Sinossi: in una taverna maledetta nel cuore della Foresta Nera, la giustizia dei vivi e la vendetta dei morti si uniscono in una tenebrosa vicenda, in cui vecchi e nuovi delitti trovano finalmente la meritata ricompensa.

Fin da subito, quando lessi per la prima volta “Lo scricchiolio delle ossa”, maturai l’idea di trovarmi di fronte a una sorta di parte seconda de “La mano destra del giudizio”, una rivisitazione dell’idea di vendetta implacabile se possibile ancor più tenebrosa e, a tutt’oggi, credo si possa dire che lo spunto che anima i due racconti sia sostanzialmente lo stesso.
Anche in questo caso, la storia non è particolarmente intricata, e si può riassumere velocemente.
Spinto dagli istinti senza nome di cui è alfiere, Kane sta percorrendo i vaghi sentieri che attraversano la Foresta Nera, il cupo cuore verde della Germania. Sono luoghi solitari, pericolosi anche senza la necessità di supporli infestati dal Male, e persino il nostro eroe puritano è lieto di avere in questo frangente la compagnia di un altro viandante, un francese incontrato per caso ed errabondo al pari suo.
Ancora maggiore, è la gioia di trovare lungo il proprio cammino una locanda: vecchia, sinistra, poco più di un relitto della civiltà, ma pur sempre un focolare accogliente rispetto all’oceano d’ombra che avvolge la foresta. Tuttavia, un presentimento di morte pare da subito aleggiare attorno alla macabra insegna – un teschio spaccato – di quella sperduta taverna; e sono occhi fiammeggianti quelli dell’irsuto oste che accoglie Kane e il suo improvvisato compagno Gaston, completo il silenzio del salone in cui consumano una tetrissima cena.
Davvero, se non sapessimo di avere di fronte la penna di R.E.Howard, parrebbe quasi di osservare l’ambientazione di un qualche nerissimo romanzo gotico.

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Ma a spazzar via ogni suggestione estetizzante è ancora una volta il sangue freddo di Kane, che stavolta da voce anche all’ovvio pensiero del lettore: con tali premesse, come non subodorare una qualche malvagità all’opera nella Locanda del Teschio Spaccato? Certo nessuno, come del resto concorda anche lo smaliziato Gaston, oserebbe posare sereno il capo sul cuscino, una volta osservato il cipiglio arcigno del taverniere, le cui poche parole nervose sono più fonte di sospetto che di rassicurazione. Una breve esplorazione della locanda, immersa innaturalmente nel buio, offre rapida conferma ai sospetti dei due viandanti.
Lo scheletro di un uomo, avvinto in catene, giace in una delle camere abbandonate della taverna maledetta; le sue ossa, baluginanti alla fiamma incerta di una lanterna, parlano di un delitto ormai avvolto dalla polvere del tempo, e i ceppi che ancora ne serrano i polsi sussurrano di timori indicibili persino alla luce piena del giorno.
È una bestemmia giocosa quella che induce Gaston a rompere quei ferri rugginosi, e prendersi gioco dei resti senza nome, eppure, in un mondo dove ogni parola viene soppesata sulla bilancia di una Giustizia invisibile, Kane sa bene che “non verrà nulla di buono dallo schernire i defunti”.
La risata con cui il francese afferma che a differenza del povero malcapitato saprà invece uccidere il proprio assassino, è solo il sigillo a un discorso che equivale a una inconsapevole sentenza, resa inappellabile dal precipitare degli eventi.
Tutto avviene rapidamente.
Con un ghigno, Gaston decide di rivelarsi, puntando una pistola al cranio del compagno, che solo allora lo riconosce: colui con cui ha condiviso il cammino e il tetto è il brigante assassino noto come “Il macellaio”, e il poco oro che conserva nella bisaccia è l’obiettivo del malfattore. Più che stupore, è indignazione quella che si accumula subitanea nel cuore del puritano, e non potrebbe essere diversamente per un uomo che, sulla scorta degli insegnamenti biblici, legittimamente non credeva di dover temere “colui con cui ho spezzato il pane”; ma è solo l’inizio.

