Per “I racconti di Satampra Zeiros” , torna a trovarci Francesco Lacava, giovane scrittore che ci propone “La perla di Barjazi”, racconto sword and sorcery di circa 42.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.

Autore

Francesco Lacava nasce a Taranto il 6 Gennaio 1981. Laureato in Scienze Politiche e Antropologia, è un appassionato lettore e narratore, scrive fin da giovanissimo.

Partecipa a diversi concorsi letterari ottenendo risultati in ognuno di essi, spaziando dall’horror, alla fantascienza e la narrativa.

Collabora con la rivista online Callmeishmael.net e con Nocturno in qualità di Freelancer.

La perla di Barjazi

Francesco Lacava

 

1

Un paio di grosse mani portarono al tavolo una ciotola in ceramica, sbattendola davanti ai due ragazzi. Il sugo della zuppa schizzò in viso al più giovane dei due, proprio sulla gota sinistra.

«Brucia accidenti!» esclamò lui.

«Che t’aspettavi? È “la Bava dei diavoli”!» rispose l’altro fiondandosi sulla ciotola armato di cucchiaio e scodella.

«Speriamo almeno sia buona, con quella che costa.» il ragazzo si asciugò col dorso della mano e poi prese anche lui a servirsi.

C’erano pezzi di carne che spuntavano dalla incandescente minestra rossa, poi zucchine, carote e quelli che sembravano essere gamberi.

«Dai non fare tante storie Zachiel, guarda dove ti ho portato!» disse platealmente indicando l’atrio in cui si trovavano: erano all’aperto, circondati dalle mura dei palazzi della grossa piazza. Accanto a loro c’erano altri tavoli, dove altra gente mangiava rumorosamente.

Poco più distante, quasi al centro della piazza un gruppo di guitti si esibiva in uno spettacolo colorato e vivace.

La piazza era illuminata da torce basse, creando un atmosfera raccolta e intima, nascondendo nell’ombra i piani più alti degli edifici intorno.

«Sarà come dici tu Vic, ma intanto non sei tu a dover pagare.»

«Nemmeno tu, se la metti così!» rispose Vic di rimando.

Zachiel scosse la testa, poi sollevò le ampie maniche verdi del corpetto che indossava e cominciò a mangiare.

«Quanto credi  che incasseremo?» chiese dopo poco, soffiando su un boccone fumante.

«Beh è difficile dirlo. Questa sera sono piuttosto lenti, li senti?» Vic indicò con la mano sinistra verso gli artisti.

In quell’istante un uomo con una aderente veste colorata a losanghe, stava attorcigliandosi attorno ad un bastone, mimando il movimento di un serpente; ai lati due donne vestite di un corsetto rosso ed un paio di pantaloni di raso che mettevano in risalto le forme. Erano scalze e ad ogni movimento le cavigliere tintinnavano frescamente.

Un quarto guitto andava recitando versi sulla vicenda, accompagnato da altri tre che suonavano strumenti musicali.

«Effettivamente, non hanno sintonia, questa sera.» constatò Zachiel, mangiando la zuppa con gusto.

Restarono forse un minuto intero in silenzio, mangiando, poi d’un tratto Vic chiese: «Tu quanto hai in tasca?»

«Qualche dighellino credo…»

«Mmmm…anche io.»

«Che tecnica usiamo stavolta?»

«La rissa?»

«No, meglio di No. Sampuro ha ancora la clavicola fuori posto dall’ultima volta.»

Vic si grattò il mento pensieroso, aveva una corta barba rossa che gli copriva la faccia; fissò il vuoto con gli occhi verdi: «La fuga?»

Zachiel aveva finito la zuppa, diede un ampio sorso al bicchiere, poi si appoggiò allo schienale soddisfatto, guardando lo spettacolo.

«No, dobbiamo almeno aspettare che i ragazzi abbiano finito il numero. Non è professionale. E poi se scappiamo prima del giro delle offerte, ci uccidono!»

«E allora?» domandò scocciato Vic.

«Paghiamo. Se il colpo di questa notte va a segno, per un paio di mesi possiamo anche non preoccuparci del denaro.»

«Cosa sappiamo di questa Signora?»

«E’ l’unica figlia di un riccone della città. Un pezzo grosso, uno dei fondatori di questo posto. La chiamano la perla di Barjazi. Dicono sia spaventosamente ricca. Abita nel palazzo in fondo alla piazza. Lo vedi quello con il balcone?» indicò con la testa i palazzi.

Vic vide una struttura a due piani stretta, con un balcone nel piano intermedio.

«Sei pazzo? E’ al centro della piazza!» esclamò rivolto verso Zachiel.

«Lo so, Vic. Ma dobbiamo provarci. Sento che ci andrà bene!»

«L’ultima volta che hai detto così, abbiamo dovuto lasciare Mercina per evitare di essere impiccati.»

«Quel buco di villaggio! Sarebbe andato tutto liscio se quel dannato cane non avesse rovinato tutto lo spettacolo.» cercò di giustificare Zachiel.

«Zac hai dato fuoco ad una cane in una città dove il cane è venerato quasi come un dio!» gli ricordo Vic.

Un applauso gli travolse distogliendoli dalla discussione: i guitti avevano terminato il loro numero, conquistando la folla: sia i clienti ai tavoli della locanda, sia quelli fermi a vedere.

Uno accanto all’altro con i vestiti sgargianti e rattoppati si inchinavano a raccogliere gli encomi, poi uno, quello vestito da serpente, si avvicinò ad un uomo tra la gente, e con un gesto plateale, prese il cappello facendolo rotolare sul braccio, lanciandolo in aria e afferrandolo pronto a raccogliere le offerte.

Tra le risa e ulteriori applausi, cominciò a girovagare tendendo il cappello rovesciato.

Anche Vic e Zachiel parteciparono gli applausi:

«Bravissimi!» urlavano.

«Non mi hai ancora detto come vuoi pagare il conto della zuppa!» disse Vic scandendo bene le parole tra il chiasso assordante, sembrava che la piccola piazza trattenesse i rumori ampliandoli ulteriormente, a Zachiel sembrò come se le trenta persone presenti fossero diventate il triplo, tanto era il chiasso prodotto.

