Dario, eroe ateniese, fa visita allo zio Lisippo, a Rodi, il giorno dell’inaugurazione del Colosso, statua gargantuesca del Dio Apollo capace di incenerire tutte le navi nemiche che entrano in porto. A comando della città però c’è Serse, un tiranno che si è guadagnato l’ira di molti nemici, i quali vedono in Dario un prezioso alleato…

Uscito nel Giugno del 1961 Il Colosso di Rodi si rivela essere un grande successo di pubblico, mentre la critica accoglie con freddezza l’esordio di un giovane regista romano: Sergio Leone.

Sergio Leone è uno dei più grandi registi della storia del cinema, capace di rivoluzionare un genere, il western, ed influenzare una pletora immensa di cineasti di tutto il mondo, grazie ad uno stile visivo unico e una solidità narrativa tali da incollare gli spettatori allo schermo per ore, stupendo e meravigliando di minuto in minuto come solo i più grandi cantori di miti sanno fare.

Dopo una breve comparsa in Ladri di Biciclette (1948) nei panni di un prete, si dimostra un valido assistente regista di seconda unità in kolossal americani quali Quo Vadis? (1951) e Ben-Hur (1959), terminando anche le riprese per Gli Ultimi Giorni di Pompei (1959) dell’amico Mario Bonnard, ammalatosi gravemente.

Su queste basi una co-produzione italiana, francese e spagnola commissiona al giovane regista romano un nuovo peplum nel 1961.

Leone accetta volentieri ma l’inizio delle riprese non può che essere dei peggiori, poiché litiga con John Derek, scelto come attore principale, il quale mettendo in discussione ogni scelta registica di Sergio chiede alla produzione di affidargli il film. Con il suo carattere deciso e diretto Leone affronta prima l’attore col celebre “discorso sulla barba” (ricordato da Carlo Verdone sullo speciale di Sky Cinema dedicato al regista), poi i produttori presentando le sue dimissioni, obbligandoli così a scegliere quale dei due sostituire. I produttori, consci delle indiscusse abilità del giovane Sergio (lui e altri contribuirono ad immortalare la scena della corsa delle bighe in Ben Hur), e del sostegno di attori e operatori, sostituiscono Derek con Rory Calhoun e lasciano carta bianca a Leone.

Nonostante sia ricordato per la trilogia del dollaro e la trilogia del tempo, già in questo primo film si possono ritrovare alcune scelte stilistiche del futuro Leone: la violenza, la calda composizione visiva e il cinismo. Elementi atipici per un genere saturo di super-uomini ed eroi di sangue divino, girati in serie a Cinecittà e con un riciclo continuo di oggetti scenici, comparse e operatori.

La violenza irrompe dall’inizio del film, quando un gruppo di ribelli entra in una caverna facendo piazza pulita dei soldati a guardia di un folto gruppo di schiavi, in scontri all’arma bianca violentissimi e ben coreografati dove lo spettatore è gettato nel caos della battaglia. Neanche 10 minuti dopo troviamo un uomo impalato da frecce e un avvelenamento fallito, assistiamo poi ad uno scontro fisico degno di un incontro di boxe in una fastosa e opulenta camera-studio. Ma Leone non si ferma e ci dona la visione di persone arse vive e torturate con del metallo fuso che a gocce brucia i corpi delle vittime o imprigionate in una campana percossa con violenza le cui vibrazioni sonore spaccano i timpani e le cervella dei malcapitati. L’ultima scena di battaglia tra i ribelli e i soldati, con tutta quella pioggia e quel vento rabbioso ricorda molto da vicino lo scontro finale ne I Sette Samurai di Kurosawa, subito seguita da un terremoto la cui distruzione è pari a quella vista in Cabiria di Pastrone.

Uno dei principi cardine dello stile di Leone è la messa in scena. Il regista romano era infatti convinto che tutto ciò che registra la macchina da presa passa sotto gli occhi attenti dell’osservatore, quindi tutto ciò che si mette in scena deve essere perfetto, deve avere un suo significato e una sua storia. Questa calda composizione visiva, una maniacale attenzione per il dettaglio, si ritrova in ogni singolo fotogramma del film. Memorabile la festa nel palazzo di Serse dove regna l’opulenza, il lusso, il benessere tra frutta fresca di ogni specie, boccali e piatti ornati di pietre preziose, donne ricoperte di gioielli e pregiati tessuti coloratissimi e uomini alti dalle barbe curate e con un fisico slanciato. Senza dimenticare i giochi circensi con la bandiera e il fuoco al centro della sala o subito dopo la scena nel sepolcro regale, pieno di mummie, tutte sporche, ricoperte di polvere e in bare di pietra fredda e scura o ancora le scene al mercato in prossimità del porto dove commercianti di ogni razza e cultura si circondano di poveri affamati, con vesti logore e spente sotto l’occhio vigile di soldati ben armati.

Il cinismo è preponderante nella sceneggiatura. Gli scambi di battute tra Dario e Lisippo, ma anche tra Dario e la bella figlia del costruttore del Colosso, Diala, sono indice dell’ironia dolceamara, insensibile e insolente del regista romano che caratterizza ogni suo singolo lavoro. Il protagonista, Dario, è un eroe greco più furbo e acuto che forte e giusto, interessato più a cogliere i “fiori” e le bellezze di Rodi che risolvere questioni socio-politiche scottanti. Solo quando è apertamente accusato dalla corte di Serse di essere un traditore e aver assaggiato le punizioni che si addicono a una spia, decide di risolvere la questione una volta per tutte, ponendo fine ad un gioco di intrighi e tradimenti molto più grande di lui. La scena finale con il terremoto che seppellisce bambini, vecchi e donne è tra le conclusioni più ciniche che il genere peplum possa vantare.

Ultima nota di merito di questa piccola opera prima del grande Sergio Leone è la scena di combattimento sulle spalle del Colosso, un chiaro riferimento allo scontro finale sul Monte Rushmore visto in Intrigo Internazionale di Alfred Hitchcock.

Scritto da Riccardo Maggi

Prima assiduo lettore poi scrittore infaticabile che dedica anima e corpo all'Immaginario in ogni sua forma e sostanza approdando sulle sponde di Hyperborea nel Giugno 2017.

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