Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Claudio Foti, scrittore, saggista e veterano della narrativa dell’immaginario, che ci propone “I Negrieri di Neshuabro”, racconto di sword and sorcery di circa 20.000 battute spazi inclusi, che si è classificato al terzo posto nel Concorso Thoth-Amon.

Autore

Nato a Roma nel 1967, laureato in giurisprudenza, scrive e pubblica da oltre venti anni.

Inventore di mondi inquietanti, ricercatore delle verità che si celano dietro gli enigmi i suoi articoli, da oltre un decennio, appaiono sulle maggiori riviste cartacee e digitali del mistero Hera, Turismo Insolito, Arcana, Fenix, Signs, Xtimes. I suoi vividi personaggi si muovono in atmosfere falsamente domestiche spinti dallo spirito di avventura vivono in trilogie, romanzi e racconti dai finali mai scontati.

 

Principali romanzi:

Dobb gli adoratori di Fenrir [1° premio E. Morante, Roma 2000 ed. Di Salvo 2003];

Trilogia di Zymill [Zymill  2° premio Le Ali della Fantasia-ex premio Tolkien, Ortona 2005];

Gli occhi di Adandhel [1° premio Giovane Holden 2012, ed Giovane Holden 2012];

Tutti questi romanzi sono ambientati su Athom un mondo fantasy popolato da Nani ed Elfi.

Ombre su Campo Marzio [1° premio Le Ali della Fantasia-ex premio Tolkien, Ortona 2006 ed. Solfanelli 2008]; romanzo storico-esoterico con protagonista il Papa Silvestro II nella Roma dell’oscuro anno mille.

Il Grande Orso [Edigiò 2008]; ambientato nel mondo magico esoterico dei nativi americani.

Nereolie raccolta di racconti sulle isole eolie pubblicata con Alcheringa 2014

Romagick raccolta di racconti su Roma pubblicata con Arpeggio Libero 2014

Voynich 2017 Lfa editore 2017

 

Finora al suo attivo oltre quaranta racconti pubblicati tra cui:

Lycaonia [in Roma Fantastica 2005 ed. Alacran 2005]

Il Giardino di Barok-Taar [3° premio Tabula Fati e Premio Speciale E. Perodi Ortona 2006 ed. Tabula Fati 2006]

San Silvestro [2° premio Yorick 2005]

Il Circolo di Piazza Tuscolo [in M-Rivista del Mistero n°3 2007].

Jalà-Narahi Enigma Edizioni.

Flamen Furrinalis e I Vampiri di Piazza Vittorio [ed Chichill.de 2012 per il mercato tedesco di lingua italiana]

Ordo Tenebrarum [1° premio Philobiblon, 2008 Italia Medievale].

La Centesima Scimmia Enigma Edizioni 2015.

Jala-Nahari Enigma Edizioni 2015.

La Nave Infernale Delos 2017

London Die Delos 2017

 

Saggi:

Il Codice Voynich [Eremon edizioni 2010, primo saggio italiano sul manoscritto più misterioso del mondo. Nel maggio 2012 ha organizzato e tenuto Voynich 100 la conferenza internazionale a Villa Mondragone(Univ. Tor Vergata) dove si sono riuniti i più importanti studiosi del mondo nel centenario della riscoperta del manoscritto Voynich. L’autore ha rilasciato numerose interviste sul manoscritto tra cui quella del settimanale “Chi” e quella andata in onda al “Caffè di Raiuno” lo scorso aprile. Nel marzo del 2015 è stata pubblicata la seconda edizione ampliata riveduta e corretta de Il Codice Voynich.

