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Presentazione

Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare Gilbert Gallo, collaboratore dell’Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery, che ci propone La resa dei Conti, settimo capitolo del romanzo sword and sorcery Shalirat, di circa 26.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.

PRIMO CAPITOLO –  LA MORTE DEL MULO

SECONDO CAPITOLO – I PREPARATIVI

TERZO CAPITOLO – IL VIAGGIO

QUARTO CAPITOLO – LE ROVINE

QUINTO CAPITOLO – LA FURIA DEL LUPO

SESTO CAPITOLO – LOVE STORY


Sinossi

Daeron e Iwan sono due fratelli un po’ barbari che fanno parte di una compagnia rivoluzionaria al seguito di un capo misterioso chiamato “Il Falco”. Daeron è rapido, furbo ed ha acquisito dei tratti lupeschi in circostanze misteriose. Iwan invece è massiccio ed ha con sè una enorme ascia con la quale ha un rapporto “particolare”.

I due vengono mandati in missione per indagare su tale chiamato “il mulo” che potrebbe avere informazioni in grado di ricattare il misterioso “Falco”. E’ in ballo la sopravvivenza della compagnia rivoluzionaria, ma ciò che li attende è ben al di là delle loro aspettative…. Anziché un intrigo politico, i due fratelli si ritroveranno a fronteggiare minacce ben più grandi di loro armati solo del loro coraggio, della loro intesa in battaglia e soprattutto della loro scapestrata avventatezza.


Autore

9111e21885d13e50f620b4ba3287cd27.jpgCome ogni aspirante supereroe che si rispetti, anche Gilbert ha una doppia identità. Di giorno regala sorrisi grazie ai suoi superpoteri di guarigione mentre di notte crea fantastici universi nei quali si muovono personaggi incredibili che vivono mirabolanti avventure. Si dedica da svariati anni alla scrittura di manuali, settings e avventure per giochi di ruolo. Al momento collabora con numerosi editori Italiani ed Esteri come freelance e sia nell’ambito dei giochi di ruolo che in quello dei giochi da tavolo. Nell’ambito dei giochi di ruolo è autore di più di 20 titoli pubblicati in varie lingue (Italiano, Inglese, Polacco), fra i quali ricordiamo: Editori Italiani Cyberpunk V3 edizione Italiana (Stratelibri, 2008) Sole d’Acciaio – mini-setting per Musha Shugyo (rivista IoGioco #5 2018) Darkmoor – regolamento e setting originale (Acchiappasogni, 2015) Mythos – regolamento e setting originale (Rose and Poison, 2007) Editori Esteri Buccaneer: Through Hell & High Water (Yellow Piece and Fabled Environments, 2017) Olympus Inc. – (Fabled Environments, 2017) Mythos – versione E.G.S. (Mystical Throne Entertainment, 2015) Mythos – versione Savage Worlds (Mystical Throne Entertainment, 2013) Voodoo Pirates – (GRAmel, 2015) Kung Fu Adventurers! – (GRAmel, 2016) Oltre a numerosissime avventure e svariati setting books, ha creato diversi sistemi di gioco “originali” per giochi di ruolo tabletop. Due sono stati pubblicati (Mythos edizione Italiana e GilDar di Wip Edizioni) e gli sono valsi il primo del GDRItalia contest del 2007.


SHALIRAT

Capitolo 7: La resa dei Conti

Gilbert Gallo

La gioia di udire parole comprensibili fece girare i due fratelli di scatto verso la sorgente del suono, ma lo stupore e la meraviglia li fecero ammutolire mentre la maschera della paura calò sui loro volti. Una risata riecheggiò sadica nel cortile adombrato dalla luce azzurrina.

-Bravo, Tramides! Hai portato al tuo padrone proprio ciò di cui aveva bisogno…-

­Stagliandosi sulla torre iridescente, una sagoma fluttuava a circa dieci metri da terra al centro di una grande sfera traslucida di energia azzurrina. Aveva un’ampia veste di color nero antrace le cui precise rifiniture argentate si muovevano come onde nel mare in tempesta, incuranti della legge di gravità. Le sue braccia erano conserte ed i suoi lunghissimi capelli neri come la notte roteavano sinuosamente come le spire di migliaia di grossi serpenti intorno alla sua testa, impreziosita con un ricco diadema argentato con un rosso rubino al centro. In una mano reggeva un lungo bastone di legno finemente intarsiato sulla cui sommità era incastonata un grosso teschio di caprone avvolto dalle fiamme, che però non sembravano consumarlo. All’altezza della vita portava una curiosa cintura ove erano appesi sei o sette oggetti sferoidali.

