centinaia di teschi rotolarono tutt’intorno. Alcuni erano letteralmente polverizzati dalla veemenza dei pugni dell’uomo dalla rossa barba, altri venivano curiosamente tranciati come burro dall’affilata lama nera, altri ancora, scampati alla furia distruttrice che si agitava negli occhi di Iwan, si schiantavano in mille pezzi al suolo, mentre pochi, per qualche ignota legge fisica o per il capriccio di Lymno, rimanevano integri e rotolavano allegramen­te mantenendo intatta la loro espressione sarcastica.

Uno di questi rotolò vicino a Lenethil, che guardava esterrefatta Iwan sfogare la sua rabbia. Lo sguardo grigio dell’elfa incrociò quello giallo e lupesco di Daeron.

-Gli passerà, stai tranquilla…- la rassicurò Daeron -Stanotte abbiamo visto cose inspiegabili per noi, figu­riamoci per lui!- Rivolse al fratello uno sguardo carico di comprensione -Fa così per non pensare…-

Lenethil raccolse in silenzio il teschio che le era rotolato vicino e lo osservò, poi rivolse il suo sguardo su Iwan, che aveva raso quasi completamente al suolo quella che un tempo era una macabra piramide. Riguardò il teschio: come le sembravano fugaci le opere umane! Come le sembrava sottile il confine fra salute mentale e follia, fra vita e morte…

L’ultimo teschio rimasto in piedi fu triturato dallo stivale di pelliccia di Iwan. Il fulvo uomo di mare, ansimando per la tensione e per la fatica, piantò a terra la sua ascia e si appoggiò su di essa ad ammirare la sua opera mentre sentiva il sangue martellargli le tempie. Rallentò il suo respiro affannoso e lo rese sem­pre più lungo e profondo.

Sì, ora poteva dirsi soddisfatto. La grossa piramide sogghignante non c’era più, ed ora, dopo lo sfor­zo, si sentiva tranquillo… Quasi rinato. Tutti quei maledetti teschi erano sparsi tutt’intorno, mentre dove un tempo sorgeva la piramide c’era soltanto un buco…

-Un buco?- si meravigliò Iwan -Che ci fa lì, un buco?- e si avvicinò ad osservarlo. Le fitte tenebre gli impedivano però di discernere alcunché.

-Kommander? Come va?- chiese Lenethil timorosa vedendolo esaminare il terreno, quasi si fosse pentito del suo gesto -Va tutto bene?-

-Venite a vedere!- rispose Iwan, senza voltarsi.

A Daeron e Lenethil bastò uno sguardo per intendersi: non vedevano l’ora di andarsene, ma sarebbe stato più pericoloso non assecondare un folle… E così, mentre le loro ombre ballavano alla luce delle torce, si avvicinarono riluttanti al Kommander inginocchiato, pronti ad assecondarlo in qualunque sua eventuale affermazione o stranezza pur di andarsene al più presto.

Daeron appoggiò la sua mano sulla spalla di Iwan. -Allora- chiese -Che c’è ?-

In risposta, un lago di luce accecante sgorgò fuori dal buco, inondando lo spiazzo con una tale vee­menza luminosa da far credere che Hexel, il fulgido astro dell’Alba, stesse sorgendo in quel punto in quel preciso istante. Colti alla sprovvista, i tre non poterono far altro che chiudere i loro occhi doloranti ed abbacinati per dar loro un po’ di ristoro e proteggerli dai letali dardi luminosi.

Lunghi ed interminabili passarono gli istanti, durante i quali ognuno si sentiva inerme, impotente, imbelle, in definitiva perduto poiché privato del senso fondamentale. Ma, soprattutto, ciascuno di loro si sentiva in pericolo, poiché alla mercè di qualunque pericolo. Un’eternità più tardi, i loro occhi, seppur a fatica, ripresero a discernere il mondo circostante.

Dinanzi a loro stava accadendo qualcosa di incredibile. Una grossa teca di cristallo levitava a circa sei metri dalle loro teste, splendendo di una forte luce propria di color azzurrino che si rifletteva in un ar­cobaleno di sfumature sulla vicina torre. Dentro la teca, era distesa un’esile figura femminile, rico­perta da centinaia e centinaia di fiori bianchi. Sebbene a fatica, ognuno dei tre riconobbe i tratti della donna e fu colto dalla meraviglia.