«Chiederemo i soldi ai ragazzi. Guarda questa folla: li amano, Vic! Ci scommetto il tuo piatto che hanno fatto più di venti dighellini!»

«Secondo me tu sei tutto scemo! Zac sai quanti sono venti dighellini? In quel cappello ci saranno cinque dighellini, qualche chiodo arrugginito, e alcuni sassi.»

«E va bene. Continua ad applaudire e muoviti verso il mucchio di persone.» disse Zac sorridendo e urlando complimenti, incitando la gente a fare altrettanto. Vic era accanto, batteva le mani meccanicamente, con un sorriso da circostanza imbarazzante.

«Non voltarti Zac!» esclamò Vic continuando a sorridere.

«Indifferenza Vic. Sii sciolto, sei troppo riconoscibile… Ragazzo!» chiamò esultante rivolto al guitto. «Da questa parte!»

Zachiel frugò in tasca e buttò un dighellino nel cappello: «Kido, ci servono i soldi per pagare il conto!» sussurrò agli orecchi dell’uomo.

«Per me potete anche crepare!» rispose sussurrando, prima di continuare il giro.

«Che ha detto?» chiese Vic.

«Che sarebbe meglio allontanarci velocemente in quella direzione.» indicò il lato sinistro della piazza, dove la gente era più numerosa.

«Perfetto!» annuì Vic.

Sgusciando tra le persone in fretta, arrivarono oltre la piazza, in una strada illuminata da due lanterne che pendevano dal centro della strada, svoltarono a destra tenendosi accostati alle pareti.

Il pavimento era fatto da ciottoli vecchi e consunti, e i loro passi a volte scivolavano leggeri come se camminassero sul ghiaccio.

«Allora, mi dici come vuoi entrare in quella casa, adesso?»

Si fermarono ad un orinatoio, l’odore acido di urina copriva quasi l’intera zona.

Zac cominciò a pisciare.

«E’ semplice. Una volta che la gente sarà tornata a casa, potremo muoverci più liberamente. Entreremo dal tetto.»

«Dal tetto?!»

«Questa mattina sono entrato nella chiesa che si trova nella piazza, mentre il sacerdote non mi vedeva, sono riuscito ad entrare nella torre campanaria. Non ci sono porte, l’entrata è nella chiesa stessa. Dal campanile è facile saltare sul tetto, da lì arriveremo indisturbati agli abbaini della nostra casa!» disse soddisfatto scrollandosi le ultime gocce.

«Le chiese sono chiuse di notte.» rispose con ovvietà Vic.

«Ma non questa.» disse sorridendo.

Vic sospirò rassegnato: «Non capisco perché continuo a lasciarti fare le cose. A quest’ora potrei essere vescovo in una contea, senza preoccuparmi di niente…»

«Non ti ho chiesto io di seguirmi. Sei stato tu a voler lasciare il seminario…da questa parte.» 

Lasciarono la strada per imboccare un vicolo buio, alle loro orecchie arrivava ovattato i rumori dei passi e delle voci delle persone che tornavano a casa.

Il vicolo sbucava in una piccola piazzola stretta tra le case, al di là di questa un condotto chiuso dal soffitto a botte, lasciava intravedere la sagoma laterale di una chiesa.

«Eccola lì!» esclamò trionfante Zachiel. «Aspetteremo nel buio che tutti siano andati via, poi entreremo da quella finestra.» indicò verso l’edificio, ma era buio ed era piuttosto difficile distinguere nettamente i contorni.

Attesero per una mezzora.

Poco a poco i suoni andavano disfacendosi nell’aria, lasciando solo un interminabile e opprimente silenzio.

«A quest’ora i ragazzi saranno già fuori di qui. Hai sentito la milizia all’entrata? Gli artisti di strada non possono passare la notte tra le mura. Che terribile discriminazione!» bisbigliò Zachiel.

«Non è discriminazione, è prudenza.» rispose Vic.

«Poco male. Lasceremo questo posto prima dell’alba.»

«Sei davvero sicuro che non ci sia nessuno?»

«La Signora lascia il villaggio una volta la settimana, per andare a Nasvard. Non so per fare cosa. Liquida tutta la servitù e lascia la casa vuota. Abbiamo tutta la notte per esplorare l’abitazione e cercare quello che più ci aggrada.»

«Sembra troppo facile.»

«Accidenti Vic!» esclamò Zachiel scocciato: «La smetti di portare sfortuna?» istintivamente la mano del ragazzo corse a toccare un bracciale attaccato alla cintura: una serie di piccole ossa di furetto, legate con del filo di ferro e rame intrecciati che tintinnarono al tocco, e che lui utilizzava come portafortuna.

Entrambi guardarono verso in alto. Il lembo di cielo sopra le loro teste era splendido: un manto nero, sgombro di nuvole, puntellato da scintillanti stelle che restavano immobili e lucenti.

«E’ ora!»

Si alzarono furtivamente, mettendo i piedi lentamente uno avanti all’altro, giunsero oltre il tunnel.

La chiesa fu davanti a loro.

Piccola ma complessa, la struttura, non più alta di cinque piedi, aveva le pareti composte di piccoli mattoni regolari, tenuti insieme da una precisione strabiliante. Due finestre alte e strette erano davanti a loro, prive di vetri; il tetto era a cupola di un rosso scuro. Il campanile si intravedeva dalla parte opposta, silenzioso e immobile.

«Da che parte adesso?» domandò sussurrando Vic.

«Quella finestra.» indicò quella più vicina a loro.

«Non è stretta?»

«Se ci spogliamo entreremo più facilmente.»

«Spogliarsi? Ma se cretino?»

«Ascolta mio caro principe, se vuoi entrare è l’unico modo. Con questi vestiti non ce la faremmo mai. Si tratta solo di passarci attraverso, poi ci rivestiremo una volta dentro.» buttò per terra la sacca di tela e cominciò a sbottonarsi il corpetto passandolo a Vic.

Tolse gli stivali neri e poi i pantaloni; poi levò anche la casacca, restando con un lembo di cotone a coprirli le parti basse.

«Vado prima io. Poi passami i vestiti.»

«Che diavolo hai qui dentro?»