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Anche il tetro locandiere de Il Teschio Spaccato emerge infine dall’ombra, e chi ne fa le spese è proprio Gaston.
Abbattuto da un colpo di mannaia, il brigante diviene a sua volta l’ennesima vittima dell’oste omicida, che ha reso la propria taverna una tana di lupi pronta a ingoiare le vite di ogni sventurato viandante che vi incappi. Una pietosa follia lo anima, un istinto bestiale nato da un’esistenza di sevizie e bestiali sofferenze.
Anch’egli è divenuto un animale ormai, e ogni uomo il suo nemico, come colui le cui ossa sono state rivenute nella stanza segreta.
Il teschio spaccato che dà nome alla locanda e che in quel momento occhieggia l’intera scena, è infatti quello di un mago, uno stregone che neanche con la sua magia aveva previsto i bestiali appetiti del locandiere. E’ dai suoi agghiaccianti bisbigli che Kane, ancora disarmato e fremente come una pantera in trappola, apprende la storia della maledizione che il mago aveva lanciato, e il perché di quegli incongrui ceppi a serrarne ancora le ossa: forse è la follia, ma non è lo scricchiolio delle ossa quello che il locandiere ode ogni notte, nel silenzio ammantato di tenebra?
Sì, il corpo senza carni del mago brama ancora vendetta, mosso da un odio che supera la morte, e il proprietario de Il Teschio Spaccato sa bene che sarebbe già morto strangolato dalle sue dita adunche se non vi fossero le catene a trattenerlo…le catene? Ma Gaston aveva…
E’ questione di un attimo: le candele si spengono, Kane rimane avvolto dal buio, e a pochi passi da lui due profezie si compiono. Quando le scintille dell’acciarino fanno finalmente tornare la luce, la mano del fato è già passata: il truce locandiere giace a terra col collo spezzato, la gola serrata dalle falangi ossute della sua vittima. E chi ha aveva ridato la libertà al mago defunto, se non il bieco Gaston, anch’egli vittima dell’oste? Entrambi hanno mantenuto la loro promessa, volontaria o involontaria che fosse: uccidere il proprio assassino, in questa vita o nell’altra.

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Come accennato all’inizio, è evidente la somiglianza di spunto con “La mano destra del giudizio”: anche qui un mago, non prossimo all’esecuzione ma già ucciso, anche qui una vendetta che solo la magia – o forse una ineluttabile legge del taglione – rende possibile.
La presenza di Kane è sicuramente più valorizzata rispetto al racconto precedente, ma in fondo si può dire che egli svolga il ruolo di ignaro catalizzatore degli eventi, più che di protagonista.
Tuttavia, “Lo scricchiolio delle ossa” si caratterizza soprattutto per una inquietante atmosfera di decadenza che supera in orrore i brividi provenienti dal soprannaturale.
La follia dell’oste, i suoi accenni all’inestinguibile sete di sangue nata dal dolore (un velato accenno al cannibalismo?) e alle amaramente reali brutture della guerra sono ben più paurose del rialzarsi arcano di ossa consunte.
Come spesso avviene, sotto la patina del magico, Howard fa intravedere quella che è la vera fonte dell’orrore, e cioè il cuore umano, asservito – direbbe Kane – a un Peccato Originale che nulla sembra in grado di lavare completamente. L’isolamento, il ritirarsi lontani dalla civiltà pervertitrice, è solo un palliativo; il seme maligno cresciuto nel cuore del taverniere ha trasceso l’astrazione filosofica dell’ homo homini lupus, incarnandola in una condizione di ferinità concreta cui anzi la solitudine della foresta ha concesso libero sfogo. Il perire del mago sotto la mannaia del pazzo, ne è per certi versi l’exemplum ideale: seppur arcano e pericoloso, quello magico è un sapere intellettuale che può nascere solo in un contesto dove la mente si eleva oltre l’istinto. La barbarie dolorosa in cui è sprofondato il taverniere pazzo invece, si situa sul confine fluttuante con un primigenio stato di natura, che non riconosce più licenza alle inibizioni dell’intelletto.
In quest’ambito la figura di Kane, che pure sappiamo non immune da cedimenti all’irrazionale, appare invece come baluardo di una umanità ancora in lotta con il suo lato bestiale.
Da tempo il puritano conosce il Male e lo combatte; per molti versi, ne porta addirittura il marchio. Egli però, abbeveratosi alle fonti di una coscienza religiosa fatta di precetti incisi nella pietra, sa ancora riconoscere i limiti oltre cui l’uomo si perde.
Quasi un riconoscimento, inusuale per Howard, alla pietas che solo il contesto sociale può maturare.


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