Cronache nemediane – Il significato di un confine: la fondazione di Roma

Due fratelli incidono con l’aratro un solco sul terreno. Hanno terminato questo compito quando uno dei due, ancora indispettito perché gli auspici hanno favorito il gemello e non lui, oltrepassa il solco appena tracciato. L’altro fratello per punizione l’uccide.

«Così d’ora in poi perisca chiunque altro varcherà le mie mura»[1] questo proclama Romolo sul cadavere del fratello Remo. La città che porta il suo nome, Roma, è stata battezzata, non con acqua od olio santo, ma col sangue di un consanguineo.

 

È questo uno dei miti più famosi sulla fondazione di Roma. Mito terribile che getta una lunga ombra su quella che è la città – Urbe – per eccellenza, nata però su un fratricidio. Tutta la figura di Romolo è invero connotata da forti ambiguità: della sua morte esistono due versioni, contrastanti eppure uguali nell’epilogo. Nella prima Romolo, ancora vivo, viene fatto ascendere al cielo per ordine degli stessi dei durante una tempesta; successivamente egli stesso viene divinizzato. Nella seconda i patres romani, preoccupati degli atteggiamenti sempre più tirannici del loro re, lo uccidono e, per mascherare il delitto, lo smembrano e si spartiscono le parti del cadavere. Entrambe le versioni, pur così diverse, condividono la sparizione del corpo di Romolo.

Eppure l’uccisione di Remo da parte di Romolo, per quanto ci possa apparire terribile e spropositata, non è ingiustificata per le norme, religiose e civili, dell’epoca. Il solco che i fratelli hanno tracciato non è un segno qualsiasi: esso è il pomerio, la linea di confine su cui sorgeranno le mura sacre di Roma. Il mondo romano, come quello greco, conosce una forte distinzione, se non una vera e propria antinomia, tra città, urbs, e campagna, ager. La prima è il luogo delle leggi, dei culti sacri, della civiltà (che non a caso deriva dal termine città) propriamente detta; la seconda è invece il luogo delle barbarie, della violenza, di tutto ciò che è selvaggio. Incidendo il solco Romolo e Remo delimitano, distinguono dunque (ogni distinzione ha alla sua base una delimitazione, un simbolico tracciare un solco tra ciò che una cosa è e ciò che non è) l’urbe, il luogo della civiltà e delle leggi, dal mondo selvaggio della brutalità e delle armi.

È da notare che i due gemelli provengono non dalla civiltà, ma dal mondo selvaggio. Dopo la nascita vengono allattati da una lupa, simbolo del mondo animale, e allevati come pastori tra i colli e i campi; crescendo diventano briganti e si danno ad atti di rapina. Anche una volta restaurato il loro nonno, Numitore, come legittimo re di Alba Longa, la città edificata dall’antenato Ascanio, figlio di Enea, non risiedono in essa, ma se ne allontanano. Non, tuttavia, per ritornare al mondo della natura, delle barbarie, ma per fondare essi stessi una nuova città.

L’atto di fondazione prevede l’osservazione degli auspici, in questo caso il volo degli uccelli. Essa ha inoltre il ruolo di decidere quale dei due gemelli darà il nome alla città: non potendo decidere, in quanto gemelli, mediante la primogenitura, decidono di affidarsi al giudizio degli dei. Remo è il primo a osservare sei uccelli levarsi in volo, Romolo successivamente ne scorge il doppio: è dunque egli che darà il nome alla città. Solo dopo i due, insieme, tracciano il solco che delimita e fonda effettivamente la città, ma fatto questo Remo lo oltrepassa e viene perciò ucciso da Romolo. Questo atto da parte di Romolo potrebbe sembrare una ricaduta nella bestialità e nella violenza da cui provenivano; in realtà è l’opposto.

Fondare una città, delinearne le mura (il solco tracciato è già, in nuce, le mura che sorgeranno su di esso) significa uscire dallo stato di anarchia della natura, accettare e sottostare alle leggi del vivere civile. Infrangerle comporta una punizione. Remo oltrepassa il pomerio, limite sacro e invalicabile; peggio lo attraversa, secondo alcune versioni del racconto, armato. Non è un atto innocente. Al contrario, è un atto che minaccia la città appena fondata, perché significa portare la violenza, la mancanza di regole, in altre parole il mondo selvaggio che si vuole abbandonare, che si vuole lasciare al di là delle mura, al suo interno. È a questo che reagisce Romolo. Che il gesto con cui fermi la violenza perpetuata da suo fratello Remo sia altrettanto violento, fa parte del paradosso della giustizia, che per prevenire e punire la violenza ha, a sua volta, bisogno della forza. Ciò che conta è il rifiuto del mondo selvaggio, di chi non sa adeguarsi alla civiltà, simboleggiato da Remo.

In questo rifiuto, che comporta un brutale ma non insensato fratricidio, c’è il senso della civiltà nel mondo antico, del suo distacco – distacco violento, omicida addirittura – dal mondo agreste e selvaggio. Dell’opposizione tra ciò che è città, pertanto è ordine, ragione, e ciò che non è lo, e pertanto è barbarie, violenza. Un’opposizione tanto simbolica quanto fisica (le mura sacre di Roma), che marcherà pressappoco tutto il mondo antico e solo con la fine dell’Impero romano verrà perdendo importanza. Nel Medioevo, con il declinare, in particolare nell’Alto Medioevo, delle città, la contrapposizione andrà mutando: non più tra mondo urbano e rurale, ma tra gli insediamenti umani, siano città o villaggi, e i luoghi incolti, boschi e foreste. Le vaste aree incolte e le foreste che in ogni parte d’Europa circondano gli abitati umani, diverranno luogo selvaggio e magico assieme, popolato nell’immaginario collettivo, pensiamo alle fiabe, sia da animali pericolosi che da fate ed esseri stregati. Un’ambiguità che coinvolge il ruolo dei boschi, indispensabili per procurarsi legna, frutti come le castagne o le ghiande, miele con cui condire o conservare i cibi, selvaggina; allo stesso tempo luogo pericoloso e selvaggio, abitato da un’umanità – cacciatori, falegnami, carbonai – misteriosa e quasi bestiale. Ma questa è un’altra storia.

 

Note:

[1] TITO LIVIO, Storia di Roma dalla sua fondazione, volume I, 7.

 

Bibliografia

-AUGUSTO FRASCHETTI, Romolo il fondatore, Laterza, 2002

– TITO LIVIO, Storia di Roma dalla sua fondazione, volume I.

Scritto da alessandromanzato

Lettore vorace da quando ha imparato a leggere, privilegia il genere fantasy e, più in generale, tutto ciò che può rientrare nella letteratura del fantastico. A lungo appagato dalla sola lettura di libri, non sente il bisogno di scrivere fino alle superiori quando, la mattina di una noiosa lezione a scuola, per far passare il tempo si mette a scribacchiare su un foglietto di carta il suo primo, breve racconto. Da allora continua a scrivere racconti brevi e saggi; superata la ragguardevole età di un quarto di secolo non ha ancora smesso. Ha conseguito la laurea in Storia, altra sua grande passione insieme alla scrittura e al fantastico.

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