«Lascia perdere.»

Zachiel si arrampicò velocemente verso la finestra, aggrappando le mani all’apertura e spingendosi con i piedi. Si accovacciò silenzioso guardandosi attorno, la sensazione della pietra fredda fu piacevole.

Nel frattempo anche Vic iniziò a spogliarsi.

Passò gli abiti di entrambi a Zac che li buttò oltre la finestra.

«Ora vado. Aspetta che sia entrato, poi raggiungimi.»       

L’interno della chiesa era lugubre, ma almeno non c’erano suoni.

Passò prima un braccio attraverso la finestra, poi la testa e il busto, trattenne la pancia e il respiro, lo aveva fatto tante volte in pertugi ben più stretti di quello e non fu difficile.

Vic lo vide sparire, e subito si arrampicò anche lui, velocemente e senza fare alcun rumore.

 

2

Dopo che si ebbero rivestiti, Zac e Vic poterono guardare il luogo dove si trovavano. Era una chiesa dalla pianta a croce, la navata era sgombra, un enorme tappeto ricopriva l’intero pavimento, su cui i fedeli potevano pregare. Non c’erano luci, le poche che entravano dalle finestre a malapena riuscivano ad illuminare. Un forte odore di incenso sembrava trasudare dalle pareti e dagli oggetti.

Zac batté la mano sulla spalla e indicò in silenzio un’apertura ad arco nella parete di fronte a loro.

Vic annuì.

Camminarono come gatti, passi leggeri e felpati, osservando con attenzione intono a loro.

Era un silenzio, quello che li avvolgeva, che aveva qualcosa di sacro; passando davanti altare con il pulpito e l’enorme simbolo di bronzo, Vic fece con rispetto e devozione, il segno del culto: s’inumidì il pollice e lo passò sulle pupille, mormorando qualcosa.

«Ti muovi?» gli ingiunse Zac già sull’entrata.

Oltrepassarono l’arco con pietre rosse e bianche lungo tutta la chiave di volta, e si ritrovarono davanti una stretta scala che saliva verso l’alto.

Avanzarono.

Uno dietro l’altro, poggiando solo le punte dei piedi su ogni gradino e scaricando il peso sullo slancio del successivo.

V’erano feritoie nella parete a destra, da cui si vedeva parte della piazza e parte delle case, erano presenti solo due lampade che illuminavano tutto il perimetro, il resto era notte.

Arrivarono in cima attraverso una botola aperta.

La notturna aria fresca gli sferzò in volto, scompigliando i capelli. La campana torreggiava su di loro come le fauci bronzee di un enorme demone pronto ad inghiottirli.

«La vedi la casa?» chiese Zac mormorando.

Vic annuì. «Bene adesso me ne occupo io.»

Estrasse dalla borsa una corda fine con un rampino a doppio uncino, dopo averlo fatto volteggiare sopra la testa, in bilico sull’orlo della torre, la lanciò verso i tetti di fronte, ad una gargolla scolpita; il primo lancio andò fallito.

Col secondo anche se il rampino si era agganciato, Vic saggiò la presa, disincastrandolo subito.

Al terzo la corda girò attorno al busto in pietra della creatura, compiendo tre giri.

«Ci siamo Zac! Lega l’altra estremità ai sostegni laterali.»   

Zac obbedì, facendo un doppio nodo stretto che tendeva la corda tesa sulle loro teste.

«Ci vediamo dall’altra parte bello mio!» esclamò Vic arrampicandosi sulla corda e strisciando con mani e gambe oltre il bordo, con la sacca stretta sul petto.

“Non ringrazierò mai abbastanza quel coglione di mio padre per avermi venduto a quel circo!”  pensò concentrato.

Il vento spirava, ma non tanto forte da farlo oscillare; con il capo reclinato da un lato, guardò dritto davanti: ancora qualche metro e avrebbe raggiunto il palazzo!

Zac trattenne il fiato, un occhio su Vic, ed uno sulla piazza. “Dall’altezza cui siamo non dovrebbe notarci nessuno…almeno spero.”

Con un gesto da contorsionista, Vic allacciò le gambe attorno alla gargolla e girando il busto si diede una spinta che lo fece rotolare sul tetto. Una volta in piedi fece cenno a Zac perché lo seguisse.

Cautamente Zachiel scivolò sulla corda con la testa rivolta verso Vic, muovendosi molto lentamente.

“Ok Zac, non è difficile. Basta non guardare di sotto. Oh Cazzo! Ma è profondo! Non sembrava così prima!”

«Coraggio Zac. Ci sei quasi, muovi le mani e datti la spinta con le gambe. Non è la prima volta che lo fai. Manca poco…»

Gli tremavano le mani e la sensazione consapevole di vuoto sotto di lui, sembrava attirarlo a sé. 

Altri passi che a Zac parvero un’infinità e poi sentì le mani di Vic prendere con forza le sue.

Era sul tetto, riverso per terra e ansimante.

«Ce l’hai fatta, Zac. Sei stato bravissimo. Ora andiamo. Gli abbaini dovrebbero essere quelli, vero?»

Dalla posizione in cui si trovava, con il sapore della paura ancora nella bocca, Zac annuì deglutendo. Si rilassò un attimo aspettando che la debolezza alle gambe passasse, poi si sollevò seguendo Vic che passeggiava tra le tegole attento a dove metteva i piedi.

Gli abbaini erano tre, di forma quadrata e piccoli, non c’era il vetro né una grata ad impedirne l’accesso. Solo una tenda bianca che alla luce della notte si agitava spettrale.

«Chi entra?» domandò Vic.

«Sei arrivato tu per prima. E’ giusto che sia tu!»

«Ma il piano lo hai ideato tu. Non mi sembra giusto levarti questo privilegio.»

«Insisto!» ribatté Zac.

«No, insisto io!» replicò Vic.

«Facciamo pari e dispari?»

«Ci sto!»

Tesero le braccia con i pugni stretti, li fecero ondeggiare un paio di volte.

«Io Pari, tu Dispari.» sentenziò Vic.

«Perché? Facciamo il contrario…»

«D’accordo.» sospirò Vic.

I pugni ondeggiarono un altro paio di volte e poi calarono aprendosi.

