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Presentazione

Ne “I racconti di Satampra Zeiros” torna a farci visita Alessandro Forlani, con Un messaggio a una ragazza, un racconto sword and sorcery di quasi 18.000 battute, facente parte del Ciclo di Thanatolia, di cui abbiamo più volte parlato su questo sito.

Gli altri racconti presenti in questa rubrica li puoi trovare qui:

Buona lettura.


Autore

alessandro-forlani (1)Alessandro Forlani insegna sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti di Macerata e Scuola Comics Pescara. Premio Urania 2011 con il romanzo “I senza tempo”, vincitore e finalista di altri premi di narrativa di genere (Circo Massimo 2011, Kipple 2012, Robot e Stella Doppia 2013) pubblica racconti e romanzi fantasy, dell’orrore e di fantascienza (“Tristano”; “Qui si va a vapore o si muore”; “All’Inferno, Savoia!”) e partecipa a diverse antologie (“Orco Nero”; “Cerchio Capovolto”; “Ucronie Impure”; “Deinos”; “Kataris”; “Idropunk”; “L’Ennesimo Libro di Fantascienza”; “50 Sfumature di Sci-fi”). Vincitore del Premio Stella Doppia Urania/Fantascienza.com 2013.


UN  MESSAGGIO  A  UNA  RAGAZZA

– racconto di Natale 2018 –

di Alessandro Forlani

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Malqvist scolò depresso l’ultimo sorso di vino forte, inghiotti il boccone magro, lasciò il siclo sulla tavola e sedette accanto al fuoco che arrostiva agnelli e manzo. Da domani – come gli altri: quei mendicanti accucciati all’angolo – si sarebbe accontentato degli avanzi e il pavimento, pane secco, l’acqua fresca, qualche dattero e carrube.

Borsa vuota, notti fredde, stracci addosso ed immondizia! Maledì i mercanti tjarati, le loro favole di grassi affari; bestemmiò la dabbenaggine di aver creduto le loro fole: questo Mondo Occidentale, mesi d’oceano da Thanatolia, era il posto meno adatto a un tombarolo professionista… figuriamoci a un guerriero.

Figuriamoci a un eroe.

Carovanieri e mercanti e re cui offriva la bipenne, raccontando le esperienze con i non-morti, le streghe e mostri gli rispondevano, sconcertati, come parlassero ad un pazzo o sbronzo:

«Queste cose non esistono: tu vaneggi, via di qua!»

Se insisteva per persuaderli, spergiurando le sue imprese, intervenivano quei miliziani vestiti in rosso con corte spade, giavellotti, quattro lettere indecifrabili sugli umboni degli scudi: S, P e Q R; va’ a capire che significa… Tizi bassi, ma tignosi, ed addestrati coi controcazzi; legionari di un impero che dominava su quelle terre.

La prima volta ci si azzuffò, poi le prese, e telò svelto, ché non gli piacquero gli appesi in croce fuori le mura sui colli brulli:

«È la pena per chi sgarra», gli spiegarono i locali, «chiodi, legna, corde a aceto non si negano a nessuno. Vuoi sfidarli?»

Grazie, no.

Schiocchi e strappi di flagello dai peristili dei magistrati.

Sponde fertili di fiumi, solitudini di sabbie, oasi verdi, le rovine e le piazze dei mercati: da settimane vagabondava in quel paese senza avventure, e il poco argento che aveva in tasca finiva ora in un pasto misero, un letto comodo e un tetto in testa per almeno un’altra notte. Era quasi più incredibile degli incantesimi degli stregoni che di notte, in questa terra, non strisciassero i fantasmi: qui i sarcofagi son chiusi, qui gli abissi sono vuoti; qui chi è morto resta morto, non ci si trovano tesori o libri. Gli raccontarono di enormi tombe e ricchezze immense più ad occidente, grandi sepolcri piramidali di déi-re di un altro regno. Di città inimmaginabili in penisole oltre il mare, grandi arene gladiatorie e ciclopici acquedotti; di imperatori del mondo intero e di eserciti invincibili.

«Ma stavolta non ci casco», lui si strinse nelle spalle, «no: non sono così grullo… e ho esaurito le risorse», dovette ammettere con sé stesso. Non aveva abbastanza cibo e quattrini per affrontare la traversata di un altro mare, scavalcare altre montagne o percorrere un deserto. Un furfante se la cava, ma rubare non si deve; e mendicare non è da uomini, gli insegnarono i suoi padri.

