Intervista realizzata da Adriano Monti Buzzetti a Gianfranco de Turris su Focus Storia n. 122 del dicembre 2016.


gdt.jpgA.M.B. – Fantasy, o l’immaginazione al potere. Da divertissement intellettuale di nicchia per pochi iniziati a fenomeno di massa. Un successo planetario che deve molto al cinema e ad i suoi effetti speciali sempre più credibili, ma non tutto. Perché l’uomo del XXI secolo insegue stregoni, elfi e magia? Risponde Gianfranco de Turris, giornalista e scrittore, tra i massimi esperti italiani di questo genere letterario.

G.D.T. – L’uomo contemporaneo ricerca un universo alternativo – J.R.R. Tolkien lo chiamava “mondo secondario” – in grado di esprimere quelle situazioni, quegli status, addirittura quei modi di essere e quei “valori” che il mondo reale non gli offre da un bel pezzo. Il fenomeno comunque non è certo nato adesso:  iniziò appunto col  “caso Tolkien” a metà degli anni Sessanta negli Usa. Di lì si è diffuso nel mondo e dal 1970 anche in Italia, nella totale incomprensione dell’intellettualità al potere.

A.M.B. -Di fantasy nel senso moderno del termine si parla solo dall’Ottocento, ma in realtà le sue ascendenze sono ben più antiche. Nel suo albero genealogico troviamo i poemi omerici ma anche l’epopea sumera di Gilgamesh, l’Eneide e i racconti delle Mille e una Notte. E poi la saga norrena dell’Edda, quella anglosassone di Beowulf… insomma, un Dna decisamente multiculturale. Che tipo di apporto hanno dato queste antiche radici alla definizione di un genere letterario tanto particolare?

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G.D.T. – Effettivamente è un tipo di narrativa antica e “nobile”, l’esatto contrario della pura fantasticheria divagante. Come importanti studiosi di storia delle religioni quali Joseph Campbell e Mircea Eliade hanno ampiamente dimostrato, le sue radici risiedono proprio nel mito che è “una storia sacra delle origini”; mito che col passare dei secoli si è trasformato in epopea, saga, romanzo cavalleresco, leggenda, folklore e fiaba, sino ad assumere la forma attuale un certo genere di storia fantasy o heroic fantasy, che pur adattata ai nostri tempi  mantiene quelle lontane caratteristiche e quei valori.

A.M.B. – Parlando di antenati del fantasy l’associazione d’idee più immediata è quasi sempre con i miti e le leggende del Nord Europa. Pensando però all’Orlando Furioso dell’Ariosto, e prima ancora, alle atmosfere oniriche della Divina Commedia di Dante, viene da chiedersi se anche l’Italia non abbia i suoi meriti…

G.D.T. – Certo che li ha,  tanto è vero che una prestigiosa collana editoriale nata dopo il successo americano di Tolkien, la “Adult Fantasy” della Ballantine, pubblicò una serie di antologie con brani di questi nostri classici. Ma non generalizzerei troppo; si cadrebbe altrimenti nell’errore di considerare, ad esempio, precursori della fantascienza tutti gli antichi testi in cui si descrivono viaggi nello spazio, come la Storia Vera di Luciano di Samosata. Il poema di Dante è soprattutto un’opera simbolica che descrive un viaggio interiore e iniziatico; quello dell’Ariosto è invece una rivisitazione in chiave fantastica e magica del poema cavalleresco tradizionale con cui si intendeva, io credo, rivitalizzare nel Rinascimento valori medievali ornai in totale decadenza. Non per nulla il cardinale  Ippolito d’Este, al quale l’Orlando Furioso era dedicato, disse all’autore dopo averlo letto: “Messer Lodovico, dove mai avete trovate tante corbellerie?”.

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A.M.B. – A lungo e con poche eccezioni la narrazione fantastica è stata confinata – al pari dei romanzi gialli o di quelli rosa – nel ghetto della cosiddetta “letteratura di genere”: pagine pensate per l’intrattenimento popolare, con scarsi meriti sul piano artistico. E’ ancora così?

G.D.T. – Certamente il fantastico è entrato nella letteratura di massa insieme al poliziesco, al western, al romanzo rosa o a quello dell’orrore. Questo perché, nonostante i grandi romanzi ascrivibili al genere,  ad incidere sul gusto dei lettori sono stati soprattutto i racconti “popolari”, quelli che negli Usa si pubblicavano sulle cosiddette pulp magazines, le riviste da pochi centesimi stampate su carta economica lavorata dalla polpa – pulp, appunto – di legno: un nome per tutti la famosa Weird Tales, celeberrima nell’ambito del fantastico e horror. Lo stesso accadde in Italia con le collane popolari di gialli, sebbene in misura minore. Sono proprio queste pubblicazioni che hanno influenzato il gusto del pubblico.

A.M.B. – Magia, eroismo, lotta tra il Bene e il Male…vogliamo buttar giù un breve vademecum dei tratti salienti di un buon racconto fantasy? Quali i punti fermi, i valori, i messaggi che collegano opere molto diverse come ad esempio Il Signore degli Anelli e Harry Potter?