La mano di Vic aveva quattro dita, quella di Zac una sola.

«Dispari: ho vinto io. Coraggio calati in quel buco!»

Zac tolse gli stivali: “A piedi nudi si riesce meglio!” pensò ricordando le parole di un vecchio amico.

Si avvicinò alla finestra scostando la tenda, tese le mani a Vic e scese.

Era buio.

Spostò le gambe a destra e a sinistra alla ricerca di un appiglio, trovo lo spigolo duro di qualcosa, lo tastò, sembrava un mobile, o forse un armadio.

«Ho trovato qualcosa. Lasciami andare.»

Con un equilibrio felino, sparì nella fessura.

«Zac?» chiamò Vic. «Zac? Che hai trovato?»

Senti un rumore come qualcosa di pesante che strisciava lento, poi la tenda venne scostata e la testa bionda di Zac fare capolino.

«E’ una cassapanca. Passami gli stivali e scendi giù!» sussurrò: era eccitato.

Vic fece la stessa cosa e si trovarono in una stanza che odorava di legno, con gli occhi che si abituavano all’oscurità scorsero le sagome di letti e armadi.

«E’ la camera della servitù. Dobbiamo scendere ai piani inferiori. Cerchiamo la porta.» bisbigliò Vic.

Arrancando con lentezza, avanzarono diritti di fronte, la mano di Zac incontrò una superficie dura, la tastò fino a trovare la maniglia.

«Eccola!» disse stringendola saldamente.

«Bene.» fece Vic. «Aprila. Ma fai piano.»

Era un corridoio quello che avevano davanti, la finestra alta alla loro sinistra rischiarava in diagonale con la luce lattiginosa fino a metà del luogo, le pareti spoglie e il pavimento liscio e freddo, e una seconda porta, proprio davanti a quella che avevano appena varcato.

Un filo nero correva lungo il soffitto, dividendosi in due e sparendo in una fessura di entrambe le porte.

Restarono fermi con le orecchie tese, ma non c’era nessun rumore nell’aria.

Accostarono la porta e avanzarono sollevando i piedi ad ogni passo. «Sei davvero sicuro che non ci sia nessuno? Sembra strano lasciare una casa del genere priva di difese.»

«Credo proprio di sì. Almeno su questo piano, non c’è anima viva.»

Il corridoio terminava con un’altra porta, più alta delle precedenti.

Vic la aprì.

Si distinguevano appena due gradini che scendevano prima di essere inghiottiti dal buio.

«Sarà meglio accendere una luce, che dici?» chiese Vic.

Zac annuì e dalla tasca a tracolla estrasse un mozzicone di candela gialla con un lungo stoppino annerito.

Con un acciarino la fiamma prese vita, rischiarando di un giallo intenso la nera cavità della porta e i gradini.

Scesero un passo alla volta. La fiamma tremolante e viva agitava le ombre malignamente, proiettandole a ridosso delle strette pareti diagonali.

Dopo circa un decina di scalini giunsero ad un bivio: le scale continuavano a scendere a destra mentre a sinistra e davanti c’era un pianerottolo con altre due porte.

«Da che parte?» domandò Zac.

«Qui dovrebbero esserci le stanze della signora…se non sbaglio…» azzardò Vic.

«Ci sei mai stato?»

«No.»

«E allora perché ti inventi le cose?»

SPAT!

La mano di Vic volò a colpire la nuca di Zac in un buffetto.

«Ahi! Ma che combini?» urlò Zachiel voltandosi verso di lui.

«E’ la conclusione più logica, idiota! Queste case signorili sono costruite tutte nello stesso modo: al piano terra c’è l’ingresso, le cucine e le camere per accogliere i visitatori: al piano superiore ci sono le stanze dei padroni e all’ultimo le stanze della servitù. Ma non capisci proprio niente, tu?»

«Allora da quale parte?»

«Cominciamo da una di queste due porte, direi questa a sinistra.»

Zac avanzò fino a mettersi accanto alla porta, Vic fece lo stesso, mettendosi al lato opposto.

CLACK!

«E’ chiusa, Vic.» fece il ragazzo con la mano su una maniglia.

«Aprila allora! Dammi la candela, la reggo io.»

Zachiel si inginocchiò davanti la toppa, la osservò attentamente: «Avvicina la fiamma, voglio vedere la serratura.» fece cenno a Vic che obbedì.

«Complicata!» esclamò compiaciuto. «Cosa avrà da nascondere la signora?» mise una mano in tasca, estraendo un grimaldello lungo pressappoco due spanne.

«Credo ci metterò un po’, Vic. La serratura è più complessa del previsto. E’ di fattura pregevole: acciaio del Sud, presumo.»

«Quanto po’?»

«Dieci minuti al massimo. Prova ad aprire l’altra porta. Appese alle pareti ho visto dei candelabri, lascia questa candela qui.»

Vic prese una candela da una parete, era lunga il doppio di quella che aveva prima, dopo averla accesa si avvicinò all’altra porta.

Questa non oppose resistenza e con un breve cigolio si aprì.

Vic tese il braccio con la candela, sporgendo poco oltre l’uscio.

La fiamma danzante deformava quasi i contorni di quello che sembrava essere un salotto.

Il pavimento era completamente ricoperto da tappeti, diversi strati colorati ammassati gli uni accanto agli altri che disegnavano un motivo strano. Vide un lungo triclinio nel mezzo della stanza, a staffa di cavallo e rivolto verso una doppia finestra: “Il balcone!”  notò subito Vic.

La stanza era una L, con il lato più lungo che era la parete di fronte.

Superato il muro sulla sinistra, apparve tutta l’intera camera.

“Non è un salotto! E’ una camera da letto! Ed è enorme!”

Un letto a baldacchino dalle tende tirate si trovava a sinistra, Vic vide anche un mobile a specchio nell’angolo opposto, e poco più in là un armadio.

«La camera da letto, Zac. Tu a che punto sei?»

«Non…riesco…uff…!» mise giù le braccia. «E’ più difficile di quanto mi aspettassi. Sembra come se fosse stata chiusa dall’interno…»

«Zac non possiamo stare qui tutta la notte!» tagliò corto Vic.

