Per “I racconti di Satampra Zeiros” torna a farci visita Giuseppe Cerniglia, scrittore e membro dell’Associazione Culturale ItalianSword&Sorcery, che ci propone “La verità sul caso di Rashan Kharr”, racconto di sword and sorcery con ambientazione romana di circa 21.000 battute spazi inclusi, appartenente al Ciclo degli Annali Apocrifi.

Se volete leggere anche gli altri episodi di questa serie, li trovate qui:

La verità sul caso di Rashan Kharr

Ciclo degli Annali Apocrifi

di Giuseppe Cerniglia

 

 

Il sicario era entrato nella Taverna dell’Impiccato con il capo coperto, fingendo di leggere il prezziario riportato sullo scudo di legno alla parete: una moneta di rame per ogni bicchiere, due per qualcosa da mangiare; un pezzo d’argento per una camera, due per avere anche una puttana. Dietro il lungo bancone, Shimmer aveva notato il singolare comportamento di quell’uomo. È venuto a portare guai, si disse, muovendo la pipa fra i denti ingialliti.

Fece alcuni sbuffi di fumo.

Tutti gli avventori erano elfi della Fossa, il quartiere popolare della città di Uran, uomini dalla reputazione dubbia che vedevano nella Taverna dell’Impiccato una piazza ideale in cui coltivare gli affari. Shimmer aveva imparato a farsi rispettare da quella feccia: bastava non ficcare il naso nella vita di nessuno e richiedere regolarmente il pagamento dei conti.

Il sicario sedette defilato, dietro un gruppo di mercenari venuti a sperperare i proventi di un colpo ben riuscito. Shimmer chiamò Alikei, lo schiavo umano che lo aiutava nelle incombenze della locanda e lo istruì a bassa voce: «C’è un tipo laggiù, un poco di buono. Tieniti lontano da lui.» Con tutto l’oro che aveva sborsato per comprarlo, non poteva rischiare di perdere il ragazzo se da lì a poco si fosse scatenata una rissa. Gli diede una pacca sulla spalla: «Ora va’, non farli aspettare.»

Alikei si districò fra i tavoli e servì un piatto a un elfo ebbro cui un mercante cercava di rifilare ninnoli privi di valore. Alle loro spalle, il gruppo di mercenari prese a intonare canzoni sconvenienti, a fare a gara nell’ingollare vinaccia. Poco oltre, il sicario se ne stava raccolto, tamburellando a tempo le dita sul tavolo. Aveva occhi felini, stivali lustri e una daga dalla lama ricurva che pochi, nella Fossa, si sarebbero potuti permettere.

Shimmer spillò la sua birra migliore e gli s’avvicino.

«Tieni, questa la offre la casa.»

L’uomo ringraziò con un cenno.

«Dov’è Rashan Kharr?» chiese, senza giri di parole.

Shimmer si lisciò i capelli, radi e untuosi. Non aveva voglia di rispondere, di attirare guai su di sé e la propria casa. «Chi lo sa? Quel disgraziato è un fottuto cane randagio che scappa dai creditori e insegue vecchie baldracche.»

L’uomo rise di cuore e bevve la birra con calma finché non vuotò il bicchiere, poi colpì di manrovescio il viso di Shimmer e gli fu immediatamente addosso. Qualcuno indicò l’oste, raggomitolato ai piedi del tavolo ribaltato. Fiutando il pericolo, i mercanti se la squagliarono in punta di piedi.

Il sicario sollevò l’oste per il bavero della giubba e lo mise di nuovo a sedere.

«Non fare il furbo con me». Gli tolse della polvere dalla spalla. «So che Rashan vive qui, che gli passi del cibo perché lui ti guarda le spalle.»

Shimmer tossì, rimpiangendo la birra che gli aveva offerto e gli affari andati in malora. Aveva del sangue sulle labbra e la sensazione di qualcosa di rotto nella cassa toracica che gli provocava dolori a ogni respiro. Si decise a parlare, la vita di Rashan non valeva di certo la sua: «Si trova al piano di sopra.»

