Amazzoni ed Eroine

riscoprire il fantastico al femminile

di Cristiano Saccoccia

 

Addentrarsi nella polemica del new-femminismo contemporaneo è estremamente pericoloso, i cavilli politici e sociali, infatti, possono corrompere qualsiasi testo di stampo divulgativo; perciò mi concentrerò sugli aspetti letterari della questione, ponendo la mia attenzione alla narrativa fantastica. Questa premessa non vuole assolutamente sminuire o intaccare le conquiste politiche che le donne hanno conseguito, bensì dare un focus al lato artistico che l’emancipazione culturale femminile è riuscita a concretizzare. Preciso che per dovere di sintesi verranno trattati alcuni testi esemplificativi, scritti da uomini e donne, presenti nella rinomata antologia Fanucci del 1987 Amazzoni ed Eroine. L’Heroic fantasy al femminile a cura di Jessica Salmonsson. Più altre considerazioni in merito a testi più contemporanei.

            Paradossalmente sono stato “ispirato” a scrivere questo articolo da un romanzo che di fantastico ha pressoché niente, ovvero uno dei capolavori dello scrittore marchigiano Libero Bigiaretti: Disamore[1]. Il romanzo di Bigiaretti è uno scambio epistolario tra un uomo e la sua (ex) sposa, Silvia, dove viene amaramente descritto il lento e inesorabile meccanismo della scomparsa dell’attrazione e del sentimento; che porta la coppia a vivere in un limbo senza amore o odio. Il romanzo è una cronaca sentimentale di questa relazione conclusa, si evidenziano le tappe dell’innamoramento e si pungolano le ferite che il disamore ha inflitto, facendo notare al lettore, che assiste con profonda malinconia a questa “morte annunciata”, i sintomi di un amore smorto. Una delle scene più intense del romanzo ruota intorno agli eventi della seconda guerra mondiale, Bruno, uno dei protagonisti, è un intellettuale che collabora con i moti partigiani; notte e giorno è pronto a indire riunioni, a scrivere manifesti politici o a partecipare alle assemblee popolari. Bruno è attivo, volenteroso di cambiare di cose e lotta per il suo sogno di un’Italia libera, e pur di realizzarlo ospita e invita i suoi collaboratori nella propria dimora, li protegge e sfama. Fin qui tutto molto nobile, si ripresenta lo stereotipo dell’intellettuale partigiano profondamente inserito in una rete di dinamiche battagliere e attiviste; ma la vera eroina è occulta agli occhi di tutti. Silvia, sua moglie, è colei che tutti i giorni va a cercare il cibo per suo marito e i compagni, percorre molti chilometri per recuperare una scorta sufficiente d’acqua e vivande, così da poter preparare quella “povera minestrina” che i suoi ospiti ingurgitano in pochi secondi. Silvia è un ingranaggio, in quanto tale lavora e si muove dietro le decorazioni patinate che sono i sorrisi e i discorsi del marito. Mentre Bruno è un attore della resistenza partigiana e intellettualistica, Silvia è artefice di “una resistenza più oscura”, celata agli occhi di tutti ma non per questo meno nobile e importante. Silvia è il simbolo dell’Italia che non inneggia al sensazionalismo retorico, lei è il ricettacolo delle angosce e dei sentimenti di tutti quegli uomini e soprattutto di quelle donne che non hanno avuto una “voce” nel corso degli eventi storici. Una viscerale e distruttiva resistenza dimenticata, ignorata e soprattutto sottovalutata; lei era il motore di quell’organismo patriottico. Perciò, ho creduto di iniziare da qui, per sottolineare l’importanza della lotta e della resistenza, per ricordare a tutti che non ci si deve nascondere, ma uscire dai ranghi dell’oscurità.

            La fantasia eroica per fortuna ha già mandato in prima linea le donne a “combattere”, con risultati eccelsi e stimolanti; Tanith Lee, per esempio, non ha niente da invidiare ai suoi colleghi uomini, Charles Henneberg non sarebbe mai stato famoso se non avesse avuto al suo fianco Nathalie Henneberg (personalità schiva ma affascinante).

