JAMES ALLISON, EROE MISCONOSCIUTO DI ROBERT HOWARD, E LA MEMORIA ANCESTRALE

 

(Titolo originale: James Allison, Héros Méconnu de Robert Howard, et la Mémoire Ancestrale)

Autore: Jean-Pierre Laigle

Traduzione dal Francese: Piero Giorgi

 

L’autore ringrazia Chris Adams, Francisco Arellano, René Beaulieu  Martine Blond e Internet per i testi e per le informazioni fornite.

 

Introduzione del traduttore

Il saggista francese prende in esame James Allison, un uomo di oggi che vive le incarnazioni di uno dei tanti eroi barbari scaturiti dalla prolifica penna di Robert Howard, famoso soprattutto per il Cimmero Conan, che ha trovato nei film e nei fumetti la sua definitiva consacrazione.

Howard in vita sono state pubblicate solo tre sue storie aventi per protagonista James Allison, mentre altre sono state pubblicate postume, completate da altri scrittori sulla base degli abbozzi di storie ritrovati tra le carte dello stesso Howard.

Nel testo francese, per ogni storia esaminata sono riportate tutte le varie edizioni in lingua inglese e quelle in traduzione francese, mentre nella traduzione italiana riporto solo la prima edizione originale e una delle edizioni italiane, se esistenti.

I numeri progressivi, in grassetto e tra parentesi, che seguono i titoli originali delle varie storie, rimandano ai corrispondenti nn° delle storie riportati nella bibliografia che conclude il saggio.

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LE  FONTI

Robert Ervin Howard (1906-1936), prolifico scrittore popolare statunitense, è noto soprattutto  per essere il creatore di Conan il Cimmero, guerriero barbaro dell’Era Hyboriana, immaginario periodo compreso tra la scomparsa di Atlantide e l’inizio dell’era storica. Durante la sua breve carriera letteraria – 11 anni – egli ha tuttavia creato numerosi personaggi, eroi ed eroine, la maggioranza dei quali famosi e presenti in molte sue storie e alcuni invece rimasti nell’ombra perché surclassati da quelli famosi, cioè i vari Kull, Brule, Turlogh O’Brien, Bran Mak Morn, Solomon Kane, El Borak (Xavier Francis Gordon), Agnès de Chastillon, Cormas MacArt, Cormac Fitzgeoffret, Vulmea, Kirby O’Donnell, Sonja la Rossa, Esau Cairn, Wild Bill Clanton, Belit, Steve Harrison, Steve Costigan, Valeria, Dennis Dorgan. E James Allison, inchiodato a un letto e condannato a muoversi su una sedia a rotelle. All’età di quattordici anni egli ha infatti perso una gamba, rimasta schiacciata sotto il corpo di un cavallo. Così egli se ne lamenta: < (…) è umanamente impossibile riuscire a descrivere come mi sento trovandomi immobilizzato e senza speranza, sentendo il mio sangue ardente che mi si secca nelle vene, e i miei scintillanti sogni estinguersi nella mia mente. La mia è una razza di uomini erranti, di vagabondi portati per la lotta. Il mio bisnonno ha cavalcato con Jack Hayes e con Bigfoot Wallace, e perse la vita insieme ai tre quarti della brigata di Hood. Mio fratello maggiore ha perso la vita a Vimy Ridge, combattendo con i Canadesi, e l’altro mio fratello ha perso la vita in Argonne. Anche mio padre è storpio, e se ne sta tutto il giorno seduto nella sua sedia, ubriaco, ma i suoi sogni sono pieni di memoria delle sue ardite gesta, perché la pallottola che gli ruppe la gamba lo colpì proprio nel momento in cui stava salendo lungo la collina di San Juan> (Marchers of Valhalla, 1972: mia traduzione dal testo inglese riportato nel saggio e non dalla sua traduzione francese).

Insomma, una genealogia che giustifica il fatto che James Allison sia frustrato per non aver potuto proseguire nella strada dei propri antenati. Che cosa gli sarebbe importato della morte che sicuramente avrebbe coronato le imprese sognate, se egli avesse potuto vivere quella gloria e vibrare nell’azione che essa comportava? Una tale mentalità, appannaggio dell’aristocrazia, ma citata come esempio per le classi inferiori, risale ai versi omerici, alle saghe scandinave e ai canti celtici, tanto per citare le fonti di ispirazione citate dall’autore. Tipicamente, infatti, numerose sue storie imitano lo stile violento ed epico delle gesta irlandesi di Cuchulain (delle quali egli mantiene il tono macabro ma non quello erotico) e delle ricostruzioni ossianiche di James Mac Pherson (1736-1796). E, poiché egli aderisce al fondo indo-europeo – ariano, come lui stesso scrive – aggiungiamo gli shlocas eroici indù. Resta all’infermo la memoria ancestrale nella quale sprofonda durante la notte, consolazione della sua triste esistenza.

Tutto suggerisce anche che R. Howard, grande lettore, trasse ispirazione dal suo compatriota Jack London (1876-1919), scrittore socialista spesso attratto dalla Fantascienza e dal Fantastico. In Before Adam (in origine a puntate, nel 1906 e 1907, su Everybody’s Magazine) il narratore si rammenta della propria vita al tempo in cui era solo un primitivo ominide. Nel romanzo When the World Was Young (Quando il Mondo Era Giovane, 1910) un industriale ogni notte regredisce fino al suo stato preistorico, se ne va in giro nudo, parla il tedesco primitivo e alla fine muore affrontando un grizzly. Un altro romanzo, The Star Rover (Il Vagabondo delle Stelle, 1915), narra di un prigioniero eternamente soggetto alla tortura del ricordo delle proprie precedenti esistenze nella Parigi medioevale, poi negli USA durante la conquista del West, poi nell’antica Corea e in Giudea, e come mercenario nordico durante il periodo della crocefissione di Cristo.