L’uomo attraversò la sala comune incurante degli sguardi ostili dei mercenari e delle prostitute impaurite nelle alcove del sottoscala. Alikei raggiunse Shimmer e gli sbottonò la giubba. Fece per andare a prendere dell’acqua ma Shimmer lo trattenne per la manica.

«Rimani basso, Alikei. Qui, al sicuro.»

Dal piano di superiore giungevano rumori di passi affrettati e suppellettili rovesciate. I mercenari alzarono gli occhi verso il soffitto e tennero le armi a portata di mano. In cima alle scale si udì un tonfo, poi Rashan ne rotolò giù.  

Era in calzoni, contorto come un ramo, il petto smagrito e gli occhi appannati da una dose di tateesha. Il sicario afferrò l’elfo che urlava e scalciava, incapace di tenersi in piedi e lo colpì alla nuca fino a fargli perdere i sensi. Shimmer osservò sgomento Rashan che veniva trascinato per la sala comune, in mezzo agli avventori ubriachi accasciati sulle panche alle pareti.

Fuori dalla locanda il sicario aveva altri compagni: insieme passarono una corda al collo di Rashan, impiccandolo alla vecchia quercia che cresceva al centro di una piazzetta. I mercenari parlottavano fra loro a bassa voce, turbati da quanto era accaduto. Alikei spiava dalla finestra e avvertì Shimmer quando infine gli elfi si furono dileguati.

Uscirono a tenere lontani i cani randagi dal corpo floscio che pendeva dall’albero.

«Povero d’un diavolo» mormorò tristemente Shimmer. «Che fine miserabile.»

Alikei gli stava al fianco, scalzo e sottile.

«Perché lo hanno ucciso, signore?»

Shimmer si strinse nelle spalle. Debito o forse un regolamento di conti: era impossibile risalire al mandante, con tutti i piedi che Rashan aveva pestato durante la sua vita.

«Porta fuori uno sgabello, ragazzo. Tiriamolo giù.»

 

  •  

 

Il sauro avanzava lentamente, con andatura plantigrada, tirando un carro dal cassone scoperto. Il conducente era un elfo dalla pelle butterata, con il petto e le braccia fasciate da bende. A un suo verso il sauro si fermò. L’elfo scese dal carro e girò intorno alla vecchia quercia della Fossa, controllando i recessi fra una catapecchia e un’altra, sorridendo sghembo a quanti lo osservavano.

Sembrò rallegrarsi nel rinvenire il corpo di Rashan.

Il cadavere, simile a un sacco di grano sulla spalla dell’elfo, fu gettato sul carro sopra una pila di altre salme. Uno schiocco di redini e il sauro dagli occhi bovini riprese il passo, trascinando oltre l’affossatore e il macabro contenuto del suo carro.

Tre giorni più tardi, Alikei lasciò la Fossa indossando il collare che lo identificava come uno schiavo di Shimmer. In spalla portava un sacco di iuta con pochi attrezzi del mestiere: torce, piccozza, spranga e temperino.

La necropoli sorgeva oltre le mura, sul versante occidentale dei monti Carpazi. Shimmer gli aveva raccomandato di tenersi alla larga dalle tombe dei nobili, recintate e con gli ingressi protetti da glifi incantati. Imboccò invece una delle porte scavate nella roccia che conducevano alle sepolture comuni degli elfi della Fossa. Accese una torcia. Il cunicolo era stretto, odorava di terra e di tanto in tanto incrociava diramazioni secondarie che creavano un dedalo nelle viscere della montagna. Architravi decorati con scritte in elfico davano accesso a camere le cui pareti contenevano nicchie orizzontali chiuse da lastre di pietra. La maggior parte di queste erano distrutte, i corpi ridotti a ossa spolpate dai topi; alcune erano così rovinate che Alikei non riusciva neppure a leggere i nomi dei morti che vi erano seppelliti. Non c’era nulla lì che valesse la pena raccattare.