«Lo so, dannazione! Non c’è bisogno che me lo ricordi!» indossò gli stivali e si rimise ad armeggiare.

Vic si voltò verso la camera da letto: “E se ci fosse una chiave qui?” pensò entrando oltre la porta. “Sarebbe assurdo…però qualche gioiello forse…” mise la candela in un angolo, la luce in piazza anche fioca illuminava parte della stanza.

Si avvicinò lentamente al centro, verso il triclinio. Su di esso erano adagiate delle vesti e delle lunghe sciarpe che pendevano verso il pavimento.

Ne prese una saggiandone la qualità: era ruvida. L’avvicinò verso la luce…”Bende!?” disse senza capire.

«SANGUE!!!» urlò scaraventandole via.

«Fatto!» rispose Zac esultante dall’altra stanza.

Vic corse fuori dalla camera, strisciando la mano sui pantaloni fino a farla divenire bollente: «Zac! Aspetta, Zac!»

«Cosa c’è’?»

«Nella camera da letto c’erano delle bende e del sangue, credo che la nostra signora sia malata! E se fosse contagiosa?»

«Tu hai toccato le bende, non io! Stammi alla larga untore!» rispose Zac aprendo la porta ed entrando.

Si ritrovò immerso in una oscurità che sembrava quasi avvolgerlo nelle sue spire, lo colpì in pieno un forte odore di spezie e incensi portato da un vento freddo.

Il mozzicone di candela venne fatto ondeggiare davanti, in una camera congelata, il suo fiato si condensava in piccole nuvole di condensa, il raggio di luce quasi combatteva con il pesante buio che con il freddo sembrava muoversi fin minuscole particelle; illuminò le pareti dipinte di rosso sui cui erano stati disegnati simboli e forme strane in un colore scuro: “Fa freddo!!” pensò Zachiel rabbrividendo.

Fece un passo avanti.

Poi la candela illuminò un paio di occhi che lo fissavano statici nel buio, la luce tremolò mentre Zac sussultava che gli fece balbettare un lamento di paura.

«Cosa c’è?» chiese Vic sull’uscio.

Avvicinò la luce verso gli occhi: era un dipinto, un ritratto ovale di una donna che lo fissava dalla tela.

Sorrise a sé stesso.

«Vieni a vedere!».

Dopo aver preso l’altra candela, Vic fu accanto a Zac nella stanza.

La seconda luce, più vivida della prima, rischiarò buona parte della camera:

«Che accidenti è?» eruppe Zac spalancando gli occhi. «Perché è freddo?»

«Non ho la minima idea di che potrebbe essere Zac.» gli fece eco Vic incredulo rabbrividendo.

Quello che videro era un mausoleo! O almeno sembrava esserlo…le scritte alle pareti erano simboli tracciati in cerchi che contenevano figure geometriche incastrate tra di loro in maniere perfetta, erano tre, uno ogni parete; negli spazi accanto ad essi, decine di ritratti dalle differenti dimensioni, tutti che ritraevano la stessa donna.

Un incensiere di ottone penzolava da un treppiedi posto accanto ad un baldacchino che occupava l’intera parete ed un grosso catafalco sopra.

«Vic non mi piace questa storia!» gemette Zachiel.

«Te lo dicevo che era meglio non entrare qui dentro…» gli rimproverò lui.

«Ma…è una bara! E come mai qui fa freddo?»

«Aspetta! Un morto non può stare in una casa a meno che…»

«A meno che?»

«Non si tratti di un cadavere imbalsamato!»

«Hai ragione Vic! Dio benedica quella tua dannata testa! Allora che facciamo?»

«Io direi di aprire la cassa, magari qualche collana o orecchino…» strizzò l’occhio a Zac che sorrise complice.

Candele alla mano e con una concentrazione tesa, Vic e Zac si misero a lato della cassa, con i piedi che scricchiolavano sulla brina del pavimento.

«Vai tu Vic…» supplicò Zac, levandoli la candela di mano.

«Zac questo non è legno…» avvertì allarmato Vic.

«Ah…!» deglutì. «E cos’è?»

«Ferro e vetro…e dentro c’è la donna dei ritratti…e non mi sembra imbalsamata.»

«Non ci sono collane, vero?» chiese Zac cercando di mantenere una calma apparente. «Bene, credo che allora potremmo anche uscire.»

«Sono d’accordo con te, Zac.»

Camminarono all’indietro, tenendo d’occhio la bara.

Una volta fuori chiusero la porta allontanandosi verso il centro del pianerottolo.

Si guardarono cercando conforto l’uno nell’altro.

«Zac forse a questo punto…direi che sarebbe meglio andare.»

«Vic se torniamo a mani vuote i ragazzi ci spellano!»

«E se rimaniamo qui invece…»

«Vic dobbiamo trovare qualcosa! I ragazzi ci ammazzeranno sul serio se non portiamo qualcosa di prezioso da questa casa…» implorò Zac.

«Uccideranno te!» ribatté Vic: «L’idea è stata tua, io avevo proposto di seguire il circo fino al Letamaio.»

«Non c’è niente nella camera accanto?»

«No!»

«Scendiamo giù allora, magari ci saranno piatti d’argento, vasellame d’oro!»

«Certo, come No…»

«Non puoi abbandonarmi Vic!»

«Dove vorresti andare?»

«Al piano di sotto!»

«Zac.»

«Non credo che…»

«Zac..»

«…ci sia nessuno, abbiamo…»

«ZAC!» urlò, squarciando improvvisamente il silenzio che li circondava con la voce da baritono. «Ascoltami! Vuoi scendere giù? Bene ti accompagno, ma sarà inutile. C’è qualcosa di strano in questo posto, quella stanza gelata, il cadavere in quella bara di ferro…non ti danno da pensare?»

Zachiel si morse il labbro abbassando gli occhi: «E’ strano, lo so. Però che cosa suggerisci? Andare via? Adesso che siamo a questo punto?»

«Quale punto, Zac? Non abbiamo trovato nulla, nemmeno un misero orecchino da poter rivendere…»

«Appunto per questo Vic…»

Vic sospirò e chiuse gli occhi, come a voler trattenere un’ira che gli montava addosso violentemente.