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QUATTRO  PRECEDENTI  DETERMINANTI

          Così nell’abbozzo senza titolo di un romanzo menzionato per la prima volta da R. Howard nel 1923 in una lettera al suo amico Tevis Clyde Smith. Il manoscritto, o almeno la versione esumata dal suo biografo ed agente letterario Glenn Lord, era intitolato The Wheel Turns (tradotto in francese nel 2005 come Testo Incompiuto). Il narratore evoca le sue incarnazioni. Il primo capitolo riguarda Piede-Veloce, piccolo ominide arboricolo, poi uno schiavo nell’Egitto al tempo dei faraoni, paese che poi lui conquista dopo essere divenuto re d’Etiopia, e poi ancora Merak, Pitto al tempo delle invasioni nordiche, e infine Lakur, arciere ittìto inviato a spiare gli assiri. Il secondo capitolo racconta invece le avventure del gigante vikingo Hakon contro gli inglesi. Il seguito si presume avesse per eroe Bran Mak Morn, al quale, poi, Howard preferirà dedicargli una apposita serie di novelle. In definitiva, un tentativo un po’ sconclusionato, molto sommario e storicamente non veritiero.

          Un altro testo da menzionare è Spear and Fang (1925) (1), prima novella di Howard pubblicata, la quale si rifà un po’ ai testi preistorici di Jack London: un uomo di Cro-Magnon affronta selvaggiamente un Neandertaliano per il possesso di una giovane femmina che quest’ultimo gli ha rapito. Breve e piuttosto sommario, questo testo colpisce e per l’ambientazione e per il tema affrontato, aspetti che prefigurano i sogni onirici di James Allison. Prima di tutto colpisce per la sua apologia della violenza senza altra giustificazione che la rabbia innata della conquista (qui sessuale e razziale), e poi per il suo carattere epico. Ogni avversario incarna una razza propria, e sappiamo quindi ciò che questo fatto comporterà. Il vincitore, grande, slanciato, con i capelli biondo-rossicci, contrasta nettamente con il vinto, brutto, villoso e grottesco. Una rappresentazione discutibile delle società primitive se le si misura sulla base delle conoscenze storiche acquisite.

          Racconto breve molto violento, The Children of the Night (1931) (2), inizia con un gruppo di persone che fanno deduzioni ormai superate sugli antichi popoli della Gran Bretagna, quando improvvisamente un’antica mazzuola di selce colpisce al capo uno dei presenti, risvegliando in lui ricordi delle sue vite passate. Rivive così un’avventura dell’eroe ariano Aryara, del Popolo delle Spade, successore dei Pitti, popolo non ariano. Altro leitmotiv, in quel lontano passato esiste anche un popolo di malvagi rettili umanoidi, che poi si sono mescolati agli umani, così che alcuni dei loro rappresentanti vivono anche tra gli umani di oggi.

          La memoria ancestrale – memoria razziale, scrisse Howard – si riattiva nel racconto People of the Dark (1932) (3). Entrato in una caverna nella quale si sono dati appuntamento la donna che lui ama e il di lei amante, John O’Brien si ricorda di essere penetrato in quella stessa caverna 3000 anni prima. In quel tempo lui era però Conan il Razziatore, all’inseguimento di una coppia per gli stessi motivi, e aveva affrontato delle creature più rettiliformi che umane, discendenti regrediti delle popolazioni primitive della Gran Bretagna. Questa discesa nell’orrore traduce ancora una volta la fobia dell’autore per i serpenti, uno dei leitmotiv del ciclo di Kull di Valusia, nel quale sono sventati i complotti di una antica razza di serpenti.

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JAMES  ALLISON  PROPRIAMENTE  DETTO

          Primo dei tre racconti del ciclo, The Garden of Fear (1934) (4) narra della migrazione verso sud compiuta dagli Ariani iperborei (?) e delle razze, umane e non, delle quali avrebbero preso il posto. Ma i ricordi ancestrali di James Allison risalgono fino ai tempi in cui l’umanità era ancora dominata da puri istinti animali, <all’indietro nel tempo, attraverso antichissimi scenari che non oso seguire, verso abissi troppo tenebrosi e spaventosi perché la mente umana possa sondarli.> (pagg. 137-138 della edizione italiana citata nella bibliografia). In quei tempi ancestrali James Allison rivive le avventure di Hunwulf il Vagabondo, del popolo degli Asi, uomini con i capelli biondi e gli occhi azzurri, adoratori del Dio Ymir, originari delle terre ghiacciate del nord. Visione puramente romantica delle emigrazioni di una ipotetica stirpe indo-europea, che Howard ha reso in maniera epica. Senza cambiare il titolo, l’interessante adattamento a fumetti (1971) da parte di Barry Smith sostituisce Hunwulf con il suo barbaro preferito, Conan.

          Hunwulf ha ucciso per conquistare la splendida Gudrun: [<Che posso dire di Gudrun? Come descrivere i colori a un cieco? Dirò che la sua pelle era più bianca del latte, i suoi capelli erano di oro vivo e in essi era imprigionata la fiamma del sole> (pag. 138 dell’edizione italiana citata nella bibliografia: testo inserito dal traduttore e non presente nell’originale francese)]. Costretta alla fuga, la coppia arriva presso un popolo di uomini bruni e di bassa statura, e qui, una notte, la donna viene rapita. Grazie all’aiuto di una mappa disegnata da uno del popolo bruno, Hunwulf arriva in una valle nella quale si innalza una grande torre di pietra verde circondata da una fitta rete di piante e di fiori che si tingono di rosso quando il Signore che vi abita, dall’alto, getta loro come vittima sacrificale uno degli uomini bruni. Questo Signore, un essere di alta statura e dotato di ali, è l’unico sopravvissuto di un’antica e potente razza. Hunwullf appicca il fuoco per costringere un gruppo di mammut a dirigersi verso il giardino dei malefici fiori purpurei, che i bestioni calpestano permettendogli di attraversarlo. Salito sulla torre Hunwulf affronta il Signore, lo uccide spaccandogli il cranio con un ben assestato colpo della sua ascia di pietra, e si riprende la bella Gudrun. Così, per puro stimolo sessuale, i selvaggi stimoli primordiali prevalgono su quelli della civilizzazione e la violenza primitiva si risolve in altra violenza.