Iwan e Daeron, dopo il primo momento di panico, si disposero spalla contro spalla come al solito, stringendo nervosamente le loro armi. Iwan avvertiva un certo prurito e cominciò a grattarsi. -Cosa fai?- chiese Daeron

-Maledetta Stregoneria!- rispose Iwan, grattandosi, -Sono allergico…-

Lenethil terrorizzata, sentiva due occhi puntati su di sé, ma non riusciva a vederli… Il lupo gigante, invece, restava immobile guardando in basso.

-Chi sei?- chiese Lenethil, mentre sentiva oscure forze scandagliarle l’anima,   -Cosa vuoi da me?-

La figura fluttuante sembrò bearsi del silenzio tombale che la sua apparizione aveva creato e rimase silenziosa. Poi allargò le braccia lentamente e fece riecheggiare la sua cupa voce nel cortile.

-Io…- disse con voce solenne, -Sono Kalgor, umile servo di Karkazar l’Invincibile e signore e padrone di queste contrade da tempo innumerevole… Colei che invece vedi adagiata lì, in quella purissima teca di cristallo, è la principessina Shalirat che grazie a te, giovane Sylindar, sarà fra breve la mia sposa…-

Il lupo gigante assunse immediatamente un’espressione adirata e fissò Kalgor con i suoi occhi che esprimevano odio, reso ancora più acre dal tempo.

-Ehi, tu!- urlò Iwan -Dove sono i banditi?-

Daeron non poté fare a meno di scuotere il capo dinanzi alla ottusa chiusura mentale del fratello. Era giunto sin lì per trovare dei banditi e, per Baalsha, era disposto a scommettere qualunque cifra che non se ne sarebbe mai andato da quel posto maledetto prima di averne trovato almeno uno.

-Non lasci nessuna via intentata, vero ?- chiese sarcasticamente Daeron al fratello.

-Ah!- rispose sardonico Kalgor -Nessuno, guardia o bandito, ha osato disturbare il mio maniero senza ricevere il giusto compenso!- e, così dicendo, staccò una delle forme sferoidali dalla cintura e la gettò per terra, facendola rotolare ai loro piedi. Ad eccezione del lupo gigante, tutti balzarono indietro timorosi. L’oggetto del loro timore altro non era, però, che un cranio umano rimpicciolito con tanto di stemma della milizia Borghil.

-Eccolo!- disse Kalgor -Guardatelo! Quello era il capo dell’ultima banda di malfattori della peggiore specie, coloro che nascondono le loro malefatte dietro un simbolo o un’uniforme! Lui con i suoi cinque compagni entrarono giorni fa nel mio castello dicendomi che era “di proprietà del loro Barone”… FOLLI! Acce­cati dalla loro insolenza, ardirono propormi uno “scambio”: in cambio del mio aiuto contro una infi­ma banda di ribelli mi avrebbero “concesso” di restare nel castello e mi avrebbero “donato” una perfetta sosia della mia amata, una donna che si fa chiamare il Falco…- e Kalgor proruppe in una sonora risata.

Daeron e Lenethil rabbrividirono… Il Mulo non aveva mentito! La rivoluzione era in serio pericolo! Non bisognava, infine, sottovalutare un altro aspetto della loro situazione… Se l’uomo che stava flut­tuando dinanzi a loro era davvero così potente quanto sembrava, loro stessi stavano correndo rischi enormi…

-Da quando i banditi portano elmi della milizia?- Si chiedeva intanto Iwan -Questo qui crede di im­brogliarmi, ma non sa che io non sono mica scemo…-

-Stupidi folli – continuò Kalgor, quando la sua risata fu solo un flebile eco che rimbombava fra le mura del cortile -Che patto può mai sussistere fra il leone e l’agnello? Kalgor può prendere ciò che vuole, senza che nessuno venga a turbare i suoi studi con un ridicolo ed inutile “scambio”. Ma la loro sfrontatezza ha raggiunto il massimo credevano forse che avrei rinunciato alla mia divina futura sposa per una mortale qualunque?- e si girò verso la teca di cristallo che fluttuava splendente di luce eterea in virtù di chissà quale incanto.