«E sia. Scendi quelle scale. Ti starò dietro.»

Alla fine delle strette scale furono in un angusto corridoio con due porte chiuse.

Aprirono la prima.

Le candele rischiararono una cucina in pietra: un camino addossato alla parete ed un lavabo, tutto era in ordine.

«Che dici rubiamo qualche pentola?» lo canzonò bisbigliando Vic.

«’Fanculo!»

La seconda porta dava su un ampio ingresso: notarono in fondo la porta d’entrata e un grosso tavolo sistemato al centro con due candelabri ai lati, Zac si lanciò su di essi prendendone uno e soppesandolo in mano:

«Ottone!» esclamò deluso.

«Guarda qui, Zac!» la candela nella mano di Vic illuminò una mensola su cui erano stati posti dei piccoli piatti d’argento cesellati finemente.

«Forse abbiamo trovato qualcosa…lo dicevo io che c’erano i piatti d’argento!» sussurrò esultante.

Fecero sparire i piatti nelle borse e continuarono a esplorare: trovarono una madia chiusa a chiave, Zac fece saltare la piccola serratura velocemente, rivelando posate e altre stoviglie.

Trafugarono quello che ritennero utile e si allontanarono con le tasche che tintinnavano ad ogni passo.

«Ci sono altre due porte che ancora non abbiamo aperto…da quale cominciamo?» chiese Zac.

«Questa proprio di fronte a noi.»

Era aperta.

La candela rischiarò l’entrata di un corridoio stretto e privo di finestre, Vic tenendo la luce alta di fronte a sé avanzò lentamente, facendo attenzione che nessun suono uscisse dal suo corpo.

Il pavimento era fatto di pietra liscia, così come le pareti, vuote e scarne, davano l’impressione di una prigione, pensò lui con i sensi tesi.

C’erano altre due porte, una sulla destra ed una alla fine dello stesso corridoio, proprio nella parete di fronte a lui.

«Vic!» chiamo Zac dall’entrata. «Hai trovato qualcosa?»

Vic non rispose e continuò a camminare, superata la prima porta si diresse verso quella che chiudeva il passaggio: era sbarrata da un saliscendi che tolse lentamente, ritrovandosi all’esterno. “Una porta che da sulla strada, interessante. Potrebbe essere utile per scappare.

La richiuse e tornò indietro.

Rimaneva solo una porta.

 

3

Zac era ancora sull’uscio, batteva nervosamente un piede per terra e cominciava a non sopportare più quella situazione in cui si erano ritrovati.

Era andato tutto storto, dei mille tesori favolosi che aveva immaginato, aveva guadagnato qualche piatto e poco più; maledì gli abitanti di quel luogo, che lo avevano convinto con le loro stupide fantasie che qualcosa di prezioso e inestimabile si nascondesse in quella casa.

«La perla di Barjazi un corno! E’ solo una mummia conservata con unguenti alchemici e qualche stregoneria accademica.» borbottò sconsolato.

«Vic ti muovi?» bisbigliò alla luce dorata che ondeggiava al di là della porta.

Sbuffando dalle narici come un toro, Zac continuò a borbottare avvicinandosi al compagno quando avvertì, nel silenzioso buio alle sue spalle scricchiolare i gradini sotto il peso di qualcosa che scendeva.

Si irrigidì, stringendo il manico del candelabro.

Si voltò di scatto, ma davanti a sé l’oscurità era così fitta da impedire di vedere oltre l’arco di luce della candela.

Sta calmo, è solo il legno che geme…lo fa sempre in case come questa…” cercò di rassicurarsi ma un altro scricchiolio lo  costrinse ad acuire i sensi.

La sua mano corse al bracciale fatto di ossa di furetto, il tocco gli diede sicurezza per un attimo, il tempo adatto per scuotersi dalla immobilità della paura.

«Vic!» chiamò in un bisbiglio mal riuscito.

«Ma qui c’è qualcosa…» rispose Vic dal corridoio. «Avvicinati.»

Zac a passo spedito e lanciando un’ultima fugace occhiata alle sue spalle imboccò speditamente il corridoio.

«Vic c’è qualcuno in casa» mormorò il ragazzo allarmato.

«Cosa dici? Non c’è nessuno»

«Ma ho sentito…»

«Guarda questa porta!» disse indicando la serratura davanti a sé. «E’ sigillata con un congegno di ferro fatto a Stahlmaiden. Non si usano porte del genere se non per custodire cose rare e preziose»

«Vic ascoltami: c’è qualcosa qui dentro che mi spaventa…»

Il ragazzo dai capelli corti castano scuri lo osservò seduto da terra, la sua espressione oscillava tra pietà e incomprensione.

«Ma sei scemo?» disse poi. «Cosa ti spaventa? Non c’è niente. Piuttosto qui dentro potrebbe esserci qualcosa che ci renderebbe  ricchi…molto ricchi

«Ne sei sicuro?» domandò Zac con espressione incerta; spalancandosi, gli occhi chiari scintillarono quasi alla luce della candela.

Vic fece spallucce con indifferenza: «Perché no?». Poi sorrise, tirando fuori da una delle lise e sdrucite maniche a sbuffo della casacca, un sacchetto.

Conteneva due sottili aste metalliche, la prima aveva la punta ricurva, la seconda invece sembrava non averne. Vic estrasse un sacchetto più piccolo legato all’interno del primo, rovesciando sul palmo della mano alcuni pezzi metallici. Un grimaldello a punta mobile. 

«Dai scherzo, Zac. Vieni vicino con quella candela per favore, non vedo bene.»

Zac si accucciò sul pavimento accanto al compagno, tenendo la candela tra i due.

«Questo è stato il più bel regalo della mia vita!» esclamò Vic osservando con attenzione le diverse punte del grimaldello e scegliendo quella serpeggiante la monto sulla lama mozza, rimettendo le altre nel sacchetto.

«Ma non lo avevi rubato?»

Vic lo guardò risentito: «E’ un regalo che mi sono fatto da solo. Certo che l’ho…» non finì la sua frase perché captò un movimento alle spalle dell’amico che lo fecero impallidire.