          The Valley of the Worm (1934) (5) ha invece per eroe Njord, feroce guerriero ariano con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Questo guerriero prefigura Perseo, Sigfrido, Beowulf e San Giorgio, e anticipa James Allison, per non dire Ercole, espressione del conflitto con l’io primitivo. Anche qui la storia si svolge nel fondo di una valle, simbolo trasparente delle generazioni primordiali e della temibile discesa nell’abisso dell’incoscienza prenatale. Con il medesimo titolo, un adattamento a fumetti (1972) di Gil Kane (1926-2000) (6) rispetta il tema della memoria ancestrale e l’apologia della violenza e della superiorità ariana nei confronti delle sopravvissute e malefiche razze del passato. Non molto fedele all’originale è invece la versione a fumetti di Richard Corben, Bloodstar (1976) (10), che inquadra la vicenda in un futuro post cataclismico.

          Il racconto narra degli Asi in guerra con i Pitti, i quali ultimi, secondo Howard, controllavano un territorio molto più vasto della Gran Bretagna prima di essere respinti dai Romani. Ma Njord ne risparmia uno, Grom, che quindi diviene suo amico. Conclusa la pace con i Pitti, gli Asi del clan di Bragi, fratello d’armi di Njord, si spostano nella valle delle Pietre Spezzate, dove più tardi Njord li trova tutti morti e orribilmente mutilati. Dopo che Grom ha scorto, tra le rovine, il nemico responsabile della carneficina, Njord lo affronta armato di frecce intinte nel potente veleno di un gigantesco serpente, lungo più di venticinque metri, in precedenza da lui stesso ucciso. Al suono di un flauto suonato da un villoso essere umanoide (ancora il tema delle antiche razze) ecco una blasfema mostruosità, un colossale verme da cui il titolo della storia, uscire dalle rovine del tempio: Njord lo affronta, e usando le sue frecce avvelenate, riesce ad ucciderlo, sacrificando però anche la propria vita. Ecco ancora un eroe – che possiamo qualificare come civilizzatore nonostante la sua natura selvaggia – che libera il mondo da un orrore dei tempi antichi.

          Marchers of Vahlalla (1972, quindi pubblicato postumo) (8), narra della conquista, da parte dei bellicosi Ariani, di Khemu, decadente città del perduto continente di Lemuria. Il suo scaltro re apre loro le porte della città, soddisfa i loro capricci, e poi li convince a lanciarsi contro i selvaggi che, provenendo dal mare, periodicamente tentano l’assalto alla città. Agli Ariani vincitori, ora divenuti inutili, viene offerto un festino con cibi e bevande avvelenate. Ma il loro capo. Hialmar, desidera come ricompensa Aluna, la bionda sacerdotessa di Ishtar, che però gli viene negata. Avendola poi seguita fino al tempio, ve la trova in fin di vita ma in grado di parlargli. Pura lemuriana, ella esecra i suoi adoratori dalla pelle scura e scatena contro di essi i propri poteri distruttivi. Metaforicamente incarnazione dell’eterno femminino, essa ritroverà Hialmar nel povero James Allison. Ecco un romantico, epico e ironico racconto dei malvagi civilizzati, e dei buoni barbari, difficile da prendere sul serio.

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I  FRAMMENTI  INCOMPLETI

          Marchers of Vahlalla è una novella postuma ritrovata tra le carte di R. Howard dopo il suo suicidio conseguente alla morte della madre (1936). Tra queste carte c’erano altre cinque storie, però incomplete, aventi come protagonista James Allison. Chi si sarebbe preoccupato di queste storie se la fama dell’autore non avesse dato entusiasmo, poco a poco, a un pugno di suoi ammiratori? A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, cioè più di vent’anni dopo la sa scomparsa, la riedizione in volume delle avventure del suo eroe più famoso, Conan, attirò infatti l’attenzione anche sul resto della sua produzione, comprese le sue carte ancora chiuse nel cassetto. Così uscirono dall’oblio altre sue storie, e anche testi ancora incompleti che altri, semplici ammiratori e professionisti, si incaricarono di completare, per non parlare poi delle opere degli imitatori, la cui marea produttiva inghiottì ben presto i veri testi howardiani.

          Black Eons (1967) (7) è un frammento senza titolo completato da Robert M. Price. James Allison, nonostante la sua gamba di legno, dirige, insieme all’amico Brill, un cantiere di scavi in Egitto relativi ad una costruzione pre-faraonica. Un sogno riporta Allison al tempo in cui lui era Bane il Predatore, capo di una tribù ariana vittoriosa sulla decadente Stigia. Lui aveva profanato il tempio alla ricerca di tesori, ma là riposava la mummia di Koth-Serapis, protetta da tre guerrieri stranieri. Poi una statua tentacolata e alata si era animata e l’aveva attaccato. Ma si era trattato solo di pura illusione, provocata dal mago che aveva lanciato una maledizione sulle sue future incarnazioni. Il mattino, aggredito dall’amico Brill, che è posseduto dallo spirito vendicativo dello Stygiano, Allison è costretto a ucciderlo. Il racconto rappresentauna “ricostruzione” accettabile basata su altri elementi dell’universo howardiano.