Stranamente, il teschio di caprone sulla sommità del suo bastone non si girò assieme a lui, ma rimase fermo a fissare gli intrusi con le sue fredde orbite oculari rischiarate dalla fiamma eterea che gli ardeva attorno.

Approfittando della distrazione del Vescovo, Iwan e Daeron fecero scivolare furtivamente le loro mani sulla cintura, ove erano appesi i loro pugnali.

-Chissà…- pensava Daeron -Forse sei dita d’acciaio nella gola gli faranno passare la voglia di fare lunghi di­scorsi…-

-No!- esclamò Kalgor, girandosi di scatto e facendo spaventare i due fratelli.

-Giammai…- continuò -Desisterò dal mio proposito, tantomeno ora che sono ad un passo dal mio sogno. Per questo motivo, le teste dei compagni di questo ladrone già da tempo ornano la mia bellissima…- ma la sorpresa fece morire nella sua gola la fine della frase.

Per un lungo, interminabile istante il Vescovo rimase immobile, e l’unico suono che si udì fu il crepitio del fuoco etereo che avvolgeva il teschio del caprone. Poi il Vescovo si voltò adirato e, sebbene l’oscurità nascondesse i suoi lineamenti, i suoi occhi si illuminarono del fuoco del furore.

I due fratelli si strinsero ancor di più spalla contro spalla, mentre l’ombra del bastone del Vescovo si delineava su di loro, avanzando minacciosamente.

-Lo sapevo!- disse Daeron -Non potevi startene buono anziché combinare il solito macello?-

-Se fossi cresciuto con me sulla Wahlschiff…- rispose Iwan -Ora faresti meno domande e ti preoc­cuperesti solo di portare a casa la pelle!-

-Voi…- echeggiò la voce del Vescovo adirato -Avete osato distruggere il simbolo del mio potere… Il monumento a tutte le mie vittorie ed alla sofferenza dei miei nemici! Ma non vi crucciate… Pagherete molto cara la vostra insolenza…-

La sfera traslucida che avvolgeva il Vescovo si fece di un colore rosso intenso che, sovrapponendosi al colore azzurrino della luce eterea proveniente dalla teca di cristallo, fece assumere una macabra colo­razione sanguinolenta ad ogni cosa presente nel cortile.

-Vieni giù, maledetto Stregone!- gridò Iwan -Lascia perdere questi trucchetti e combatti da uomo! -Nel più assoluto silenzio, Kalgor sollevò il suo bastone, lentamente.

-Hai ragione, barcaiolo!- disse con voce calma -Hai diritto anche tu, dopotutto, ad un ultimo desiderio prima di morire…-

Con un rapido gesto, Kalgor abbassò nuovamente il suo bastone, ma questa volta nella direzione del lupo gigante. Il fuoco etereo svanì dalla testa del caprone, ma le sue orbite oculari si illuminarono di una luce violetta che si proiettò con due rapidissimi fasci sulla fronte del colosso peloso, che rimase come imbambolato.

-Tramides- disse il Vescovo con voce suadente -Ti ordino di esaudire il desiderio dei nostri ospiti. Prendi la tua spada e falli morire dolorosamente, combattendo! Lascia pure a me la nostra ospite del popolo delle Spiagge Iridescenti, dobbiamo parlare…-

Il raggio di luce violetta svanì, non appena l’ultima parola del Vescovo si disperse nell’oscurità silenzio­sa. Per qualche sccondo, un arcano simbolo splendette di luce violetta sulla fronte del mostro, per poi svanire come le tenebre alla luce dell’alba.