             Robert Howard ha contribuito a delineare i contorni di quelle cosiddette badass women con il suo mini-ciclo di racconti storici Dark Agnes. Donna di spada[2],una giovane fanciulla francese che manda a tappetto, con colpi di spada e parolacce, cavalieri, briganti e progenie oscure! Il tutto senza ricalcare i tropi della seduzione e della bellezza femminile, l’eroina howardiana non ha bisogno delle sue curve e delle sue fattezze per farsi rispettare. Agnes è una protagonista forte e determinata, non ha paura di vivere (non sopravvivere) in un mondo di uomini opprimenti; il padre, i pretendenti alla sua mano o semplicemente dei maliziosi sconosciuti vengono messi a tacere dall’acciaio della sua spada o dall’irruenza del suo comportamento. La protagonista dai capelli corvini descritta da Howard è una prova lampante che scagiona dal sessismo e dalla misoginia lo scrittore texano; poiché è severamente ingiusto giudicare un prodotto letterario con la griglia valutativa del nostro senso etico contemporaneo, invito a leggere o rileggere le opere howardiane e anche lovecraftiane senza scadere nel moralismo odierno. Trovo impensabile etichettare un autore come Howard misogino e il solitario di Providence, per esempio, razzista. Torniamo al concetto di badass women. Le donne sviluppano una coriacea corazza comportamentale e gestuale che le caratterizza immediatamente come “sesso forte”, ovvero gli uomini devono temere di essere spodestati, poiché il sesso “ritenuto debole” ha tutto l’armamentario per soppiantare il patriarcato. Infatti le eroine fantastiche spesso trasudano un carisma gagliardo, da leader militaresco o profetico, incarnano ideali guerrieri e movenze assassine. Un esempio di questa tendenza di assolutismo femminile è ironicamente tratteggiata nel racconto L’isola[3] di Francis Stevens[4] dove il patriarcato è stato effettivamente surclassato dal matriarcato e il mondo è retto da un’utopia tutta al femminile, infatti le donne ricoprono tutti i ruoli di rilievo e sono addirittura reticenti ad affibbiare i compiti più umili agli uomini; perché quest’ultimi, rozzi e incapaci, potrebbero rovinare tutto con la loro stupidità. In questo racconto science-weird la protagonista e uno sventurato uomo-fardello naufragano su un’isola deserta ma ricchissima di fauna e flora; si viene a scoprire che anche l’isola possiede un sesso o una sfera emotiva al femminile. L’isola non solo ha dei pensieri-sentimenti ma riflette lo stato d’animo della donna che vive sul suo solo, infatti se la donna è felice il clima è caldo e benevolo, se lei è malinconica o arrabbiata iniziano ad arrivare le tempeste. L’isola decide di implodere e morire quando l’uomo, con la sua bassissima sensibilità e goffaggine, inizia ad imprecare e a comportarsi ineducatamente. L’isola-donna sconvolta da un comportamento così bieco scatena una tempesta e delle eruzioni che devastano il tutto, per fortuna l’uomo e la donna riescono a salvarsi e a tornare nel regime delle donne-sovrano. Il racconto è stato scritto nel 1918, quando le donne in America ancora non avevano il diritto al voto.[5]

            Dopo questa brevissima panoramica torniamo al volume della Fanucci. Il titolo dell’antologia ci lascia un interrogativo, chi erano davvero le Amazzoni?

            I primi a parlarci di questo popolo guerriero sono i poeti e gli storici greci, in particolare Omero e Erodoto. Nel mondo eroico descritto dai cantori post-omerici incontriamo Pentisilea, costei ha la guerra nelle vene poiché è la diretta discendente di Ares. La guerriera accorre in aiuto dei troiani proprio nel momento più cupo, Ettore è stato massacrato da Achille! Ma non importa che sia donna o straniera, la regina delle amazzoni è un avversario formidabile per chiunque, infatti il popolo di Priamo si sente rincuorato dal suo arrivo. Purtroppo Achille deve tenere alta la sua nomea di eroe invincibile e riesce a sconfiggere anche la donna, della quale si innamora perdutamente proprio durante la morte di quest’ultima. A vendicare la regina amazzone ci penserà il drammaturgo tedesco H. Von Kleist (1777-1811) che nella sua tragedia Penthesilea (1808) racconta una vicenda inversa, dove la folle e innamorata regina fa scempio del corpo del suo Achille.

            Il regime delle amazzoni era ovviamente un matriarcato che escludeva categoricamente gli uomini, secondo i racconti mitologici greci, abitavano le coste del Mar Nero ed erano esperte cavallerizze e tiratrici con l’arco, infatti è famoso l’aneddoto delle donne che si mutilano uno dei seni per essere ancora più a loro agio a maneggiare l’arma.  Molti eroi greci andranno ad adempiere le proprie fatiche in quelle lande remote, sconfiggere le amazzoni era il compito dei veri guerrieri. Infatti furono in pochi a sgominare le bellissime guerriere, Teseo e Eracle per esempio. Le amazzoni perciò erano ammantate da un meraviglioso velo di forza guerriera e fascino assassino, al che diventarono uno dei soggetti più popolari dell’iconografia greca (ammazonomachia) sul vasellame e altre superfici tra il VI e il V secolo a.C. 