Guida su Ischia Magica e Leggendaria [Chichill.de 2012]

Windigo, il mito e la leggenda [Parallelo45, 2014]

Defixiones le tavolette magiche nell’Antica Roma [Eremon, 2014]

I Segreti del Necronomicon [Enigma ed. 2015]

Il Dio Anfibio [Fenix 2016]

Guida alla Barcellona esoterica e magica [Mursia 2016]

Lovecraft & Aristeas [Hippocampus Press 2017]

Lo Strano caso di Richard S. Shaver [Weirdbooks 2018]

I Sette Talismani di Roma Antica [Eremon 2018]

Misteri e Curiosità di H.P. Lovecraft [Weirdbooks 2018]

Gli Scrittori maledetti della Golden Dawn [Mursia 2018]

 

Collabora con emittenti televisive e radiofoniche, ha esercitato la professione di giornalista e ha partecipato come giurato ad alcuni premi letterari.

 

Sinossi

Mondo di Athom.

Nella temuta città costiera di Neshuabro, a sud dei torridi Deserti Meridionali, lontana finanche da Vibos, gli schiavi più fortunati vengono fatti lavorare fino alla morte. Qui di tanto in tanto i negrieri organizzano sfide clandestine all’ultimo sangue nella così detta Vasca. Durante una di queste sfide Marib, il campione indiscusso ma anziano, un nobile che da tempo è ridotto in catene, deve sfidare Dobb, un nano corpulento appena arrivato. I due combatteranno l’uno contro l’altro fin quando non decideranno di tentare di scappare. Lasceranno una scia di sangue e cercheranno di salire a bordo di una nave alla fonda nel porto. Proprio sulla nave si troveranno però a fronteggiare una donna, che ha usato con troppa leggerezza la scienza comprata dai Sapientarchi.

I Negrieri di Neshuabro

Claudio Foti

 

Il rumore del cantiere navale era assordante. I negrieri abbattevano le loro fruste sulle schiene nude degli uomini che grugnendo trascinavano i tronchi nella pietraia. Il sole ardente che aveva cotto il fango fino a farlo diventare una crosta e indugiava su quei corpi sudati, insopportabile anche per coloro che erano abituati ai climi del sud. Alcuni schiavi mormoravano arie delle terre natie che mai avrebbero rivisto; altri procedevano silenti a capo chino in attesa dell’unica libertà possibile: la morte. Erano genti dei villaggi delle dune, soldati di Barok-Taar, Nomadi delle Sabbie, mercanti, cacciatori, avventurieri, c’era perfino chi sosteneva di essere un principe, tutti sfortunati abbastanza da essersi avvicinati troppo a Neshuabro, la prima città dei Deserti Meridionali e l’ultima del continente conosciuto. Da qui si poteva commerciare con le misteriose razze del sud che commerciavano qualsiasi cosa, anche la morte. A Neshuabro i titoli contavano molto poco e Marib, di Qzal-aar, lo aveva capito subito. Benché di nobili origini era un uomo dal fisico forte ed era stata proprio la sua forza a tenerlo in vita negli ultimi due anni. Alto e possente, naso piatto e denti bianchissimi che contrastavano con la pelle ambrata. Gli occhi scuri sempre fissi sull’orizzonte come in attesa di qualcosa. Sperava da sempre che qualcuno arrivasse a pagare il suo riscatto, invano. Le sue orecchie ascoltarono un frammento di dialogo tra due negrieri. Ormai comprendeva bene il dialetto neshuabro, ma non lo aveva mai fatto capire alle guardie di modo che continuassero a parlarlo in sua presenza.

«La forza dell’alto qzalaariano sta diminuendo. Dovremo rimpiazzarlo presto. C’è un nuovo schiavo che può fare il suo lavoro. Un nano, ancor più possente di lui.»

«Uno più forte di Marib?» ridacchiò la voce incredula dell’altro.

«Per le scaglie di Gonda! Sì!»

«Vuoi scommettere?»

«È vero! Pelle chiarissima, ma capelli rossi come il fuoco, forte e agile! Ha ucciso molti uomini a mani nude prima di esser catturato.»

 «Se vuoi scommettere accomodati! Un mese di paga per il nano? D’accordo?»

«Amico, se il qzalaariano non vincerà… ne avrai due di mesi di paga! Lascia perdere le storie dei soldati. Esagerano sempre…»

«Organizziamo l’incontro?»

«Subito.»

