Per la rubrica de I racconti di Satampra Zeiros, abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Andrea Cavalli, scrittore emergente che ci propone Una sera al cimitero, racconto sword and sorcery di circa 46.000 battute spazi inclusi.
Buona lettura.

 

Autore

Andrea Cavalli nasce il 3 Dicembre 1977 a Genova. All’età di dodici anni gli viene regalata la Scatola Rossa di Dungeons and Dragons della Editrice giochi, e da un mondo di spada e stregoneria non uscirà più. Colleziona e legge avidamente racconti di R.E. Howard, Michael Moorcock, H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith, e, tra una battuta di caccia al drago ed una razzia di tesori, riesce a laurearsi in Giurisprudenza nel 2006. Prima, durante e dopo trova numerosi impieghi in svariati ambiti, specialmente a contatto dei libri che più ama.

 

Una sera al cimitero

 Andrea Cavalli

 

Nonostante avesse piovuto tutto il giorno a sera il vento aveva spazzato via le nubi, lasciando il cielo terso con lo splendore delle stelle e della sottilissima falce della luna, simile ad un sorriso maligno. I loro stivali da lavoro sguazzavano nella mota in cui la pioggia aveva trasformato il terreno della vetusta necropoli, ed i due uomini dovettero camminare per più di mezz’ora prima di raggiungere la loro destinazione.

In quella sezione del vasto camposanto i rami degli alberi sporgevano in mezzo alle cripte come se avessero voluto afferrarli, sgocciolando su di loro e contribuendo a quella lugubre atmosfera. Le due sagome umane procedevano, a tratti nascoste dalle ombre degli edifici simili a piccole chiese gotiche che delimitavano il perimetro del viale. Il più alto dei due, frugando con una mano tra le pieghe del suo mantello, si fermò di fronte ad una delle costruzioni.

“Eccolo qui,” disse al suo compagno, l’individuo basso e grassoccio che spingeva la carretta alle sue spalle. “Vedrai che sarà un gioco da ragazzi.”

Il piccoletto si fermò, per asciugare dalla  sua fronte il sudore misto ad acqua piovana. Erano entrambi avvolti in ampi drappi neri, che in quell’ambiente cimiteriale davano loro l’apparenza di due spettri. Non fosse stato per l’assoluta serenità della notte e la luce stellare, sarebbe stato addirittura impossibile  distinguerli da un’unica ombra generale.

“Non capisco perché dovremmo prendere proprio questo,” c’era un tremito nella  voce del piccoletto, e, se le sue spalle fremevano, non era solo per un brivido di freddo dovuto al gelo notturno ed alle folate di vento che agitavano i loro stracci come vele. “Potremmo andare via con uno qualsiasi dei poveracci sepolti nel terreno.” A queste parole quello alto ebbe un moto di stizza. “Ma sei deficiente? Secondo te dovremmo fare anche la fatica di disseppellirlo, oltre a quella di portarlo via, quando sono riuscito a trafugare questa?” La chiave, mostrata con un gesto secco, per un attimo brillò argentea alla luce della luna. “ Senza contare che chissà in quali condizioni lo troveremmo. Questo qui,  fresco di giornata, lo hanno sepolto questa mattina… chiuso dentro a dormire con i suoi antenati.”

Le esequie, infatti si erano svolte in mattinata, sotto una pioggia torrenziale che non aveva conferito particolare solennità alla cerimonia, né aveva turbato l’umore trionfale di Lord e Lady Ophidian, gli eredi del defunto Titus, finalmente giunti a seppellire il padre alla matura età di novantasette anni. I due becchini, ovviamente presenti alla funzione, ricordavano perfettamente le risate ed i colpi di gomito con i quali i parenti per nulla affranti avevano accompagnato l’anziano patriarca all’estremo riposo. Si diceva che li attendesse un sontuoso festino nella loro dimora, con imbandita una tavola luculliana per decine di ospiti che, vita natural durante, l’avido mercante aveva riservato solo a sé stesso. Il carattere ingordo, scostante ed egoista dell’estinto, insieme alla prodigiosa vitalità che continuava a dimostrare a così tarda età avevano nutrito le voci: le stesse voci che ora ossessionavano Paulus, il più piccolo tra i due beccamorti.

“So certe storie…” mormorò, mentre rabbrividiva sotto il mantello. Lì, all’ombra del grande mausoleo degli Ophidian, dicerie congedate come vuote superstizioni risuonavano nella sua mente scaramantica di carattere come sinistri avvertimenti.

“Le storie!” Il becchino alto gli fece il verso. “Conosco anche io le storie. Che il vecchio si dedicava a strani  esperimenti nel buio della sua villa, che in solitudine trafficava con i poteri perniciosi… bubbole!”

“Dicono che fosse un necromante…”

La risposta dell’altro fu una risata sprezzante. “Un necromante! Ed il nostro datore di lavoro cosa credi che sia? Von Fogler può definire sé stesso un anatomista e un filosofo naturale, ma chi se non un fattuchiere della peggior specie ci manderebbe nottetempo a trafugare cadaveri? O ci pagherebbe denaro sonante per tenergli da parte i bocconi più pregiati che seppelliamo? Suvvia, Paulus!” e qui la voce assunse un tono ragionevole, carezzevole quasi. “Io e te abbiamo seppellito veramente troppe carcasse per credere alle favole di morti resuscitati e magia nera.”  

“Hai ragione, Emilius…”

“E comunque, che aspetto hanno i necromanti? Sono  tutti magri e macilenti… e Titus ora un ciccione da competizione. Te lo vedi a intonare formule sacrileghe ed armeggiare con filtri misteriosi? Ma adesso andiamo, non perdiamo altro tempo. Non voglio mica essere ancora qui quando farà giorno ed apriranno il cimitero!”

E Paulus, le sue resistenze apparentemente vinte dalle argomentazioni del complice, spinse la carretta all’interno della porta di bronzo che nel frattempo quest’ultimo aveva spalancato.

