Spada, Stregoneria e Musica – Miles Davis – Bitches Brew (1970)

Di Miles Davis avevo già parlato brevemente QUI.

Questa volta però prendiamo il toro per le corna.

Miles Davis, il “Picasso del Jazz” come amava apostrofarlo Duke Ellington, è uno dei mostri sacri del Jazz e in generale della musica contemporanea, capace di reinventarsi e (re)inventare generi musicali con quell’azzardo e spavalderia che solo i grandi dimostrano.

E Bitches Brew è esattamente questo: il più grande azzardo nella storia del jazz e nella carriera del suo più grande interprete.

Affinchè questa missione suicida finisse per il meglio, Davis si scelse alcuni tra i più giovani e inventivi musicisti che gravitavano nel multiforme reame del Jazz sul finire degli anni ’60: Wayne Shorter al sax soprano, Bennie Maupin al clarinetto basso, Joe Zawinful e Chick Corea ai due piani elettrici, John McLaughlin alla chitarra elettrica, Dave Holland e Harvey Brooks al basso e Jack DeJohnette e Lenny White alla batteria e un’infinità di altri musicisti che con strumenti mai usati prima nel Jazz, diedero forma al grande disegno di quel piccolo trombettista afro-americano che ancora una volta, 10 anni dopo Kind of Blue, avrebbe rivoluzionato la musica mondiale

L’illuminazione di Davis nella realizzazione di questo disco è figlia di Woodstock. Dopo l’ascolto di Sly Stone, Jimi Hendrix e James Brown, e aver visto con i suoi occhi le frotte di giovani in coda per questo “nuovo” tipo di musica e di concerti aveva capito che il tempo era cambiato e il Jazz non poteva più ignorare ciò: se voleva sopravvivere doveva reinventarsi e iniziare a parlare con questa nuova generazione il loro stesso linguaggio.

Ma Davis rimaneva nel cuore un jazzista e per quanto inserisse strumenti elettrici, effetti elettronici, registrazioni multitraccia e un massiccio uso della post-elaborazione delle registrazioni, aveva rifiutato la gabbia in 4/4, aveva rinunciato alle parole in favore di lunghe improvvisazioni strumentali, calde, furiose e iper-dinamiche che dipingevano uno scenario nuovo: il Jazz-Rock.

Da qui il titolo dell’album: Bitches Brew, un gioco di parole complesso e stratificato quanto la musica del nuovo Davis, perchè se da una parte recupera “witches brew” (pozione magica/calderone delle streghe) dall’altra recupera il verbo bitching (roba buona), regalandoci un titolo che respira a pieni polmoni il clima musicale post-woodstock: “questa musica (droga) è roba buona”.

Anche la copertina doveva rappresentare pienamente questo cambio di direzione, questa nuova esplorazione verso territori sconosciuti, tanto terribili quanto affascinanti.

Per questo compito Davis chiama Mati Klarwein, che aveva già dimostrato le sue capacità immaginifiche e pittoriche con Santana e il suo album Abraxas (QUI), e ricollegandosi alla matrice africana del grande jazzista (molto in voga nel rock grazie ai già citati James Brown e Sly Stone e successivamente in gruppi funk e fusion anni ’70), mette in mostra il dualismo di Davis (diviso tra passato e futuro, tra voglia di innovare e di distruggere) e la nuova prospettiva olistica abbracciata dal grande trombettista di Alton.

Scritto da Riccardo Maggi

Prima assiduo lettore poi scrittore infaticabile che dedica anima e corpo all'Immaginario in ogni sua forma e sostanza approdando sulle sponde di Hyperborea nel Giugno 2017.

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