“Abbiamo I mezzi, abbiamo la volontà; viaggiamo all’Inferno, ma Dio viaggia con noi.”
Urlic

Black Death, uscito in Italia con il sottotitolo Un viaggio all’inferno, è un film di genere fantasy, girato da Christopher Smith, regista inglese che già si era fatto notare con il precedente horror sotterraneo Creep e l’angosciante Triangle.
Girato quasi completamente in ordine cronologico ed uscito nel 2010, Black Death mischia l’horror esoterico con il dramma storico, creando una cruda, per quanto realistica, rappresentazione degli anni più duri del basso medioevo. Nonostante sia stato un flop all’uscita, i temi, e la trama, verranno recuperati malamente l’anno dopo nel ben più famoso fantasy Season Of The Witch, con Nicolas Cage nel cast.
Il film è interpretato da Eddie Redmayne nel ruolo del monaco Osmund, Sean Bean nel ruolo del cavaliere Urlic e Carice Van Houten nei panni della strega Langiva.

Nell’Inghilterra del 1348 imperversa la peste nera, epidemia incontrollabile che stermina intere città, da cui non sembra esserci nessuna speranza di salvezza. Il monaco Osmund sente la sua fede vacillare a causa dell’amore per Averill, ragazza che ha abbandonato il monastero per sfuggire dalla peste, dirigendosi verso la foresta. Mentre Osmund è diviso tra i suoi doveri monastici e il desidero di raggiungere la sua amata, il messo del vescovo Urlic giunge al monastero, portando notizie di un villaggio oltre la foresta dove la peste non sembra essere ancora arrivata. Il Vescovo sospetta che ci sia la mano del demonio dietro l’apparente salvezza del villaggio e vuole che i suoi seguaci vengano catturati per essere processati. Urlic ha bisogno di qualcuno del monastero che conosca il territorio per attraversare la palude e quindi Osmund si unisce alla banda di mercenari nella speranza di rivedere la ragazza. Il viaggio li porterà ad attraversare le terre devastate dal morbo, fino a raggiungere il villaggio, dove la fede di tutto il gruppo verrà messa a dura prova di fronte alle tentazioni della strega Langiva e del negromante Hobb.
Un vero e proprio viaggio all’inferno quello della compagnia, formata sia da uomini devoti che da semplici avventurieri alla ricerca di un guadagno e guidata dalla sacra missione di estirpare gli eretici dalle terre inglesi, ormai devastate dalla peste.
Il morbo, all’epoca chiamata Morte Nera, fu una pandemia che colpì tutto il mondo conosciuto, concentrandosi in Europa dal 1347 al 1353 ed uccidendo venti milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea dell’epoca. La peste produsse dei cambiamenti duraturi sia sul rapporto delle singole persone verso il mondo, sia su tutta la società medievale, che impiegò secoli a riprendersi.
Fu nei fatti vera e propria apocalisse, nelle varie cronache che ne parlano, infatti, non mancano testimonianze di città popolate solo da cadaveri, villaggi abbandonati e racconti di monasteri isolati, con gli ultimi, morenti, amanuensi, intenti a scrivere sintomi della malattia, a catalogare i morti, cercando di lasciare una testimonianza di quella che all’epoca apparì come la del mondo.
La peste è la grande protagonista della prima parte del film. Nel monastero e nei suoi dintorni tutto appare sporco, infetto, ogni mattina i sopravvissuti sono costretti a contarsi, officiare gli ultimi riti per chi non ha superato la notte e consegnare i corpi ai monatti, malati anch’essi. Nel film le strade del villaggio intorno al monastero sono invase di cadaveri, la gente si siede e muore con gli occhi aperti tra un sospiro e l’altro, e non restano nemmeno abbastanza persone per portare i defunti alle fosse comuni.


“Credo che dare la caccia a demoni e negromanti serva più agli uomini, che a a Dio.”
Osmund

Smith, il regista, affronta l’epidemia con il punto di vista, macabro, dell’uomo medievale, a cui non resta che chiedersi per quale motivo Dio stia punendo così duramente l’umanità. La telecamera è quasi sempre sul piano dei personaggi che si muovono confusi, mostrando i cadaveri e le strade con gli occhi disperati di Osmund, la cui desolazione dello spirito non viene placata nemmeno dalle preghiere. Di fronte ad un crocifisso, tenuto alto, irraggiungibile al tocco, in una sala spoglia ed enorme, il monaco chiede consiglio. Tuttavia la telecamera, e la fotografia naturale, suggeriscono la solitudine dell’uomo devoto di fronte ad un Dio che sembra aver abbandonato il suo popolo, sempre se sia stato mai presente.
Questa ricerca dell’uomo comune di una spiegazione si diffonde per tutta la durata di Black Death, tra i le ipotesi che le crudeltà commesse nella battaglia di Crecy del 1346 e la caduta dei valori della cavalleria, siano solo alcuni tra i motivi per cui l’uomo merita di essere punito, o la sicurezza che la peste non sia opera di Dio, ma che le streghe, le untrici, siano dietro così tanta morte. Punizione divina o aggressione demoniaca che sia, resta solo la sicurezza della morte e di come affrontare la fine in un mondo in cui l’amicizia si esprime soprattutto con l’assassinio dei propri cari per salvarli dalla dannazione del morbo.



