“Questa donna mi ha detto: Dammi tuo figlio; mangiamocelo oggi. Mio figlio ce lo mangeremo domani. Abbiamo cotto mio figlio e ce lo siamo mangiato. Il giorno dopo le ho detto: Dammi tuo figlio; mangiamocelo, ma essa ha nascosto suo figlio.”

(2 Re 6,28-29)

 

La Bibbia è disseminata di brani che trattano di antropofagia, rituale e vendicativa. Dal Deuteronomio, alle Lamentazioni fino ai Libri dei Profeti.

 Nel Deuteronomio, ad esempio, vi è chiara una chiara espressione della trasgressione del mangiare carne umana.

 

“Durante l’assedio e l’angoscia alla quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni dei tuoi figli e figlie. L’uomo più delicato tra voi guarderà di malocchio il suo fratello e la sua stessa sposa e il resto dei suoi figli che ancora gli sopravvivono per non dare ad alcuno di loro le carni dei suoi figli dei quali si ciberà.”

(DT 28,35-57)

 

Il Dio d’Israele sa essere misericordioso con i suoi fedeli, ma per coloro che trasgrediscono le Sue Leggi non ha pietà.

La lista potrebbe continuare, a dimostrazione di come il testo archetipo della cultura medievale presenti e narri (talvolta in maniera cruenta) l’atto di mangiare carne umana, tra i massimi tabù che una società possa avere.

Girolamo, il santo che scrisse la Vulgata e altri testi, tiene a precisare però che l’antropofagia non è mai di derivazione divina diretta, ma è sempre causa e conseguenza dell’atto umano, il quale trasgredisce e per questo viene punito con un gesto di autoproduzione del male (A. Montanari). Coloro i quali offrirono sacrifici umani a Baal, vennero poi costretti a patire la fame fino a consumare il frutto del proprio ventre, in un contrappasso sanguinario e spietato.

A dimostrazione di quanto detto, i vari commentatori biblici, esegeti e scrittori medievali, riportano una storia che risale alla caduta di Gerusalemme ad opera di Tito, nel 70 d.C.

 

L’Assedio e “l’empio gesto”

Gerusalemme, 70 d.C.

La città, già prostrata dalle lotte interne tra le fazioni che la componevano, viene espugnata da Tito, allora generale romano e non ancora imperatore a seguito di una campagna che durò da marzo fino a settembre, con brevi episodi di tregua. La città santa venne distrutta per la seconda volta e la popolazione ridotta allo stremo, a causa soprattutto di una strategia adottata dallo stesso Tito: permettere ai pellegrini di entrare in città per i festeggiamenti di Pèsach e chiuderli quindi dentro, fino a ridurli alla fame e allo stremo.

Giuseppe Flavio, lo storico che narrò la vicenda nel Bellum Judaicum, racconta come la maggior parte delle morti fu causata non dal ferro e dai combattimenti, ma dalla fame e dalla malnutrizione.

In questa apocalisse si inserisce la vicenda di Maria figlia di Eleazar, una donna originaria di Bethezuba, un villaggio a ovest del fiume Giordano. Appartenente ad una famiglia facoltosa, la donna si era rifugiata a Gerusalemme per sfuggire, come tanti, alle truppe romane.

Privata di ogni fonte di sostentamento e spinta dalla disperazione, Maria decide di sacrificare suo figlio per nutrirsi.

La storia viene raccontata da Giuseppe Flavio, il quale dedica anche qualche riga alla psicologia della donna che, disperata del malnutrimento del figlio, per risparmiargli altri patimenti e afflizioni, decide di immolarlo e cibarsene.

 

“Povero figlioletto, a quale sorte dovrei cercare di prescriverti in mezzo alla guerra, alla fame, alla rivoluzione? Dai romani non possiamo attenderci che schiavitù, seppure riusciremo a vivere fino al loro arrivo, ma la fame ci consumerà prima di finire schiavi.”

(Bellum Judaicum)

 

Una volta che queste parole sono state pronunciate, Maria uccide il piccolo, ne arrostisce metà e nasconde gli avanzi come provvista.

Mai saccheggiatori, sentendo l’odore venire dalla casa, si precipitano per avere una porzione, salvo poi scoprire la verità e fuggire inorriditi dopo che la donna offre loro di mangiarne.

 

«Questo è il mio bambino», disse la donna, «e opera mia è questa. Mangiatene, perché anche io ne ho mangiato. Non siate più pavidi di una donna, né più compassionevoli di una madre».

 

Ma i rivoltosi, ci dice Flavio, per quanto avvezzi a crudeltà, non se la sentirono di compiere anche quel gesto e lasciarono Maria nella sua cosa, col suo peccato.

Subito però la voce si sparse e per tutta Gerusalemme non vi fu che orrore e odio nell’apprendere una cosa del genere.

Tito, una volta appresa la notizia, si dichiara innocente, scaricando l’intera responsabilità sui giudei, che hanno preferito la guerra alla pace, la carestia all’abbondanza e la ribellione all’accordo.

Di lì a poco Gerusalemme capitola sotto le legioni di Roma, che appiccano fuoco agli archivi dell’Arca, al quartiere di Ofel e alla Sala del Consiglio. Il Tempio distrutto e la popolazione sterminata.

Flavio termina affermando che Tito non poteva lasciare alla luce del sole una città dove le madri prendevano un cibo simile, da qui la decisione di radere al suolo l’intera città con i suoi abitanti.