            D’altro canto per essere delle eroine non è necessario spargere sangue, ancora una volta il mito e la letteratura greca ci offre un modello archetipico di donna-eroina moderna che travalica l’aspetto guerriero. Alcesti è la moglie del re di Fere (Tessaglia) Admeto, il quale ha ricevuto in dono da Apollo la possibilità di scampare alla morte nel caso qualcun altro si sacrificasse al suo posto, così toccherà proprio alla sposa fedele rinunciare alla sua vita. Bisogna precisare che i genitori e gli amici di Admeto si rifiutano di compiere il sacrificio, così Thanos, il dio-personificazione della morte stessa, reclama lo spirito di Admeto. Sarà Alcesti con un carisma eroico a pretendere di morire al posto del suo sposo. Alcesti non è obbligata da nessuna potenza divina o ordine umano-matrimoniale, lei si impone di salvare il proprio marito perché è colma d’amore. Il sacrificio di Alcesti, che per fortuna verrà tratta in salvo da Eracle, è un simbolo pregnante di modernità; per una volta la donna greca non viene salvata e soccorsa dalla virilità epica degli uomini ma si autodetermina in eroina salvifica, poiché di spontanea volontà offre la sua vita in cambio. Alcesti è perciò il contrario di tutte quelle donne che nel mito greco vengono eclissate dalla potenza maschile; basta pensare ad Arianna di Creta, responsabile del successo di Teseo ma vigliaccamente abbandonata su un’isola deserta dopo che ha esaurito il suo ruolo di “aiutante”. Arianna non ha la possibilità di risplendere come attore mitologico di primo grado, ma viene eclissata e strumentalizzata dall’aura di Teseo. Euridice, la moglie del cantore Orfeo, è la protagonista di un mito famosissimo e ricorrente nella musica e nell’arte.  Euridice muore per il morso di un serpente e ovviamente il suo spirito si ricongiunge con l’Ade, il marito Orfeo profondamente angustiato inizia un percorso eroico e primordiale all’interno degli inferi ellenici per recuperare sua moglie. Il viaggio di Orfeo si realizza grazie all’amore che prova per la moglie e alla meravigliosa musica che riesce ad intonare con la sua cetra. Infatti, una volta giunto al cospetto di Ade, l’aedo sfodera la sua arte e riesce a sciogliere l’arido cuore del re degli inferi; il quale gli concede la possibilità di trarre in salvo la sua Euridice, a patto di non voltarsi mentre percorre il tragitto verso l’uscita dall’oltretomba. Ovviamente, con il tipico pathos tragico greco, l’eroe-cantore si volta e Euridice viene risucchiata dalle viscere della terra. In questo mito la donna è soltanto un oggetto, nobile e adorato, che sprona l’eroe in un percorso mitico-iniziatico, ovvero la discesa nelle profondità stigie. Euridice è svuotata da qualsiasi caratterizzazione pregnante, non è protagonista del suo destino, non ha la possibilità di esprimersi e delineare le sue volontà. Lei è necessaria per la creazione dell’eroe-aedo Orfeo, il mito ruota intorno al dolore del marito. Tornando ad Alcesti vediamo le nette differenze tra essa e Euridice-Arianna, Alcesti è esule dall’essere una vittima dell’arbitrio maschile perché è lei stessa a decidere immediatamente il proprio fato; non importa se è destinata a morire perché percorre il tragitto dell’Ade in quanto moglie-donna fedele e perfettamente intrisa di eroismo, al che Admeto (famoso argonauta e guerriero) viene sminuito come un uomo che non sa far altro che vivere sul sacrificio della sua donna. Agli interessati perciò consiglio di leggere la trasposizione teatrale scritta dal celebre Euripide.

Amazzoni di Melanie Kaye

 

Vennero su grigi destrieri accarezzati dal sole

con i capelli al vento,

e puntarono sul villaggio

dove crescevano i bambini. Cantavano ed io allora

le udii. Avevo Fame.

I capelli mi ricadevano sulle spalle.

Parlando, bisbigliavo oppure

scolpivo parole nel cuore della terra. La loro canzone

 mi toccava lungo la schiena. Mai avevo udito

una tale musica. Di certo il villaggio

sarebbe stato deserto. Mi avrebbero nutrito,

se avessi trovato la strada.[6]

 

Con questi versi, a mo di proemio, si apre l’antologia di Fanucci che vinse, nella sua edizione americana, il Primo Premio quale Migliore Antologia alla Sesta Convention mondiale della Fantasy.

 

            «Beh,» disse infine uno dei cavalieri, «al mondo c’è posto per tutti. Ma credo che voi abbiate sbagliato strada, Signora» Forse intendeva davvero una direzione. Forse intendeva il suo modo di vivere.[7]

 

Questa una delle prime sentenze che la protagonista del racconto Scacco a Nord di Tanith Lee è costretta a sentire da un rozzo cavaliere. Ma Jaisel, questo il suo nome, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; in lande maledette da esperimenti e maledizioni alchemiche partorite dal negromante Maudras la ragazza sfodera  la propria sagacia e sbeffeggia i soldati che la infastidiscono.

 

               «Probabilmente siete stata violentata spesso.»

               «Una volta,» disse lei, «dieci anni fa. È stato il suo ultimo piacere. L’ho seppellito io stessa, perché rispetto i morti.» Incrociò lo sguardo di Renier e aggiunse con dolcezza: «E quando mi trovo da quelle parti, visito la sua tomba e ci sputo sopra.»[8]

 

Con questa presentazione Jaisel è in grado di opporsi ai guerrieri, che affascinati dalla figura di una donna forte e sprezzante del pericolo “l’arruolano” tra le proprie file per stanare le minacce negromantiche di quelle terre corrotte; Jaisel quindi è legittimata dalla sua forza a entrare a far parte dei “cavalieri di Dio”, un ordine guerriero di stampo medievalista[9] che opera nell’Altrove narrativo della Lee.  Ovviamente Jaisel una volta giunta all’accampamento di Towers deve comprovare il suo valore militare in un duello, una volta sconfitto il baldanzoso Renier la ragazza è a tutti gli effetti considerata un degno membro delle truppe.

