Tornano i Racconti di Satrampa Zeiros!

 

Per “I racconti di Satampra Zeiros” torna a farci visita Giuseppe Cerniglia, scrittore e membro dell’Associazione Culturale ItalianSword&Sorcery, che ci propone “I mangiatori di ferro”, racconto di sword and sorcery con ambientazione romana di circa 16.000 battute spazi inclusi, appartenente al Ciclo degli Annali Apocrifi.

Se volete leggere anche gli altri episodi di questa serie, li trovate qui:

I Mangiatori di Ferro

Giuseppe Cerniglia

 

 

This song is not for the living

This song is for the dead

XIX – .5: The Gray Chapter, Slipknot (2014)

 

 

Seduto all’ombra di ciò che rimaneva della nave dei Traci, Anfindur Arhathel pensò a quanto stupido fosse rimanere lì: «Dovremmo andare via. Spostarci. Scendere qualche miglio giù lungo il Danubio. Solo qualche miglio.»

Selina spinse la testa oltre il parapetto della nave carbonizzata. Aveva le guance sporche di fuliggine e i capelli ravvivati dal sole che le tramontava alle spalle.

«Non lascerò le mie cose ai briganti.»

«I centauri potrebbero ritornare» insistette l’elfo. La prospettiva non gli metteva paura; soltanto, avrebbe preferito scegliere da sé il luogo in cui incrociare il nemico.

Selina continuò a ciabattare su e giù per il ponte della nave raccattando tutto ciò che era sopravvissuto all’incendio: un elmo di bronzo, una cassa di provviste, gioielli ridotti a metallo deforme. Ravien, il corvo di Anfindur, la studiava con circospezione, gracchiando ogni volta che gli passava vicino.

L’aria odorava di bruciato, il Danubio scorreva lento con le sue acque che al tramonto apparivano di bronzo. Selina si lasciò cadere dalle sartie. Era snella, acerba e camminava ricordando una canna mossa dal vento.

«Se torneranno saprò difendermi. Non sono una sprovveduta.»

Raccolse una lancia dalla punta spezzata, invitando Anfindur a metterla alla prova. Non accettava di essere stata salvata un elfo vagabondo; i centauri che li avevano sorpresi la notte precedente avevano trascinato via il resto dei Traci come prigionieri. Anfindur si sollevò in piedi. Un mantello lacero ne avvolgeva l’armatura d’acciaio nera, dalla spalla sinistra sporgeva una coppia di spade.

«Non cadrò un’altra volta in un’imboscata di centauri» ribadì Selina, strisciando i sandali sul terreno. Scudisciò una serie di colpi prevedibili. Con un unico movimento Anfindur la disarmò e la prese alle spalle, stringendole la lancia al collo. «Stammi bene a sentire, trace: i centauri non tendono imboscate. Loro predano a viso aperto. Sono cacciatori, hai capito?» Strinse più forte. In punta di piedi, Selina soffocava e teneva la testa voltata per metà. «Qualsiasi cosa abbiate fatto è stato un errore.» Anfindur la spinse via e rimase a guardarla. Selina strinse i pugni e i denti, in ginocchio, cercando di cacciare indietro le lacrime. Era patetica: una ragazza umana piena di sé che non avrebbe ammesso di dovergli la vita. «Trova un posto dove passare la notte. Domani partiremo all’alba.» Le volse le spalle e fece un fischio. Ravien gli planò sul braccio con uno svolazzo.

All’alba Selina dormiva rannicchiata sotto uno stralcio di tela grezza. Il sole galleggiava fra banchi di nubi immobili, il Danubio era avvolto dalla nebbia. Si mossero verso sud, oltre i boschi, imboccando un sentiero che risaliva le montagne.

Selina seguiva l’elfo con gli occhi bassi. Si era tirata su di malumore. «Li abbiamo visti per caso, sulle colline a sud di Ulpia Oescus» disse a un tratto. «Creature metà uomo e metà cavallo. Fu Kosmos a farlo, per una stupida scommessa: s’inoltrò fra i boschi, armato, e quando fece ritorno trascinava il corpo senza vita di un centauro come un trofeo.» Lottò con un groppo alla gola. «È stato orribile, era soltanto un bambino.»

Anfindur ascoltò con attenzione quella confessione. C’erano fantasmi negli occhi di Selina, colpe che non riusciva ad accettare; lui, invece, aveva imparato a dimenticare tutto, a lasciarsi ogni cosa alle spalle. I suoi occhi erano grigi, duri come la pietra.

«Forse non è troppo tardi per salvarli» rispose.

Fra quei monti vivevano una dozzina di bande di centauri, la più grossa delle quali erano i Mangiatori di Ferro. La loro valle si trovava oltre una stele da cui pendevano dozzine di spade con la lama piegata. La raggiunsero nel tardo pomeriggio, con la luce del sole che scemava dietro strati di nuvole scure. Anfindur si guardò attorno riconoscendo il luogo in cui, tempo addietro, era venuto alla ricerca del leggendario maestro d’armi Chirone.

