Sinossi

Un tetro maniero torreggia sulla Foresta Nera, abitato dalle ossessioni di un nobile decaduto e da un orrendo segreto. Ma Solomon Kane alzerà suo malgrado il velo su ogni illusione.

Commento

Il Castello del diavolo” è considerato, sovente, uno dei racconti minori del ciclo di Solomon Kane.

Le ragioni di questo giudizio negativo sono molteplici: la mancanza di un’ambientazione esotica di solito preferita dai fan (la vicenda si svolge al contrario tra le fredde della Foresta Nera, già testimoni degli orrori del racconto precedente), l’utilizzo di uno scenario classico, quello del castello, fin troppo usurato dagli epigoni della narrativa gotica, e infine l’assenza nell’intreccio di elementi soprannaturali orrorifici.
Non c’è bisogno però di essere estimatori accaniti dell’eroe howardiano, per riconoscere come simili critiche siano in realtà scarsamente fondate, e questo nonostante molto dell’impostazione del racconto ricalchi gli avvenimenti de “Lo scricchiolio delle ossa” che abbiamo da poco commentato. Come dimostrarlo? Andiamo per gradi, cominciando col riproporre i capisaldi della storia.

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L’inizio è dei più comuni, e diversamente da altri casi, potrebbe addirittura allacciarsi cronologicamente agli avvenimenti narrati nelle pagine della storia precedente, evento raro nella biografia nebulosa di Kane. Il nostro severo puritano è colto mentre cavalca lungo i sentieri ombrosi della grande foresta germanica, con al fianco un compagno di viaggio di recente conoscenza. Sì, esattamente l’incipit rivisitato della storia precedente, con la differenza che stavolta abbiamo un uomo dal buon sangue inglese ad affiancare il viandante del Devon, John Silent.
Da qui in avanti, molti elementi sembrano ammiccare ad una sorta di riscrittura – estesa – della trama già vista: dopo aver liberato un povero villano prossimo a morire impiccato a un albero, la coppia di viandanti incontra sulla propria strada un tetro maniero. E’ la dimora del barone Von Staler, signore del feudo che i due stanno attraversando, e che guarda caso è anche colui che ha comminato la terribile sentenza di morte per il contadino…una pena la cui esecuzione è stata solamente rimandata.
Tuttavia, nonostante queste premesse, l’accoglienza che il nobile offre ai viaggiatori non è scortese, e ciò sebbene l’istinto di Kane lo porti a percepire, fin da subito la presenza del mistero e del Male. Un Male di qualità diversa però: il castello Von Staler, cadente e solitario, incute timore, ma non è la tana bestiale della fiera umana che gestiva la locanda del teschio spaccato. Il barone, silenzioso e dalla mente minata da una evidente follia, è ancora un uomo, e per di più memore di un antico blasone.

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Sebbene quindi venga riproposto il cliché della “dimora oscura nel bosco”, qui Howard lo utilizza con intensità e modalità differenti, aumentando l’effetto di tensione che ne “Lo scricchiolio delle ossa” era esplicitato fin dalle prime righe. Già questo permette di smentire la prima delle critiche posta al racconto: è vero, lo sfondo è di quelli già mostrati, ma stavolta ne vediamo un’angolazione diversa, e anche descritta con maggior cura e precisione. Realmente la Foresta Nera di Kane può essere paragonata a un “giardino di delizie” al contrario, ricettacolo e gabbia per orrori che solo le fronde misericordiose tengono lontani dalla luce.
Ma proseguiamo con la storia. Ospiti del barone, Kane e Silent scoprono ben presto che strani divieti e timori indicibili gravano sul loro soggiorno al castello. Il barone è cieco, ma pare guidato da una misteriosa “seconda vista”. Ogni rumore, ogni suono che superi il sussurro è bandito nella sua casa, e i due viandanti sono significativamente edotti a non sfidare le regole che vigono alla mensa del feudatario.
Anche qui, è inevitabile riandare con la mente alle tante rocche fatate presenti nelle fiabe, dove speciali regole sono imposte ai visitatori di quelle dimore favolose, e la cui contravvenzione è pagata con disavventure da cui non si torna. E’ proprio l’utilizzo – rivestito di acconce vesti orrorifiche – di una tale impostazione narrativa a svincolare il castello Von Staler dall’accusa di essere un fondale di cartapesta di stampo gotico. Il rifugio del barone folle non incute timore semplicemente per il suo aspetto cupo, o per le ombre oscillanti che vagano sui muri accese dalle torce. Esso genera vera paura perché scrigno di un segreto che rischia di annichilire la coscienza di chi lo scopra, esattamente come è accaduto al barone, che ormai cieco si ostina a restarvi assieme a servi incatenati dalla fedeltà.