            L’ambientazione medievaleggiante dalle tinte “franche”, come ammette l’autrice, sono sapientemente arricchite da citazioni shakespeariane che ricalcano il dramma Macbeth, sapori occulti simili ai mondi decadenti descritti dalla penna di Clark Ashton Smith[10] e un ovvio tributo a Tolkien. Infatti la roccaforte adombrata da sortilegi e incantesimi dall’alchimista-negromante Maudras non può essere espugnata da nessun uomo, Tanith Lee gioca con le parole poiché la sua eroina in quanto donna riesce a sgominare gli incantesimi nemici e a liberare il castello dalla corruzione negromantica. Il richiamo a Eowyn, eroina eorlingas di Tolkien, è evidente; infatti la fanciulla cavallerizza ucciderà il signore dei Nazgul che si credeva invulnerabile dalle spade impugnate dagli uomini![11]

            Per sondare ulteriormente l’universo narrativo di Tanith Lee e soprattutto il ruolo della donna all’interno della sua produzione basta leggere il romanzo d’esordio Nata dal vulcano[12]. Una donna senza nome si risveglia all’interno di una caverna vulcanica, senza ricordare le proprie origini, confusa e bistrattata dagli eventi si ritrova a peregrinare e ad assolvere le funzioni “femminili” più controverse: schiava, moglie, cortigiana, gladiatrice, guaritrice e profetessa. Alla fine del romanzo, scusate lo spoiler, si verrà a scoprire la vera identità della nostra protagonista, ovvero l’ultimo membro di una razza aliena semi-divina dai poteri eccezionali. Emblematica dal punto di vista femminista è la conclusione del romanzo che si chiude con una frase ricchissima di pahtos individuale

«Sono sola. Non ho nessuno, accanto a me. Non c’è un principe tenebroso, sul carro accanto a me, che cammini al mio fianco, che mi tenga stretta a lui. Non ho nessuno. Ma ho me stessa. Finalmente, ho me stessa. E in questo momento mi sembra abbastanza. E assai, assai di più».[13]

Il racconto di T.J. Morgan, La donna del deserto bianco, è una cruda storia di violenza e privazione, crudeltà verso i deboli e vendetta, il tutto condito da una scrittura lirica e potente, capace di trattare il tema dello stupro con grazie e sensibilità.

            Ellide è una ragazza che ha visto il proprio villaggio, sperduto in un ipotetico nord Europa, distrutto dalle forze soverchianti dello Yarl[14], ha perso i propri amici e familiari e come ogni donna resa schiava subisce una violenza sessuale. Per fortuna la giovane riesce a fuggire, purtroppo abbandonando la prigionia imposta dagli uomini si ritrova indifesa e sola all’interno della foresta gelata. Non resta altro che pregare gli spiriti del deserto bianco. Dopo essersi addormentata cullata mortalmente dall’abbraccio del freddo riesce a risvegliarsi e contempla uno spettacolo sensazionale, un’orsa delle nevi si palesa al suo cospetto in tutta la sua possente nobiltà. E vicino alle zampe dell’orsa, al suolo, comparve una spada simile al ghiaccio e una cotta di maglia. L’orsa è ovviamente uno spirito topico delle culture animiste e delle religioni totemiche[15], la quale può rappresentare la forza della natura e soprattutto il ruolo di “madre”, concetto archetipico di moltissime credenze globali.

            L’orsa-madre inizia a parlare con un tono magniloquente:

 

            «La Lama del Gelo è tua, bambina che-mi-ama e ricorda. È il mio dono per te.»

               «Perché, Madre? Non sono un guerriero. Sono solo una donna.»

               «Solo? Hai molto da imparare, piccola, prima di unirti a me! Sta’ tranquilla, e fa’ quel che devi.»[16]

 

Questa investitura della dea-madre è un tipico tratto del folclore guerriero e primitivo, parliamo di riti di passaggio, ovvero le tappe fondamentali (arricchite da simbolismi e pratiche rituali) per abbandonare un determinato periodo della vita per raggiungere lo stadio successivo; ovvero il passaggio da ragazzo a guerriero, da fanciulla a madre. In questo caso da vittima a guerriera.[17]  Per sottolineare questo “passaggio” la ragazza ignuda si “veste” di neve e con l’armatura conferitole dalla Orsa-madre.

            Con il suo nuovo armamentario Ellide torna nell’accampamento dello Yarl, pronta a riscuotere la sua vendetta.  La giovane guerriera inizia a trucidare i suoi violentatori, che pagano con la morte il crimine dello stupro; le ferite che la sua spada infligge sono magiche, infatti dove prima scorre il sangue ora balugina una piaga bianca come il gelo. Poi arrivò la stessa Natura a massacrare i rozzi guerrieri, manifestazioni zoomorfe di gelo e neve attaccano e uccidono i briganti. Ellide ha salvato quello che rimaneva della sua gente, gli stessi individui che la chiamavano “brutta”; la protagonista si rende conto di aver agito soprattutto per vendetta e non per amor patrio, abbandona quelle lande di ghiaccio, consapevole di essere una donna nuova e soprattutto forte.