G.D.T. – Non è facile rispondere poiché la storia fantasy può seguire molti percorsi, talora anche non convenzionali. Approssimativamente abbiamo: la chiamata dell’eroe, il viaggio, le difficoltà da superare, il mostro da affrontare, la fanciulla da salvare, spesso un assedio, poi il ritorno a casa e la catarsi. La struttura del Signore degli Anelli è in fondo questa, così come lo era quella dell’Iliade e dell’Odissea. La trama dei sette romanzi di Harry Potter è un po’ diversa, ma anche qui in fondo c’è la presa di coscienza e la crescita di un giovane eroe inserito in un mondo alternativo che combacia con il nostro.

A.M.B. -In questo scenario Tolkien resta senza dubbio l’inevitabile spartiacque, al punto di poter parlare della sua produzione letteraria in termini di “prima” e “dopo”. Il suo stile, dai forti tratti epici, è stato definito high fantasy in contrapposizione a quello sanguigno e muscolare dello sword and sorcery (“spade e magia”) il cui campione per eccellenza è Conan, il rude barbaro del nord nato dalla mente del texano Robert E. Howard…

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G.D.T. – Sono due modelli classici della cosiddetta heroic fantasy. Ovviamente si distinguono per linguaggio, stile, intenzioni e pubblico di riferimento, ma entrambi offrono uno scenario completo del mondo alternativo cui parlavo: da un lato la Terra di Mezzo, dall’altro la mitica Era Hyboriana. Rappresentano i due volti di un certo tipo di fantastico; entrambi hanno affascinato platee di giovani e meno giovani, ed hanno avuto molti imitatori di vario livello.

A.M.B. – Il genere fantastico rimanda il più delle volte ad un mondo preindustriale dalle forti similitudini estetiche con il Medio Evo, europeo e non solo. Al di là di questo, quali sono i principali punti di contatto con la storia “vera”?

G.D.T. – Un autore vive nel suo tempo ed è influenzato dal mondo e dalla società in cui vive e scrive. Ma il rapporto può essere anche di rigetto, nel senso che egli può anche scrivere per andare contro il proprio tempo: sia per criticarlo direttamente o indirettamente, sia per contrapporgli un mondo diverso. Ritengo sia una costante negli autori dell’Immaginario, termine che per me comprende fantascienza, fantastico e orrore.  Il classico fondale del fantasy è spesso un’epoca barbarica o medievaleggiante, ma non sono mancate storie con uno sfondo che ad esempio ricorda il nostro Rinascimento. In esso lo scrittore può riportare – opportunamente camuffati – problemi, contrasti,  contraddizioni ed anche personaggi del proprio tempo.

A.M.B. – Il Sauron del Signore degli Anelli visto da taluni come un’allegoria di Hitler, le visioni di orchi e Nazgûl partorite dai ricordi del soldato Tolkien nelle trincee della Somme; i suoi stessi romanzi coinvolti, almeno in Italia, in un bizzarro dibattito politico tra “destra” e “sinistra”. Anche il fantasy, a ben guardare, ha dovuto pagare dazio alla storia…

G.D.T. – Ritengo tutto ciò una sciocchezza, una strumentalizzazione da parte di critici ideologizzati. Lo stesso Tolkien ha scritto apertamente  per mettere in guardia sulla “applicabilità” ai fatti storici delle sue trame e dei suoi personaggi. Peraltro una cosa sono i propri ricordi che trasformati  grazie alla sua fantasia,  altra cosa l’attribuire  ai suoi personaggi precise identità “storiche” sulle quali peraltro non tutti la pensano allo stesso modo: Sauron, ad esempio, è stato paragonato anche a Stalin. Una cosa diversa e legittima è avere punti di vista diversi sulla sua opera: tradizionalista e progressista, simbolica o storica, se vogliamo anche di destra o di sinistra, purché ci si basi su solidi argomenti e non si  pretenda di demonizzare  chi la pensa diversamente.

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A.M.B. -Il fantasy: una “fiaba per adulti”, come diceva ancora una volta Tolkien. Nei suoi saggi il professore di Oxford si batté vigorosamente proprio contro l’idea che la fiaba dovesse avere bambini e ragazzi quali unici interlocutori. Alla fine sembra proprio che i fatti gli abbiano dato ragione…

G.D.T. – Verissimo. La favola antica e la fiaba moderna hanno vari scopi e funzioni, com’è ormai dimostrato. Tolkien scrisse il suo saggio Sulle fiabe come per difendere il suo primo lavoro, Lo Hobbit, da quei critici “impegnati” che lo accusavano di fuggire dalla realtà: uno slogan in uso anche in Italia, quando Tolkien venne tradotto negli anni Settanta. Sulle fiabe  è un testo molto importante per capire le sue intenzioni quando scriveva; è pieno di notizie storiche e stoccate polemiche; in esso tra l’altro teorizza che scappare dal carcere della Realtà non è la “fuga del disertore” ma l’“evasione del prigioniero”. E l’evasione in fondo è sempre legittima.


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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