Sorpreso, il gigante villoso ammirò i suoi artigli trasformarsi in mani pelose. Kalgor raddrizzò il ba­stone intarsiato mentre lingue di fuoco etereo avvolsero nuovamente il teschio del caprone. Il mostro si inginocchiò e disse:

-Passerrr…olli a fil di brrr…ando, meo seniorrr…-

Poi, rapido come una saetta, svanì nel buco da cui era fuoriuscita la teca e ne venne fuori in un batter d’occhio con in mano una grossa spada.

Un tempo sarebbe stata sicuramente l’orgoglio di qualunque cavaliere, ma ora era coperta dalla ruggine e sembrava fragile come vetro. Quasi sprofondato in una gioiosa estasi mistica, il gigante peloso avanzò verso i due fratelli esibendosi in complicate figure con la sua spada che scintillava alla luce ros­sastra. Tramides appariva ancora più pericoloso del solito.

-Bravo!- disse Daeron ad Iwan -Hai visto cos’hai combinato? Davvero un’idea brillante! E’questo che ti ha insegnato papà sulla Nave-Balena? A passare da un guaio grosso ad uno ancora peggiore?-

-Prima o poi…- rispose Iwan -Dovrò tagliartela, quella maledetta lingua biforcuta!-

Kalgor, intanto, fluttuava lentamente nella sua sfera traslucida color rosso sangue verso Lenethil, lasciandosi dietro qualche leggero sfavillio dorato. La Sylindar, però, non aveva perso tempo: dinanzi all’avanzata di Kalgor, indietreggiava lentamente tenendolo sotto tiro con la sua balestra.

-Non avvicinarti…- minacciava Lenethil -Oppure sarà l’ultima azione della tua vita…-

-Pensi davvero…- ribatté Kalgor, senza fermare la sua avanzata, -Che un misero dardo possa nuocere ad un ministro del Possente Karkazar? Illusa!- poi aggiunse, con voce suadente, -Vieni qui… Non voglio ucciderti…-

Il gigante-lupo Tramides era ormai giunto a pochi passi dai fratelli che si disposero l’uno di fianco all’altro. Tramides si bloccò ed assunse una posizione marziale: protese il peloso braccio sinistro in avanti verso i suoi avversari, mentre nel forte braccio destro, piegato dietro, impugnava la grossa spada arrugginita. I suoi due grossi occhi gialli fissavano ora Iwan ora Daeron, mentre i suoi muscoli erano tesi e pronti a scattare.

Iwan si voltò e fissò il fratello.

-Iwan!- disse Daeron -Che aspetti ad attaccare? Lenethil è in pericolo!-

-Fratello…- rispose Iwan, con tono serio, -Ascoltami… Sento che stanotte qualcuno di noi si recherà al cospetto di Baalsha…-

-Non dire così- lo interruppe Daeron -Vinceremo anche stavolta!- Ma la sua espressione affermava il contrario.

-Zitto e ascoltami! Se dovessi essere io ad andarmene, allora voglio prima dirti una cosa…-

-Che cosa?-

-Non fidarti mai di nessuno, tantomeno dei nemici che piangono… Fidati solamente…- e lanciò al fratello una sguardo d’intesa.

-…Della tua arma!- urlò Iwan all’improvviso, lanciandosi di corsa assieme al fratello contro il gigante peloso. Tramides spalancò i grossi occhi gialli dalla sorpresa, ma ciò non bastò a far si che egli non riuscisse ad evitare, con la sua innaturale prontezza di riflessi, i colpi mortali dei due fratelli dai capelli rossi. Con la sua straordinaria agilità, Tramides balzò di lato evitando il potente fendente della nera lama di Iwan che si conficcò nel terreno e poi, rapido come una saetta, spiccò un grande salto che gli permise di eludere perfettamente la precisa stoccata di Daeron, lasciando che la sua spada bastarda fendesse l’aria inutilmente. Una spettacolare capriola permise al grosso lupo peloso di atterrare alle spalle di entrambi i fratelli, che ebbero appena il tempo di girarsi e vedere Tramides sollevare in alto con entrambe le mani villose la grossa spada arrugginita pronto a colpire.