            L’ambientazione nordica di questo racconto è capace di rievocare moltissimi altri testi, per esempio il capolavoro della letteratura germanica: il Nibelungelied ovvero La canzone dei Nibelunghi.[18] Il poema alto-tedesco segue le vicende di Sigfrido, il quale giunge in Islanda per convincere la regina Brunilde a sposare il suo amico e re Gunther. Per concludere la trattativa matrimoniale prima Sigfrido deve superare le prove che Brunilde gli impone. La prima fatica erculea è quella di saltare tanto lontano quanto il masso (gigante) lanciato dalla forzuta Brunilde, superata questa sfida l’eroe dei Nibelunghi dovrà sconfiggerla in singolar tenzone. L’eroe germanico riesce a piegare la valchiria islandese soltanto ricorrendo a trucchi magici, nell’epos alto-tedesco la donna non è soltanto un trofeo o una concubina ma un avversario ostico quanto ogni eroe uomo. C’è anche da ricordare che l’Islanda nei primi passi della sua storia aveva deliberato di avere un governo di stampo matriarcale. Ellide e Brunilde incarnano i mitologemi delle donne guerriere del nord, ovvero le amazzoni delle nevi, le valchirie, creature semi-divine che scendono in battaglia per decidere le sorti del destino umano. Così Ellide coadiuvata dai poteri divini conferiti dalla Madre Terra è in grado non solo di portare morte e scompiglio tra gli uomini, ma dopo tanta sofferenza, plasmare il suo destino.

            Rimanendo in Islanda non posso non citare il capolavoro della letteratura islandese, la Laxdæla saga[19],  testo davvero attinente alle tematiche del presente contributo perché uno dei più lunghi e complessi della produzione isolana e soprattutto muliebre-centrico.  Questa immensa saga familiare inizia con l’eroina fondatrice delle prime comunità islandesi, Unnr La Sagace, che si insedierà presso la valle del fiume Laxà (fiume dei Salmoni). Una donna che non solo è a capo di una spedizione esplorativa ma anche figura dal carisma politico che è in grado di unire il suo popolo in una missione di popolamento in quella terra piuttosto ostile. Gli uomini in questo patrimonio poetico rimangono sullo sfondo, mentre tutte le donne sono le principali fautrici degli eventi fondamentali della storia islandese. Non è un caso quindi se la popolare serie TV Vikings ci presenta numerosissime donne dal carattere indomito e che ricoprono ruoli di primo rilievo, Lagertha è moglie di un re e poi regina, senza smettere di essere madre apprensiva e grande guerriera, così Astrid ricopre il ruolo di amante per poi diventare una regina, senza abbandonare il suo retaggio di valchiria e così via. Il mondo vichingo per quanto apparentemente maschilista dava molto spazio alle donne capaci di imporsi, l’Islanda è una testimonianza vivente di questa mentalità; non è un caso se la fantasia eroica si appropria di questi modelli standard ormai collaudati nella storia e nell’immaginario fantastico.

            I patimenti di Santa Giovanna e La cagna di Morrien, sono due racconti scritti rispettivamente da J. Saxton e Janet Fox, presentano le medesime tematiche ma sviluppate in modi completamente diversi. I due racconti sono specularmente opposti, infatti I patimenti di Santa Giovanna è ambientato in un futuro indefinito ma saturo di tecnologia e di una nostalgia per un passato meno opprimente, invece La cagna di Morrien è il terreno adatto per un revival stregonesco in un altrove immaginifico denso di magia e aberrazioni occulte. Le due protagoniste sono due donne con moltissime responsabilità ma che sono vittime della loro condizione “femminile”, Giovanna è una attivista che deve consegnare il “Codice” ai suoi superiori e dal quale dipende il destino della terra e della razza umana nello spazio; Riska è una regina-strega che scende ripetutamente in guerra con le rozze popolazioni delle lande limitrofe. Donne di rilievo, con poteri politici o magici da cui dipendono le sorti dell’esistenza dei “molti”. Eppure donne con le loro debolezze e i loro vizi, Giovanna è una madre che pensa alle sue bambine e non riesce a sopprimere il vincolante istinto materno, cadendo in un eterno dilemma: salvare l’umanità al prezzo di sacrificare il frutto del proprio amore?

            Riska regina di Morrien invece vede morire il proprio amante, per colpa della pazza gelosia di un altro uomo, ma riesce a tenerlo in vita con i suoi sortilegi; la regina e il suo sposo-cadavere scendono ripetutamente in battaglia per salvare il regno e il popolo dalle scorribande dei barbari ma il prezzo della pace risulta essere una seconda morte per il suo amante-zombie. L’amore e il romanticismo della donna viene letteralmente negato dalle circostanze esterne, ma invece di essere la passiva vittima di un fato avverso la regina del Morrien è in grado di soffocare il proprio sentimento (numerosissime volte) e scegliere il bene più grande, che ironicamente non combacia col bene personale.  Due donne-vittime eppure salvatrici, che vedono la propria vita rovinata e distrutta per il perpetuare il benessere degli altri.

            Dopo le avventure femminili descritte dalle capacissime penne di grandi autrici è il turno di un prolifico scrittore di heroic fantasy: l’italiano Gianluigi Zuddas. L’avventuriera del deserto sarà l’ultimo racconto tratto dall’antologia Fanucci preso in esame.

            Pur essendo il racconto più lungo del volume la trama intessuta di Zuddas è relativamente semplice e non riserva grandi colpi di scena, ma il racconto risulta ugualmente frizzante e gradevole perché ruota intorno alla sfacciata e energica protagonista amazzone senza nome. Zuddas trasporta le vicende narrate in un mondo prestorico ma non preistorico, in un limbo storico-culturale in bilico tra le terre leggendarie post-cataclismatiche e le esotiche città-regno mesopotamiche. Questa ambientazione sumerica-mitica risulta particolarmente sensata e fascinosa per far muovere un’amazzone, infatti seguendo la falsariga dell’Era Hyboriana di Howard siamo in un mondo leggendario eppure ancorato al nostro passato storico; come le amazzoni sembrano essere il risultato di forme matriarcali attestate nelle popolazioni antiche ma anche un mitologema classico della cultura greco-mediterranea.  