«C’è qualcuno!» sussurrò indicando il buio davanti.

Zac si girò ed una bianca mano afferrò il suo collo squarciandolo con un rumore di un tessuto umido strappato; il ragazzo emise un moto di sorpresa mozzato immediatamente; lasciò cadere la candela e gorgogliando si cinse la gola sanguinante con entrambe le mani.

La candela caduta per terra restò accesa per qualche istante.

Inorridito Vic scalciò muto indietreggiando col sedere per terra.

Una figura umana bianca si avventò su Zac rantolante in un angolo del corridoio, risucchi osceni e suoni di lacerazioni terribili si accompagnarono alle urla strozzate del ragazzo.

Poi il buio tornò ad avvolgere il corridoio e Vic non perse tempo, arretrò velocemente verso la porta d’uscita col suono di morte in sottofondo: “Quella cosa sta mangiando Zac!” notò spaventato ma incapace di reagire emozionalmente.

Batté con la schiena la liscia superficie, si issò trattenendo il respiro.

Il suono dell’orribile pasto terminò, avvertì un fruscio di vesti che si muovevano.

Sollevò il paletto e tirò la porta verso di sé, quanto bastava per farlo scappare.

Ebbe la netta sensazione che qualcosa fosse vicinissima alle sue spalle, sgusciò nello spiraglio mentre una mano fredda artigliò i suoi capelli.

Tirò via la testa, ed un dolore scottante esplose immediato, là dove era stato strappato il ciuffo.

Chiuse la porta violentemente.

Non poteva essere lei…quella mano…

Non era la strada quella che aveva davanti, ma una corte interna, circondata da pareti su tutti e quattro i lati e con al centro un pozzo. Davanti un portone chiuso che dava direttamente all’uscita.

La creatura bussò violenta alla porta dietro di lui.

Vic riconobbe le stalle a destra, i tetti erano piatte assi di legno, da lì sarebbe corso sulla alta parete che dava sulla strada, notò immediatamente.

Corse veloce verso quella direzione, le porte delle stalle erano aperte, un odore acre di cavallo e sterco lo invase non appena ebbe varcato la soglia.

Buia e vuota, era costruita interamente in legno, aveva sulla destra quattro recinti separati da pareti divisorie dove accogliere gli animali e il pavimento era sporco e invaso dalla paglia.

Ci dovrà essere una botola…

Alle sue spalle nella corte la porta sbatté aprendosi violentemente, facendolo sobbalzare.

Corse verso il buio della stalla, trattenendo il respiro.

Trovò la botola nell’angolo di sinistra, dai sottili bordi a Vic parve quasi filtrasse la luce della notte.

Qualcosa si mosse fuori.

Dio di luce, Miltaan, occhio d’oro. Ti prego, non può essere vero…

Il cuore del ragazzo accelerò nel petto, il respiro si fece più affannato. E sembrava che un secondo cuore pulsasse nella testa, in maniera umida e dolorosa; dove qualcosa o qualcuno gli aveva strappato la cute. Si tastò con la mano, il dolore si acuì: era bagnato… “Sangue?

Scorse un’ombra appena fuori dalla stalla, aveva forma umana e ondeggiava, o zoppicava forse.

C’era un bastone ricurvo appoggiato nell’angolo, con quello Vic tirò l’anello della botola sopra la sua testa, era alto e non c’era tempo per cercare una scala.

Strinse i pugni  poi li riaprì allargando al massimo le dita, fece un grande respiro e fletté le gambe, le sue mani dirette alla botola, afferrarono il vuoto.

«Calmati, sei nervoso. Ce la puoi fare…» mormorò sotto voce con fermezza.

Una risata bassa distolse la sua attenzione dalla botola, sull’entrata rivolto nella sua direzione c’era la donna che giaceva nella bara dentro la casa.

Indossava gli stessi abiti, ma erano insanguinati, così come le sue mani e la sua bocca, contornata da denti affusolati e scuri che sorrideva in un sorriso disumano e orribile.

I suoi occhi erano due pozze rosse e la pelle del volto del pallore della morte era talmente rigida da apparire tesa sul quel corpo.

La visione fu sufficiente a terrorizzare Vic e dargli quella scarica adrenalinica tale da farlo scuotere e saltare nuovamente con maggior forza.

Le sue gambe scattarono come molle dando una spinta sufficiente al corpo, le mani si tesero fino allo spasmo e trovarono il parapetto del soffitto, si tenne stretto, stringendo con forza e tirando il corpo.

Le mani della donna artigliarono il polpaccio destro, Vic sentì quella stretta gelida, divenire forte e cercare di trascinarlo giù. Il ragazzo si tenne ancor più saldo con le mani scalciando con entrambi i piedi, un dolore acuto come quello di una puntura partì dalla gamba; urlò e con la gamba libera cominciò a colpire la donna che se ne stava attaccata con la faccia sul suo polpaccio.

Colpì due, tre, quattro volte; era alla fine delle forze quando la donna lasciò la presa e lui poté salire sul tetto.

Cadde accanto alla botola, il dolore alla testa era svanito del tutto, sostituito da quello alla gamba cento volte più terribile.

Rotolò verso l’orlo opposto della stalla, quello a ridosso della parete senza staccare gli occhi dal buio buco quadrato.

Le pietre della parete erano facili da scalare, ma con la gamba ferita fu un tormento, una scia rossa si delineò sulla parete bruna, a testimone del suo passaggio; finalmente poté sollevarsi oltre il bordo della parete; avrebbe voluto tuffarsi e lasciarsi andare, gli girava la testa e la gamba gli faceva molto male; ma cercò di concentrarsi sulla parete che scendeva liscia per circa sei metri. In un’altra situazione e con la gamba apposto, si sarebbe buttato, ma nello stato in cui si trovava adesso era pressoché impossibile.

Tastò col piede sinistro ma non sembravano esserci appigli.

Dalla botola spuntarono le mani della donna, Vic si lasciò penzolare dal lato estero della parete, poi si lasciò cadere.

Atterrò cercando posare entrambi i piedi e seguendo col corpo l’ascesa.