Eppure, nonostante quel profluvio di parole ragionevoli, il piccolo ladro di cadaveri si sentiva le gambe molli in quell’atmosfera letteralmente sepolcrale, all’interno della cripta di famiglia degli Ophidian. Alla luce della torcia accesa e tenuta alta dall’allampanato Emilius, gli arredi funebri ed i sarcofaghi di marmo nero parevano risplendere di una loro oscura lucidità, e le decorazioni gettavano le loro ombre lungo i muri, sentinelle contro i due invasori. Paulus distinse subito, appolaiato su un piedistallo, l’idolo di Orcus, dio della morte per i loro antenati ed Arcidemone per i contemporanei, a squadrarli con occhi d’onice nel muso cinghialesco sul corpo da obeso; ma più minaccioso ancora era il più antico occupante del mausoleo: Mikhail Ophidian l’assediatore, capostipite della schiatta dalla quale, dopo varie generazioni, era disceso l’assai meno eroico Titus. L’eroe dell’assedio di Kalkator era stato imbalsamato e sepolto ancora in armi nella cripta appena costruita, ed ora il suo corpo assisteva impassibile all’invasione dei tombaroli dall’alto del trono sistemato proprio contro la parete di fronte all’ingresso.

Nella  polvere accumulata nell’arco di secoli facevano bella mostra di sé le impronte lasciate in mattinata dai prefici che erano venuti ad intombare Titus. Dalla cappella principale, fuori la quale Paulus ed Emilius avevano posteggiato le quattro assi di legno della loro carriola, il pianale ingombro dei ferri del mestiere, le orme si dirigevano verso una delle quattro ali laterali del piccolo edificio: là, come i due sciacalli ben sapevano, avrebbero trovato la loro defunta preda. Il tracagnotto Paulus stava già avviandosi in quella direzione, impaziente di lasciarsi alle spalle i sinistri ornamenti di quel luogo, quando si avvide che il compare non lo stava seguendo.  Emilius si era fermato di fronte all’idoletto di Orcus, impegnato in qualche operazione che alla fioca luce della torcia Paulus non riuscì a distinguere. “Fratello, che combini?” Gli diede voce.

“Secondo te, imbecille?” giunse la secca risposta, senza che l’uomo alto nemmeno interrompesse le sue misteriose attività. “Per quale motivo credi che questi ricconi si facciano seppellire tutti insieme, una generazione dopo l’altra della stessa famiglia, nello stesso posto? Per compagnia? Sto disinnescando le trappole.”

“Oh.” E  Paulus si immobilizzò come colpito da un fulmine, timoroso di incappare in un qualche trabocchetto nell’oscurità. Rimase lì a cincischiare gli orli del suo mantello, in attesa che l’altro terminasse i suoi complicati preparativi, per lui incomprensibili. Alla fine l’operazione ebbe termine, ed i due attraversarono l’arcata che portava al sarcofago di Titus Ophidian.  Il sarcofago emerse come  uno scoglio nero da un mare di tenebra di fronte ai tombaroli, costringendo Paulus a fermarsi all’ingresso dell’angusta stanzetta, mentre Emillius si avvicinava cautamente alla tomba.

La superficie del sarcofago era istoriata con un complesso motivo di serpenti marini, il simbolo della famiglia Ophidian: in mare, a terra, intenti a mordere con le zanne avvelenate o a sbranare i nemici della città oltremare. Tutte cose che il vecchio debosciato non aveva mai fatto: le uniche cose che aveva azzannato erano state portate troppo ricche a pranzo. Eppure Paulus ancora esitava, sentendosi addosso lo sguardo fisso del ben più temibile, ancorché defunto da secoli, capostipite mummificato. Anche l’effigie del dio dalla testa di porco rinfocolava le sue paure, ed ancora gli pareva di vedere l’ombra gettata da quest’ultima ondeggiare contro le pareti della cripta, spalancare le ali e prepararsi a piombare in picchiata sui due sacrileghi.

Mentre il complice studiava il pesante suggello, il pavido beccamorto si lasciò scappare le seguenti parole: “Dicono che facesse esperimenti per ottenere la vita eterna… l’hanno trovato con un calice rovesciato a fianco del suo corpo, con ancora un po’ di liquido che colava fuori…”

“Si, del mercurio… che idiozia, è ovvio che se bevi il mercurio muori, altro che vivere per sempre!” lo liquidò Emilius. “Si vede che era stanco di stare troppo bene e l’ha fatta finita. Passami il piede di porco adesso, ci sarà un minimo da lavorare.”

Seguì un attimo di silenzio, poi una voce titubante replicò “Mi dispiace, Emilius, non l’ho portato il piede di porco…credevo che dovessimo scavare…”

Il disappunto di Emilius fu esalato in un gran sospiro. “Sei utile come al solito. Passami una vanga, và.”

E lavorando di vanga, tra sbuffi ed imprecazioni soffocate, i due uomini riuscirono di lì a breve a scalzare il coperchio. Dopodiché trattennero il fiato, quasi che temessero un veneficio nell’aria.

Titus Ophidian, il grasso corpo sfatto come una candela sciolta, li attendeva con un’orribile rictus sul volto morto. Gli occhi ciechi erano fuori dalle orbite, la bocca spalancata in urlo silenzioso. Qualunque cosa avesse visto nei suoi ultimi istanti su questa terra, non potè far  a meno di pensare Paulus, doveva avergli fatto rimpiangere la decisione di togliersi la vita -se tale era stata.

“Non restare lì imbambolato! Aiutami a metterlo sul carro!” La voce di Emilius lo riscosse dalle sue meditazioni. Insieme, preso il pesante cadavere per i piedi e per le spalle, riuscirono a collocarlo sulla carriola, dove uno spesso lenzuolo lo ricoprì.  Tirarono il carretto sino all’esterno, dopodiché Emilius armeggiò brevemente con la serratura del portale del mausoleo, richiudendolo, auspicabilmente, per i secoli dei secoli.

“Adesso, a nessuno verrà in mente che abbiamo trafugato una salma fuori di qui. Abbiamo anche rimesso a posto il suggello, così, anche se qualcuno dovesse esservi sepolto tra breve, nessuno si accorgerebbe di nulla. Abbiamo lasciato tutto come l’abbiamo trovato.”

“Sei così intelligente, Emilius!” Gongolò Paulus, voltando la schiena al compare per mettersi al traino della carriola.

Alle sue spalle, Emilus soffocò una risata “Proprio così, mio caro fratello, sono pieno di virtù. Ho un unico grande difetto: sono molto egoista. Ho sempre avuto problemi a condividere…” E sollevò in alto la vanga che ancora stringeva tra le mani.