            La protagonista senza nome mentre vaga per il deserto incappa in un accampamento di “onesti lavoratori” e tombaroli, intenti a saccheggiare i sepolcreti di antichi re dimenticati, inoltre in una capanna è tenuta prigioniera un’Alata, ovvero un membro della razza ancestrale degli uomini-angelo. Costei è una figura femminile di contraltare alla nostra amazzone, infatti lei incarna una bellezza eterea e fragile, risulta ingenua e vittima degli eventi, mentre l’eroina di Zuddas è una donna che si fa rispettare con la spada e le provocazioni. L’amazzone di Zuddas, come tutte le altre dei suoi romanzi e racconti, non incarna valori femministi o sociali ma è un’entità storico-leggendaria che non ha bisogno di affermare la superiorità o l’uguaglianza del proprio genere sessuale, perché in quanto modello topico-epico è un’entità primordiale; tout court possiamo catalogare le amazzoni di Zuddas come particelle embrionali della mitologia stessa e non come donne che “conquistano” una posizione. De facto la narrativa del nostro autore non vuole sottolineare la forza delle donne, ma il primigenio senso guerriero della nobile semenza delle Amazzoni. Ovviamente, per non creare polemiche, Zuddas rispetta e considera tutte le donne capaci di compiere le stesse imprese delle Amazzoni, ma è anche conscio che ci sono donne-eroine e donne da salvare; il concetto è del resto valido anche per la controparte maschile. L’eroe è tale grazie alle sue imprese non per merito sessuale, tale affermazione per quanto banale va spesso sottolineata ancora.

             Ma torniamo nel deserto sumerico, la guerriera amazzone si accorge che i briganti sumerici tengono prigioniera l’Alata, perciò sguaina la spada e uccide alcuni degli uomini e riesce a liberare la ragazza-angelo.  Nelle pagine seguenti l’amazzone giunge in una città governata da una religione particolare che vita il possedimento dell’oro e dei soldi, la popolazione è estremamente timorata da questo culto di Marduk e vieta anche di pronunciare le parole “mercato”, “oro”, “moneta” ecc. Ovviamente tutta la popolazione cade nell’omertà e nell’ipocrisia perché sono alla perpetua ricerca di denaro e lusso; la guardia cittadina inoltre è alla ricerca di un antichissimo manufatto di diamante rubato dalle catacombe reali. Tutti credono sia stata l’irruenta amazzone straniera, ma alla fine veniamo a scoprire che è stata proprio la donna-angelo a trafugare quel prezioso reperto mentre fuggiva via. Il racconto si conclude con alcuni duelli e con la nostra amazzone che salva cara la pelle e si congiunge amichevolmente con la donna Alata. Salvatrice e salvata coesistono nello stesso genere sessuale, ma ognuna riesce a imporre la propria personalità nel racconto, la scaltrezza e irruenza guerriera tipica delle amazzoni e un misto di innocenza tradita e malizia dalla donna angelo-ladra.

            Le protagoniste delle opere di Zuddas sono spesso amazzoni, le più celebri sono le protagoniste dei suoi romanzi più apprezzati (dalla critica e dal pubblico), Ombra di Lancia e Goccia di Fiamma riempiono con le loro avventure i romanzi: Amazon, Le amazzoni del sud, Stella di Gondwana  e Il volo dell’angelo. I romanzi sono caratterizzati da ritmi calzanti e vivaci, intrisi di avventura e umorismo senza scadere nel turpiloquio e nel volgare. Le amazzoni in questo ciclo vivono nelle Terre Mediane ovvero nei pressi di un Mediterraneo ancora in via di formazione e circondate da popolazioni bellicose[20].

 

Una parentesi Weird Tales

 

Catherine Lucilie Moore approda sulla celebre rivista Weird Tales nel 1933 con il racconto Shambleau blasonato dai lettori e dai fruitori più colti del magazine.  Soltanto un anno dopo, nel 1934 vedrà la luce il suo ciclo più apprezzato Jirel di Joiry[21], il quale è uno dei più importanti contributi della letteratura femminile fantastica; anche se l’identità di genere venne omessa dall’editore che chiamava la scrittrice soltanto per cognome. Quando sposò il celebre scrittore Henry Kuttner smise di scrivere col proprio nome e probabilmente collaborò con il marito a stilare diverse storie, tra cui il volume ristampato di recente da Elara: Il mondo oscuro[22].