          The Tower of Time (1975) (9) è in origine un frammento di testo della lunghezza di 12.000 battute. James Allison vi racconta minuziosamente, con un tono romantico estremamente enfatico, una delle sue incarnazioni preistoriche: quella di Hengibar l’Errante, colosso con i capelli biondi e gli occhi azzurri, bambino del popolo degli Asi adottato da quello dei Vani, da sempre loro nemici, che però sono rimasti impressionati dalla sua ferocia e dalla sua voglia di vivere. Si tratta di un pretesto col quale R. Howard intende mettere, su un piano di parità, il cervello dei primitivi e la parte animale dei loro corpi serviti dai muscoli e da percezioni sensoriali di gran lunga superiori a quelli dell’uomo moderno fiaccato dagli influssi della civilizzazione. La errante tribù di Hengibar arriva nei pressi di una città, e da qui in avanti si dipana il contributo di Lin Carter (1930-1988), scrittore di storie di Heroic Fantasy sprovvisto però di originalità e di ispirazione.

          Hengibar scopre il corpo di un amico decapitato dagli abitanti, esseri metà umani e metà scimmie dall’intelligenza vacillante, vestiti come i loro gloriosi antenati. Lui li segue fino all’unica costruzione ancora intatta, una torre circondata di strani fiori neri dalla quale esce una donna di sconvolgente bellezza che essi adorano come una dea. Impressionato dalla di lei visione, Hengibar la segue fino al suo trono. Immortale sopravvissuta dell’antica razza che fece costruire la città da essere umani poi minati dai nefasti effetti della loro consanguineità, ella è affascinata dalla di lui presenza, e gli offre la possibilità di regnare al suo fianco: se accetterà, il di lui sangue nuovo potrebbe sconfiggere la di lei sterilità. Per un istante Hengibar è tentato dalla proposta, ma subito si riprende e la uccide con un colpo della sua ascia di pietra. Senza la magia della presenza della dea, il suo palazzo si disgrega ed Henginar porta la testa di lei alla sua tribù, decisa a sterminare quegli esseri degenerati.

          Pur avendo ben inquadrato il pensiero e l’atmosfera guerresca che animava R. Howard, Lin Carter non ha fatto altro che utilizzare elementi presenti in The Garden of Fear (la vecchia torre e i fiori malefici) e in Marchers of Vahlalla (la dea immortale) nonché il suo disprezzo per le razze degenerate. Ancor peggio, incondizionato ammiratore ma cattivo imitatore di Edgar Rice Burroughs (1875-1950), Carter non ha esitato a plagiare anche Tarzan and the Jewels of Opar (1915) e i suoi seguiti, che descrivono una antica colonia atlantoidea in rovina e popolata di uomini-scimmia imbastarditi e dominati dalla presenza emblematica di La, sacerdotessa che, senza successo, tenta di sedurre Tarzan. Il testo di Howard, per quanto incompiuto, eclissa il testo di Lin Carter. Non contento di esaltare gli istinti bestiali e violenti di Hengibar, Howard ne evoca, in termini ispirati, per non dire mistici, le sue precedenti incarnazioni umane e pre-umane.

          Genseric’s Fifth-Born Son (1977) (11) è solo un prologo di appena 4.000 battute che racconta i primi giorni di vita di Ghor, figlio di una tribù di Vani, che ha il piede sinistro difettoso e che per questo è stato abbandonato sulla neve subito dopo la sua nascita, ma che è stato adottato e allattato da una lupa. Per James Allison è l’occasione per esprimere, in termini lirici e mistici, il suo amore per questa Terra che ha conosciuto fin dalla più lontana delle sue incarnazioni e alla quale sa di appartenere fino a quando essa ospiterà la vita. Lui prevede anche la migrazione del proprio spirito su altri mondi, là dove proseguirà, all’infinito, la sua carriera vitale. E il lettore, da parte sua, ha l’occasione di abbandonarsi a immaginare ciò che R. Howard avrebbe potuto tirar fuori da quell’abbozzo di storia se non fosse morto prematuramente.

          Il racconto, invece, lo hanno completato 16 diversi autori nell’antologia Ghor, King Slayer: The Saga of Genseric’s Fith Born Son (1977-1979 per i primi 12 autori (11 più lo stesso Howard), e infine 1997 per gli ultimi 5 autori) (12).

Karl Edward Wagner (1945-1994), che ha scritto delle riuscite imitazioni di Conan (The Roads of Kings, 1979) e di Bran Mak Morn (Legion from the Shadows, 1976), in The Coming of Ghor (12/II) narra dell’infanzia di Ghor presso i lupi, poi la sua adolescenza nel clan degli Asi che lo ha adottato sul campo di battaglia, là dove lui aveva ucciso un capo dei Vani per impossessarsi della di lui spada. Alla fine lo sciamano della sua tribù di origine gli rivela che quella era la spada del di lui padre e, prima di ucciderlo, Ghor esprime la propria decisione di prendere il suo posto a capo della tribù. K. E. Wagner rende bene il clima violento e senza pietà che permea il testo di R. Howard e fornisce gli elementi utili per il suo seguito.

          Robert Payne Brennan (1918-1990), in Ghor’s Revenge (12/III), narra di come Ghor uccide i propri fratelli e libera sua madre dai lupi.

 Richard L.Tierney, in The Woman’s Profecy (12/IV), narra dell’incontro di Ghor con la strega Ythillin, che gli rivela che gli Dei del Ghiaccio lo hanno scelto come loro agente nella lotta contro gli Dei del Sud. Ma Ghor rifiuta l’incarico, e allora la strega getta su di lui la propria maledizione: lui non troverà mai la pace e non avrà discendenti.

