Sinossi

Errante nel cuore dell’Africa in cerca d’avventura, Kane s’imbatte in una landa popolata di orribili zombie vampiro. Solo la magia, che al puritano tanto ripugna, potrà sconfiggere l’orrenda genìa.

Commento

Lo ammetto: Le colline dei morti è il mio racconto preferito di tutta la saga di Solomon Kane.
Difficile dunque per me parlarne senza mostrare entusiasmo, ancorché mi sia già capitato di leggerlo infinite volte; eppure credo di poter ben attendermi una certa indulgenza a questo riguardo, specie dopo che avrò illustrato le caratteristiche che rendono memorabile questa storia per tutti gli appassionati dello spadaccino puritano.

Finalmente, come il suo cuore gli chiedeva da tempo, Kane è tornato in Africa. Al pari di lui, anche noi sapevamo bene che prima o poi ciò sarebbe avvenuto: il continente nero ha marchiato lo spirito dell’avventuriero inglese con un sigillo indelebile, generando una insaziabile sete d’avventura che solo le tetre giungle di quei luoghi inesplorati possono solo placare, a prezzo forse della vita.
E’ quindi senza stupore che vediamo l’esule del Devon sedere a gambe incrociate nella capanna del suo mentore africano, lo stregone Nlonga, abbeverandosi non senza ripugnanza alla sapienza segreta del potente Juju.
Dov’è finito il granitico difensore della fede, l’implacabile inquisitore deciso ad estirpare ogni minimo sentore di satanica malìa? Sembra davvero incredibile, ma il Kane che apprende da Nlonga i rudimenti della stregoneria, è lo stesso che ha combattuto spietatamente maghi e demoni e che adesso – pur conscio di peccare anche solo ascoltando la voce dello sciamano – non resiste al desiderio di sapere e comprendere cos’è il richiamo invincibile che gli fa ardere il cuore.
Ma da Nlonga non giungono risposte, solo altre domande, e l’unico dono che il servitore degli Dei Neri può fare al suo riluttante apprendista è un bastone sacro, reliquia di tempi indicibilmente remoti. Un feticcio, un’arma, forse il segno che Kane, pur ancora iniziando, già appartiene a un regno “altro”.

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Deciso a sfidare il destino, l’inglese parte così per le regioni senza nome dell’Africa Nera, lì dove mai nessun bianco a messo piede, e persino la voce umana è rara, sovrastata dal ruggito delle fiere e da silenzi gravidi di segreti. E’ solo dopo molti giorni che la sua solitudine viene spezzata, con un incontro casuale che il lettore prevede facilmente essere foriero di conseguenze.
Non dimentico del suo spirito cavalleresco, Kane salva una giovanissima ragazza, preda designata di una fiera selvaggia. Come sia giunta – sola – in quelle lande desolate, è poco chiaro, ma non importa: seppur intimorita da quell’uomo dalla pelle chiara come mai ha visto, la fanciulla capisce subito che il suo salvatore è un uomo nobile, e proprio per questo cerca di metterlo in guardia da un’ulteriore minaccia; le belve non solo né l’unico né il maggiore pericolo, in quella terra su cui sta per calare il tramonto.
Della verità di quelle parole oscure, il puritano apprenderà presto la sostanza. Trovato rifugio in una lercia spelonca, l’improvvisata coppia subisce l’assalto di un’orrenda stirpe di non morti. Sebbene appaiano come figli di uomo, le loro membra sono secche e rigide, i loro sguardi di fuoco, e una sete di sangue demoniaca li anima, appena il sole cala oltre l’orizzonte.
Contro di essi, persino la spada e l’ardore di Kane si rivelano inutili, e la morte ghermirebbe sia lui che la ragazza se non fosse per la magia senza nome del bastone di Nlonga, il cui semplice tocco dissolve l’incantesimo della non vita.
Ma non è finita.

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Sciamando dalle rovine ciclopiche di una città morta, orrido guscio sopravvissuto ai secoli, i mostri vagano ogni notte per le colline, seminando morte, e Kane comprende infine quale richiamo lo ha condotto fin lì: un comando purificatore, un imprescindibile ordine del cielo a sanare quella piaga maligna.
Eppure, al fine di combattere il Male, il nostro avventuriero in nero capisce ben presto di dover ricorrere proprio a forze anch’esse maligne, la cui efficacia in un mondo governato dalla Provvidenza appare tanto ingiustificata quanto ineplicabile. Richiamato su ali invisibili da un rituale operato dallo stesso Kane, lasciato il corpo anziano e cadente, è dunque lo spirito dello stregone Nlonga a prendere possesso delle membra di un giovane guerriero, raggiungendo Kane nella sua battaglia.
In un turbinare di orrenda lotta, sangue e magia nera, maestro e discepolo compiono infine l’impresa, distruggendo la genia di non morti e la ributtante città maledetta. Ma il vento si alza di nuovo, e con esso il richiamo della giungla: Kane parte di nuovo, solo, verso l’ignoto…

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Aldilà dei gusti personali, le colline dei morti è sicuramente una delle vette del ciclo dedicato allo spadaccino vendicatore. Raramente i desolati scenari colmi di negromantiche minacce si sono sposati così bene all’azione e al mistero. In più, quelli che in passato erano intimi tormenti senza nome – le ambiguità di Kane nell’accettare la sua natura errabonda e il fascino dell’avventura – sfociano qui in un aperto abbraccio della vita nomade, affidata all’istinto e che non disdegna di esplorare anche i reami più aborriti dell’occulto.
E’ questa la tipica esaltazione vitalistica howardiana, in cui il suo antieroe meglio riuscito sfida non solo le convenzioni, ma la sua stessa coscienza, per superare i limiti di una visione del mondo ormai incapace di trattenerne la foga. L’Africa di Kane non è solo un “hic sunt leones” geografico, ma una regione dello spirito, in cui il puritano si getta finalmente libero, in cerca di un appagamento sempre più simile all’autoannullamento della morte.
Rielaborando magistralmente i clichè riguardanti i pericoli e le magie del continente nero, Howard porta la narrativa d’avventura ad un piano superiore, in cui gli ingredienti pulp diventano invito rivoluzionario a lasciarsi alle spalle le pastoie del mondo moderno per vivere ciascuno secondo il proprio desiderio, come lui stesso sognava senza mai osare farlo.
Ne Le colline dei morti c’è davvero tutto quanto un lettore di racconti pulp possa desiderare: avventura senza confini, stregoneria innominabile, azione sanguinosa, ebbrezza della scoperta. E’ ancora così complicato capire perché è la mia storia preferita?

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