Lo scontro si sarebbe svolto alla Vasca, un bacino di carenaggio vuoto che avrebbe fatto da anfiteatro con tanto di spettatori paganti. Cominciò di notte, il momento perfetto, perché guardie e autorità dormivano e gli schiavisti avevano campo libero. Marib fu svegliato da un rumore appena fuori la sua cella. Balzò in piedi e vide il negriero grasso e basso con la frusta alzata.

 «Che cosa vuoi?»

Il colpo di frusta lo centrò alla testa. Il sangue gli calò sull’occhio destro e la rabbia gli pervase le vene. Fu condotto in basso verso i cantieri limacciosi del porto di Neshuabro attraverso fango, alghe e sargassi, per poi risalire sulle strade acciottolate e umide dove i mercanti impilavano le loro merci in attesa che venissero caricate sulle navi. Sotto i suoi piedi nudi il terreno era freddo e sconnesso ma non così tanto da impedirgli di soffermarsi a guardare quegli strani edifici realizzati con pozzolana e fango giallo. Erano gli uni addossati agli altri, solo di tanto in tanto una stradina li divideva e sfociava affacciandosi a stento sulla via principale. Quello era un territorio sconosciuto e inquietante che lo spingeva a scappare. Un solo schiavista non sarebbe stato un problema per lui, ma correre era un’altra questione. Erano due anni che Marib non usciva dal campo e se si fosse messo a correre si sarebbe perso e dato che era alto, nero ed evidentemente straniero, sarebbe stato immediatamente riconosciuto come schiavo e giustiziato il mattino seguente.

La Vasca era un’ampia fossa profonda, foderata con fango secco, e ricoperta dal sangue dei maiali cornuti di cui i Neshuabroniani si servivano per impeciare le loro vele; a Marib sembrò un buco nero senza fondo. Ma su quel fondo c’era qualcuno. La pelle eburnea spiccava sul fango scuro, una disordinata capigliatura rosso fuoco e occhi azzurro ghiaccio. Quando furono accese le torce e Marib vide anche gli spettatori, tra cui quei misteriosi mercanti del sud dalle bocche troppo larghe. Sputò in terra e scese nella Vasca.

Il nano balzò senza preavviso, occhi dilatati e mani verso la sua gola. Il gigante d’ebano scartò sulla destra, ma le mani del nano gli artigliarono saldamente una spalla. Un uomo meno forte sarebbe caduto ma Marib riuscì a mantenersi in equilibrio sfruttando l’impeto del nano e ruotando su se stesso lo scagliò contro la parete. Un attimo dopo il suo avversario era di nuovo in piedi con gli occhi azzurro ghiaccio lampeggianti.

«Sei forte» mormorò con un accento straniero.

Marib inclinò leggermente la testa per mostrargli che aveva compreso e rimase in attesa di un secondo attacco. Che non avvenne. Era perplesso. Perché il nano rimaneva fermo? Era un trucco?

Marib scattò in avanti e lo schiacciò contro la parete. Il nano lo aveva lasciato fare e quando l’altro gli fu addosso sussurrò:

 «C’è una via di fuga.»

Marib esitò. Il collo del nano era proprio in direzione di un rampino di ferro di cui erano dotati i muri della Vasca. Non gli sarebbe stato difficile sgozzarlo con un facile movimento. Ma aveva sentito la parola fuga. Esitò ancora per un istante e fu spinto via con forza. Adesso era il nano su di lui in mezzo alla Vasca e lo percuoteva al costato.

«Ci sono barche non lontano da qui. Ne prendiamo una…»

Marib lo colpì con un calcio al ventre e il nano rotolò via. Quando si rimise in piedi i due si confrontarono per un istante pronti a ricominciare tra il boato degli spettatori. La mente di Marib era ormai già proiettata su quelle barche.

Il nano annuì verso gli astanti sorridendo beffardo.

«Sono Dobb di Dwatarok! Fuggi o combatti, gigante nero?»

Gli spettatori andarono in visibilio. Il volto di Marib si aprì in un ghigno terribile illuminato com’era da una dentatura massiccia e bianchissima.