          Il breve racconto di Michael Moorcock, The Nemedians (12/V), ha almeno il merito di rilanciare le avventure di Ghor mettendo sulla sua strada la bionda Shanara, con la quale egli si fidanza, e i suoi due fratelli.

          In Betrayal in Belverus (12/VI), di Charles R. Saunders, Ghor segue i tre presso il principe reggente di Nemedia. Shanara cerca di sottrarlo ai propri istinti selvaggi, ma, tradito dai suoi due fratelli, Ghor fugge presso i lupi.

          In Lord General of Nemedia (12/VII), di Andrew J. Offutt (1934-2013), Ghor arriva presso una tribù di uomini-scimmia che, prima che lui faccia ritorno a Belverus,  lo assoldano per suo lato bestiale. Presso la tribù Ghor uccide un rivale ed è riconosciuto come figliastro del sovrano e Signore Generale.

          In The Oath of Agha Junghaz (12/VIII), di Manly Wade Wellman (1903-1986), Ghor parte per Turan alla ricerca di Shanara, che l’emiro locale vorrebbe aggiungere alle altre concubine del proprio harem, per poi sacrificarla al dio Set. Nel corso di un duello Ghor obbliga Agha Junghaz a giurare di liberare entrambi, dopo di ché lui e Shanara fuggono verso il Mar Caspio.

          In The Mouth of the Earth (12/IX), di Darrell Schweitzer, il battello  di Ghor e Shanara approda in un’isola ricoperta di strani basso-rilievi. Durante la notte dei guerrieri metallici che non sanguinano li attaccano e rapiscono Shanara.

          In The Gods Defied (12/X), di A(lfred) E(lton) van Vogt (1912-2000), rimasto solo, e con il braccio sinistro amputato, Ghor invoca gli dei e questi gli inviano un messaggero che gli preannuncia una prossima sciagura.

          In Swordsmith and Sorcerer (12/XI), di Brian Lumley, Ghor abbandona l’isola grazie all’aiuto di tre Turaniani e affronta dei pirati. La strega Ythillin gli appare in sogno durante e gli chiede aiuto. Quando arriva presso un fabbro, questi lo avvisa che la strega gli è apparsa in sogno e che lui gli ha fabbricato un’efficace protesi metallica per il braccio sinistro.

          In The Gift of Lycanthropy (12/XII), Frank Belknap Long (1901-1994) fa di Ghor un lupo mannaro, e aggiunge alla scena anche i Cani di Tindalos.

          In The War Among the Gods (12/XIII), di Adrian Cole, i Cani di Tindalos sono lanciati contro le orde del Chaos per salvare la civiltà.

          In The Ways of Chaos (12/XIV), di J. Ramsey Campbell, i Cani di Tindalos sono lanciati contro gli Hyrcaniani.

          In The Caves of Stygia (12/XV), di H. Warner Munn (1903-1981), Ghor perde la propria spada ma la recupera in Stygia grazie all’aiuto del Dio Set.

          In  Dreams of the Thrice-Cursed (12/XVI), di Marion Zimmer Bradley, Shanara è trovata morta, insieme al suo piccolo, in seguito all’assalto di un branco di lupi.

          E in The River of Fog (12/XVII), di Richard A. Lupoff, Ghor va incontro alla morte alla testa del suo branco di lupi.        

          Basato soprattutto su una discussione tra James Allison e coloro che ascoltano i racconti delle sue varie incarnazioni, questo epilogo conclude un “romanzo” contraddittorio e discutibile sotto diversi aspetti. Privo di una effettiva coordinazione, e lasciato alla libera fantasia di ciascuno dei vari autori, esso devia ben presto dalle proprie origini – salvo che per la violenza delle azioni – per mancanza di una guida iniziale alla quale poi rifarsi. La serietà narrativa di K. F. Wagner non ha però influenzato gli scrittori che lo hanno seguito, i quali si sono limitati a improvvisare. E così è stato anche per il tema della ricerca di Shanara, inaugurato da M. Moorcock. Vanno deplorati i richiami entusiasti ma maldestri a dei testi di R. Howard, in particolare a quelli dell’età hyboriana di Conan, molto anteriore a quella della migrazione degli Ariani dalla quale nasce Ghor. Infine, F. B. Long ha avuto l’impudenza di inserire tale personaggio nella sua novella The Hounds of Tindalos (1929), che del personaggio howardiano fa una imitazione soprattutto nei capitoli conclusivi. Il risultato finale è un testo privo di interesse.

Brachan the Kelt (1981) (14) è una storia un po’ tetra, malgrado un inizio promettente. Brachan è un puro Ariano, membro di una tribù nomade che segue le mandrie di bovini, di uro e di cavalli allo stato selvaggio, il primo della sua razza a entrare in Europa, scarsamente abitata da umani indigeni dalla pelle scura, in un tempo nel quale il Mediterraneo era solo una serie di laghi e lo stretto di Gibilterra solo una specie di diga. Giunto in un villaggio Brachan si innamora di una giovane donna, e in cambio della di lei mano il re gli impone una prova: uccidere un mostruoso gigante villoso, solo sopravvissuto di una antica razza, che semina il terrore tra gli abitanti del villaggio. Brachan accetta la sfida, decapita il mostro con la propria spada mentre quello è immerso nel sonno, e si accinge a ricevere la ricompensa che gli è stata promessa. La storia finisce qui, quando sembrava poter proseguire con episodi più palpitanti.