           Jirel è la protagonista-eroina delle avventure ambientate in una Francia medievale, la guerriera della Moore incarna perfettamente il bagaglio epico e cavalleresco della pulzella d’Orleans Giovanna d’Arco; e bisogna ovviamente ricordare che la “fantastica” Jirel e la storica Giovanna d’Arco ispirarono Howard per la creazione di Agnes donna di spada. Nel racconto The Black God’s Kiss la valorosa Jirel viene catturata da Guillaume che la porta in un’altra dimensione orrorifica e la costringe a baciare un idolo mostruoso. Oltre la trama il vero pregio dei racconti della Moore risiede nella complessa caratterizzazione dei personaggi, potenziati da un’architettura mirabile di reti sentimentali e psicologiche; la scrittrice unisce con una cultura disarmante le ambientazioni cavalleresche e gli orrori cosmici e bizzarri, tanto da essere apprezzatissima da Lovecraft.  Come afferma Sam Moskowtiz la narrativa della Moore è un sontuoso arazzo letterario che si dipana tra orrori soprannaturali medievali e inebrianti discussioni retoriche.   Risulta estremamente significante che il maggior successo della Moore sia stato conseguito sotto lo pseudonimo maschile o dietro il cognome del marito o celando la sua vera identità; la Moore era estremamente forte di carattere ma ferita da una infanzia difficile e da un corpo soggetto spesso a malattie. La Moore si rifugia nei libri, nelle avventure e negli scontri bene-male per vivere quello che il suo gracile corpo gli aveva tolto in gioventù, da un lato la regina guerriera che si autodetermina e compie gesta gloriose e dall’altro la sua autrice chiusa in biblioteca a coltivare un carattere schivo e introverso. Il parallelismo che intercorre tra Jirel e la Moore è davvero complesso e sembra uno dei punti focali dell’autrice, risulta singolare vedere il successo di un personaggio femminile ma non veder apprezzata in toto la sua creatrice che si cela in continuazione, probabilmente spaventata dalle pesanti critiche del patriarcato intellettualista degli anni 30-40, a ben ragione.

 

Riflessioni sulla contemporaneità fantastica

 

Negli ultimi anni il genere fantastico sta sempre recuperando più terreno, poiché capace di sdoganare gli stereotipi e imporsi come un genere letterario di tutto rispetto, raggiungendo le vette accademiche e aprendosi a fette di acquirenti sempre più ampie e diversificate.

            Questo successo proietta il fantasy e tutte le sue sfumature oltre le semplificazioni e allo snobismo critico del passato, ora non è più un ex-genere di nicchia, monopolio esclusivo delle sub-culture nerd-geek ma un prodotto socioculturale mainstream e soprattutto friendly, ovvero le tematiche che la narrativa contemporanea fantastica può offrire sono molteplici e rivolte anche alle “minoranze” o a quegli individui ingiustamente discriminati. Basta pensare allo scrittore statunitense di origini arabe Saladin Amhed (1975) che ha composto una trilogia del tutto orientale e arabeggiante, rivolta a far conoscere il fantastico mondo della cultura islamica agli occidentali[23]. Per non parlare del nuovo revival fantastico di stampo africano! A capitanare questo fulgido movimento narrativo c’è la scrittrice afroamericana N. K. Jemisin (1972) con la sua premiatissima trilogia Broken Earth, di prossima pubblicazione per i tipi di Mondadori nella collana Oscar Fantastica.  Sottolineo che è stata la prima autrice di colore a vincere il premio Hugo per il miglior romanzo. L’autrice è particolarmente legata ai temi e ai conflitti scaturiti dalle oppressioni culturali, soprattutto leggere le sue opere permette di ampliare la nostra conoscenza in merito ai popoli dimenticati e al loro meraviglioso hummus culturale.     

            Tomi Adeyemi (1993) è la giovanissima autrice afroamericana che in Italia è approdata con la Rizzoli con il suo romanzo d’esordio Figli di Sangue e Ossa. La trama si snoda in un viaggio onirico e epico alla ricerca di una magia scomparsa, attraversando mirabili paesaggi esotici e dal sapore africano, il naturalismo dell’ambientazione ci lega profondamente con le forti protagoniste del romanzo e del loro amore per la terra.  Nonostante sia una storia violenta e primordiale rimane lo spazio per il lato sentimentale, pur sempre ottenebrato dalle tinte fosche del tradimento e della guerra. Sullo sfondo di una terra primigenia e decadente vediamo all’opera non solo i “popoli messi a tacere” ma le donne che plasmano la loro identità.

            Nnedi Okorafor (1974) è arrivata in Italia nel 2015 con il titolo stampato dalla Gargoyle: Chi teme la morte. La profezia di Onye.  Per la fantascienza invece ha pubblicato con Zona42 il romanzo Laguna. La scrittrice di origini nigeriane ambienta volentieri le sue opere nell’Africa occidentale, terra a cui è legata sentimentalmente e cerca di trasporre le difficoltà contemporanee attraverso i suoi mondi fantastici. Anch’essa riesce a dare un ruolo primario alle donne e alle culture schiacciate dalla pesante impronta del colonialismo occidentale.

Con questi brevi esempi si denota facilmente l’incontro tra argomenti esclusi dalla grande narrativa e la presenza di personaggi femminili forti e indipendenti, il risultato è una nuova epica letteraria, non meramente continentale o geografica, ma che si basa sulla rivincita degli oppressi.

            C’è da dire che molta narrativa rasenta la superficialità del politically correct e per questo mi astengo dal segnalare i testi che per pura imposizione moralista distruggono il prodotto letterario per far risaltare il contributo sociale. Ovviamente non è di questo avviso il celebre Richard K. Morgan (1965), conosciuto principalmente per il romanzo di fantascienza Altered Carbon ma che è apparso in Italia anche con i primi due volumi della trilogia A land fit for heroes, Sopravvissuti e Esclusi.