In questo mondo troppo tranquillo di avelli chiusi e silenti tenebre, dove i morti sono morti – non ci si crede, tornò a ripetersi – la sua ascia e il suo coraggio non servivano a nessuno. E a lui, che aveva vinto terrori neri ed abomini dell’oltretomba, combattuta la Necromadre, visto l’oro e gli splendori di Handelbab delle Botteghe, toccava adesso morir di stenti in questo buco di cittadina:

«Come hai detto che si chiama?», chiese all’oste che sparecchiava.

«Siamo a Nazareth, straniero.»

Il vociare e le scoregge in quella sala gremita e calda, il rotolio di monete e dadi, gloglotti d’anfore e boccali pieni, si azzittirono a un improvviso e vigoroso frullio di ali, il fruscio di tenda d’asino sulla porta dell’osteria.

L’olezzo madido degli ubriachi, l’aroma grasso dai pentoloni, disinfestati per un istante da un sentore di saetta. L’odore azoto ed iperuraneo di una folgore incendiaria.

Una folata spietata e salubre penetrò le pelli e il legno, il fango secco delle pareti luccicò di bianca brina. Ma fu un battito di ciglia: tornò tutto come prima, la realtà sudata e sporca nell’alone delle torce.

«Troppo vino: ho le traveggole», Malqvist scrollò la testa. Era tempo di godersi la sua ultima dormita comoda, e andò grattandosi alle scale incerte che salivano alle camere. Udì il cupo mormorio di una brutta novità, il benvenuto degli avventori a un qualche ospite non gradito.

I Romani, per esempio – si chiamavano così? – gli esattori delle tasse o un barbuto sacerdote.

Malqvist sperò davvero si trattasse di una ronda, e pregò che qualche idiota, imbandalzito da troppa birra, ci si buttasse con una lama e gridando «libertà!»; un militante degli Zeloti che combattevano la tirannia.

Ci si sarebbe tuffato subito, a morire di coltello. Non gli importava delle questioni di ‘sti stranieri e di ‘sto paese, ma era meglio un ferro in corpo che marcire di miseria.

Sulla soglia apparve, invece, un gran bel giovane sui trent’anni, con una veste di seta azzurra che scintillava di spudorata ricchezza: probabilmente intessuta d’oro, d’argento; con anelli e con collari di rubini fiammeggianti, altre gioie e pietre rosse alle caviglie e i piedi scalzi. Aveva i tratti e i capelli crespi, unti, e gli occhi scuri degli abitanti di quella terra: ma nonostante il bel naso grosso – sì, era grosso – e l’incarnato color oliva doveva ammettere che era bello come mai ne aveva visti.

Quel pensiero lo sorprese, anzi, peggio: ne arrossì. Perché a me piace la fica!, si aggrottò a rimproverarsi.

Nelle dimore dei maggiorenti e i grandi templi di Thanatolia, di un mondo più civile, professoroni in occhiali e tunica gli parlarono di “canoni”, “assoluti”, di un’ “estetica”. E nonostante le statue nude di déi di marmo che gli mostrarono, per insegnarli la perfezione, lui preferì sempre tette e culi e fianchi larghi delle ragazze che la sua scure seduceva e conquistava. Dalla pelle purché chiara e i capelli purché biondi.

Sono mica un invertito.

Ma a quel moretto frantoio e scuro, con i capelli che gli scendevano fin sulle spalle, restò confuso e chinò lo sguardo coi pantaloni che gli tiravano.

Stornò lo sguardo e salì le scale:

«… sto mica bene…», si preoccupò.

Ma la voce del ragazzo fu una tromba di battaglia; gli rizzò i peli, gli squillò dentro, come un corno di massacro:

«Ho bisogno di un guerriero. Pago bene. Chi ha coraggio, qui?»

Gli avventori, ridacchiando, ritornarono ai boccali, chini al brodo nelle ciotole e i bussolotti di dadi d’osso.

«Cerca al castrum», spernacchiarono.

Lui si accorse che, in realtà, il damerino fissava lui già da un pezzo; da che è entrato nella sala non ha smesso di guardarmi. Non lo aveva solo visto: quello ha scelto, mi ha inchiodato. Lo sapeva che ero qui. È quel genere di trucco che ti aspetti da un negromante. Ma è l’Occidente, non ce ne sono; da queste parti non c’è magia.

«Mi hai convinto», gli rispose.

«Ci incontreremo al tramonto.»