          The Guardian of the Idol (1981) (13) è un breve frammento completato da Gerald W. Page sulla base di un riassunto lasciato da Howard. Il tema è ancora una volta incentrato sulla presenza di una abominevole creatura preistorica. Gorm, del Popolo del Bisonte, si trova sul punto di essere sacrificato all’idolo del Popolo del Fiume, idolo che è sorvegliato da un ripugnate ominide, ultimo rappresentante di una antica razza capace di proiettare illusioni sui propri avversari. Dopo avere affrontato l’ominide, in tal modo sperimentando su se stesso tali poteri, Gorm lo uccide. Dopo di ché getta la testa dell’idolo ai suoi adoratori, i quali, demoralizzati, si precipitano nel fiume nelle cui acque brulicano pesci carnivori, con estrema soddisfazione per il vincitore. Questa novella, poco ispirata, sfrutta ancora il tema dell’eroe ariano e civilizzatore che affronta un orrore del passato.

          Questi tentativi di prolungare le storie e il pensiero di uno scrittore scomparso, spesso discutibili, possono suscitare dubbi e perplessità. Sono essi giustificabili? I testi originali howardiani sono il prodotto di un’epoca ben precisa, per cui da una parte è indubbiamente illusorio credere di poterne efficacemente riprodurre l’ambientazione e la mentalità, mentre dall’altra può rivelarsi sacrilego cercare di adattarli alla moda dei lettori e degli scrittori posteriori. Anche la produzione in serie di nuove imitazioni di Conan si è talmente espansa da divenire una vera e propria impresa industriale, e il successo commerciale arriso a questo personaggio è andato ad appannaggio soprattutto degli editori e solo in parte a quello degli scrittori mestieranti e come tali privi di vero talento ma attirati dal miraggio di facili guadagni, e solo raramente a degli scrittori talentuosi attenti a cercare di rispettare le opere di R. Howard. Altri personaggi di questo autore sono rimasti invece nell’ombra. Cosa resta, dunque, di James Allison, eroe atipico?

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LA  MORALE  DI  QUESTE  STORIE

          James Allison è un personaggio politicamente molto scorretto, considerata la mentalità imperante negli USA nel periodo compreso tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo. L’esaltazione e l’incarnazione delle virtù ariane, o presunte tali, che egli rappresenta, avevano affascinato la Germania degli anni ’30 e buona parte dell’Europa all’inizio degli anni ’40. Per chi avrebbe parteggiato R. Howard se, militare, avesse vissuto dopo il 1936? Combattere sul fronte europeo non gli avrebbe creato dei problemi di coscienza? Oppure non avrebbe preferito affrontare i giapponesi, lui che nelle sue storie denunciava il pericolo giallo? A meno che il suo gusto dichiarato per la violenza – fino ad allora limitata alla pratica della boxe e alle sue storie – avesse trovato lo sfogo che gli era destinato. Oppure l’avrebbe rifiutato, vista la piega che il conflitto aveva poi preso, con la lotta tra spade e singoli duelli trasformatasi in una  guerra globale e infernale che lui aborriva?

          Il conflitto del 1914-1918 aveva aperto l’era dei massacri scientificamente organizzati. I soldati statunitensi rimpatriati ne denunciavano il suo carattere inumano. One Who Walked Alone, biografia di Novalyne Price (1908-1999), solo amore (deluso) di R. Howard, testimonia che nella primavera del 1935 lo scrittore deplorava come la guerra non fosse più uno scontro tra uomini ma tra bombe, blindati e grandi cannoni. Pertanto James Allison, nel racconto Marchers of Vahlalla, esalta la  morte di suo fratello in Argonne. Contraddizione o rassegnazione? Oppure, al contrario, questo avrebbe risvegliato in lui la nostalgia per i combattimenti primitivi nei quali non contava la fredda tecnologia ma il coraggio individuale? Cosa ne avrebbero pensato i nazional-socialisti, soprattutto verso la fine?

          Gracile ragazzino, R. Howard al scuola subì canzonature e anche delle botte. Ma egli comprese ben presto in quale tipo di mondo era nato. In una lettera del 21 giugno 1944 indirizzata a Edgar Hoffman Price (1898-1988), il padre di Howard rivela che, avendolo sorpreso, in un giorno del 1926, a esercitarsi alla boxe in un granaio, il figlio rispose che stava cercando di irrobustire il proprio corpo, in modo da poter poi pestare quelli che lo molestavano. L’apologia di R. Howard per la forza fisica esprime quindi un sentimento di difesa, e anche un rifugio. Senza dubbio egli attinse le proprie idee e dallo sport e dalla sicurezza che questo gli conferiva, nonché, in larga misura, dall’ebbrezza che gli procurarono le sue letture degli antichi testi indo-europei che glorificavano la forza e il coraggio individuali. La sua personale ideologia era più lirica che militare. Questo adolescente un po’ attardato, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe perseverato nel culto della barbara e selvaggia crudeltà?

          Con queste parole R. Howard si espresse con il suo amico e corrispondente Howard Philips Lovecraft (1890-1937) in una lettera del 27 luglio 1934: <A proposito dei barbari e della civiltà, all’inizio di questa controversia vi dissi che, indubitabilmente, per l’umanità era meglio una forma di civiltà, anche se decadente, piuttosto che la barbarie. Non ho mai asserito che voi, per esempio, sareste stato più soddisfatto nell’essere un barbaro piuttosto che un uomo civilizzato. E non ho mai asserito che molti uomini sarebbero stati più soddisfatti. Ho solo detto che avrei preferito essere un Goto piuttosto che un Romano. Voi avete cominciato cercando di provare che io non avrei preferito esserlo, ma non ci siete riuscito. Poi avete cercato di provare che voi, e molti altri uomini, sareste stati più felici come membri di una società civilizzata piuttosto che di una barbara. Non ho mai disputato con voi su questo argomento. Tutto quello che ho detto è che se fossi vissuto in quei tempi, avrei preferito essere un Goto piuttosto che un Romano.> (Mia traduzione sul testo inglese allegato al saggio, e non sulla traduzione francese).

