Sinossi

Penetrato per rubare in una ricca villa di un nobile nemediano, Conan si trova invischiato nelle conseguenze di uno strano omicidio. E la morte, stavolta, e solo il minore degli orrori…

Commento

Solo poco tempo fa, mentre mi trovavo a chiacchierare con il mio amico e sodale Francesco La Manno, il discorso è caduto – cosa niente affatto inusuale – su alcune caratteristiche del ciclo di Conan, e nello specifico, del racconto di cui si parla oggi, e cioè “Il dio nell’Urna”.
Entrambi sottolineavamo come la vicenda, in apparenza quasi un giallo vieux jeu, contenesse alcuni aspetti tipici della saga del Cimmero che la rendono un piccolo gioiello fra i tanti della produzione howardiana.
Prima di riferire di queste elucubrazioni, però, è bene riassumere per sommi capi la trama della storia.

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Ci troviamo ancora negli anni della gioventù avventurosa e guascona del nostro barbaro preferito, e la sua veste è la medesima dei racconti che abbiamo già illustrato: il ladro. E non un banale grassatore, o un borseggiatore da due soldi, ma un vero e proprio cacciatore di tesori, che punta sempre – e solo – a bottini molto in alto.
E’ proprio questa fame non solo di oro, ma di sfide, che spinge Conan a introdursi nottetempo nella dimora di Publio Kalliano, nobile di Nemedia affetto dal morbo del collezionismo, e quindi fiero possessore di preziosi artefatti. Non sa, il barbaro, che minacce ben peggiori di un furfante si aggirano nella villa del ricco possidente, e che la sua audace entrata in scena lo porterà ad essere accusato di crimini più gravi del furto.
Colto sul fatto da una sentinella, Conan è infatti trascinato davanti al tribunale improvvisato composto da alcune guardie da altri nobili e ufficiali accorsi sul luogo. Non è tanto infatti la sua intrusione a interessare la legge, quanto l’omicidio che è stato commesso nella villa: Publio Kalliano è morto, e Conan – penetrato furtivamente – è il maggior indiziato per questa morte.
Eppure, persino agli occhi delle guardie, quell’assassinio mal si sposa con la presenza pur criminale del Cimmero. Kalliano è stato ucciso a mani nude, non dalla spada di Conan, che del resto è ben pronto a usarla per affermare la sua innocenza. Di più: un servo afferma che Kalliano avesse progetti poco chiari riguardo un prezioso oggetto acquistato da poco, che avrebbe dovuto rivendere. E’ probabile che volesse inscenare un furto, e tenere per sé la reliquia in questione, una preziosa urna giunta in quei giorni dalle roventi sabbie di Stygia.

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Le indagini svoltano ormai nella giusta direzione, e proprio il servo è chiamato a recuperare l’urna dalle stanze di Kalliano, affinchè si comprenda meglio il motivo di tanta cura per il reperto. Ma il servo non compirà mai la sua missione, e l’unica cosa che riesce a fare è tornare dalle guardie con il collo tumefatto, morendo pochi istanti dopo. Il panico si diffonde, e solo Conan, ormai sgravato dalle accuse, non fugge da quel luogo che sembra ormai infestato da un assassino invisibile.
Una voce, ipnotica, lo chiama, unendosi alla curiosità che il barbaro ha di scoprire tutta la verità sulla faccenda. In un’atmosfera onirica e di orrore, il Cimmero si reca dunque nelle stanze di Kalliano, dove ombre guizzanti, aliene, lo attendono dietro un paravento misericordioso.
E’ qualcosa che va oltre l’uomo, infatti, che ha portato la morte nella villa di Kalliano: un dio, se si dovesse giudicare dal volto statuario e perfetto, un demone, a guardarne il corpo serpentino, nelle cui vene scorre il sangue della Grande Serpe di Stygia, il nero Set.
Nemmeno Conan, che pure riesce a sfuggire all’incanto del mostro e a mozzarne il capo stupendo, può reggere alla vista di tanta demoniaca empietà. Ultimo a lasciare quelle tetre sale, fugge via, preda di un panico che supera anche l’abituale timore superstizioso dei barbari.