Lo schiavo teneva la torcia alta sopra la testa e quando capiva di aver preso un cunicolo sbagliato tornava sui suoi passi. Cercò l’ultima sala, quella con l’odore di terra smossa e putridume. Appese la torcia in un anello di ferro alla parete, sistemò gli attrezzi e prese a lavorare sulla tomba che riportava il nome di Rashan Kharr. Iniziò con la piccozza, assottigliando lo strato di calce nella fessura attorno alla lastra di pietra grigia, quindi passò alla spranga per forzare il sepolcro. La lastra cadde e si spezzò in tre pezzi. Lo schiavo tossì, il viso sporco di sudore e polvere, e fece scorrere la torcia sull’anfratto di terra.

Rashan era stato seppellito con le braccia incrociate sul petto, sul collo chiaramente visibile i segni dell’impiccagione. Alikei ne sollevò appena la testa frugando fra i detriti fino a trovare il disco di metallo con il simbolo della luna e una preghiera incisa alla dea Varghas. Ogni morto era seppellito con una moneta di quel genere; spesso, per gli elfi della Fossa, si trattava dell’unico rinvenimento di valore.

Alikei aveva iniziato a lavorare alla seconda tomba quando un suono gli rizzò i capelli sulla nuca. Si voltò, zigzagando la torcia per aria. Temeva di essere stato seguito da un animale. Di nuovo quel suono. Il suo viso perse colore nel riconoscerne la natura: un respiro affaticato, proveniente dalla tomba di Rashan.

Si avvicinò a piccoli passi, con le ginocchia che gli tremava per la paura. Le fiamme illuminavano il viso rotondo del morto, le palpebre gonfie che si sollevarono all’improvviso. Rashan inarcò la schiena, emettendo un verso gutturale. Alikei urlò di rimando e fuggì via, dimentico della moneta di rame, degli attrezzi sparpagliati nella sala.

 

  •  

 

L’elfo percorse il salone del tempio di Varghas tenendo sottobraccio l’elmo tricornuto delle guardie reali di Uran. Il pavimento di ossidiana rifletteva in maniera contorta le colonne e la luce delle lanterne sospese fra le arcate. In alto, la cupola rappresentava il firmamento, ciascuna stella d’oro un’opera d’artigianato incastonata su un fondo color zaffiro. In quel momento il salone era vuoto ad eccezione di pochi fedeli raccolti intorno alla statua della dea Varghas. Il guerriero lo percorse per tutta la lunghezza, poi svoltò su una porticina. Al piano superiore incrociò accolite dagli abiti talari grigio-blu e sacerdotesse anziane con la sopravveste in filigrana d’argento. Le ignorò tutte perché aveva un messaggio da consegnare direttamente alla Somma Astromante.

«Cosa succede, ragazzo?»

Nara sedeva dietro uno scrittoio, sommersa da pile di volumi, i capelli raccolti sotto il velo nero e argento che le ricadeva sulle spalle. Staccò gli occhi dal libro, sorpresa di trovare davanti a sé una guardia genuflessa.

«Uno schiavo è rientrato dalla porta occidentale, mia Signora.» spiegò la guardia. «Dice di aver visto un elfo: Rashan Kharr, morto tre giorni fa.»

Nara chiuse il libro, incrociò le mani sulla copertina e soppesò la notizia con occhi sprofondati nelle rughe.

«Da quando una guardia reale dà credito alle parole di uno schiavo?»

Il guerriero mantenne un tono di voce adeguato alla Somma Astromante: «Il terrore non mente, mia Signora. Quelli erano gli occhi di chi ha visto un morto. Un morto che tornava in vita.»

 

  •  

 

La voce galleggiava ai margini della coscienza ripetendo sempre la stessa domanda: «Come ti chiami?»

Uno sforzo di concentrazione. Di nuovo il torpore minacciava di inghiottirlo. Questa volta, tuttavia, era abbastanza desto da riuscire a sbiascicare poche parole.

«Rashan» rispose. «Rashan Kharr.»