«Entrambi!» Rispose con voce cupa e trionfante.

Insieme corsero verso il bordo della Vasca e saltarono fuori. Marib atterrò su un aristocratico dalla testa troppo allungata, Dobb su un negriero che abbattè con un pugno al volto strappandogli il lungo coltello ricurvo.

«Gigante!» Urlò lanciandogli l’arma appena recuperata.

Marib la prese al volo e cominciò a respingere gli assalti degli schiavisti. Con un singolo colpo spezzò la schiena a un negriero, ma prima che potesse rubargli l’arma e restituire il favore a Dobb un altro gli si parò davanti. Marib lo abbattè e si diresse in direzione del nano che combatteva come una tigre a mani nude.

«Da quella parte!»

Marib correva senza sapere dove andare, a un certo punto rallentò e si nascose sotto un portico semidiroccato e maleodorante a cui aderivano pericolosamente due grossi edifici di mattoni di fango. Sentì risuonare in lontananza i grandi corni.

«Bella battaglia, nano!»

«Vengo da Dwatarok, la prima capitale nanica.»

Marib non ne aveva mai sentito parlare.

«Io sono Marib di Qzal-aar. Spero che tu abbia detto il vero poco fa.»

Dobb lo guidò verso il molo. Avanzavano cauti, attenti a ogni rumore sospetto. Poi, improvvisamente, Marib afferrò il nano per una spalla.

«Che c’è?»

«Ascolta.»

«Una sentinella?»

«Sì.»

«Ma è una sola. Posso ucciderla facilmente.»

«No,» rispose il qzalaariano, «è meglio che rimanga viva. Sta andando ad accendere il grande braciere. Ormai l’allarme è stato dato, se il grande braciere sul molo non si accende tutti capiranno che c’è qualcosa che non va.»

«D’accordo, glielo lasciamo accendere e poi lo uccidiamo. Seguiamolo.»

Lo potevano vedere chiaramente, illuminato come era dalla torcia che teneva nella destra. Il braciere di bronzo, alto come un uomo e largo come un piccolo lago, colmo di legno e pece, era poco distante. La luce che avrebbe prodotto, una volta acceso, sarebbe stata sufficiente a illuminare tutte le barche presenti nel porto. La sentinella si avvicinò e lo accese con la torcia.

 Dobb esitò. Qualcosa non lo convinceva. Marib lo guardò perplesso.

«Arcieri» sussurrò il nano indicandogli una torre poco distante.

Alla parola ‘arcieri’ la speranza cominciò a svanire nel cuore di Marib.

«Abbiamo ancora una possibilità, qui a Neshuabro ci sono navi straniere, navi di mercanti che vengono dal Vibos o dal profondo sud. Potremmo salire a bordo e nasconderci.»

Marib, annuì con espressione preoccupata. Aveva visto con i suoi occhi quegli strani mercanti con le bocche troppo larghe e gli occhi troppo gonfi per desiderare di salire su una delle loro navi, ma non aveva scelta.

Aiutati dalle tenebre avanzarono verso la banchina tenendosi alla larga dal crescente circolo di luce del braciere. Marib era impaziente di raggiungere quella libertà che agognava da anni e non voleva perderla adesso che ne era così vicino. A meno di due passi dal mare sentì un fruscio dietro di sé.

Visti.

Colto dal panico e scattò verso il mare, la sentinella si voltò nella loro direzione.

Il gigante d’ebano sentì l’acqua fredda mordergli le caviglie e prese a correre sicuro che presto sarebbero arrivate le grida di allarme della sentinella. Marib cominciò a nuotare furiosamente. La ferita della frustata alla tempia e all’occhio si risvegliò, annaspò, nella bocca il sapore dell’acqua salata, si immerse di nuovo per evitare le frecce.