 

Le prime ore del mattino non trovarono alcuno dei convitati al banchetto funebre in onore di Titus Ophidian in posizione verticale, nel grande palazzo di famiglia vicino al centro cittadino. Persino le guardie all’ingresso e lungo le scale dell’atrio si appoggiavano ebbre alle loro picche, così,  quando le due figure fecero il loro ingresso a palazzo, soltanto una sentinella alzò il capo per un istante, e, dopo aver messo a fuoco gli intrusi con occhi mezzo addormentati, fece un sorriso sciocco, attribuì l’impossibile spettacolo all’ubriachezza e tornò ai suoi sogni, mentre i figuri impegnavano la scalinata con passo claudicante.

I segni del festino pantagruelico della notte precedente erano evidenti ovunque: nobiluomini e servitori stravaccati sugli scalini, nelle lunghe sale del piano nobile, o crollati direttamente sui tavoli con le facce nei piatti insieme ai resti dell’abbondantissima cena. I due figuri scavalcarono corpi scossi da estemporanei singhiozzi, passarono accanto ad un divano sul quale era adagiata una dama priva di sensi per i bagordi, e si trovarono di fronte alla doppia porta della sala del trono.

Dietro di essa, bevendo di tanto in tanto da un calice ancora pieno per metà, immerso in una cupa sbornia che gli ispirava sinistre meditazioni, sedeva l’unico occupante ancora parzialemente cosciente dell’avita dimora. Serpe Ophidian, attule Lord Ophidian, si era conservato tale non perché avesse esercitato una particolare moderazione, anzi, inizialmente si era unito alla crapula generale con un entusiasmo ineguagliato neppure dalla propria sorella Anfisbena, la quale verso le prime ore del mattino era stata condotta nelle sue stanze dalle sue dame di compagnia, altrettanto barcollanti, ma soltanto perché all’iniziale euforia era subentrata una specie di tetra incertezza sul proprio destino. Ora, sedeva sul trono sorseggiando l’estrema feccia del vino e covando il suo malumore nel passare in rassegna i progetti che aveva per il suo casato.

Li passò in rassegna rapidamente, più e più volte, perché non ne aveva nessuno.

Molti anni prima, avrebbe saputo cosa fare. Come risollevare le sorti della stirpe di Mikhail Ophidian. Ma adesso, a cinquant’anni suonati, il suo vecchio ed immarcescibile genitore l’aveva talemente assuefatto ad ingoiare impotenza ed umiliazioni insieme ai pranzi ed alle cene che, pur avendone i mezzi, gli era venuto a mancare completamente l’impulso ad impiegarli in alcunché di fattivo. Cosa gli restava dunque? La gozzoviglia… finire di dilapidare il patrimonio non più cospicuo degli Ophidian e morire senza né moglie né discendenza… il crollo di una grande casa che, se un tempo lo avrebbe riempito di vergogna e senso di colpa, ora gli dava una specie di solletico, un piacere amaro che gli strappava uno sporadico sghignazzo dentro la coppa di vino. Altrimenti, abdicare in favore di Anfisbena, la quale aveva conservato, insieme al fiele, almeno una parte della cupa determinazione dei suoi avi. Solo il pensiero di essere inferiore in tutto e per tutto alla sorella minore era ancora capace di risvegliare in lui sentimenti di vergogna. Solo il disgusto per quella aperta ammissione di inferiorità lo tratteneva dal nominarla sua erede, e lo spingeva a propendere per la prima soluzione: la dissoluzione totale ed irrevocabile.

Fu in questi pensieri che lo sorprese il più inatteso degli ospiti. Spalancando i portali, strascicando i piedi malfermi sotto il suo sguardo attonito, il primo dei due figuri si diresse verso di lui lento ma inesorabile.

A quella vista, curioso a dirsi, nessuna delle reazioni che si succedettero nell’animo di Serpe fu d’orrore: solo di incredulità, che lasciò quasi subito il posto alla rabbia, alimentata da un senso di oltraggiata ingiustizia cosmica. Fu quest’emozione che spinse l’erede degli Ophidian a lanciare il calice, con il suo residuo contenuto di vino, all’apparizione: dopo un breve volo, esso rimbalzò sulla pallida pelle del cranio e si frantumò a terra, lasciando sul tappeto una macchia purpurea come un’allusione al sangue.

“Come osi!” Sbraitò Serpe. “Come osi farti vivo qui! Tu sei morto! Ti ho seppellito non più tardi di stamattina! Via, sparisci!”

E difatti di fronte a lui, nella sala del trono dei suoi antenati,  non si trovava altri che suo padre.

Forse più pallido e flaccido di come se lo ricordava. Forse persino più sgraziato nei movimenti, una massa di lardo che pareva strisciare sul prezioso tappeto d’oltremare e sporcare quell’ambiente opulento con il suo lerciume, ma indubbiamente il patriarca degli Ophidian, la  cui mole copriva completamente l’individuo segaligno e saturnino che veniva dietro di lui, salvo per le spalle e la testa sogghignante che svettava su quella massa corpulenta. L’uomo magro sussurrò qualcosa, come se stesse dando al defunto anfitrione l’imboccata, e  Titus, a smentire completamente la sua condizione defunta, parlò.

“V…via dal mio trono.”

Le labbra cascanti si mossero, la voce uscì rozza e malferma, incerta persino, come una folata di vento putrido da un canale sigillato in tempi remoti. Eppure, l’ordine rimaneva. Un  ordine di padre e di capo del casato, al quale il figlio e suddito contrappose solo un testardo rifiuto. Serpe afferrò con forza i braccioli del trono, a sfidare il padre risorto a scalzarlo, se poteva. “E’ il mio trono, adesso! Torna nella fossa!”

Per ridicolo che fosse, lui nemmeno lo voleva, il trono. Ma lasciarlo a lui, subire il suo  giogo, magari per altri cinquant’anni, dopo aver assaporato una giornata di libertà, questo mai.