Ci riuscì, ma il dolore al polpaccio destro aumentò immediatamente. Cercò di no n pensarci, sudava freddo e aveva la sensazione di nausea che attanagliava lo stomaco. Appoggiandosi alla gamba sinistra, cercò di allontanarsi dalla casa, zoppicando vistosamente.

Si ritrovò in una strada stretta, dove archi di mattoni correvano come tendaggi di pietra fino alla fine; sbucando in una via più larga, alla sua destra, Vic vide lontana la piazza. Da lì poteva arrivare alla porta e uscire e ritrovare gli altri ragazzi.

Ritrovò parte delle forze, e dolore e malessere parvero attenuarsi.

Sentì fruscii distinti sopra la sua testa, la donna come un ragno passava da arco ad arco strisciando sulle pareti a quattro zampe e si fermava a guardarlo.

Corse spedito, per quanto il suo corpo riusciva  a permettersi, con la coda dell’occhio vide la donna restare ferma nel buio dei un arco ad osservarlo malevolo.

 

4

Arrivò nella piazza.

Si tenne lontano dal lato dove si trovava la casa, col suo balcone in penombra e le sue imposte ermeticamente chiuse.

Strisciò sul lato destro della piazza, lasciando la casa alla sua sinistra.

Avrebbe voluto tornare con delle torce e dare fuoco a tutte quelle stregonerie che aveva visto.

«La perla di Barjazi un corno! La belva di Barjazi…ecco cos’è…» ripeteva febbrile.

Un cane ululò da qualche parte, interrompendo quel silenzio così compatto che avvolgeva tutto la piccola cittadina.

Non sapeva che ore fossero, tutte le case erano chiuse e nessuna torcia ad illuminare le strade; un bagliore lontano che riconobbe essere la guardiola delle sentinelle alle porte, lo guidò come in trance. La piazza era passata già da un pezzo e le mura apparvero lontane in basso dopo una salita nel terreno che ne nascondeva la sagoma. La luce di fiamme vive che danzavano gli fece affrettare il passo.

Una delle guardie vestita con una cotta di maglia sopra un corpetto di cuoio, si frappose tra lui e la porta, una pesante grata di metallo scintillava alla luce delle fiamme.

«Chi è?» domandò la guardia. Impugnava una picca e al suo fianco un cinturone di pelle reggeva un fodero semplice e nero con l’impugnatura di una daga che sporgeva.

L’altra guardia era seduta a mangiare una mela ad un tavolo messo a ridosso della guardiola, costruita anch’essa in pietra come le mura.

«Sono uno dei guitti che hanno fatto lo spettacolo questa sera. Vi prego, vorrei uscire..» ogni parola usciva a fatica dalla bocca, aveva la gola secca e il respiro pesante.

«Ma non eravate usciti tutti? Che ci fai ancora qui?» domandò la guardia davanti a lui divertita e improvvisamente incuriosita.

«Vi prego, sono ferito. Vorrei soltanto andare via. Non ho armi con me…» zoppicò con la mani bene in vista.

Fece qualche passo ma il mondo prese ad girare velocemente e Vic cadde in avanti, tra le braccia dell’uomo che lasciò andare la picca che a contatto col terreno emise un clangore metallico che risuonò come una campana nel silenzio attorno.

«Gurial, dannato te! Vieni a darmi una mano!» ordinò l’uomo.

Vic sentì che veniva trasportato sul tavolo a destra attaccato alla parete della guardiola c’era una torcia, la luce lo rincuorò, sorrise.

«Devo… vi prego fatemi uscire…» supplicò.

«E’ una brutta ferita… non ce la farà da solo a camminare.» constatò la prima guardia.

«Magari un po’ di acqua, Foll…» suggerì Gurial.

«Acqua? Ma cos’hai nella testa?» rispose brusco l’altra.

«Qualcuno vuole uccidermi, portatemi via, fatemi uscire…» continuò Vic in un filo di voce.

La guardia che lo aveva soccorso lo guardò.

«Cosa?» domandò allarmato.

«Qualcuno mi ha aggredito, ha ucciso un mio compagno ed ora vuole…» ma non gli vennero le parole, era troppo stordito.

Le due guardie si scambiarono un’occhiata lunga, poi rivolsero gli occhi verso il buio alle loro spalle verso la piazza.

La donna parve scivolare fuori da quel buio, silenziosa e pallida restando lontana circondata in parte dall’oscurità.

Gurial trasalì e fece cenno a Foll.

Foll deglutì, era lui quello di grado più alto, toccava a lui parlare.

«Signora Barjazi, è suo questo ospite?»

«Portatelo in casa mia.» rispose la donna e rientrò nuovamente nel buio, come avviluppata da una scura cappa.

Vic si mosse, cercò di saltare dal tavolo ma era troppo stordito, cadde riverso sul terreno restando con la faccia sulla terra battuta, il dolore era atroce e adesso era diventato un dolore lungo tutta la gamba, dal piede all’anca.

Le due guardie risero, poi lo sollevarono rimettendolo sul tavolo.

Gurial tornò con una lettiga, insieme a Foll stesero Vic, che vedeva tutto come se fosse rallentato ed estraneo.

La lettiga si mosse. Il dondolio gli portò nausea, era come venire sballottati da grosse onde.

La luce delle torce svanì ben presto alle sue spalle e l’oscurità delle vie della cittadina lo avvolsero con dita gelide.

Vic ebbe freddo, ma gli fu impossibile realizzarlo mentalmente.

Quando arrivarono nella piazza, il portone di ingresso di casa Barjazi era aperto e dava l’impressione di una spelonca infernale a cui era impossibile sottrarsi.

«Dobbiamo proprio entrare, signore?» chiese Gurial allarmato.

«Lo lasceremo accanto alla porta e ce ne andremo. E’ la regola!» rispose Foll bruscamente.

Quando la lettiga venne appoggiata accanto alla porta i due si guardarono e fecero un passo indietro mentre due mani afferrarono il corpo febbricitante di Vic, trascinandolo dentro l’abitazione.

«Grazie.» sussurrò la donna.«Adesso potete andare!»

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e fondatore di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Scrive per Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica contributi relativi allo sword and sorcery e alla narrativa fantastica. Ha pubblicato con Solfanelli, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ consulente della Commissione Contratti della World SF. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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