Su entrambi i lati della valle sorgevano caverne dagli ingressi decorati con un’arte che imitava quella degli uomini: colonne storte e incompiute, frontoni asimmetrici. Il centro della valle era delimitato da un recinto di pietra sul cui perimetro svettavano delle teste mozzate affisse su delle lance. Si trattava in gran parte di teschi ormai coperti da muschio ma alcune teste erano recise da poco. Selina sobbalzò nel riconoscere alcuni Traci con cui aveva viaggiato.

«Li hanno uccisi» disse, sconvolta in viso.

Appollaiato sulla sua spalla dell’elfo, Ravien gracchiò il proprio interesse nei confronti di quei volti lividi. Anfindur sentiva su di sé lo sguardo dei centauri all’ombra delle caverne: donne dai seni nudi, bambini simili a piccoli puledri, uomini con il petto coperto da pitture tribali. Alle guardie che galopparono loro incontro, Anfindur chiese di incontrare Chirone.

Furono condotti in una caverna che aveva un odore stantio, di paglia e sudore. Un’assemblea di centauri si era raccolta a semicerchio intorno a un vecchio dal volto impassibile. «I nemici dei Mangiatori di Ferro non sono i benvenuti su queste montagne» esordì Chirone. Aveva il naso storto e i lobi delle orecchie allungati da pesanti orecchini.

«Anfindur Arhathel non è un nemico dei Mangiatori di Ferro.»

Il centauro si toccò la spalla destra in segno di saluto. «Ti riconosco, Anfindur Arhathel» rispose con voce atona. «Riconosco anche lei: è un nemico della Banda.» I centauri rumoreggiarono, grattando il terreno con gli zoccoli e accavallando le voci. Selina, atterrita, si strinse all’ombra di Anfindur.  Chirone sollevò una mano e zittì l’assemblea.

«Questa ragazza è sotto la mia protezione» continuò l’elfo. «Lo sono anche gli uomini che avete portato via come prigionieri.»

Chirone si portò faccia a faccia con Anfindur passando fra due bracieri che proiettavano una luce tremula sulle pareti ricoperte da pitture rupestri. Lo guardò con occhi scuri, liquidi come quelli di un cavallo. «Quegli uomini hanno commesso un crimine e per questo pagheranno.»

«Lascia che contenda il loro destino con le mie spade: io contro il vostro campione.»

Chirone sferzava l’aria con la coda in segno di disapprovazione.

«Davvero la tua vita vale così poco, Anfindur Arhathel?»

L’elfo affrontò il proprio maestro a viso aperto. Chirone aveva perfezionato la sua abilità come spadaccino ma non gli aveva insegnato per cosa combattere. Quella era una lezione che doveva imparare da sé.

«Nessuna delle leggi della Banda nega la mia richiesta.»

Chirone osservò i grugni bestiali degli altri centauri, i loro occhi sanguigni pieni di eccitazione.

«Passerai la notte in libertà nelle nostre caverne» acconsentì. «È l’unico riguardo che ti è concesso: domani, all’alba, verrai condotto nell’arena.»

Ormai era buio e i falò accesi nelle spelonche puntellavano i pendii della montagna. Scelsero una piccola grotta per ripararsi dalla pioggia che ticchettava sulle rocce grigie, sugli alberi simili a manichini contorti. Seduto con le spalle alla parete, Anfindur lavorò di pietra cote per affilare le spade. Aveva riposto la corazza nera coprendola con il mantello. In fondo alla caverna, Ravien si lisciava le piume arruffate con la testa ficcata sotto l’ala.

Selina sedette accanto all’elfo.

«Perché mi stai aiutando?»

Anfindur sollevò una delle due spade, studiandone il filo contro la luce del fuoco che aveva acceso per scaldarsi. «Ho visto troppa gente morire per cause inutili.» Riprese a strusciare la pietra cote con movimenti lenti che andavano dalla guardia sottile alla punta appena ricurva.

Il vento spingeva la pioggia all’interno della grotta. Ravien ebbe un fremito, allargò le ali e gracchiò. I suoi occhietti scuri riflettevano le fiamme.

«Ce ne sono altri come te, vero?»

«Sì, gli uomini oltre il Reno li chiamano alfar

Suo malgrado, Anfindur tornò al suono dei campanacci delle mandrie al pascolo, all’odore di rugiada della Foresta Nera. Il Villaggio degli Elfi Silvani. Ricacciò ogni cosa indietro.

Selina rimestava il fuoco, aveva gli occhi arrossati dal fumo e sembrava pensierosa.

«Cosa accadrà se non dovessi vincere?»