Fluendo in avanti come un’onda di marea, Titus pose le mani grosse e molli sul collo del figlio, ed iniziò a stringere. Serpe lottò contro quella presa che aveva la forza dell’inerzia e la molle resilienza delle sabbie mobili. Inutilmente. Più  che strangolare il suo erede, Titus Ophidian lo affogò. Infine, Serpe Ophidian scivolò giù dal trono, come se lui stesso avesse perso ogni solidità, e fu abbandonato sugli scalini che portavano allo scranno sotto lo sguardo sempre più soddisfatto dell’alto sconosciuto. Questi aveva assistito a tutta la scena con gli occhi stretti di un felino sazio. Sue erano state le esortazioni a parlare, suo l’ordine sussurrato di uccidere.

“Eccellente. Ed ora Titus, mio buon amico, godiamoci la nostra reggia.”

 

Tuonava. L’attico, iluminato dalla luce dei lampi, era occupato da banconi di legno, due dei quali erano ingrombi di alambicchi, cesoie, bisturi di varie misure, alcuni sottili quasi come spilli, mentre ad altri si sarebbe piuttosto adattato maggiormente l’appellativo di mannaia. C’erano aghi e fili di sutura, c’erano fiale e provette colme di misteriose soluzioni. C’era un odore di spezie esotiche ad aleggiare nel locale. E c’era Paulus, o meglio, il suo corpo senza vita, preservato dalla decomposizione da quegli stessi filtri e composti, disteso sul terzo tavolo.

Il piccolo ladro di tombe era nudo, girato sulla pancia. Il pallore cadaverico gli conferiva un aspetto quasi ittico, da banco del pescivendolo più che da tavolo di obitorio, e la nuca presentava uno schiacciamento semiregolare.

All’esperto Von Fogler, quella lesione non aveva alcuna possibilità  di sfuggire.

“Quell’Emilius,” Borbottò, chino sulla salma “deve credere che io sia scemo. Deve credere che io non sappia riconoscere un trauma da corpo contundente, quando ne vedo uno. Caduto dalle scale… come no! Ha anche accettato che lo pagassi di meno per un corpo danneggiato, quando gli avevo detto chiaramente che ne volevo uno in buone condizioni.”

Ripensò alla settimana prima, alla sera in cui l’allampanato Emilius si era presentato lì, nelle sue stanze private all’università, con il pingue peso del suo defunto fratello e collega Paulus caricato su una carriola a braccia. Un incidente, aveva detto. Una scivolata su una macchia di muschio al cimitero, mentre si affrettavano a svolgere le sue commissioni. Morale della favola, Paulus era diventato l’unico cadavere che l’affranto Emilius fosse riuscito a recuperare per il maestro anatomista. Non aveva neppure sollevato obiezioni per quanto Von  Fogler gli aveva offerto, e si era dileguato nella notte incipiente con metà della somma inizialmente pattuita. Questo particolare, più di ogni altro, aveva insospettito Von  Fogler. Non occorreva un professore emerito in Anatomia per rendersi conto che l’avido Emilius aveva qualcosa che bolliva in pentola.

Un battere di piede calzato in una costosa scarpa col tacco rispose alle elucubrazioni dell’uomo, seguito poco dopo da una voce. “E questo cosa ha a che vedere con  il motivo della mia visita, necromante?”

Von  Fogler si rizzò in tutta la sua impressionante statura di quasi due metri, avvolta nel camice da laboratorio di cuoio nero. Sul volto portava la maschera beccuta da medico della peste con gli occhiali di vetro trattati per ingrandire i dettagli e magnificare la sua visuale, mentre sul tronco e l’addome , lasciati scoperti dal camice aperto sul davanti, facevano bella mostra di sé i gruppi muscolari aggiuntivi che contribuivano alla sua statura, insieme al supporto osseo ausiliario sempre di sua elaborazione. Una visione, riflettè la donna in piedi di fronte all’ingresso dello studio, sicuramente non delle più incoraggianti e che non contribuiva ad avvalorare l’affermazione seguente del suo interlocutore.

“Non sono un necromante, mia signora Ophidian. Sono un  filosofo naturale. La gente superstiziosa  mi chiama stregone e fattucchiere, ma non c’è  magia in quello che faccio. Solo scienza e sperimentazione.”

Lothar Von Fogler, nato albino, aveva dedicato la sua vita a sperimentare, usando sé stesso come principale cavia vivente. Dapprima aveva cercato rimedi per la sua condizione, avvicinandosi alla medicina, all’anatomia ed all’alchimia. Delle arti occulte aveva appreso quanto bastava da giudicarle inaffidabili, anche se ne aveva una conoscenza perlomeno teorica. I suoi libri di testo presto erano diventati i cadaveri, che sezionava per scoprire i misteri del corpo e della sua costruzione. Una volta che sentiva di essersi impadronito di una determinata materia, passava ad implementare quanto scoperto sul suo proprio fisico.

La chirurgia invasiva gli aveva fornito ossa allungate e rinforzate, portandolo all’impressionante altezza di duecentodieci centimetri, sulle quali aveva poi innestato gruppi  muscolari ausiliarii. Spaventosamente resistente e longevo nonostante le sue condizioni di gigante ed albino, i più attribuivano la sua  persistenza su questa terra ad un patto con l’Arcidemone Orcus. In realtà, come lo stesso anatomista avrebbe avuto la pazienza di spiegare ai suoi concittadini se si fossero presi la briga di ascoltarlo, si trattava di una semplice questione di ridondanza organica e costante manutenzione. L’albinismo no, quello non era riuscito a curarlo (aveva teorizzato che una sostituzione completa dell’epidermide avrebbe potuto in effetti costituire una soluzione, soltanto non aveva ancora scoperto un modo per sopravvivere all’operazione), motivo per cui aveva ripiegato sulla protezione offerta da uno scafandro e da un’altra maschera, questa con lenti affumicate anziché dotate di proprietà magnificanti.

Questo era l’uomo che, allorché si avventurava sotto il sole con la protezione di un simile tabarro, con la figura grottesca ed incombente e l’andatura serpentina delle giunture snodate in ogni direzione, faceva scappare i bambini, segnare gli adulti ed abbaiare i cani alla sua ombra.

Questo era l’uomo al quale Anfisbena Ophidian, che non aveva mai avuto paura di nulla in vita sua, non osava avvicinarsi, mentre si chinava sul tavolo come una mantide su una preda, sebbene gli replicasse in tono di sufficienza “come ti pare.”