La foresta in cui si muovono i personaggi per arrivare al paese è invasa da nebbia e mai completamente illuminata neanche di giorno, dove nel corso di poche ore si possono incontrare folle isteriche, intente ad uccidere una ragazza accusata di essere una strega, per aver tentato di salvare il villaggio attraverso la magia bianca o di imbattersi in gruppi di flagellatori impegnati a magnificare il loro dolore fisico sperando nel perdono di Dio. Può capitare addirittura di essere aggrediti da banditi regrediti a stati quasi tribali, che suggeriscono motivazioni ben più occulte della semplice violenza criminale. La foresta, con le sue paludi e pareti rocciose, quasi ataviche, rispetta quindi i canoni più terreni del racconto folkloristico medievale, luogo in cui l’uomo non vive o mette piede, non può essere altro che il regno di ciò che umano non è più, negli atteggiamenti o nello spirito. Uno spazio, quasi astratto, percorso anche da figurativi morti che camminano verso l’aldilà. Il film è stato girato nei boschi della Sassonia, in Germania, che grazie alla fotografia di Sebastian Edschmid appaiono misteriosi, antichi e spettrali.


“Era una donna morta. Anche se l’avessi liberata, l’avrebbero ripresa e bruciata. Ho solo posto fine alle sue sofferenze.”
Urlic


I messi del vescovo sono capitanati da un uomo, Urlic, freddo e fondamentalista, un’interpretazione di Sean Bean magnifica, capace di dare vita ad un cavaliere molto convincente, capace di dispensare pietà attraverso l’omicidio. Un vero e proprio paladino che non sarebbe stato fuori posto in un racconto ben più edificante. Percorre il suo tragitto a cavallo, accentuando una differenza, sia di lignaggio che di motivazioni, tra lui e i membri del suo gruppo.
Lontani dal fantastico più eroico, la compagnia di mercenari è invece una più realistica banda di bastardi formata da stupratori, assassini, torturatori, persone ferite nel corpo e nello spirito, pienamente coscienti della loro situazione di dannati, alla ricerca di un qualche tipo di salvezza, speranzosi di guadagnarsi almeno una parte del perdono di Dio attraverso una missione benedetta.
La violenza con cui si scagliano contro i nemici è secca, poco coreografata, la regia, seguendo sempre il punto di vista del monaco, mostra combattimenti all’apparenza confusi, ma in realtà si concentra fugacemente sugli aspetti più cruenti, tra mazze che frantumano crani e arti che vengono mozzati. Non si tratta di una concessione al rozzo gore di certi film dell’orrore, ma è funzionale al tono di quello che ci viene mostrato, ad un’immagine della brutalità presente in ogni momento della vita di quegli negli anni della Grande Morte.
Abbandonata la foresta, arrivati al villaggio incontaminato dal morbo, la discussione sulla fede, seconda grande tematica del film, prende piede. I personaggi, increduli e dubbiosi di fronte a quello che si para di fronte ai loro occhi, non possono fare a meno di constatare sconcertati come gli abitanti abbiano abbandonato il cattolicesimo, rigettando Dio.
Il capo del villaggio, Hobb, appare ospitale, ma le sue parole tradiscono intenti malefici. Osmund fa conoscenza di Langiva, erborista del villaggio, che, nonostante mostri ostilità nei confronti della chiesa si offre di medicare il monaco, e gli confida il destino di Averill, uccisa dai briganti nella foresta.
La stessa notte viene organizzato un banchetto in onore degli ospiti, e mentre Langiva guida Osmund verso un rituale negromantico, finalizzato alla resurrezione della sua amata, Urlic e i suoi compagni vengono sedotti dalle donne e drogati dal vino.
Tutta la compagnia viene presa prigioniera, e rinchiusa in delle gabbie.