-Il Falco!- esordì Iwan, vincendo il proprio stupore.

-L’ Angioletta!- esclamò Daeron, contento di aver visto giusto.

-No…- corresse Lenethil, e poi sussurrò, incredula: -Shalirat…-

Mentre cercava di trovare un valido motivo per cui la generalessa fosse distesa in quella teca, Iwan sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla, cosa che da sempre gli dava molto fastidio.

-Daeron…- si girò seccato Iwan -Quante volte devo dirti…- ma la sorpresa troncò sul nascere la fine della frase.

Dietro di lui torreggiava il lupo gigante che prima li aveva rinchiusi in una trappola mortale, giunto con la velocità e con il silenzio innaturale ormai consueti. Avvolto dalla nebbia, appariva ancora più subdolo e minaccioso.

Spaventato, Iwan indietreggiò brandendo minacciosamente l’ascia, mentre Daeron poggiò la torcia per terra ed estrasse la spada bastarda.

Stranamente, il gigante peloso non li attaccò. Ergendosi immobile con la sua mole possente fissava la fluttuante teca di cristallo con l’atteggiamento di un cane fedele.

-Attento- disse Daeron, messosi spalla a spalla con Iwan -E’un trucco!­-

-Lo so!- sbottò Iwan -Dì a Lenethil di stare in guardia-

-Lenethil!- gridò Daeron -Resta indietro! Pensiamo noi a lui!­-

Il grosso lupo non li degnò di uno sguardo, bensì continuava a fissare la figura femminile nella teca, quasi ipnotizzato, mentre la nebbia, a poco a poco, sembrava ritirarsi…

Lenethil, però, non aveva alcuna intenzione di starsene in disparte. Si fece coraggio e, lasciata per terra la balestra, si avvicinò al gigante dagli occhi gialli, sforzandosi di apparire amichevole.

-Lenethil!- gridò Daeron, sorpreso, -Che fai? Fermati!-

-Vuoi farti ammazzare, donna?- esclamò Iwan, visibilmente preoccupato.

-So quello che faccio- replicò Lenethil -E’ l’Amore di Ledan che mi guida! State fermi e non interferite…-

Nel grosso cortile ormai sgombro dalla nebbia, illuminato da una fredda luce azzurra, un’esile figu­ra slanciata si contrappose ad un’altra massiccia, pelosa ed enorme.

-Quello la ammazza!- disse Daeron, visibilmente agitato, -Dobbiamo fare qualcosa!-

-Fermo!- sentenziò Iwan -Ormai è fatta… Intervenire adesso sarebbe la cosa più sbagliata…- ­

Fugando con ogni mezzo la paura dal suo sguardo, Lenethil giunse a due passi dal colosso peloso dalla testa di lupo. Questo abbassò gli occhi sulla nuova arrivata.

-Grande Madre Iandra!- esclamò Daeron -Ormai è spacciata!-

Lenethil fissò il suo sguardo negli occhi gialli ed allungati del gigante e sollevò la mano destra in se­gno di pace.

-Però…- osservò Iwan, compiaciuto, -Bisogna ammettere che la Sacerdotessa ha del fegato…-

Un gelido alito di vento mosse i biondi capelli dell’elfa e fece ondeggiare le pieghe del suo pesante mantello. I penetranti occhi fermi del peloso gigante la scrutarono curiosamente. Dal canto loro, i due fratelli si tenevano pronti a scattare al minimo segno di ostilità.

Dopo un interminabile silenzio, le fauci del mostro si aprirono e da quella gola inadatta a parlare fuo­riuscirono suoni poco comprensibili.

-Chè mai turrrr…baste- disse, sforzandosi, -La rrrr…equie de lo mio amorrrr…?-

­Detto ciò gli occhi della belva si iniettarono di sangue per la rabbia ed i suoi possenti muscoli si con­trassero minacciosi.

-Che ha detto?- fece Iwan al fratello.

-Non lo so…- rispose Daeron -Ma non mi piace affatto!- brancolando impotenti nel dubbio, i due fratelli si sentirono come pedoni su di una scacchiera. Nes­suno se la sentiva di muoversi, rischiando di mettere a repentaglio la vita di Lenethil, per cui non potevano fare altro che aspettare la mossa del Destino beffardo.