Lo strusciare di una penna sulla carta era un suono ancora troppo violento, che gli invase le mente strappandogli un gemito. «Ottimo» La voce si rallegrò e continuò impaziente: «Mi senti Rashan?»

Sentirsi chiamare per nome gli diede i brividi perché gli sembrava fosse passata una vita dall’ultima volta che era stato pronunciato. Provò ad annuire. Fasci di dolore gli risalirono i nervi – il baratro grigio era di nuovo lì, pronto ad accoglierlo. No! Non un’altra volta.

Un dito sollevò una palpebra sonnolenta, poi l’altra.

Lentamente la cortina grigia prese a schiarirsi, rivelando un mondo fuori controllo che vorticava davanti agli occhi. Prese a lamentarsi mentre, poco per volta, l’immagine si fissava. Si trovava in una stanza con vetrate circolari sul tetto da cui, tuttavia, entrava poca luce; c’erano candele accese sui doppieri che inframmezzavano gli arazzi appesi alle pareti. Rashan era disteso su un letto e intorno a un tavolo si muoveva una figura in tunica grigio-blu.

Una sacerdotessa di Varghas.

«Dove mi trovo?» chiese, ricordando quanto detestava il tempio e i suoi frequentatori.

«No, non ancora.» La sacerdotessa lo invitò a non sforzarsi a parlare. Era una ragazza giovane, un’accolita dal viso cereo e capelli biondi raccolti in una treccia. «Sei nei sotterranei del tempio…» Fu costretta a interrompersi, ad accorrere al giaciglio dell’elfo. Gli premette le mani sulle spalle. «Calmati, Rashan, calmati adesso.»

L’elfo aveva il respiro roco, il corpo ancora infiacchito. Quel viso, quei sorrisi erano una fottuta messinscena cui lui non avrebbe abboccato: i sotterranei del tempio erano un luogo di stregoneria in cui le sacerdotesse aprivano varchi per il mondo dei sogni, dialogavano con gli spiriti ed esercitavano i poteri della mente.

Non poteva venirne nulla di buono per lui, lì sotto.

Si trovò a desiderare la Fossa, con le sue stradine, le baracche e le esalazioni che anche in pieno giorno oscuravano il sole. La sacerdotessa era tornata al tavolo, gli dava le spalle. Di tanto intanto intingeva la penna in calamaio, prendeva una nota.

«Vorrei soltanto sapere cosa è successo tre giorni fa» chiese.

Trovò un’immensa difficoltà a rispondere a quella domanda. Eppure era una richiesta abbastanza semplice. Gli ultimi giorni gli apparivano così confusi. Uno, due, tre giorni fa: non riusciva proprio a ricordare. La sacerdotessa si voltò, guardandolo con la penna premuta sulle labbra, con l’aria di chi non era sorpresa da quel silenzio.

«Te lo dico io, Rashan Kharr: tre giorni fa sei morto.»

Le labbra dell’elfo si arricciarono in un sorriso sornione.

«Mi vedi, ragazza, sono qui e ti sto parlando. Non posso essere morto.»

La sacerdotessa abbandonò la penna e gli s’avvicinò. La veste spazzava il pavimento, dagli spacchi laterali venivano fuori gambe color avorio. «Sei morto» puntualizzò, risentita. «Ma, in qualche modo, sei riuscito a sovvertire il corso naturale degli eventi.» Gli agitò un dito davanti al viso. «C’è di più, stai mostrando una sorprendente capacità di guarigione e il tuo corpo neutralizza glifi di ordine inferiore. Come te lo spieghi?»

Adesso era lui a essere irritato.

«Hai esagerato con la tateesha, ecco come me lo spiego.»

Per tutta risposta la sacerdotessa estrasse uno stiletto cerimoniale dalla cinta che le stringeva la vita. Fu un movimento troppo rapido per gli occhi di Rashan che sentiva adesso il tocco gelido dell’argento sulla guancia. La sacerdotessa fece scivolare l’arma fino al collo, guardandolo con intensità.