Dall’altra parte, Lenethil, indietreggiando, mise inconsapevolmente il piede in fallo ed inciampò, cadendo per terra e mollando la presa sulla balestra. Appena questa toccò terra, il sensibile meccani­smo scattò facendo partire in rapido dardo contro quel che restava del muro di cinta. La risata sadica di Kalgor gelò il sangue nelle vene dell’elfa. Ormai era spacciata; non le restava che giocare l’ultima carta…

-Che vuoi da me?- chiese Lenethil, mentre arretrava strisciando per terra -Lasciami andare!- Kalgor fluttuò sopra la Sylindar nella sua sfera rosso sangue ed abbassò lentamente il bastone intarsiato dal cranio caprino.

-La tua anima devota a Ledan sarà un’ottima merce di scambio col Signore dei Tormenti e delle Legioni Cruente di Gorgoth, che ha promesso di riportare in vita la mia amata non appena gli avessi proposto un ba­ratto interessante…- e, mentre diceva così, gli occhi del cranio di caprone si accesero di una luce gialla ipnotica, dalla quale gli occhi di Lenethil si sentivano inevitabilmente attratti.

-No… io… non…- balbettava Lenethil che, suo malgrado non riusciva a distogliere lo sguardo da quelle due luci gialle. Ma dopo pochi istanti, cadde per terra in stato di trance apparente. Gli occhi del teschio si fecero di nuovo scuri e vuoti e Kalgor alzò le braccia verso il cielo prorompendo in una risata isterica. Sentiva scorrere dentro di sé quella gioia incommensurabile di chi si sente, dopo anni di duri sacrifici e vani tentativi, ormai ad in passo dalla propria meta che egli stesso per primo stimava irraggiungibile…

Il teschio caprino ruotò improvvisamente sulla sommità del bastone intarsiato e cominciò a vibrare violentemente. Tale avvertimento, però non bastò, e Kalgor si accorse del pericolo che era sopraggiunto alle sue spalle solo dopo che qualcosa di rovente ebbe aperto uno squarcio sulla sua gamba destra. Stringendo i denti per il dolore, Kalgor si voltò, e vide una grossa spada, resa incandescente dall’aver attraversato la sfera di energia che lo proteggeva, conficcarsi al suolo fumante. Con un movimento lento e incredulo Kalgor toccò la ferita sulla gamba ed osservò il proprio sangue stillare piano piano per terra…

-Non avresti dovuto farlo…- disse, senza alzare gli occhi, -…Tramides!-

-Per Hektaras ed Ayaras!- esclamarono i due fratelli, che non riuscivano a credere ai loro occhi. Ancora una volta, il comportamento del demonio peloso che stava ansimando di fronte a loro li aveva sorpresi. Dapprima Iwan e Daeron si guardarono negli occhi, poi guardarono il Vescovo: era stata davvero ferito. Il lupo aveva davvero scagliato la sua spada contro il suo padrone anziché contro di loro!

I due fratelli incrociarono, per un istante, lo sguardo con quello del demone peloso. Nei suoi occhi gialli e penetranti non riuscirono a leggere nulla di chiaro se non un grande, incommensurabile odio verso colui che si faceva chiamare “padrone”. Le loro riflessioni, però, non andarono oltre.

-Iwan!- gridò Daeron -Seguiamo l’esempio! Se sanguina, può morire!- E, così dicendo, scagliò il suo pugnale verso Kalgor.

-Va’ a trovare Gorgoth all’inferno!- gridò Iwan, imitando il fratello.

I loro desideri, però, rimasero inesauditi. A differenza della grossa spada di Tramides, i loro pugnali si sciolsero in fumanti pozze di metallo fuso, non appena vennero a contatto con la rossa aura traslucida che avvolgeva Kalgor. Il loro inutile tentativo fu seguito dalla immancabile risata del Vescovo, i cui lineamenti, mentre avan­zava inesorabile, erano contratti nel ghigno tipico di colui che sta per prendersi la sua rivincita…