«Vincerò» tagliò corto Anfindur.

La ragazza si addormentò prima che il fuoco fosse spento; Anfindur, invece, rimase sveglio a lungo, a spiare l’oscurità e i fantasmi disegnati delle braci arrossate. Si addormentò sognando l’arena e i volti bestiali dei centauri.

Non fu un sonno piacevole.

Si svegliarono quando la valle era ancora scura e la prima luce del giorno schiariva le vette circostanti. Un giovane centauro, un ragazzo glabro che si atteggiava da duro, venne a chiamarli e li accompagnò all’arena, attorno cui si erano già raccolti i Mangiatori di Ferro. Finalmente, Anfindur poté vedere il suo avversario: era un enorme centauro con i capelli tenuti fermi da una fascia attorcigliata attorno al capo, i muscoli delle braccia messi in evidenza da altri nastri.

Chirone lo presentò col nome di Caristo.

«Conoscete le regole» spiegò il vecchio centauro, che presenziava il duello da una piattaforma. «Potrete utilizzare le vostre armi soltanto dopo il Segno del Fuoco, i colpi alle spalle sono proibiti.»

Anfindur lasciò Selina a custodire la sua armatura. Rimase solo in calzoni di cuoio, la cintura con le spade allacciata di traverso sulla maglia. Ravien volava lentamente sopra l’arena.

Si posizionarono a trenta passi di distanza.

Caristo grattò il terreno con gli zoccoli e prese l’iniziativa, caricando l’elfo. Anfindur puntò l’avversario e si gettò di lato per evitare di essere travolto. Il centauro scartò, sollevando dal fondo dell’arena polvere e detriti; tornò immediatamente all’attacco ma l’elfo continuava a schivare, tenendosi a distanza. Anfindur digrignò i denti. Con la sua mole, Caristo gli stava imponendo il ritmo del duello, costringendolo a movimenti continui che avrebbero finito per stremarlo. Ricordò a se stesso che Chirone non avrebbe dato il Segno del Fuoco finché non fossero usciti da quella fase di stallo.

Gocce di sudore brillavano sulla fronte di Caristo, sugli zigomi sporgenti e sul naso arricciato in un’espressione feroce. Immobile al centro dell’arena, con i capelli corvini coperti dalla polvere, Anfindur osservava il centauro girargli intorno al piccolo trotto, con un movimento a spirale che lo avvicinava sempre di più. L’elfo valutò le distanze finché, al momento giusto, si gettò sull’avversario cercando di afferrarlo per la vita. Caristo s’impennò sulle zampe posteriori, scalciando e scaraventando l’altro al suolo. Anfindur evitò gli zoccoli di Caristo ma non fece in tempo a rialzarsi che il centauro gli era già piombato addosso.

Con uno schiocco le mani si afferrarono e le dita s’intrecciarono. Il respiro di Caristo era il soffio di una bestia sul viso dell’elfo. Il centauro guadagnava terreno spingendo indietro Anfindur, passo dopo passo. Lo stava piegando con tutta la forza del corpo di cavallo. Anfindur sentiva fitte di dolore ovunque ma non poteva cedere. Cercò invano di contrastare Caristo. Chirone seguiva lo svolgersi del duello, immobile, senza accennare al Segno del Fuoco. Selina era pallida in viso.

Caristo spezzò la guardia dell’elfo con una testata. Per un attimo Anfindur rimase accecato dal sangue che fiottava sul suo viso, tentò di liberarsi ma il centauro non era intenzionato a mollare la stretta. L’elfo urlò di rabbia e dolore, teso all’inverosimile, finché con una torsione Caristo lo gettò al suolo, calpestandolo con gli zoccoli.

I Mangiatori di Ferro acclamarono il proprio campione. Anfindur respirava boccate di aria e polvere. Si tirò in piedi con lentezza, riavviandosi i capelli intrisi di sangue. Ravien gli svolazzava intorno, avvisandolo del pericolo che stava correndo.

Chirone alzò una mano e un centauro, lo stesso ragazzo che quella mattina era venuto a svegliarli, gli porse con una torcia accesa: Chirone l’agitò per aria, lasciandola infine cadere dentro l’arena.

Il Segno del Fuoco.

Caristo si armò con un’ascia bipenne, Anfindur estrasse entrambe le lame dai foderi. Era arrivato il momento di dimostrare che era uno spadaccino degli Elfi Silvani, l’allievo di Chirone. Il centauro, adesso, gli sembrava meno minaccioso.