Nuotò fin quando spossato si fermò e si accorse che non era accaduto nulla di ciò che temeva. E solo allora, nelle tenebre più complete, realizzò di aver perso di vista Dobb; il nano era l’unico a sapere il luogo di fonda delle navi mercantili troppo grandi per attraccare al  molo. Si guardò intorno, ma non vide che il chiarore distante del bracere sulla banchina, del suo compagno nessuna traccia. Capì di essersi perso. Si guardò intorno e scrutò la superficie cercando di sfruttare i riflessi dell’acqua. Infine vide una luce tremolare attraverso l’oblò di una nave. Nuotò cautamente in quella direzione e quando fu abbastanza vicino si accorse che si trattava di un legno piccolo e veloce. Due grandi vele triangolari bianche, ma nessun segno distintivo. Sottocoperta c’era del movimento, una fiamma bruciava in una delle cabine e avvicinandosi ancora gli sembrò di udire una donna che cantava. Prima ancora che potesse formulare un piano per salire a bordo notò un’ombra tozza che si muoveva lungo la catena dell’ancora. Si arrampicava velocemente. Nella pur poca luce Marib riconobbe i lunghi capelli rossi del nano. Confortato nuotò verso la catena, ma quando vi arrivò l’ombra era già salita sul ponte. A bordo vide il grande albero maestro carico di vele e notò una serie di cime, gomene, barili, e anche un piccolo scudo: tutte cose che non fornivano alcun indizio sulla provenienza della nave né della sua ciurma. Marib si fece cautamente strada verso il pozzo che portava sottocoperta. Aveva appena cominciato ad avanzare quando un grido di donna lacerò la notte. Probabilmente era della stessa donna che aveva sentito cantare. Marib imprecò sommessamente e si chiese se quel grido fosse dovuto all’apparizione del nano.

Scese velocemente le strette scale di legno e scivolò nel buio sottostante. Qualcosa non lo convinceva: innanzitutto Dobb era troppo attento per farsi scoprire da qualcuno, inoltre era fuori di dubbio che non avrebbe esitato a uccidere la donna se questa avesse cominciato a urlare. Ma non era solo questo a inquietarlo: aveva percepito uno strano odore nell’aria. Annusò più volte per cercare di capirne l’origine fin quando ricordò di quando alla sua corte gli avevano mostrato quella spezia sconosciuta, che produceva un profumo esotico simile alla cannella bruciata. Non ne ricordava il nome, ma ricordava che maghi e sacerdoti se ne servivano per i loro rituali. Impallidì quando il ricordo si fece più chiaro e distinto, era un’erba utilizzata in riti oscuri, in incanti così pericolosi che spesso finivano con la dannazione del sacerdote che li officiava.

Nuove urla lo strapparono ai suoi pensieri. Poi improvvisamente le urla furono interrotte dal rumore di una porta sfondata. Per un attimo tutto fu silenzioso poi una voce robusta gridò:

«Per la barba di Numth! Che abominio è questo?»

Il principe qzalaariano scosse la testa. Il nano doveva aver sfondato una porta e fatto irruzione nella stanza da cui provenivano le grida. Marib corse verso l’origine del suono, entrando dalla porta che aveva divelto Dobb e inorridì.

Si trovava in un studio illuminato da un lampadario di bronzo dotato di candele appeso al soffitto da un grossa catena. Sulla parete opposta uno scrittorio e una sedia. Una serie di cofanetti di ferro erano allineati lungo la parete sinistra e sul pavimento c’era dipinto un simbolo occulto; Marib non lo riconobbe. Ma riconobbe bene la natura di quell’orrenda cosa che ritta sulle sue zampe oscene si trovava al di sopra. Aveva due gambe e due braccia, ma la somiglianza con un essere umano finiva lì. La sua pelle nera e squamosa era ricoperta di melma e bava come se fosse appena strisciata fuori da qualche orrido ventre. Lo sguardo di quegli ocelli era fisso su Dobb che, paralizzato dalla vista, era in piedi immobile poco lontano. La stessa esistenza della creatura era un’offesa alla natura in quanto—Marib ne era certo—quella cosa era stata evocata, tramite la magia, da un inferno. Poi dietro il nano vide una donna, probabilmente Dobb la stava difendendo da quel mostro, ma Marib comprese subito che era lei la causa dell’apparizione. Quella donna scura, capelli ricci e anelli al naso, era nuda tranne che per un perizoma ingioiellato dal quale pendevano lembi di seta violacea. I suoi grandi occhi verde acqua erano spalancati dal terrore e dal disgusto.