Il demone-lupo scattò, fulmineo come al solito, e, trascinato dalla sua furia ferina, si slanciò dispera­tamente verso il mago, protendendo le sue forti braccia. L’urlo disumano di Tramides si infranse sen­za lasciar traccia sull’espressione soddisfatta di Kalgor, mentre i due fratelli videro le forti braccia del demone sciogliersi come neve al sole contro l’apparentemente eterea sfera protettiva del Vescovo. Il lupo cadde al suolo contorcendosi per l’immane dolore e guaendo come un cucciolo indifeso e basto­nato. Mentre i due fratelli scagliavano inutilmente contro il Vescovo ogni cosa capitasse loro a tiro, Kalgor, incurante di tutto, disse: -Fa male, vero Tramides? Ma questo non è nulla, in confronto al dolore che tu mi hai causato…- ­Pian piano, scese fino a toccare terra, ma non per questo la sua aura protettiva sembrava aver perso d’efficacia, per cui Iwan e Daeron dovettero rassegnarsi a guardare la scena senza poter fare alcunché.

-Mi ero affezionato a te, Tramides…- aggiunse Kalgor, con voce commossa, mentre il gigante si contorceva in una pozza di sangue scuro e fumante, in preda a violente convulsioni -Abbiamo visto passare tanti anni, e molti ancora ne avremmo visti trascorrere, se tu non avessi agito così male…- ­Poi, sotto lo sguardo dei due Goran ansimanti per la fatica, aggiunse: -E’ davvero un peccato, sai? Domani stesso resusciterò la mia amata, mi spiace che tu non sarai lì a vederla…- e levitò nuovamente, mentre il sorriso beffardo si dipinse sul suo volto.

-Infame bastardo!- urlò Iwan -Combatti da uomo, se hai coraggio!- Ma Kalgor non si abbassò ad ascoltarlo.

Frasi arcane fuoriuscirono dalle labbra del Vescovo e, con grande meraviglia dei due fratelli, nel suo palmo sinistro si materializzò dal nulla un cuore pulsante, le cui ritmiche contrazioni rimbombarono nel cortile.

Quasi imbambolati, videro il Vescovo affondare le dita nel cuore ed il lupo tossire violente­mente vomitando sangue. Poi, scoppiando in una sadica risata, Kalgor passò l’organo pulsante fra le eteree fiamme che lambivano il teschio caprino del suo bastone ed il cuore divampò, pur continuando a pulsare. Subito il lupo prese fuoco, ma le sue urla strazianti di dolore non furono udite dai due fratelli, ipno­tizzati dai gesti di Kalgor.

Quello che prima era un demone infernale dalla testa di lupo ed in principio un valoroso guerriero, ora era solo una massa infuocata che gridava al cielo il suo dolore mentre udiva martellargli nelle orec­chie le pulsazioni del suo stesso cuore. Con la risata isterica di Kalgor nelle orecchie, i due fratelli vi­dero ciò che restava di Tramides alzarsi in piedi e correre disperatamente verso la teca di cristallo ove giaceva quella donna così simile al Falco. Lo videro inciampare, rialzarsi, rotolarsi per terra, mentre le sue carni venivano divorate dalle fiamme spietate. Le estremità inferiori di quella massa infuocata, però, cedettero e ciò che era rimasto di Tramides continuò a strisciare in avanti per raggiungere la meta dei suoi desideri. Infine, lo videro accasciarsi sfinito. Non una lacrima sgorgò dai suoi occhi. Commossi, ma solo nei loro cuori, i fulvi gemelli osservarono in silenzio e con gli elmi sul petto la tra­gica fine di quello che era stato senza dubbio in valente avversario. Chissà, forse anche lui avrebbe serbato un buon ricordo di loro, se il loro combattimento avesse preso una piega diversa.

-Addio, Tramides- disse Kalgor dall’alto della sua rossa sfera fluttuante, gettando lontano quello che ora era un misero tizzone ardente, ma che un tempo era stato il cuore di un valente guerriero.

-Ma non te ne andrai da solo…- aggiunse Kalgor, abbassando minacciosamente il bastone dal teschio caprino verso i due gemelli.

-Verranno loro a tenerti compagnia…- e proruppe in una fragorosa risata isterica, mentre le eteree fiamme del teschio si facevano sempre più grosse e minacciose.