Dietro la macabra maschera si affrettavano pensieri di un genere ben preciso. Ricordi ed intuizioni si susseguivano, sbocciavano in deduzioni, fino a fruttificare in una precisa teoria. Troppe volte Emilius aveva spiato i suoi passi. Troppe volte si era affaccendato intorno agli scaffali della libreria, e troppi segreti aveva trafugato, insieme a preziosi, dalla tomba. Particolarmente appassionato, gli era parso, ai culti negletti dedicati alle antiche divinità ctonie protettrici delle tombe, ed all’utilizzo di pozioni a base di mercurio da parte delle sette dell’Est, nel tentativo di preservare e prolungare la vita.

“E adesso quel parassita si è installato nella villa degli Ophidian, in qualità di protetto e confidente del patriarca Titus…”

Di quanto successo nel periodo di tempo seguito alla resurrezione di Titus Ophidian si chiaccherava molto in città. Si sussurrava del terribile odore che emanava dal corpo del redivivo, si sparlava del plebeo che ne accompagnava ogni passo ed aveva il suo orecchio a ogni ora del giorno e della notte, e senza aver consultato il quale il vecchio non osava muovere un dito. Emilius disponeva del capitale dell’antico casato come meglio credeva, beveva fino alla totale ubriachezza e non risparmiava né al personale di casa né ai familiari del suo patrono l’insolenza.

In tutto questo, c’era una sola parola che nessuno osava pronunciare, persino in quell’epoca di oscura paranoia, ed era “necromanzia.” Perché l’eccentricità e la deformità fisica e morale di Titus erano già famigerate, perché le accuse, che sarebbe state gridate per strada all’indirizzo di un borghese o di un artigiano, nei confronti di un maggiorente della città erano sussurrate sottovoce. Eppure erano sussurrate, e non avrebbero tardato a produrre i loro risultati, appena avessero raggiunto consistentemente le giuste orecchie.

Nel frattempo, Anfisbena Ophidian le aveva versate nelle sue. La temuta nobildonna era indispettita, a buon diritto si sarebbe potuto dire, dall’intempestivo ritorno dall’avello del genitore, e le istanze di cui  era latrice trasformavano quelli di Von Fogler in qualcosa di più che semplici sospetti.

 

Le notizie nelle settimane seguenti non si limitarono ai semplici pettegolezzi.

Per primi iniziarono a sparire i mendicanti invalidi che praticavano il loro mestiere a ridosso delle mura della necropoli. Una guardia raccontò di aver visto delle figure macilente, animalesche, scavalcare le alte mura rivestite di cocci di vetro sulla cima e fare avanti ed indietro dalla necropoli, nottetempo. La confessione,che in un’altra occasione avrebbe causato il panico e mobilitato le autorità cittadine contro un’infestazione di Ghul, non fu presa sul serio in quanto resa dopo svariati boccali di vino. A corroborarla venne però il racconto di un becchino terrorizzato, un uomo timorato di dio che si recò alle autorità compententi di buon mattino, e rese la seguente deposizione.

Stava egli accingendosi a chiudere il cimitero alla fine dell’orario di visite, quando colse un movimento nei paraggi di una delle cripte. Credendo si trattasse di un ritardatario, si recò, come era suo ufficio, ad avvertirlo della chiusura imminente, ed, avvicinatosi, notò le porte del mausoleo divelte e gettate sui lati della strada carrabile, ed udì passi che scendevano nell’oscurità, picchiando irregolari sul vetusto marmo.

Il vecchio inserviente pensò ad un’esempio particolarmente sciatto di sciacallaggio, e, vinta una paura superstiziosa, accese una torcia e discese nell’oscurità. All’interno della cripta, a quella luce tremolante, distinse uno spettacolo ripugnante e blasfemo: disteso su un sarcofago, un corpo umano scannato, circondato dalle bestiali sagome dei divoratori di cadaveri, creature dalla mascella allungata e dalle mani adunche, vestite con frammenti di sudari o più spesso nude: i demoni saprofagi delle leggende dell’Oriente, la cui presenza era stata segnalata  a più riprese nella storia della necropoli, ma mai confermata. Strano a dirsi, i Ghul non si abbandonavano al loro fiero pasto come di consueto, ma invece si contorcevano, si agitavano di fronte all’idolo alato dell’Arcidemone dalla testa suina, e le loro bocche zannute ringhiavano una sorta di litania. A vegliare su quella messa nera, come un pontefice in trono, un massiccio cadavere in armi ed armatura antiquate, dei tempi della prima crociata contro i pagani di Kalkator.

Il cavaliere volse la testa nella direzione della luce della torcia, e lo fissò con occhi morti, e fu allora che la facella  volò via dalle mani del becchino il quale, cedendo al panico, si diede ad una precipitosa fuga. Ad ogni passo poteva percepire l’alito maleolente dei Ghul sul suo collo. Corse, senza mai voltarsi indietro, fino alle porte del cimitero, sempre con l’immagine del corpo imbalsamato, armato di ferro, che barcollava dietro di lui sotto il peso del suo spadone, e non si fermò finché non ebbe sbarrato dietro di sé la porta della sua povera abitazione. La notte trascorse in una veglia da incubo, finché, sorto il sole, l’uomo non si risolse a fare il suo dovere e si recò a far rapporto al prevosto. Questi non perse tempo a precettare un manipolo di mercenari, uomini induriti dal servizio nell’esercito imperiale, risoluti ed armati di formidabili balestre, orgoglio della loro compagnia. Si recarono alla necropoli ben prima che annottasse; i grandi portali di ferro erano rimasti aperti dal giorno prima, quando il referente li aveva abbandonati nella fretta di mettersi in salvo. Si incamminarono sotto il sole pomeridiano, che già inziava a calare a causa della stagione invernale, e raggiunsero il luogo dell’invocazione notturna ad Orcus.

Nella cripta, rimaneva solo l’idolo ghignante dell’Arcidemone. Spariti i Ghul, scomparso dal suo trono il sacrilego cavaliere noto in vita come Mikhail l’Assediatore. Il prevosto sentì la sua pelle accapponarsi in un brivido presago. La cripta degli Ophidian era vuota.

 

La prima cosa che il prevosto fece una volta tornato in sede fu spiccare un mandato di cattura nei confronti di chiunque in città fosse anche minimamente in odore di necromanzia. In cima alla lista, naturalmente, c’era il nome di Lothar Von Fogler.