Gli occhi dell’elfa si illuminarono. Aveva riconosciuto l’antico idioma che il gigante peloso parlava stentatamente. Si fece coraggio e gli rispose, mentre in cuor suo sperava che la belva volesse essere amichevole.

-Multo invero ci dole- rispose Lenethil, sperando di azzeccare gli accenti, -Di averle fastidio arrecato, ma voglia indulgere sulli nostri atti. Di multo lontano venimmo et ignoriamo chi Vui et la Dama siate. Nomatevi adunque, o Cavagliere, chè a me medesima et alli compari mei concesso sia alli vostri nomini honore tributare-

-Hai sentito, Daeron?- disse Iwan, allarmato, -Parla come lui!-

-Sì- rispose Daeron, pensieroso, -Chissà cosa si stanno dicendo…­-

Come per incanto, l’espressione del gigante si fece più distesa. Lenethil si rese conto che, dopo tutto, non doveva aver commesso tanti errori di pronuncia…

Gli occhi della belva si fissarono sulla teca di cristallo fluttuante e scintillante. Pian piano, mentre sei occhi attoniti lo fissavano, il lupo gigante sollevò il forte braccio peloso fino al petto. La meraviglia degli astanti però raggiunse l’apice, allorché alcune argentee lacrime brillarono in quegli occhi che ben poco sembravano avere di umano.

-Rrr…ettamente, o Dama, parrr…lasti…- continuò il mostro peloso senza staccare gli occhi pieni di lacrime dalla teca di cristallo ove giaceva la misteriosa dama coperta di fiori.

-Cavaglierrr…e fui, anco di nobil schiatta, prrr…ia che le mie membrrr…a inatte fusserrr…o a qualsivoglia brrr…ando…- Ma gli enormi sforzi che il gigante faceva per riuscire ad articolare la sua lingua inadatta a parlare fu­rono bruscamente troncati da una catena di singhiozzi.

Lentamente, il gigante fletté le gambe pelose finché le ginocchia toccarono per terra e scoppiò in lacrime dopo essersi coperto il volto con i suoi sanguinari artigli.

Nessuno riusciva a credere ai propri occhi.

Quello che fino a poco tempo prima era stato un gigante terribile, mostruoso, sanguinario ed incapace di ogni pietà ora si stava sciogliendo in lacrime, inerte ed innocente come un lattante.

Iwan si grattò la rossa chioma intrecciata che incorniciava i suoi occhi dilatati per la meraviglia e per lo stupore. Si girò verso il fratello ed, incredulo, disse:

-Daeron… Lo vedi anche tu? Per Hektaras ed Ayaras, ma cosa sta succedendo?-

-Stanotte…- rispose Daeron con aria solenne- Ogni cosa va alla rovescia!-

-Non sarà mica un trucco?- chiese Iwan, fissando i suoi occhi dubbiosi in quelli di Daeron, così simili a quelli del mostro.

Daeron non rispose, bensì girò lo sguardo sul mostro piangente. Iwan fece altrettanto. Gli parve di respirare nell’aria una profonda tristezza e sentì nel profondo del suo animo che quelle lacrime erano vere.

Capì che anche l’essere più repellente può avere dei sentimenti.

Di comune e tacito accordo, i due fratelli si avvicinarono piano al colosso piangente per tentare di capirci qualcosa. Il destino aveva fatto la sua mossa…

Lenethil intanto, vinta dalla compassione, quasi senza rendersene conto si era avvicinata ancora di più a quell’essere infelice per lasciare una morbida carezza su quella testa lupesca addolorata. Quel tenero gesto fece cessare i singhiozzi del colosso peloso, che mostrò fra gli artigli il suo volto con un’insolita espressione cordiale. Si rialzò in piedi e mentre la luce azzurra inondava il suo volto, disse: -Miserrr…icorrr…diosa fanciulla, odi adunque la mia historrr…ia infelice ma poi parrr…titi da codesto sito tapino…-

­Iwan e Daeron avrebbero voluto capirci qualcosa ma, giunti ad in passo dal grande lupo, non ebbero l’ardire di interromperlo per chiedere spiegazioni.