Una grossa sfera di fuoco rovente si proiettò in men che non si dica dalle fauci del caprone verso i due Goran, che non potettero far altro che buttarsi di lato e sperare di evitare l’impatto, non meno letale del soffio di un drago. Daeron, grazie alle sue spiccate qualità ginniche, riuscì ad evitare in pieno le fiamme roventi. Iwan invece, impacciato dalla ferita alla gamba, fu investito dall’onda d’urto dell’esplosione, ed alcuni lembi delle sue lacere vesti iniziarono a prendere fuoco mentre veniva sbattuto a terra dall’impatto e la sua ascia gli sfuggiva di mano. Mentre il Kommander lottava furiosamente per domare le fiamme, un ba­gliore bianchissimo proveniente dalle spalle di Kalgor attirò l’attenzione del Vescovo che, per non farsi cogliere nuovamente di sorpresa, si voltò di scatto brandendo il temibile bastone dal cranio caprino.

-Non…Non è possibile…- balbettò confuso Kalgor, spalancando gli occhi per la sorpresa.

Una sagoma eterea dai contorni sfocati levitava, avvolta da un manto di luce bianchissima, sopra la carcassa abbrustolita del demone-lupo ed a pochi passi dalla teca di cristallo fluttuante. Dinanzi agli occhi stupiti dei due fratelli, l’immagine translucida di un giovane nudo, alto, forte e dai riccioli bruni guardò Kalgor dritto negli occhi con un’espressione serena. Poi, lentamente, si girò e fluttuò verso la teca di cristallo che sembrava risplendere di luce più chiara, man mano che la figura si avvicinava.

-Tramides…- gridò Kalgor, ripresosi dal momento di stupore -…Ti ordino di fermarti!- Ma le sue parole non sortirono alcun effetto.

L’immagine translucida, come se nulla fosse, attraversò la parete di solido cristallo della teca e si chinò sulla fanciulla ricoperta di fiori bianchi per baciarla.

-Come osi?- urlò Kalgor, furioso, mentre la sua sfera rossa fluttuava rapidissima versa la teca -Fermati! Sono il tuo padrone! La tua anima mi appartiene! E’ MIA! Hai capito? Miiiaaaa!-

L’eco delle urla di Kalgor fu coperto dal cupo rombo della teca che esplose in mille pezzi tintinnanti, nella luce più bianca ed accecante che i fratelli avessero mai visto. Quando riaprirono gli occhi, videro questa volta due figure eteree e traslucide, una maschile e l’altra femminile, che si tenevano per mano di fronte alla rossa sfera dentro la quale Kalgor brandiva minac­ciosamente il suo bastone intarsiato, che ora era avvolto da un’aurea nera come la notte.

Iwan, rialzandosi a fatica dopo aver domato le fiamme, riprese l’ascia sfuggitagli di mano e si ap­poggiò al fratello chiedendogli, con l’aria di chi non sa nulla: -Per la zia zitella di Karkazar! Ma cosa diavolo sta succedendo…?-

-Qualcosa di grande!- rispose Daeron, senza staccare gli occhi dalla scena per guardare il fratello. Iwan annuì, con lo sguardo di chi, in realtà, brancola nel buio. Poi, rivolse il suo sguardo sulla scena e, pur non avendo ben afferrato il motivo, portò il suo elmo sul petto in segno di rispetto ed onore verso ciò che stava accadendo. Riconobbe subito, però, che la figura femminile alta, bruna ed esile altri non era se non l’ “Angioletta” o il Falco che dir si voglia.

Le due immagini sfocate si presero per mano, l’una di fronte all’altra, guardandosi negli occhi.

-Fermo, Tramides!- urlò Kalgor, visibilmente fuori di sé dalla rabbia -Non toccare la principessina, o ti farò patire qualcosa di peggio dei supplizi del Tetro Abisso!-

Ma le due figure non si curarono minimamente né della presenza, né delle parole di Kalgor. Tramides, imitato da Shalirat, portò le mani al volto della sua amata ed, in silenzio, le due figure si baciarono, intrecciandosi in un tenero abbraccio. Kalgor, furente, cominciò a sragionare. Farfugliando parole incomprensibili ed urlando tutto il suo dolore, cominciò a menare colpi alla rinfusa con il suo bastone nel punto dove le due figure stavano scambiandosi le effusioni del loro amore. Ma il risultato che le sue inutili fatiche ottennero non fu superiore a quello che otterrebbe chi desideri fare un buco nell’acqua. I due amanti non risentirono minimamente dei colpi di Kalgor, che passaro­no in mezzo a loro senza sfiorarli, come se non ci fossero mai stati. Stanco ed affranto, Kalgor non poté far altro che urlare al cielo la sua frustrata disperazione ed assiste­re, impotente, allo spettacolo che non avrebbe mai voluto vedere. Nemmeno il suo dio gli era stato d’aiuto.