Andarono a cercarlo nel suo studio nell’attico in cima al palazzo dell’università, incuranti dei privilegi di cui quell’istituzione godeva da anni -a tal punto la situazione era degenerata. Affissero avvisi di taglia su ogni muro, gli diedero la caccia persino nelle reti fognarie. Per l’operazione, e per la difesa della cittadinanza non si sa da cosa, se non da un presentimento che aleggiava come una cappa plumbea, il Principe diede disposizione al prevosto che fossero organizzati manipoli di cittadini armati e chiamate in servizio le squadre di balestrieri mercenari della compagnia della Fossa. Questi ultimi erano gli unici a sfregarsi le mani per la soddisfazione, mentre il loro capitano contava l’oro e suddivideva le paghe: il lungo periodo di pace li aveva costretti a cercare impiego all’estero, ma ora i loro squadroni potevano far pagare i loro servigi a caro prezzo, mentre battevano i vicoli della città vecchia a gruppi di quattro, con il sergente che portava una lanterna sull’asta, utile tanto come vessillo quanto per illuminare la notte. Si cercò nelle botteghe, si perquisirono abitazioni private, si misero sossopra persino i postriboli.

Von Fogler non fu trovato.

In tutto ciò, la situazione rimaneva stranamente calma, come se un’onda di marea si gonfiasse in silenzio, in attesa di abbattersi su una spiaggia isolata e spazzarne via il contenuto. Pareva che l’unico nemico contro cui la compagnia della Fossa avrebbe dovuto battersi sarebbe stata la noia, ma il prevosto non demordeva nelle sue indagini.

Una soffiata anonima accusò Lady Anfisbena Ophidian di frequentazioni con il professore di anatomia, sospetto di arti oscure. La nobildonna fu interrogata, con rispetto e nel palazzo avito, ma lungamente. No, negava fermamente ogni frequentazione con Von Fogler. Ignorava alltresì quale ne fosse stata la fine, e non prestava orecchio alle dicerie riguardo allo stato di salute del padre o alla nefasta influenza esercitata su di lui da certuni tra i suoi ospiti. Portava ancora il lutto per la morte del fratello Serpe (al quale, ad onor del vero, era molto legata, se non altro dal rancore nei confronti del genitore, sebbene fossero spesso ai ferri corti) e sperava che le forze dell’ordine avessero infine la delicatezza di lasciarla al suo dolore.

Porte le sue condoglianze e le doverose scuse per il disturbo, il prevosto impegnò il grande scalone del palazzo, per poi trovarsi a percorrere la corte interna tra l’ultimo scalino ed i massicci portali in ferro, che parevano poter reggere ad un assedio. Non era tanto immerso nei suoi pensieri, tuttavia, da non accorgersi delle due figure che lo fissavano dalla banconata: la forma sfatta di Titus Ophidian, goffo e sempre più cadente, ed il suo segaligno ospite, l’ex becchino Emilius, ora gaudente.

Il pubblico ufficiale non riuscì a tirare il fiato finché non fu nuovamente all’aria aperta.

In tutto ciò, del corpo di Serpe, le cui esequie erano state frettolose ed, alcuni sussurravano, premature quanto quelle del padre, nessuna traccia. Diceva un mercenario dallo sguardo tormentato, quando beveva con i commilitoni al caldo di una locanda della città vecchia, che lui era stato lì, la sera in cui il prevosto era sceso nella cripta degli Ophidian. Era stato uno dei membri della sua scorta: parlava del trono vuoto, dell’immagine ghignante del maiale alato, e, soprattutto, dei sarcofaghi scoperchiati d’attorno:  non uno che fosse chiuso, non un feretro sigillato: tutti aperti, lastre di marmo gettate di lato con noncuranza e forza innaturale. Sette sarcofaghi, incluso quello in cui era stato intombato Serse, vuoti dal primo all’ultimo.

 

La tensione, giunta all’acme con la caccia alle streghe, iniziò a scemare dopo tre mesi.

L’inverno lasciò il posto ad una primavera grigia, gelida e malsana. Sulle colline, le piante non rifiorirono. Sulle teste dei borghesi, dei mercanti che si affrettavano verso i moli e dei nobili il cielo non si schiarì, rimanendo un sudario lurido teso sulle teste dei vivi e dei morti. Le navi mercantili rimanevano all’ancora nell’ampio, rinomato porto della città. C’erano voci di una tempesta al largo, avvalorate dalle nubi nere radunate all’orizzonte come una muraglia. E c’erano le solite dicerie inquietanti, ma erano tornate solo questo, all’apparenza: dicerie. Storie scambiate tra uomini ubriachi intorno al fuoco, chiacchere di vecchie comari, così diceva il Principe. La taglia sulla testa di Von Fogler c’era ancora, ma si era più che dimezzata nella lunga attesa. Alla fine, il Maggior Consiglio si decise a mettere al bando il contumace e ritenne in tal modo di averla fatta finita con lui. 

Titus Ophidian aveva conservato i suoi diritti a partecipare, in qualità di patrizio della città, alla riunione durante la quale fu proclamato il bando, ma, a quanto pareva, era proprio l’unica cosa che  aveva conservato. Intorno al sedile al tavolo del Maggior  Consiglio occupato dal vecchio, immobile e silenzioso come una bambola di cera, era rimasto un vuoto simile ad un fossato invalicabile. Nessuno voleva sedere vicino a lui. Tutti trovavano insopportabile il suo odore, mai gradevole ma ormai reminescente di decomposizione, mascherato a stento dai profumi che il suo attendente, un Emilius sempre meno snello ed in odore di leggera ubriachezza, spruzzava intorno alla persona del padrone ad intervalli regolari. Ophidian si sedette al suo posto, per tutta la riunione non si mosse né parlò, infine, sollecitato dal suo valletto, si alzò rigidamente ed abbandonò la sala a riunione finita, lasciandosi alle spalle quel tanfo insopportabile contro il quale vennero aperte finestre, ma poco altro si poteva fare.