Caristo strinse l’arma con entrambe le mani, roteandola sopra la testa. Sorrise soddisfatto. Anfindur si mise in guardia, bilanciando le due spade. Raccolse tutte le forze che aveva in corpo. La folla rumoreggiava sempre più forte, spingendo all’assalto il centauro. L’ascia luccicava fra la polvere sollevata dagli zoccoli di Caristo. Anfindur seguì il movimento dell’avversario fino alla fine, schivando un fendente di pura potenza. Poi contrattaccò con un affondo. Caristo sollevò l’arma con un grugnito, deviando la punta della spada con la lama dell’ascia. Sbilanciato dalla parata, l’affondo della seconda spada di Anfindur risultò impreciso. Di nuovo il centauro parò, indietreggiando di un passo. L’elfo non era disposto a interrompere la gragnuola di colpi con cui incalzava l’avversario. Caristo scartava di lato, parava, cercava di spingere avanti l’ascia per interrompere l’assalto dell’elfo.

Riuscì a riprendere fiato soltanto scalciando con le zampe anteriori. Fu una mossa azzardata che esponeva l’intero corpo alle lame dell’elfo che, ugualmente stremato, finì per tirarsi indietro e rifiatare.

L’assaggio delle lame elfiche rese Caristo prudente. Adesso il centauro ignorava la folla festante che seguiva il duello, ora apprezzando l’agilità dell’elfo, ora acclamando la forza del suo avversario. Anfindur fece in modo di non allontanarsi troppo da Caristo, stuzzicandolo con colpi continui. Ottenne ciò che desiderava: provocato da quell’atteggiamento sufficiente, Caristo tornò alla carica. Rigagnoli di sudore gli scendevano intorno agli occhi privi di lucidità.

L’ascia mancò il suo avversario e andò a piantarsi sul terreno. Anfindur calcò lo stivale sull’arma e si librò in avanti colpendo Caristo al volto col pugno stretto attorno all’elsa. Scese sulla punta del piede, ruotò su se stesso e tagliò i tendini della zampa sinistra. La massa del centauro franò in avanti mentre la seconda lama affondava nella spalla. L’elfo si tirò indietro, sollevando davanti al volto le lame insanguinate. Caristo sbuffava di dolore tentando invano di sollevare l’arma, di rimettersi in piedi.

Era finita.

Anfindur guardò in direzione di Chirone che annuì con freddezza, ordinando al giovane centauro di portare un coltello all’elfo affinché potesse finire Caristo. Anfindur ripose le spade, prese l’arma e, tenendo Caristo per i capelli, ne tagliò la gola.

Il sole brillava alto, Anfindur aveva la maglia strappata e madida. Ravien planò sul corpo sanguinolento di Caristo. Adesso i Mangiatori di Ferro guardavano in tralice l’elfo, Selina fece un sospiro di sollevo.

Anfindur fece per uscire, passando sotto gli occhi di Chirone che lo ammonì: «Triste il giorno in cui decisi di prenderti come mio allievo, Anfindur Arhathel perché oggi le tue lame hanno versato il sangue di mio figlio.»

Un’ombra velò lo sguardo di Anfindur.

«Mantieni fede alla tua parola, Chirone. Libera i Traci.»

Il vecchio centauro accostò la bocca all’orecchio del giovane centauro; poco dopo una dozzina di uomini denutriti e vacillanti emerse dalla grotta coprendosi gli occhi disabituati alla luce del sole. Selina andò loro incontro, abbracciandoli e tirandoli via dalla valle dei centauri. Venne via anche Anfindur, per ultimo, con indosso l’armatura nera e il mantello gonfio nella brezza.

Quella sera dormirono fra le montagne.

L’aria era gelida e i Traci, stretti attorno al fuoco, ascoltarono pieni di meraviglia come un elfo li aveva salvati battendo in duello il campione dei Mangiatori di Ferro. Anfindur si allontanò da loro, non aveva voglia di sentire oltre. L’unica compagnia che voleva era quella di Ravien. Il corvo gli venne dietro saltellando fra le rocce, confondendosi con le ombre della notte. Selina lo scovò mentre, imbronciato, guardava le stelle.

«Vieni con noi» gli disse, sedendogli accanto. «Ti accetterebbero volentieri come capo.»

Anfindur aggrottò le sopracciglia.

«Hai riavuto i tuoi compagni, adesso prendili e vai via.»

«Ma cos…»

«Vai via!» le urlò, con tutto il fiato che aveva in corpo.

Fra i Traci era calato il silenzio. Anche a distanza, si udiva il crepitare del fuoco. Selina si sollevò in piedi senza dire una parola. Ravien inclinò la testa verso Anfindur poi gracchiò in direzione della ragazza che tornava dai propri compagni. L’elfo scosse la testa. Non riusciva a togliersi dagli occhi lo sguardo beota di Caristo e il silenzio di Chirone mentre lui uccideva suo figlio per salvare degli uomini che erano assassini.

Si strinse la testa fra le mani.

 

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e fondatore di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Scrive per Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica contributi relativi allo sword and sorcery e alla narrativa fantastica. Ha pubblicato con Solfanelli, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ consulente della Commissione Contratti della World SF. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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