 

Seguiti medievali: testi e immagini

La storia di Maria venne ripresa poi nel corso del Medioevo da scrittori e commentatori.

Egesippo, scrittore cristiano del II secolo, nel suo De excidio Urbis Hyerosolymitanae, descrive minuziosamente il gesto, inserendo monologhi di Maria e Tito. È presente nel testo una forte connotazione antisemitica che pone l’accento sul dramma della vicenda, soffermandosi sul suo lato morboso e sensazionalistico. Questo modo di affrontare la storia, distacca completamente Egesippo dai precedenti e soprattutto da Flavio, prediligendo la tensione e il pathos della donna, più che alla veridicità della vicenda.

La troviamo ancora nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, la grande raccolta agiografica scritta dal vescovo di Genova nel XIII secolo. In esso il gesto cannibalico è completamente stravolto: è conseguenza della punizione divina da parte di Dio, per aver ucciso il Salvatore e non essersi pentiti del deicidio. Anche se la vicenda resta fedele, è la sua connotazione e il suo significato ad essere cambiati. Assistiamo quindi ad una strumentalizzazione della storia, atta a giustificare e mostrare come gli infedeli, i trasgressori, gli assassini, vengono ricompensati da Dio per i loro peccati.

Se in Flavio il casus belli della distruzione di Gerusalemme era l’atto antropofago, nell’ottica cristiana da causa diviene conseguenza, avvicinandosi così al testo biblico del Deuteronomio e delle Lamentazioni.

Giovanni Boccaccio la inserisce nel De casibus virorum illustribus in un gioco di causa effetto a dimostrare come il gesto di Maria, sia una conseguenza della colpa degli ebrei, responsabili dell’uccisione di Cristo e quindi per questo puniti. L’autore arriva addirittura a fare un parallelismo tra la Maria Vergine e la giudea, attraverso la cannibalizzazione del figlio, incarna l’autodistruzione degli ebrei.   

Dante inserisce la vicenda nel Purgatorio, per descrivere la desolazione e la magrezza delle anime dei golosi che sono condannati a subire fame e sete:

 

“Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco/ la gente che perdè Iersusalemme,/ quando Maria nel figlio diè di becco!”

(Purg. XXIII 30)

 

L’episodio assurge a stereotipo della fame, non più (o non solo) come monito o punizione dei peccati, ma come pietra angolare della carestia.

Nel Trecento i racconti sono sempre più numerosi, colorati e pieni di particolari talvolta raccapriccianti, tanto da arrivare a dare vita a pseudo storie in cui non c’è una sola donna, ma due contemporaneamente che si dividono il “fiero pasto” rifacendosi ai testi biblici.

Non mancano le rappresentazioni teatrali e di strada, dove accanto agli episodi della Passione e delle Vite dei Santi, compare anche la scena dell’antropofagia familiare.

Nei Mystères de la Procession de Lille, testo teatrale giunto a noi attraverso un manoscritto del XV secolo, la storia di Maria è accomunata a quella dell’antropofaga della Samaria, citato nel Secondo Libro dei Re. Due donne durante una carestia, decidono di mangiarsi i rispettivi frutti dei propri ventri per non morire di inedia. Una delle due però non tiene fede al giuramento e quando è il suo turno di sacrificare il proprio bambino, si tira indietro.

Anche l’iconografia si occupa della vicenda, con scene macabre e a volte anche celando l’atto, perché tabù o troppo indicibile per essere rappresentato e quindi scegliendo altre scene, che possono suggerire il gesto.

È il caso dell’Evangelario di Ottone III, un manoscritto del X-XI secolo e conservato a Monaco di Baviera, nel quale non si mostra non la cannibalizzazione, ma l’infanticidio, lasciando intuire, attraverso echi biblici, lo scopo del gesto.

Diversa invece è la rappresentazione del Libro d’Ore di Neville di Hornby, conservato a Londra, dove alla presa di Gerusalemme, scena già di per sé sanguinaria, si affianca quella cruda di due madri che divorano figli.

Altre scene, in altri testi, mostrano invece solo parti dell’infante, che spuntano da una pentola sul fuoco, o in bella mostra sul piatto di una tavola imbandita.

Come nel caso del celebre Speculum Historiale di Vincenzo da Beauvais, dove è Maria a offrire il corpo del proprio figlio ad un soldato inorridito.

Dato che nella iconografia e rappresentazione medievale l’intus deve rispecchiare il foris, allora le immagini delle donne vengono deformate, a dimostrazione che l’orrore e la crudeltà della cannibalizzazione deforma il volto, dopo che l’animo.

 

Strumentalizzazione

La storia dell’antropofaga ebbe quindi una vasta diffusione durante tutto il Medioevo e le istituzioni se ne servirono molto spesso come favola morale, per spaventare, affascinare e anche colpevolizzare alcuni soggetti del tessuto sociale, donne in primis.

La cannibalizzazione tuttavia, nonostante fosse un tabù, era comunque disciplinata da normative che ne proibivano l’impiego.

Esisteva anche un grado di colpevolezza per l’atto: dall’esocannibalismo, ovvero il nutrirsi di membri esterni, ritenuta la forma meno grave perché non tocca i componenti del nucleo sociale.

Si passa all’endocannibalismo, nutrirsi di membri della stessa comunità, ritenuto quindi il primo gradino della disgregazione sociale; fino ad arrivare al cannibalismo interfamiliare, la forma più grave ed estrema, perché incarna la distruzione di ogni vincolo e legame comunitario.

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