  1. Howard è nato ed è vissuto fuori del proprio tempo. Lui pretendeva di discendere, da parte del ramo materno, e con la madre che lo sosteneva in questa idea, da un antico re d’Irlanda. Rifiutando la decadente società del suo tempo, così come faceva H. P. Lovecraft, Howard si rifugiò in ere immaginarie così come gli comandava il cuore. Suo simile sublimato, James Allison non pretende nulla di simile e fa risalire la sua stirpe a dei glorioso avatar. Confrontiamolo a Esau Cairn, eroe del suo romanzo postumo Almuric (1939), curiosa parafrasi del romanzo A Princess of Mars (1912) di E. R. Burroughs. Socialmente fuori dagli scemi, e anti-John Carter, Almuric si teletrasporta su un pianeta primitivo in grado di offrirgli tutto quello che la Terra gli ha invece negato: un senso selvaggio, ma vero, alla sua vita, e una donna degna di lui. Forse l’autore credeva nella reincarnazione, antica dottrina Indù presa a prestito dai Greci? Vediamo queste altre tre lettere scritte da R. Howard.

          <Un occultista di mia conoscenza, che sull’argomento ne sapeva più di qualsiasi altro uomo che io abbia conosciuto, mi disse che avevo un’anima davvero antica: di fatto, ero la reincarnazione di un Atlantoideo. Se c’è qualcosa di vero in questa faccenda dell’anima, o della reincarnazione, può essere che la sua teoria sia vera. Sicuramente io vivo nella polvere del passato, e i miei sogni solo raramente riguardano il presente o il futuro. Io sto sempre percorrendo le strade delle antiche ere, e strane sono alcune delle figure che incontro e strane sono le forme che mi fissano.> (Lettera a Harold Preece ricevuta il 20 ottobre 1928). (Lettera a H. P. Lovecraft del 9 dicembre 1931. Mia traduzione sul testo inglese allegato al saggio, e non sulla traduzione francese. ).

          <… penso che un Agnostico sia esattamente la persona che io sono, se questo significa scetticismo circa una umanità che va avanti a tentoni.> (Lettera a H. P. Lovecraft del 22 settembre 1932. Mia traduzione sul testo inglese allegato al saggio, e non sulla traduzione francese).

  1. Howard passava quindi dal sogno all’ironia, e infine alla negazione. Tuttavia vi si trovava il ricorso poetico e mistico a un artifizio nel quale lui stesso, tramite i suoi interposti eroi barbari, trovava la consolazione di poter evadere dalla prosaica realtà per approdare ad antiche ere nelle quali avrebbe potuto realizzarsi pienamente. Proprio questa è, infatti, la ricompensa per James Allison, cavaliere che vede infrangersi le proprie ambizioni, e poi bloccato dalle stampelle delle quali deve servirsi. Si noti come il personaggio inverte il percorso di R. Howard, prima ragazzo gracilino e per questo sbeffeggiato, poi atleta in grado di farsi rispettare. Ahimé, con questo poteva solo opporre i propri muscoli contro coloro coi quali aveva a che fare, e non invece contro un mondo al quale non sapeva adattarsi, salvo rinnegare se stesso.

          Se R. Howard non fosse stato uno scrittore e un intellettuale, come essere socialmente inadatto avrebbe potuto divenire un delinquente, considerato che ne aveva acquisito la capacità fisica. Invece, rimasto un essere timido, un po’ rozzo, complessato, contemplativo, cupo, inquietante, misantropo, senza successo con le donne, salvo con Novalyne Price – che può essere sia stata da lui idealizzata nel personaggio di Ishtar in Marchers of Valhalla –  altra sola donna, oltre sua madre, a comprenderlo e ad ammirarlo, nonostante la sue nascosta debolezze, sicuramente anche

se delusa dalla di lui assoluta mancanza di audacia nei fatti di cuore. R. Howard si rifugiò quindi nello sport e soprattutto i sogni e le letture di imprese eroiche che lo ispiravano. James Allison, in questo, lo ricalca: da una parte c’è il suo io sveglio ma menomato, cerebrale, impotente, disincantato della vita; dall’altro il suo io onirico, violento, istintivo, disinibito, che affronta i propri demoni interni ed esterni, e intraprendente con le donne.

          Pur ammettendo il carattere primario e distruttivo degli avatar di James Allison, R. Howard non predica la conciliazione e la comprensione ma la violenza, unica soluzione degna e adatta, secondo i suoi gusti, di fronte all’avversario, al differente, all’ignoto, all’inconoscibile. Nessun compromesso è possibile. L’altro è nemico di per sé. L’istinto di autopreservazione lo esige, ciò che non implica alcuna riflessione. La rabbia cieca è la risposta normale, istintiva, piacevole. Ideale è quindi l’essere selvaggi, autenticamente selvaggi. L’azione di James Allison è la cronaca di un io affrancato dalle inibizioni di questa moderna civiltà la cui vernice scricchiola felicemente se si impone il bisogno di ricorrere alle virtù primordiali, cioè bestiali – incarnate in Ghor – le sole a sussistere e a prevalere quando tutto il resto ha dimostrato la sua debolezza e la sua futilità.

 

BIBLIOGRAFIA

 

1) SPEAR AND FANG – Weird Tales, luglio 1925.

Lancia e Zanna – Malacambra n° 3. Tabula Fati, Chieti, ottobre 1999.

 

2) THE CHILDREN OF THE NIGHT – Weirs Tales, aprile-maggio 1931.

I Figli della Notte – In “Bran Mak Morn”, collana Epix n° 7, Mondadodi, Milano, 2009

 

3) PEOPLE OF THE DARK –Strange Tales of Mystery and Terror, giugno 1932.

Il Popolo dell’Oscurità – In “Ombre del Tempo”, Economica Tascabile Fanucci n° 18, Roma, 1994.