L’appuntamento era innanzi il tempio: era facile, fin qui. Questo popolo un po’ tirchio, molto astuto negli affari, era avaro anche di fede, ché adorava un dio soltanto:

«Ci si risparmia nei sacrifici, ci sono meno solennità. Tranne il sabato, che è sacro», il taverniere gli aveva detto: la prima sera del suo soggiorno senza un goccetto né lo stufato. Va’ che usanze, poveracci!

Ma insomma eccolo: ce n’è un solo.

Malqvist restò sorpreso che nel cortile e fin sotto i portici si trovassero le tende, merci e banchi dei mercanti; polli, frutta, stoffe e vasellame e il commercio più lucroso degli incensi e panacee. I sacerdoti in treccine e stola che invitavano a pregare, e i ciarlatani in turbante e sandali che insistevano «comprate!».

Fossi in Jehovah, mugugnò, mi girerebbero un po’ le palle.

Trovò il cliente, salì i gradoni, si ritirarono nell’ipostila.

«Sono Malqvist.»

«Sono Gavriel», si presentarono da galantuomini: una stretta così amichevole, così onesta e vigorosa che lo accese di totale e incrollabile fiducia.

Ma soprattutto: quant’era bello?!

… e ha le mani così calde!… Troppo calde: questo scotta. È un incantesimo, non c’è alcun dubbio; lui scosse il capo, stai concentrato!

Petto in fuori, scure in pugno e un approccio professionale.

«Qual è il problema? Chi devo uccidere?»

«C’è una ragazza…»

«Le donne no: ho un mio codice, mi spiace.»

«Il mio signore ci si è invaghito, ho un messaggio da portarle.»

«Ah, ruffiano e mascalzone!», gli strizzò l’occhio, «ci si diverte!»

«… ma c’è un ostacolo…»

«E me lo immagino: mi sa che al padre non gli sta bene. E ha fratelli: quanti? Grossi?»

«È in casa sola.»

«Non ti capisco.»

«C’è un potentato che non lo vuole…»

«… che il tuo signore si scopi lei. È una faida fra famiglie: me ne intendo, è la routine. Ammazziamo gli scagnozzi, la rapiamo e tu mi paghi.»

«Basta solo ch’io le parli. Tenteranno di impedircelo.»

«Tenteranno di morire», ghignò Malqvist a filo d’ascia, «e ti assicuro che riusciranno.»

«Sono nemici di un altro mondo. Sono demoni, guerriero.»

Lui sorrise:

«Come a casa! Che respiro di sollievo!»

«Ed è per questo che ho scelto te.»

Un silenzio imbarazzante. Si guardarono negli occhi. Il volto splendido, la voce morbida, l’intima luce di Gavriel polverizzarono le sue certezze e la sua scorza di bestione; Malqvist sentì il sangue ribollire di desiderio, gli tremarono le labbra dal bisogno di baciarlo, gli bruciarono le dita dalla smania di accarezzarlo. Il cervello gli andò in pappa, si sentì ardere di febbre e foia. Strinse i denti, sudò freddo.

«Ma tu perdonami», disse il giovane, «non volevo torturarti. Sarebbe facile s’io fossi donna, tu saresti più a tuo agio.»

A guardar bene, così vicini, respirandosi l’un l’altro, Malqvist scoprì che Gavriel… era un tocco di ragazza. Ma non aveva la barba e i muscoli, fino ad appena un istante fa? Le labbra morbide, il viso ovale, gli occhi bruni di cerbiatta, l’incarnato della luna e i capelli color miele. La veste azzurra stringeva un seno d’alto e florido splendore, gambe tornite, perfette e lunghe nelle volute di seta ed oro.

Profumava: rosa e femmina; più di femmina, però. Troppo vera, troppo bona: no, non era un incantesimo.

«… e mi pareva!», esultò: era sano.

«Sono Gal, adesso. Andiamo.»

«Cento sicli.»

«Ne avrai mille.»

Calò il sole, venne buio e i mercanti sbaraccarono; si serrarono le imposte e adunarono le greggi. L’aria ostile del deserto si insinuò nelle stradette, sferzò le mura di calce bianca e le tende alle finestre. Dai palazzi e le taverne venne musica di crotali, tinnio di cimbali, di campanelli ed i gemiti dei flauti. Ai focolari si divertivano, lì all’aperto si gelava, folate fredde di sabbia fine che irritavano la pelle. Stracci e sterco sparsi in giro con i cocci delle giare, ceste sfondate che rotolavano e fetore di cammelli. E la piazza fu deserta, silenziosa e più sinistra:

«Ho un gran brutto presentimento, viene notte troppo in fretta. C’è qualcosa di cattivo, sento olezzo di anatemi.»