«Donna!» urlò Marib, «questa creatura è opera tua!»

A queste parole Dobb si riprese dalla paralisi.

«Opera sua?» Domandò incredulo.

Marib annuì.

«È una strega! Ho già visto questo tipo di magia prima! Dobb, tu…»

Marib non ebbe il tempo di finire la frase perché il mostro, muovendosi in un modo bizzarro e inquietante al tempo stesso: sembrava saltellasse sul pavimento, troppo pesante per appoggiarvisi e troppo leggero per restarvi incollato, lo attaccò. Marib retrocedette nel corridoio da cui era sbucato, ma quell’abominio lo raggiunse e gli strinse il collo con i suoi arti viscidi e osceni. Marib reagì immeditamente riempiendolo di calci nel ventre ma senza risultato.

Dobb, liberatosi dalla paura atavica per le cose ultraterrene, si avvicinò alle spalle del mostro e lo costrinse con la sua lama ad abbandonare la presa. Quello si voltò verso il nano e rientrò nella cabina. Un attimo dopo il nano e la creatura finirono sul pavimento, del sangue nerastro fuoriusciva da una grande ferita nella parte posteriore del mostro che però aveva affondato la sua bocca batracica nella massiccia spalla del nano.

«Strega! Scaccia questa bestia!» Urlò Marib.

La donna scuoté la testa con un’espressione di incapacità e paura. Marib la maledisse per la sua follia. Si guardò intorno e aprì uno dei cofanetti nella speranza che contenesse un’arma, ma trovò solo dei libri. Disperato afferrò un volume massiccio con una pesante rilegatura di ferro—doveva certo valere una fortuna—e lo scagliò contro la testa del mostro. La bocca batracica mollò la spalla di Dobb che fece subito un passo indietro, non prima di aver affondato ancora la sua lama in quella carne nera e squamosa. Marib vide in quegli occhi azzurro-ghiaccio paura, rabbia e follia—era evidente che il nano non temeva gli uomini, ma questa bestia ocellata doveva incutergli una paura primordiale e selvaggia, una paura che ora si era tramutata in sete di sangue che lo aveva spinto a infilzare quell’addome gibboso ripetutamente—ma quella cosa non crollò. Marib afferrò uno scrigno, lo sollevò sulla sua testa e lo calò sulla zampa del mostro. Ma lo scrigno fu scalciato contro il muro.

Marib ripeté l’operazione, mentre Dobb continuava a combattere, anche lui adesso mordeva senza ritegno e colpiva con furia selvaggia.

La sua spada si era in qualche modo impigliata negli intestini di quella cosa. Dobb l’abbandonò, non l’avrebbe mai fatto con la sua ascia, e continuò a combattere ringhiando a mani nude e denti scoperti. Gli occhi di Marib si posarono sul lampadario sotto cui Dobb e l’abominio erano avvinghiati. Marib sollevò l’ennesimo scrigno, si bilanciò sulle possenti gambe e, con tutta la forza che aveva ancora in corpo lo lanciò in alto. Lo scrigno e il lampadario caddero rumorosamente inchiodando i due sul pavimento. Negli occhi ghiaccio del nano c’era uno sgaurdo folle e gioioso. Le sue braccia erano sotto il lampadario, ma anche l’abominio era bloccato dal peso di quell’aggeggio di bronzo. Dobb era intrappolato, non poteva allontanarsi né difendersi dall’oscena bocca batracica che schioccava furiosa.

«Forza! Uccidilo!»

Marib li raggiunse, estrasse la spada dalle viscere del mostro e la calò violentemente sul collo della creatura. Solo la quarta volta la pelle squamosa si aprì e permise alla lama di dividere la testa dal corpo. Furioso Marib si voltò verso la donna puntandole contro la spada.