«Porti i segni di un’impiccagione, Rashan. Ti dice niente questo?»

L’elfo deglutì e tentò di frenare la sua mente che, dolorosamente, stava ricordando. Sì, per Varghas, lo avevano preso alla Taverna dell’Impiccato e appeso alla vecchia quercia. Strabuzzò gli occhi per scacciare via le immagini, la testa gli doleva e per un attimo il capo crollò sul petto. La sacerdotessa gli accarezzò i capelli unti, la fronte sudata.

«Bravo, un poco alla volta. Devi ricordare, Rashan. Devi farlo perché abbiamo bisogno di sapere.» Si allontanò alla sua destra, tornando a confondersi con l’ombra della stanza. «Cosa è successo dopo?»

Rashan era sconvolto. Nonostante i progressi persisteva un vuoto nella sua memoria. Ciò che quel vuoto nascondeva interessava tanto lui quanto lei. Forse, soprattutto, lei. La sacerdotessa lo guardava da lontano, sfogliando appunti presi in precedenza. Azzardò un’ipotesi: «Uno spirito deve aver approfittato del trapasso per varcare la soglia che lo separava dal nostro mondo e si è impadronito del tuo cadavere. Tecnicamente, questo fa di te un Macchiato, Rashan.»

L’elfo inghiottì il sapore della bile. I Macchiati erano uomini la cui anima era stata divorata dagli spiriti, burattini a malapena in grado di reggersi in piedi. Le sacerdotesse davano loro la caccia perché instabili e pericolosi. Dunque la puttana non aveva intenzione di lasciarlo andare perché lo credeva invasato.

«Non so nulla dei vostri maledetti spiriti» sbraitò Rashan.

Attese che la sacerdotessa gli venisse di nuovo vicino, quindi fece appello a tutte le forze che aveva in corpo e tentò di saltarle addosso ma lei non si fece cogliere di sorpresa: mosse le dita per aria e pronunciò le parole di potere immobilizzandolo con un glifo. Sentì il petto che si comprimeva, i muscoli farsi rigidi.

Digrignò i denti.

Allora avvertì che qualcosa dentro di lui stava cercando di contrastare il potere della sacerdotessa, andando contro la sua stessa volontà. Ebbe così la certezza di dividere il proprio corpo con un essere oltremondano. Quello stesso spirito che lo aveva salvato dalla morte.

La sacerdotessa continuava a mantenere il palmo sollevato, costringendolo in una paralisi dolorosa. «Cosa hai incontrato? Un Keukegen, uno Yamachichi?» L’elfo cercò di convincerla che di quella storia lui non ne sapeva davvero nulla ma lei non gli credette: «Dimmelo o sarò costretta a frugarti nella mente con la forza.»

Rashan inorridì e cercò di evitare gli occhi della sacerdotessa, le cui pupille si stavano restringendo a minuscole fessure, ma il glifo gli impediva di muovere la testa. Sentì lo spirito di lei che tentava di scardinargli la mente, ora con colpi violenti ora in maniera sottile. Rashan urlava, si dimenava, tentava invano di spezzare il glifo. Aveva la sensazione che il suo cervello fosse spaccato in due. La sacerdotessa non mollò e continuò a strizzarlo, a torcerlo. Tastò ogni recesso superficiale della sua coscienza, avida di scovare i suoi ricordi e l’essere che si nascondeva all’interno della sua mente.

Rashan era schiumante di rabbia. Un lama di dolore gli attraversava il corpo e i pensieri. Gli era impossibile persino cedere, abbandonarsi alla mercé dell’altro: qualsiasi cosa si annidava dentro di lui era decisa a non mollare, a tenere caparbiamente testa all’avversario. Gocce di sudore apparvero sulla fronte corrugata della sacerdotessa, esausta a causa dello scontro con la volontà congiunta di Rashan e dello spirito con cui era in simbiosi.

Alla fine desistette e rilasciò il glifo, sbalzandolo con violenza sul letto.