«È una notte particolare. Sia per noi che… l’altra parte.»

Il rumore di ferraglia della ronda dei Romani, trenta uomini in colonna sotto un labare di bronzo, seguì i belati e lo stridere rugginoso delle capre chiuse a chiave e i cancelli degli ovili, azzittì i festini sbronzi e i sussurri nei cortili. La pattuglia attraversò, si fermò di fronte al tempio, scrutò severa i recessi d’ombra delle colonne e del porticato.

Il comandante gli passò accanto, guardò Gal e gli ammiccò: intendeva che era un dritto, a rimorchiare quel gran bel pezzo, ma … Il vessillifero che lo seguiva, il trombettiere ed i legionari gli ridacchiarono grattandosi un orecchio e chiamandolo “fru-fru”, solo solo e stretto stretto col suo dolce bel ragazzo.

«Lasciamo perdere», si allontanarono.

«Hai detto demoni, e mi sta bene. La ragazza è negromante?»

«È luminosa», sorrise Gavriel… Gal… qualunque cosa fosse in quel momento; «è lo scrigno della grazia.»

«Qual è il suo nome?»

«Si chiama Myrhiam.»

«È molto fica?»

«Quattordicenne.»

«Il tuo signore mi fa un po’ schifo, sai?»

«È già sposata.»

«Che gente barbara! Perché la vuole?»

«Perché per lei si compiranno grandi cose: questo annuncio, devo farle.»

«Ahi ahi ahi, è innamorato! Scema tu, che ti ci presti.»

«Le forze oscure ci assaliranno.»

«È prigioniera? L’han torturata?»

«No, non possono farle male: ci intralceranno per pura rabbia.»

«Non mi sembra tu li tema.»

«Potrei tutti incenerirli.»

«Come no. E io che faccio?»

«Non mi posso manifestare nella mia forma distruggitrice. Anche Myrhiam brucerebbe. Tocca a te: violenza e ferro.»

«Mi fa piacere che tu mi stimi.»

Arrivarono alla casa: un’anonima bicocca. Né un muricciolo né uno steccato per proteggerne l’ingresso, né le schiere di schifezze che si aspettava a sbarrargli il passo. Nei cortili dei vicini, dalle finestre sprangate e strette, solo i guaiti di cani magri e le foie dei felini; giudei grassi che russavano o litigavano con le mogli.

«Che delusione», lui si avvilì, «ma siamo a Nazareth, di che cosa mi illudevo?»

«Guarda meglio, bestia.»

«Cosa?»

Gli indicò quel grumo nero, quella nube sulla soglia, gli sembrava una vescica nel tessuto della notte. Una pustola mostruosa nella carne della realtà, da cui sciamavano vermi e mosche che camminavano su piedi umani, larve pallide di insetto con i volti di neonati. Mostri musici con tiorbe, chitarroni, liuti e viole e i contralto della Gehenna che intonavano Stradella; «al cenno orribile del re dell’Erebo corran le furie scaglino fulmini!».

Assediavano la casa. Si accanivano al portone. Furibondi ed incapaci di sfondare ed infestarla.

Poi li videro, e abbandonarono quel tentativo, per rovesciarsi contro di loro in schiume orrende di oscurità.

«Beh, via libera.»

«Sì, ma…»

«Entra, vai! Li tengo a bada!»

Lei sparì, riapparve sulla porta. Una meteora di fuoco bianco che arse i mostri sul percorso, ma tornò ad essere l’uccellino con gli occhi belli dai fianchi morbidi.

Allora è vero che ci sa fare. Se la prendono è fottuta. Vorrà vedere se me la cavo. Valgo i soldi che le ho chiesto!

Malqvist trattenne i demoni finché Gal varcò la soglia, chiuse l’uscio alle sue spalle: gli abomini se ne accorsero. Bestemmiarono, frustrati, cozzando i corni e ululando di dolore. C’era un segno, sull’architrave: il tracciato di un pentacolo con il sangue di un agnello. Guardò i demoni graffiare e accanirsi sulla porta, calci, fauci e rostri contro il legno. È un sigillo, li respinge; non riuscirono a passare. La cliente era al sicuro: quanto a lui…

Si mette male.

Ché tornarono a assalirlo per soddisfare la loro fame.