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Come si vede, tutta la vicenda de “Il dio nell’urna” ricalca per sommi capi i movimenti delle precedenti avventure; ancora inesperto di una civiltà che più impara a conoscere e più disprezza (tranne per certi piaceri), Conan si muove come un criminale nelle città hyboriane, e tanto la sua avventata temerarietà, quanto le trame di occasionali mandanti o conoscenti finiscono per coinvolgerlo in fatti imprevisti, dalle connotazioni sanguinose: vale per la scalata alla torre dell’Elefante come per l’esplorazione delle rovine di Larsha, e ovviamente anche per il furto nella dimora di Publio Kalliano.
Ci troviamo quindi di fronte a un sistema ben collaudato che Howard usa non solo per estrinsecare le caratteristiche precipue del suo eroe, ma anche per mostrarci gli angoli più favolosi dei vari regni hyboriani, colti nel pieno del loro esotico fulgore.
In particolare la Nemedia, dove la storia è ambientata, è una di quelle regione per cui più l’autore si è ispirato al mondo classico: i suoi abitanti sembrano quelli di un principato ellenistico, nei modi, nei nomi e vediamo sullo sfondo città marmoree che richiamano le calde atmosfere di Alessandria d’Egitto o di Pergamo.
Ma è soprattutto il fulcro della storia, la rivelazione finale del dio semiumano che mostra come Howard utilizzasse con competenza e talento conoscenze non comuni riguardo l’età antica. I più eruditi riconosceranno infatti nell’aspetto del figlio di Set, quello di un “vero” dio del mondo classico, il serpente Glicone.
Questa divinità, lungi dall’essere malevola come nel racconto, era il fulcro di un culto oracolare situato nella regione della Bitinia (nell’odierna Turchia), che per almeno un secolo divenne celebre in tutto l’impero romano, tanto da essere celebrato addirittura su monete e gemme.
Il suo successo fu opera del famigerato profeta Alessandro di Abonutico, e noi ne conosciamo singolarmente bene la storia, in quanto l’intera vicenda ci è trasmessa in un trattatello di Luciano di Samosata che smaschera, non senta divertimento, le truffe e i raggiri di questo santone antico, che tramite trucchi e molto “mestiere” aveva convinto legioni di adoratori della realtà di questo dio serpente.
Del resto, l’iconografia del serpente era considerata nel mondo classico in maniera assai diversa da quella odierna. Lungi dal rappresentare – come nelle culture semitiche – l’incarnazione del male, il serpente era presso i Romani una possibile incarnazione di divinità domestiche amiche, e in quanto tale trattato benevolmente. Addirittura, nel tempio laziale di Giunone Sospita, serpenti sacri erano allevati e nutriti da vergini. Anche nel mondo ellenistico, erede di suggestioni sia greche che orientali, divinità dal capo umano e dal corpo di rettile erano abitualmente rappresentate, anche nel caso di numi celebri come Serapide, o di più generici Agathodaimon.

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Questa digressione mitologica ha dunque lo scopo di dimostrare come la narrativa pulp, lungi dal rimasticare semplicemente stereotipi nati già vecchi, sia stata in molti casi l’ultimo anello di una catena culturale di trasmissione del patrimonio fantastico già presente da secoli nel bagaglio letterario europeo e non.
Proprio di questo, per sommi capi, discutevamo io e il nostro amico Francesco, arrivando insieme, senza volerlo, ad una comune domanda: ma davvero un genere che può annoverare simili spunti e contenuti, ha ancora bisogno, oggi, di difendere la sua dignità culturale? Non ai posteri, ma a noi, la doverosa e più che mai facile sentenza.

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