In un rovesciamento delle situazioni analoghe tipiche di altri film sull’occultismo medievale, Langiva e Hobb spronano il monaco ed i soldati ad abbandonare il loro Dio, capace solo di portare oppressione e dolore, e di abbracciare una nuova fede in Satana, per avere salva la vita.
La fede in Dio, figura maschile e paterna, lontana e irraggiungibile viene contrapposta alla presenza concreta della strega, femminile e ammaliante, pronta a tendere la mano e ad infettare la mente con le sue parole.
Le argomentazioni di Langiva sono sensate, il villaggio è effettivamente privo della peste, la compagnia dopotutto era già arrivata al villaggio con l’intenzione di compiere un massacro e catturare il negromante, la strega parla di semplice autodifesa contro gli invasori.
Alcuni dei messi verranno tentati dalle sue suadenti parole, o dal suo atteggiamento materno ma allo stesso tempo rapace, in un interpretazione di Carice Van Houten in grado di comunicare interi discorsi attraverso uno sguardo o un sorriso crudele.
Nel mondo di Black Death, rinunciare ad Dio abbracciando il Diavolo non è solo un espediente per avere salva la vita, ma è la dimostrazione del fallimento di una intera serie di valori, ovvero quelli medievali che pervadevano del tutto la cultura dell’epoca, che non sono più capaci di venire incontro ai bisogni spirituali di una popolazione che ha subito fin troppa pressione.
Se Dio abbandona l’uomo, non resta che rivolgersi a padroni migliori.

“Dio è tornato.”
Urlic

E’ in un qualche modo emblematica la morte del cavaliere Urlic. I seguaci di Hobb, incapaci di far crollare la sua fede, lo condannano alla morte per smembramento, un supplizio in voga in epoca medievale, usato solo nei confronti dei peggiori traditori ed eretici.
Lui stesso, attimi prima di morire, confessa di essere stato infettato dalla peste, e di averla oramai sparsa per il villaggio, condannandone gli abitanti alla morte, e permettendo nella confusione la fuga dei suoi commilitoni per combattere la strega ed il negromante.
Il tradimento del cavaliere quindi non è verso Dio, ma verso gli uomini, colpevoli di una fede differente, ma anche solo di voler sfuggire all’apparente giusto castigo divino, di aver osato sottrarsi al giudizio del cielo.
Osmund supera, nella sua visione della fede, la prova di Dio, uccidendo Avrill per consegnarla al paradiso, ma non riesce ad avere la meglio sulla strega, che lo abbandona, deridendo la sua debolezza, nella foresta.
Le due fazioni, cristiani ed eretici, sono totalmente speculari, violente e crudeli, ma capaci entrambe di provare amore, non esiste uno spartiacque definito, si tratta semplicemente di uomini che combattono altri uomini spinti solo dalla fede.


“Mi piace credere che abbia trovato la pace. Che abbia continuato a vedere la bellezza del mondo. La bontà.”
Wolfstan

Tutto quello che viene mostrato dentro Black Death può avere una spiegazione razionale.
Non è presente qualche elemento indissolubilmente magico, ma l’esoterico, l’occulto che si palesa nelle situazioni mostrate nel villaggio, in una suggestione che colpisce gli spettatori così come i personaggi.
Non è nemmeno importante capire se effettivamente Langiva fosse davvero una strega, se Avril un cadavere condannato alla non vita, o semplicemente una ragazza prima drogata e poi fatta risorgere in uno spettacolo vuoto creato solo per tentare il monaco. L’assenza della peste dal villaggio potrebbe essere frutto dell’isolamento del borgo, e non dalla fede nel demonio dei suoi abitanti.
La fede, forza reale, indipendentemente dalla presenza o assenza del divino, è il motore con cui si muovono sia le forze negative che positive. Langiva parla di quanto sia importante per l’uomo credere in qualcosa, un tema che affiora anche nel monologo di uno dei sopravvissuti con cui si chiude il film.
Nel lungo epilogo, viene mostrato Osmund, oramai inquisitore, che continua la sua opera di repressione nei confronti delle streghe, identificando ogni donna accusata di stregoneria come la stessa Langiva. Osmund ha scelto in cosa credere, o forse il suo insieme di valori, derivati dal monachesimo, non sono stati capaci di affrontare l’attacco psicologico e profondamente ateo della strega.
La sceneggiatura originale avrebbe previsto un terzo atto più canonico, con una rappresentazione forte del demonio e della magia, ma il regista ha combattuto per ridurre gli elementi fantastici, lasciando le spiegazioni, mondane o non, nel campo della speculazione.
In un film che parla di come gli uomini affrontano la fede, dopotutto, sarebbe stato controproducente ridurre il divino ad una forza presente, con cui venire a patti, accentandone l’ indiscutibile presenza.

“Lei era bellissima, e reale.”
Hobb

Black Death, nonostante alcune imprecisioni storiche del tutto sorvolabili, si dimostra quindi una perla rara del cinema fantastico dell’ultimo decennio, a metà strada tra lo studio dei personaggi e l’avventura epica, e che mostra la forza del fondamentalismo e del bisogno da parte degli uomini di credere in qualcosa che pervada le nostre vite, tematica attuale nel 1348 come al giorno d’oggi.

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