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E arriviamo al climax: se esistono dei misteri, è fatale che essi siano svelati; è questo lo scopo della storia, che assieme infrange e ribadisce il divieto di avvicinarsi al proibito. I due viaggiatori, decisi ad alzare il velo sui segreti del barone, scoprono che una dama di indicibile bellezza giace relegata in una stanza nei meandri del castello. Liberarla è questione d’onore e di misericordia, una missione inderogabile, anche se ciò comporta offendere l’ospitalità di cui godono e il rischio di incorrere nell’ira mortale del loro anfitrione.
L’illusione di essere coperti dalle tenebre e dal silenzio però, dura assai poco: reso vigile dall’ossessione, Von Staler coglie sul fatto Kane e Silent mentre si avviano alla loro impresa, e sono le lame a proseguire una contesa che può risolversi solo nel sangue. E’ un duello – quello che oppone Solomon Kane al barone – fra i più avvincenti della saga: pur con gli occhi immersi nelle tenebre, il nobile è uno spadaccino formidabile, le cui capacità paiono addirittura surclassare l’abilità temprata del puritano. Di più: una inusuale esitazione si fa strada nell’animo dell’inglese, anche dopo aver scoperto che il suo avversario è ben altro che un cieco indifeso. Vi è un’ultima ombra di nobiltà nel barone pazzo, che in fondo è guidato solo dall’amore malato per la donna che tiene relegata nel castello. Ucciderlo è cosa diversa dall’affondare la lama nelle carni di uno dei tanti nemici mostruosi che Kane ha affrontato, ed è con mestizia che egli si appresta ad aggiudicarsi una vittoria che preferirebbe non dover cogliere.

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Ma ecco che accade l’inaspettato; un involontario incidente pone fine al duello fra Kane e Von Staler, che si conclude così con il più incredibile dei risultati: il nobile riacquista la vista, perduta anni prima in un incidente di caccia.
Un intero mondo sembra così crollare solo pochi istanti dopo: sotto gli occhi basiti del puritano, il barone si lancia nell’inseguimento della sua ossessione, preda di una paranoia che lo induce a credere che la sua amata sia sul punto di essere rapita. La rivelazione d’incubo – quella che sempre più il lettore presentisce ora che il finale è prossimo – piomba però come una mazza di ferro, annichilendone per sempre la mente. La bellissima dama non è che un ricordo, trasformata dalla prigionia e dalla pazzia in un rigonfio ammasso di carne, grottescamente ornato da abiti e gioielli di un’epoca ormai passata. In un crescendo di odiose rivelazioni, Kane e Silent non possono che assistere sconvolti all’ultimo atto della tragedia: dopo aver ucciso il patetico mostro che ha distrutto le sue illusioni, il barone muore una colluttazione insensata, facendo perire con sé anche il suo servo più fedele. La morte e il silenzio sono infine padroni del castello Von Staler.
E’ evidente anche in quest’ultimo passaggio come il modello de “Lo scricchiolio delle ossa” sia rispettato, e non tanto nella scelta criticata di evitare l’incontro con il magico, quanto in quella di suscitare sgomento tramite la descrizione di una follia fin troppo umana e reale. La camera segreta in cui giace l’immonda vecchia avvolta in ricche vesti, il parossismo morboso con cui il barone si aggrappa alle sue illusioni, il gravare mostruoso di anni e anni di prigionia sulle menti ristagnanti e impaurite dei servitori…C’è forse bisogno di far comparire una creatura mostruosa per generare un orrore palpabile? O non sarebbe invece proprio l’adozione di un simile cliché uno scadere verso il banale gotico di lana grossa? La risposta viene da sé: ancora una volta, Howard opera controcorrente, miscelando ingredienti noti e di sicura presa alla sua maniera: da maestro dell’Avventura, sapeva bene che i fantasmi di una mente spezzata sono più terribili di qualunque spettro emerso dalla tomba.


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