Spaccò i crani, mozzò teste, tranciò l’ali, li mutilò; sparse zampe, braccia ed elitre in una pozza di icori neri. Ma ne vennero altrettanti, lo circondarono più numerosi, quel buco oscuro nel mondo sano sembrava un culo che li cagasse. Erano deboli, inetti e goffi: ma non sudavano, non si stancavano, non soffrivano ferite; si dissolvevano in sterco e cenere rimpiazzati da…

Decine. Sono troppi.

Ho un’idea. Ho una speranza.

Spezzò il cerchio dei nemici roteando la bipenne, azzoppò un altro demonio, lo abbrancò, scattò di corsa. Lasciò che i becchi, gli uncini, l’unghie, e le ventose degli abomini, gli si impigliassero nelle vesti e lacerassero le carni: un male cane, ma non cedette. Li portò avvinghiati a sé. Era forte, e più robusto di quell’orda ischeletrita; le zampe secche di cavallette e i ventri gonfi di gas necrotici. Le ali grigie di falene sulle schiene putrefatte.

Vola, adesso!

Li scrollò. Non rinunciarono ad inseguirlo.

Ritornò al mercato e il tempio. Trovò ancora la pattuglia:

«Capitano!», li implorò.

«So’ decurione: distingui i gradi», si stizzì quell’ufficiale: più patacche d’oro e ottone sull’armatura di maglie e cuoio; «che te serve, cives? Dicce.»

«Ha fatto a bbbotte.»

«Sta messo male», borbottarono i soldati.

«T’hanno aggredito? Vuoi sporgere denuncia?»

«… assalivano una casa», mentì lui col fiato corto, «forse ladri… ci ho provato, ma… sono tanti, sono troppi…»

«So’ zeloti?»

I cachinni, il fischio, l’urla, le oscenità dell’immonda orda echeggiarono nei vicoli, calò il gelo, fu fetore. Crebbe un’onda tenebrosa. Si rovesciarono  nella piazza.

«Siate saldi: sono demoni.»

Il decurione ed i legionari non si mossero di un passo. Sotto gli elmi, su quei volti, solo stupore e perplessità.

«Ho una socera sannita, e mi’ moje è ‘na senone: chevvoi me facciano ‘sti cornuti? In acie, milites!»

Tuonò il timpano, la tuba. Imbracciarono gli scudi. E spianarono le lance e si serrarono spalla a spalla, e marciarono sui demoni tre salde file di pila e gladi. Malqvist rise, si unì ai ranghi.

Contro i diavoli. Legione. Contro gli incubi infernali.

Ma questo, bastardi, è il fottuto Impero Romano.

Entrò in casa lordo e lacero, inebriato di vittoria. Trovò Gal e la ragazza nei raggi azzurri del plenilunio, che penetrava da un lucernario a illuminare la stanza povera. Un lettino, un arcolaio e uno sgabello intagliato in cedro, un cassettone di vesti pudiche decorato da un intarsio. Nelle figure di palma e vimini che impreziosivano quella mobilia c’erano l’arte e la devozione di un artigiano ed innamorato: era un dono ad una sposa, Malqvist indovinò, suo marito è falegname.

E gli stette un po’ sul cazzo pensare al despota o ras locale che concupiva quella bambina, e alla mezzana che la irretiva.

Lo pagavano, però. Faccio solo il mio lavoro.

Il candore, l’ingenuità, la cosa fragile che era Myrhiam gli sgretolarono il cuore e l’anima e lo punsero di colpe; si sentì sozzo di tutto il male, la turpitudine, lo schifo di una vita e soffrì, mortificato, di rovesciarli nella sua casa. Gli sembrò che quella bimba fosse un crisolite trasparente, più leggera della luce e attraversata dai raggi blu. Gli occhi scuri, il viso bruno, la treccia nera dei suoi capelli gli apparirono un dipinto su un fondo d’oro di mille anni; chiusa, timida, in un salubre silenzio. Gli azzittì i pensieri lerci, lo guarì dalle bestemmie: sto piangendo, non ci credo; capì l’amore e cos’è la pace.

Lo inquietò.

Lo spaventò.

Non è più del tutto umana; la fanciullezza e l’eternità in una lacrima sulle sue ciglia.

Stava mite, a capo chino, con le mani nelle mani di Gal, Gavriel o chi accidenti lei fosse. Lui. Non importava. L’universo profumò di gigli, rose e di lavanda, udì il suono delle stelle che ruotavano nel cielo. Gal parlò:

«Ti saluto, Myrhiam, piena di grazia, il Signore è con te…»


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Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Ailus e Letterelettriche. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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