Rashan mugolava fiocamente, il corpo debilitato e la mente arsa dalla furia dello scontro. Era sull’orlo dello svenimento e l’ultima cosa che udì fu il soffio insoddisfatto della sacerdotessa che borbottava fra sé. Qualcosa lo trattenne sull’orlo dell’incoscienza. Fu una sensazione piacevole, simile a una carezza che lo stava rifocillando. Rimase a fissare il tetto, le vetrate scure oltre cui non riusciva a scorgere nulla. Lei, la sacerdotessa, era ancora lì: seduta nel suo sgabello, china sugli appunti, una mano nei capelli.

Rashan avvertiva il tocco flebile della creatura dentro di sé. Il braccio di ferro con la sacerdotessa ne aveva consumato ogni energia. Non poteva aiutarlo oltre. Tutto ciò che rimaneva di quello spirito era la voglia di vivere. Una spaventosa voglia di vivere il mondo. Quel mondo fatto di carne e ossa. Era una sensazione così forte che Rashan ne fu letteralmente sopraffatto. Toccava lui fare qualcosa per fuggire dal sotterraneo.

Riuscì a raddrizzare una gamba, a far scivolare un piede a terra.

La sacerdotessa non si accorse che, a passi malfermi, l’elfo era arrivato alle sue spalle. Sussultò quando Rashan le premette una mano sulla bocca, tenendola stretta a sé. Ne sfilò lo stiletto dalla cintura e la colpì ripetutamente, con foga. Il corpo della sacerdotessa rimase riverso sulla scrivania, macchiando di sangue le ultime osservazioni appuntate a margine della pergamena.

Fece un passo indietro.

Quasi non sentiva più la presenza che albergava nella sua mente. Poco male. Rifletté che, in fondo, lo aveva aiutato e probabilmente l’avrebbe rifatto finché lui gli avesse garantito un corpo in cui vivere.

Sorrise tra sé.

Gli sembrava uno scambio onesto.

 

  •  

 

L’elfo entrò alla Locanda dell’Impiccato scrollando gli stivali incrostati di fango, tirandosi sul volto il cappuccio del manto umido. Fuori pioveva e molti elfi della Fossa gremivano la locanda che, almeno, garantiva loro un rifugio caldo e un tetto integro sotto cui ripararsi.

Alikei, simile a un equilibrista, si spostava da un tavolo all’altro servendo formaggio piccante e piatti a base di funghi e cipolle. Shimmer, nella sua giubba lurida, se ne stava dietro il bancone d’ebano scartabellando le liste dei debitori.

Il nuovo arrivato scorse con un’occhiata la sala comune, affollata all’inverosimile, e sedette spalla a spalla con il sicario che aveva ucciso Rashan, l’elfo dagli stivali lustri e la preziosa daga ricurva. Ordinò una birra per entrambi e la gustò fino alla fine, poi si alzò in piedi e colpì l’altro al collo con uno stiletto d’argento: fu un colpo preciso, alla carotide, che non gli lasciò alcuna speranza.

«Ehi tu, figlio di un cane!» Shimmer sgomitò fra gli elfi che si ritraevano dal corpo accasciato. «Che ti è saltato in mente? Non sai che è vietato spargere sangue qua dentro?»

L’altro tirò giù il cappuccio.

«Rashan?» Shimmer soffocò un’imprecazione. «Sei davvero tu, per Varghas?» Gli mise le mani sulle spalle, guardandolo con attenzione: gli occhi segnati da borse profonde, il colorito malaticcio e il segno di un’impiccagione attorno al collo. «Non ti chiederò come hai fatto a ritornare» commentò spiccio l’oste, poi indicò l’elfo che aveva appena ucciso: «L’hai fatta grossa stavolta.»

Rashan si sfregò il naso.

«Gli ho restituito un favore.»

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e fondatore di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Scrive per Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica contributi relativi allo sword and sorcery e alla narrativa fantastica. Ha pubblicato con Solfanelli, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ consulente della Commissione Contratti della World SF. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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