Piano piano, le due figure cominciavano a perdere quell’effimera, eterea consistenza che le contraddistingueva.

-Aspetta!- gridò Kalgor, con le lacrime agli occhi -Amore mio, non andartene! Resta con me, sa­remo felici insieme! Ti darò tutto ciò che vuoi!- Ma la principessina aveva ben altro da fare, piuttosto che curarsi di rispondere…

-NO!- gridava Kalgor mentre vedeva il suo sogno infrangersi proprio ad un passo dalla sia realizza­zione -Non andartene!Aspetta…- e tese il suo braccio, come per toccare la sua amata per l’ultima volta. Ma ormai le due figure non c’erano più e Kalgor parlava da solo.

-Perchè?- gridava, singhiozzando, -Perchè… Perchèeee…?- e, mentre si disperava, la sfera rossa tra­nslucida lo portò fluttuando sopra la torre iridescente, mentre l’eco delle sue grida si perdeva nella notte.

I due fratelli si guardarono: l’uno cercava negli occhi dell’altro un consiglio sul da farsi. Ma era poi vero ciò che avevano visto? Chi mai ci avrebbe creduto, se lo avessero raccontato in giro?

-Basta pensare!- disse Iwan, scacciando i fantasmi del dubbio dalla sua mente -E’ tempo di agire. Quel bastardo voleva ucciderci, per cui deve morire!- Mentre diceva ciò, dall’alto della torre giunsero alle loro orecchie dei suoni strani, quasi una litania ossessiva. -Hai ragione- rispose Daeron -E poi, chissà che altro sta tramando, lassù…- detto questo si incamminò verso la tor­re.

-Aspetta!- lo fermò Iwan -Devo rifare la fasciatura alla gamba. Quel bastardo me l’ha rovinata…- e si sedette per terra, stringendo le bende attorno alla gamba.

-Accidenti!- esclamò Daeron, portandosi la mano sulla fronte -Lenethil! Chissà che le è successo…- ­e, così dicendo, lasciò il fratello e corse verso il luogo dove l’aveva vista l’ultima volta. La trovò distesa per terra, pallida, rigida e con gli occhi spalancati.

-Lenethil?- diceva Daeron, schiaffeggiandola dolcemente il viso, -Mi senti? Rispondi, Lenethil…-

Pian piano, il colorito ritornò sul suo viso ed i suoi occhi cominciarono a guardarsi attorno, mentre il respiro riprese a fluire nei suoi polmoni.

-Che… Che cosa è successo?- chiese Lenethil, confusa, alzandosi a fatica.

-Nulla di grave, per fortuna- rispose Daeron, aiutandola ad alzarsi.

-Ora ricordo…- esclamò Lenethil, ed il suo tono si fece amaro -Quel maledetto… ma le pagherà tutte! Ma dimmi, dov’è il Kommander?-

-Ti preoccupi per me, donna?- rispose Iwan, sorridendo da lontano, mentre dava l’ultima sistemata alle bende.

-No, statene pur certo!- rispose Lenethil con tono deciso e volutamente distaccato.

I due si incamminarono verso Iwan. A Lenethil non sfuggì l’ossessiva litania ipnotica che proveniva dall’alto della torre, ma le sue riflessioni furono interrotte da un’osservazione di Daeron e lasciarono in lei solo un indistinto, ma cupo timore.

-Ehi…- disse Daeron passando vicino al grande buco dal quale era fuoriuscita la teca di cristallo -Venite a dare un’occhiata qui!-

Lenethil girò lo sguardo ed i suoi occhi si riempirono di meraviglia e di stupore.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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