 

4) THE GARDEN OF FIRE – Marvel Tales, luglio-agosto 1934

Il Giardino della Paura – In “Howard. Tutti i cicli fantastici. I Cicli di Kull di Valusia, di James Allison, di Cthulhu e di Almuric”, Grandi Tascabili Economici Newton n° 325, quinto ed ultimo dei volumi dedicati alle storie di Howard, Newton e Compton, Roma, aprile 1995, pagg. 137-149

 

5) THE VALLEY OF THE WORM – Weird Tales, febbraio 1934

La Valle del Grande Verme – In “Howard. Tutti i cicli fantastici”, op. cit., pagg. 150-167

 

6) GIL KANE: THE VALLEY OF THE WORM (versione a fumetti) – Supernatural Thrillers n° 3, aprile 1972.

 

7) BLACK EONS (completato da Robert M. Price) – The Howard Collector n° 9, primavera 1967 (basato su un frammento di storia intitolato Beneath the Glow of the Sun).

 

8) MARCHERS OF VALHALLA – Antologia Marchers of Valhalla, Donald M. Grant, Rhose Island, 1972, 1977.

 

9) THE TOWER OF TIME – Fantastic Sword & Sorcery and Fantastic Stories, giugno 1975

 

10) RICHARD CORBEN & JOHN JAKES: BLOODSTAR – Morningstar Press, Leawood, 1976.

 

11) GENSERIC’S FIFTH-BORN SON – Fantasy Crossroads n° 10/11, Marzo 1977.

 

12) ANTHOLOGIE: GHOR. KIN-SLAYER: THE SAGA OF GENSERIC’S FIFTH BORN SON.

  1. A) Fantasy Crossroads dal n°10-11 del marzo 1977 al n°23 del gennaio 1979, comprendente:

12/I     –   Genseric’s Son, di Robert E. Howard

12/II    –  The Coming of Ghor, di Karl Edward Wagner

12/III   –  Ghor’s Revenge, di Joseph Payne Brennan

12/IV   –  The Ice-Woman’s Prophecy, di Richard L. Tirney

12/V    –  The Nemedians, di Michael Moorcock

12/VI   –  Betrayal in Belverus, di Charles R. Saunders

12/VII  –  Lord General of Nemedis, di Andrew. J. Offutt

12/VIII – The Oath of Agha Junghaz, di Manly Wade Wellman

12/IX    – The Mouth of the Earth, di Darrell Schweitzer

12/X     –  The Gods Defied, di A. E. van Vogt

12/XI    –  Swordsmith and Sorcerer, di Brian Lumley

12/XII   – The Gift of Lycanthropy, di Frank Belknap Long 

 

  1. B) Necronomicon Press, 1997 (seguito comprendente le seguenti storie)

12/XIII  – The War Among the Gods, di Adrian Cole

12/XIV  – The Ways of Chaos, di J. Ramsey Campbell

12/XV    – The Caves of Stygia, di H. Warner Munn

12/XVI   – Doom of the Thrice-Cursed, di Marion Zimmer Bradley

12/XVII  – The River of Fog, di Richard A. Lupoff.

 

13) THE GUARDIAN OF THE IDOL (completato da Gerald W. Page) – Weird Tales, autunno 1981.

 

14) BRACHAN THE KELT – Antologia The Barbarian Swordsman, Star Books, 1981.

 

15) THE WHEEL TURNS – Antologia Bran Mak Morn: The Last King, Del Rey Books, New York, 2005.

 

 

Breve biografia dell’autore

Jean-Pierre Laigle è nato a Tolone nel 1947. Nel periodo 1981.1996 ha diretto e pubblicato i 47 numeri della rivista Antares, e ha tradotto da una dozzina di lingue straniere parte degli articoli in essa contenuti. Successivamente ha rieditato, in edizioni limitate, decine di romanzi e di fumetti di Fantascienza da tempo non più disponibili sul mercato francese.

A partire dal 1999 ha iniziato a scrivere testi di narrativa. Per le edizioni Solaris, a partire dal 2001 e dal 2008, ha iniziato due cicli narrativi di storia futura. Il suo romanzo Rendez-vous avec la Destinée, pubblicato in Brasile nel 2012, appartiene al primo dei due. Il secondo, ancora inedito in volume, comprende un romanzo apparso in cinque episodi e diversi racconti.

Nel suo romanzo ucronico Ave Cesar Imperator! pubblicato nel 2008, un discendente di Re Arthù restaura l’Impero Romano di Occidente nel 652. Il ciclo è completato da due racconti pubblicati posteriormente.

Nel 2008 ha inoltre scritto un pastiche su Tarzan, Retour à Opar, pubblicato in lingua spagnola.

Suoi articoli e suoi racconti sono stati tradotti e pubblicati in italiano, spagnolo, portoghese, brettone, estone, svedese, rumeno e bulgaro, ma molti di questi sono ancora inediti in francese. Ricercatore collezionista, ha scritto per Fiction, Solaris, Galaxie, Brins d’Éternité, e per diversi periodici, degli studi tematici: cinque di questi sono riuniti nell’antologia Planètes Pilleuese et Autres Thématiques de la Science Fiction (2013), e altri cinque nell’antologia L’Anti Terre (2018).

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore, conferenziere e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; fondatore e presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e socio della World SF Italia. I suoi saggi sono stati pubblicati da varie case editrici tra cui Solfanelli, Watson, Delos Digital, Italian Sword&Sorcery Books, Letterelettriche e Ailus. Scrive su L'intellettuale Dissidente e su alcune riviste tra cui Dimensione Cosmica e Lost Tales. Oltre alle pubblicazioni tradizionali, su siti e blog specializzati sono apparsi oltre duecento suoi articoli, recensioni e saggi.

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