«Strega!» urlò, «hai idea di quello che hai fatto?»

Fu a quel punto che i marinai entrarono e videro un gigante nero che puntava la spada contro la loro padrona. In un attimo furono su di lui.

«Fermi! Mi hanno salvato la vita!» La voce della donna era strana, musicale, soffice intrisa di un accento straniero. Sembrava uscirle dalla bocca come nettare dolcissimo. I marinai si bloccarono. Marib lasciò cadere la spada e aiutò il nano a uscire da sotto il pesante lampadario che ancora lo inchiodava a terra.

«Grazie. So bene ciò che avete fatto. Non è stata mancanza di capacità da parte mia, ma impazienza. Qui a Neshuabro ho imparato questo rituale, ho pagato profumatamente per studiare testi proibiti, assistere a riti oscuri e ascoltare i segreti che sussurrano i sapientarchi di Neshuabro. Mi era stato fatto promettere di non praticare fin quando fossi stata qui. Ma l’ho fatto appena a bordo della mia nave, invece di attendere la protezione dei simboli benedetti e dei magici amuleti della mia fortezza a Socotra[1]. Il mio nome è Qeerephis, grazie ancora.»  

Dobb e Marib si scambiarono uno sguardo, entrambi non apprezzavano chi si dilettava con le arti oscure. Ma entrambi sapevano che lei era la loro unica via d’uscita da Neshuabro.

«Qeerephis,» cominciò Marib, «fossi in te tornerei al più presto alla tua fortezza protetta da simboli e amuleti magici. I sapientarchi si accorgeranno ben presto dell’abominio che hai evocato nel loro porto e dubito che i loro sussurri ti saranno favorevoli.»

«Lo farò» replicò la strega, «e voi? Vi devo un favore.»

«Verremo con te,» si intromise Dobb.

«Vorrei che ci portassi a Qzal-aar,» lo interruppe a sua volta Marib, «e in fretta. Le guardie sui moli avranno sicuramente sentito le tue grida e potrebbe presto venire qualcuno a controllare.»

La strega annuì e lasciò immediatamente la stanza per dare ordini alla ciurma.

«A Qzal-aar?» Domandò Dobb voltandosi verso il gigante nero, «io devo trovare il bastardo che mi ha venduto ai Neshuabroniani e ucciderlo. Capisco che tu voglia tornare a casa, ma che cosa c’è per me a Qzal-aar?»

Il volto di Marib si aprì in un sorriso sardonico.

«Mi sono dimenticato di dirtelo, nano? La mia gente è generosa con chi salva il loro principe.»

L’effetto di queste parole fu inferiore a quello che Marib si era aspettato—e infatti Dobb rispose in un mormorio: «Principe? Principi e re contano poco per me!»

Marib sorrise ancora.

«Se la promessa di titoli e rispetto conta poco per te, allora posso prometterti vino e carne in abbondanza, se mi accompagnerai a casa.»

«Se questa è la tua offerta,» sorrise Dobb, «penso che la mia vendetta attenderà.»

«Bene!»

«Ah! C’è una cosa però.»

«Cosa?»

«Mi serve un’ascia. La mia deve essere in qualche armeria di Neshuabro.»

«Nessun problema a Qzal-aar ne abbiamo molte provenienti da Barak-Sabral.»

«La perduta Rocca dei Qumdi,» esclamò sorpreso Dobb, «i nani sabbiosi?»

«Sì.»

«Quando si parte?» Domandò il nano.

[1] Gli affascinanti racconti dei pochi viaggiatori approdati sulle isole nel passato parlano di una terra ricca di magie e di stregoni capaci addirittura di rendere l’isola invisibile. In effetti per sei mesi all’anno le isole sono pressoché irraggiungibili a causa delle tempeste monsoniche, e la mancanza di approdi riparati le rende poco ospitali anche nei rimanenti sei mesi.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e fondatore di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Scrive per Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica contributi relativi allo sword and sorcery e alla narrativa fantastica. Ha pubblicato con Solfanelli, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ consulente della Commissione Contratti della World SF. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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