Il Principe si coricò, quella notte, con una sgradevole sensazione di innaturalezza che rovinava la conspevolezza di un lavoro ben fatto. Era un uomo spietato, ma, proprio per questo motivo, equo, e l’unico suo desiderio era rendere forte la sua patria -così forte da non lasciar dubbi a nessuna potenza straniera sul costo di guerreggiare, o commerciare, con essa. Perciò, la preoccupazione lo tenne desto a lungo. Per questo motivo fu il primo a sentire il rumore.

Un colpo terrificante, nel cuore della notte, come se le mura del cimitero fossero crollate su una volta di ferro battuto. Poi, un altro fragore identico. Il principe, ancora in tenuta da notte, si sporse a guardare dalle alte finestre della sua magione, ma il buio notturno nascondeva le strade, i tetti dei palazzi circostanti, e l’oggetto, qualunque cosa fosse, che produceva quel fragore di tuono di un dio degli inferi. Tra un rintocco e l’altro, parve al Principe d’udire attraverso orecchie rintronate lo scalpiccio come migliaia di passi d’insetti lontani, proveniente da un punto che, a tutta prima, non riuscì a precisare, per rendersi in seguito conto della sua diffusione lungo tutta l’oscurità dabbasso.

Le torce, portate dalle pattuglie di ronda che iniziarono a convergere lungo il perimetro della grande piazza, erano stelle terrestri in un cielo notturno rovesciato, e, come tali, illuminarono una scena alla rovescia.

Piazza del Principe, circondata dagli ingressi delle abitazioni dei plutarchi cittadini, era ingombra di cadaveri.

Cadaveri in posizione eretta, che barcollavano sotto il peso di lapidi portate sulla schiena, che si trascinavano dietro randelli ed attrezzi agricoli, come immagini popolari della morte. Alcuni putridi di anni di sepoltura, altri freschi di esequie. Alcuni maleodoranti nella notte di novilunio – di un fetore che li rendeva inavvicinabili: persino il Principe, dall’altezza a cui si trovava, doveva tapparsi il naso e trattenere i conati di vomito- altri secchi e puliti come le ossa a cui erano ridotti. Alcuni goffi e caracollanti, altri rigidi e meccanici come burattini, tutti  condividevano però un’unica destinazione. Palazzo Ophidian.

Presa coscienza dell’intera situazione, il Principe chiuse di scatto  le imposte e si ritirò nella sua camera, ad affrontare gli attendenti che già si affollavano alla sua porta per informarlo dell’accaduto e riceverne conforto ed istruzioni.

La cosa che rimase impressa in quegli ultimi istanti nella mente del signore della città fu la fonte del fragore che lo aveva buttato giù dal letto: una mole composta di lapidi, pietre tombali, colonne ornamentali e statue votive, legate insieme con dei viticci e corde a formare la massa compatta di un ariete, lungo quasi una decina di metri, ora abbandonato di fianco ai portali sfondati di Palazzo Ophidian, attraverso i quali i morti sciamavano a guisa di locuste.

 

I morti viventi travolsero in un istante la resistenza che si era organizzata nell’atrio. D’altronde, vista la mala parata, poche tra le guardie del corpo e gli inservienti avevano deciso di attenderli a piè fermo. La maggior parte, appena i primi segnali della catastrofe si erano palesati, era uscita dalla porta sul retro, qualcuno portando anche via un candelabro, delle posate d’argento o qualche prezioso arredo dall’abitazione padronale. Solo Lady Anfisbena Ophidian, al risuonare dei colpi d’ariete improvvisato, si era gettata una cotta di cuoio sulla vestaglia da notte, aveva cinto una spada  e, contrariamente a quanto consigliatole da una dama di compagnia, si era acconciata a ricevere gli invasori con la maestà di una regina guerriera. La dama di compagnia e vari soldati, vergognandosi di fronte alla fermezza della loro signora, abbandonarono i propositi di fuga, ma furono pressoché gli unici. Il manipolo di soldati si affrettò a resistere all’ingresso, mentre l’ancella rimase al fianco della sua padrona, si armò di una corta e misera daga e scostò i tendaggi per osservare dalla finestra l’andamento dell’assedio. L’unico segno d’ansia di Anfisbena era la stretta del pugno dalle nocche sbiancate sull’impugnatura della spada, mentre la donna alla finestra le dava le ultimissime notizie.

“Sono centinaia, migliaia forse! Dio, che orrore: riempono tutta la piazza. In mezzo a loro se ne distingue un drappello in armi… non riesco a vedere bene. Oh, ecco che arrivano gli armigeri con le torce. Perché non li affrontano? Cosa fanno?”

“Respira e stà calma, Vena. Mio padre avrà già mandato a chiedere dei rinforzi alla piazzaforte del principe… o lo avrà fatto il suo nuovo migliore amico.” Intimò Anfisbena, fissando dritta di fronte a sé il ritratto di un suo avo guerriero, terrore dei predoni d’oltremare, ed infilandosi due spessi guanti di cuoio da scherma. “Ad ogni modo, non farti prendere dall’isteria e dimmi solo cosa vedi.”

“Si…Perdonate, mia signora. Alla luce delle torce, l’armatura della creatura al centro dello schieramento risplende: è un possente cavaliere Nonmorto, che avanza stringendo una grande spada… i defunti sembrano fargli ala: ora si distinguono chiaramente le insegne sulla sua cotta d’arme…” Fu con un grido che la ragazza concluse il suo annuncio. “Dio ci salvi! Vedo il simbolo del serpente di mare di casa Ophidian: quello è Mikhail l’assediatore, risorto dalla tomba!”

Le labbra pallide di Anfisbena si inarcarono in sorriso tirato. “Mi aspettavo di essere già dannata… invece è solo una visita del nostro caro parente.”

 

Molto minore era il sangue freddo che, in quegli stessi istanti, mentre camminava avanti e indietro nella sala più alta del palazzo intorno ad un Titus immobile ed apatico, dimostrava Emilius.

“Cosa aspetta ad intervenire il Principe? Vuole lasciare la città in mano ai morti? E perchè si svegliano ora, questi? Sono passati mesi, mesi! Avevo previsto tutto. Avevo preso le mie precauzioni…” chiedeva l’usurpatore, a nessuno in particolare. Dal suo ospite non riceveva alcuna risposta, né se ne aspettava. Fu per questo che la voce beffarda lo fece trasalire.