-Lo meo nominecontinuò il gigante -Trrr…amides est, della decima quinta Maxima Legio comandante nella glorrr…iosa milizia dello popolo Aerrr…iano. Multo temporrr…e fu che perrr…dutamente innamorrr…ato fui della prrr…incipessina Shalirrr…at, et adunque venni in cotesto castrrr…o a domandarrr… la di lei mano. Quivi adunque in pace giunsi, ma lo perrr…fido Vescovo Kalgorrr… in cotesta prrr…igione mi sospese…-

­A questo punto, il gigante peloso si girò ed indicò l’entrata del castello, ove c’era la gabbia sospesa. Ora che la nebbia sembrava diradarsi, si vedeva benissimo grazie ai riflessi iridescenti della teca. Nel silenzio, si udirono nuo­vamente gli scricchiolii metallici della catena arrugginita che teneva sospesa la gabbia, nella quale al­cuni aloni biancastri tradivano la presenza dello scheletro.

Iwan e Daeron non sapevano come interpretare il gesto del colosso: stava forse indicando qualcosa? Oppure voleva cacciarli via da quel posto?  I due fratelli si guardarono confusi, senza sapere che pesci prendere.

Proprio quando Daeron stava per chiedere spiegazioni, il colossale lupo riprese il suo discorso. Seb­bene i due non riuscissero a capire alcunché, compresero il tono serio e solenne, per cui tolsero gli elmi dalle loro teste e li portarono al petto, in segno di rispetto ed onore.

-Lo Vescovo necrrrr…omante- continuò il lupo dopo un lungo silenzio -Non tollerrr…ava rrr…ivali in amorrr… Dopo che lo Barrr…one dello feudo patrrr…e della prrr…incipessina ammaliato ebbe, sanza prrr…oblemi a morrr…te mi dannò. Un estrrr…emo desirrr… allorrrr… mi concesse et io supplicai di gammai abbandonarrr… la amata mea. Rrr…idette quegli e lo mio corrr… nello pectorrr…e della demoniaca crrr…eaturrr…a lupicefala che dinanzi a vui vedete rrr…inserrr…ò, costrrr…ingendo me a vegliarrr… sempiterrr…no sullo sepulcrrr…o dello meo amorrr…-

Iwan e Daeron compresero solamente il tono triste e malinconico del discorso, però in cuor loro sentivano che ormai il gigante non rappresentava più una minaccia. Allorché il discorso del lupo fu termi­nato, rimasero lì, immobili, tentando di immaginare il significato dei suoni arcaici e confusi che ave­vano ascoltato.

Lenethil, invece, commossa dal discorso del colosso, si girò ad ammirare l’oggetto di tanto amore. Guardò la teca fluttuante nella luce azzurrina. Aveva dunque visto giusto. Era lei, la principessa Shalirat! Ma come mai somigliava così tanto alla loro generalessa, il Falco? Chissà! Girò lo sguardo sul grosso lupo, e lo vide in estasi dinanzi alla teca che racchiudeva magicamente il corpo della sua amata da secoli.

-Alcuna cosa non v’è…- chiese Lenethil nell’antico idioma Borghil -Che vui giovamento recar potesse?-

-Giova a te stessa!- rispose l’enorme demone-lupo senza voltarsi -Parrr…titi da cotesto trrr…isto loco…-

­Poi, girò la testa che indicò i teschi sparsi per terra dalla furia di Iwan.

-Mirrr…a, o Dama!- esclamò, indicando il luogo ove sorgeva la macabra piramide di teschi.

-Cotesti crrr…ani furrr…on cento e cento potenti homini, tutti miliziani mei, dalla Maxima Legio inviati per vindicarrr… la mea scomparrr…sa. Perrr… cotesti, niuna pietade lo Vescovo sentì. Un trrr…emendo dimonio evocò e con essi trrr…ofeo vece della victorrr…ia sua. Da allorrr… niuno più aude quinci venirrr…-

Daeron vide il gesto e l’espressione del colosso e lanciò uno sguardo torvo verso Iwan. Sicuramente, la piramide doveva essere un’opera del lupo, che ora si sarebbe adirato con loro. Iwan comprese il pensiero del fratello e, dispiaciuto, abbassò lo sguardo.

-Abbiamo ospiti, Tramides?-


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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