“Il Principe, ahimé non verrà, mio caro Emilius. Pare abbia deciso che questo assedio riguardi solo la casa di Ophidian, e che i torti fatti ai morti saranno vendicati dai morti. Quanto alle tue precauzioni… se vogliamo chiamarle così… erano rudimentali, e prendevano in considerazione solo l’aspetto sovrannaturale della faccenda. Non hai tenuto in nessun cale le indagini e la conoscenza di un umile studioso di scienze naturali quanto arcane…”

Si introdusse dalla finestra con la fluidità di un serpente, impegnando la sala di fronte ad un Emilius  addossato contro il muro, senza tuttavia avvicinarglisi oltre. Di fronte alla figura grottesca di Von Fogler, l’ex becchino sembrava farsi piccolo ed indifeso. Tuttavia, l’anatomista si limitò a posare a terra di fronte a lui un oggetto: l’idolo di Orcus, trafugato dal mausoleo, le cui ali sembravano gettare ombre alla luce delle torce.

“V… Von Fogler! Ci sei tu, dietro a tutto questo?” gracchiò Emilus.

“Per carità, ci sei tu. Riportare in vita il defunto, introdurti nella sua casa e fare scempio delle sue sostanze e dei suoi eredi… Per quale motivo credi che questi ricconi si facciano seppellire tutti insieme, generazione dopo generazione? Per compagnia?” Detto ciò, si voltò verso il cadavere animato dell’anziano patriarca. “Vieni Titus, dabbasso ci sono alcuni parenti che sono morti dalla voglia di riabbracciarti… anzi, diciamola tutta: sono morti, e basta.”

A quell’imbeccata il morto vivente, insaccato nella sua posizione, si raddrizzò: muovendo un passo dopo l’altro, si diresse alla porta con una strana dignità, ben maggiore di quella avuta in vita.

La reazione di Emilius fu di gettarsi ad afferrarlo per la palandrana, cercando di trattenerlo, ma era come cercare di trattenere una valanga o puntellare un crollo verticale: lo spilungone veniva trascinato fuori dalla stanza insieme al suo succubo. “Dove vai, maledetta carogna? Devi proteggermi, devi restare a proteggermi…”

Incurante di ordini e proteste, infine Titus se lo tolse di dosso come se fosse stato un bambino, lasciadolo ranicchiato e tremante nei pressi dell’idolo dell’Arcidemone. Infine, si diresse dabbasso, dove, al piano nobile, Mikhail sedeva in attesa, sul trono che era già stato suo, Anfisbena al suo fianco, pallida, composta ed ancora in armi.

Emilius si ranicchiò in un angolo, spazzando il pavimento con le sue lunghe vesti, tremante di fronte alla figura alata e ghignante. Il suo sguardo passava frenetico da Orcus a Von Fogler. “Maestro, salvami! Anche tu sei prigioniero in questa stanza come me. Sai cosa succederà, adesso!”

Von Fogler si limitò a sospirare. “Ormai nessuno può salvarti dalle conseguenze delle tue azioni, Emilius, neanche se volesse… quanto all’essere imprigionato, ho teorizzato molto tempo fa che la giuntura del ginocchio umano sia una struttura ancora in via di sviluppo… ma immagino che colui che sta per arrivare non sia interessato a sentirmi dissertare sull’evoluzione. Diciamo che ho preso anche io le mie precauzioni, e credo proprio che si riveleranno più affidabili delle tue. Buona notte, Emilius.”

E detto ciò si gettò dalla finestra. Aveva appena colpito il terreno, le sue ginocchia modificate chirurgicamente che assorbivano l’impatto come pistoni, che si era già messo a correre. Dietro di lui, un urlo di terrore e pazzia esplose nella notte.

 

Il corteo funebre di Titus Ophidian passò alla storia, ed a ragion veduta, perché nessuno, nella storia della città, patrizio o plebeo, ne aveva mai avuti due, né era stato scortato all’estremo riposo dai suoi stessi antenati.

I morti rifluirono sotto gli sguardi impietriti dei balestrieri e degli uomini della ronda notturna. Furono accompagnati fuori dalla piazza del Principe dallo sguardo di Lady Anfisbena, che rimase a fissarli dalla finestra di camera sua, e si concesse la debolezza di un profondo sospiro di sollievo quando l’ultimo manipolo di corpi ambulanti si ritirò, portandosi dietro la fascina di pietre usata per farsi largo a palazzo.

Raggiunsero i cancelli della necropoli prima del sorgere del sole. L’acciottolato ed i cipressi, le  tombe ed i monumenti erano ancora avvolti nell’oscurità e nel silenzio delle ore che precedono l’alba, quando la comitiva dei morti valicò le antiche mura, prima i soldati che marciavano in un ordine sepolcrale, poi i membri della famiglia maledetta, Serpe e Titus, finalmente riconciliati, sulla  destra e sulla sinistra del loro celebre antenato guerriero, davanti e dietro di loro generazioni del loro clan, come una guardia d’onore; infine, zombie marcescenti e lustri scheletri a chiudere la comitiva. L’ingresso della necropoli inghiottì la fiumana. Se ritornarono al loro riposo eterno, rinchiudendosi nel buio dei mausolei o rimboccandosi addosso la terra come una coperta, nessuno lo seppe mai con certezza, sebbene nei giorni seguenti, visitando il cimitero, le ronde di guardia trovarono le sepolture più lussuose ed i campi comuni in perfetto ordine, come se mai i morti si fossero levati dalla fossa per reclamare i loro.

Ma c’è chi giura che, nelle notti di novilunio, una figura allampanata si aggiri con una pala tra i campi, riparando i danni alle lapidi, ripulendo i sentieri e potando le erbacce, finchè, alle prime  luci dell’alba, un’ombra non cala dal cielo e porta via il misterioso becchino tra urla raccapriccianti, stringendolo tra gli artigli e trascinandolo in aria, e quando ode la storia Anfisbena Ophidian rabbrividisce, e si ricorda di come Emilius l’usurpatore sia scomparso, quella notte di tanti anni fa, dagli appartamenti paterni per non essere mai più ritrovato… così come, tra tutti gli arredi mortuari della tomba della famiglia Ophidian, non fu mai più ritrovato il simulacro dell’antico e abominevole dio Orcus.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Delos Digital, Italian Sword&Sorcery Books, Letterelettriche e Ailus. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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