Questa saga puramente fantasy è davvero molto controversa perché abbiamo un eroe-protagonista, Ringil Eskiath, omosessuale e l’autore non ci risparmia numerose e spinte scene sessuali gay. Scelta coraggiosa, osteggiata e allo stesso tempo blasonata ma Morgan ha avuto la bravura da rendere i suoi romanzi perfettamente coerenti e non per questo offuscati dagli appetiti sessuali del nostro eroe. Il risultato è un fantasy gritty, violento e spudoratamente volgare ma riesce ugualmente a scuotere il lettore e a tenerlo incollato alle pagine. Da precisare che la sessualità del protagonista è un tassello importante, non per riempire delle cartelle editoriali ma per delimitare i complessi meccanismi psicologici del protagonista; infatti Ringil è un famoso eroe di guerra ma che viene allontanato e malvoluto dagli abitanti e dalla sua stessa famiglia soltanto per condividere il letto con altri uomini.

            Quando le ambientazioni invece sembrano più “classiche” tocca a dei personaggi immensi stupire il lettore, è il caso dello scrittore Joe Abercrombie (1974), il quale ha scritto libri bellissimi ma che non sono banalmente apprezzati per una trama non del tutto originale ma per la verve e l’epicità dei suoi personaggi. In Italia Abecrombie ha pubblicato con la Gargoyle la trilogia La prima Legge, i romanzi standalone legati all’ambientazione del Mondo Circolare (First Law): The Heroes, Il Sapore della Vendetta, Red Country. Invece con la Mondadori è apparsa la trilogia del Mare Infranto e l’antologia di racconti ambientati nel Mondo Circolare Tredici Lame. Come già detto i romanzi dell’autore inglese sono saturi di personaggi indimenticabili e per parlarne avrei bisogno di una quantità smisurata di pagine, perciò mi limiterò a citare le eroine che infestano il Mondo Circolare.

            Ferro Maljinn è una ragazza dalla pelle olivastra resa schiava dalla feccia imperiale dei Gurkish, una volta riuscita a fuggire viene continuamente braccata per essere riacciuffata, nel suo sangue scorre il sangue degli antichi demoni che le conferisce doti straordinarie. Inoltre è un’abilissima guerriera e letale tiratrice con l’arco. Lei è schiva, scontrosa, e prova una totale sfiducia verso gli altri e il genere umano, nonostante questo prova sempre a fare il possibile per essere migliore dei propri nemici, ovviamente proverà a ucciderli tutti!

            Monza Murcatto, nel romanzo Il sapore della vendetta, invece è una spietata capitana mercenaria della Styria, nemica del Granduca Orso di Tallins, conosciuta per essere la macellaia di Caprile e cresciuta a pane e duelli presso la poco raccomandabile influenza di Nicomo Cosca, spregiudicato e goliardico capitano mercenario spesso ubriaco. Al pari di Ferro anche Monza è un’abilissima guerriera ma a differenza della ragazza-schiava la capitana mercenaria nel suo arsenale ha armi pressoché infinite, spesso può sedurre gli uomini col suo corpo scolpito, avvalersi di fidatissimi sottoposti come Gelido o fantomatici scienziati pazzi o suadenti assassine come Shylo Vitari. A differenza di Ferro, Monza ha ricevuto un’educazione completa sul campo di battaglia, ha comandato eserciti insieme al fratello Benna e servito sotto gli stendardi delle più nobili famiglie, ma come la ragazza del sud Monza muove numerosi fili per compiere la sua agognata vendetta, emulando la pazienza e la sottigliezza del Conte di Montecristo di Dumas…aggiungendo una dose estremamente copiosa di violenza. Monza è una donna completa che non ha paura di compiere delle scelte dall’importanza capitale bensì affronta di petto ogni questione; è lei l’artefice del proprio fato, temprato nel sangue e nell’odio. Una vera anti-eroina grimdark che non ha nessuno scrupolo e persevera i suoi obiettivi con machiavellici piani e contro-piani, e dove non arriva l’astuzia arriva la spada. Inoltre si gode i piaceri della carne, come dovrebbe fare ogni donna “moderna” senza aver timore del giudizio altrui, insomma un capitano mercenario non può mica ascoltare le critiche di mezzo Mondo Circolare.

            Shy Sud invece è la protagonista di Red Country, un romanzo atipico e divertente dalle evidenti tinte western, la storia di questa ragazza che fa di tutto per sopravvivere e portare sulla tavola abbastanza cibo da sfamare i suoi fratellini è caratterizzata da una ricerca e dalla sete di salvare la sua famiglia. Shy è il prototipo più completo di eroina di Abercrombie, non ha poteri, non è una famosa militare ma una semplice ladruncola che cerca di vivere onestamente. Costretta a inseguire i misteriosi rapitori per salvare i suoi fratellini, Shy diventa una predatrice e una combattente. Ma alla fine dei conti, è rimasta la stessa Shy! Semplicemente perché ha lottato tutta la vita per determinare la sua posizione, per farsi rispettare in un mondo arido e violento, per costruire una casa e dare la pagnotta alla sua famiglia! Ora Shy sorella e donna deve soltanto mutare la sua forma di battaglia e fare quello che pochi uomini sarebbero in grado di fare, abbandonare tutto per amore, contro l’ignoto e contro un mondo di briganti e assassini stupratori.

            Se il grimdark non è il vostro genere allora bisogna voltare il proprio interesse verso i magnifici romanzi di Brandon Sanderson (1975), affastellati da personaggi memorabili e unici. Nella complessa trilogia di Mistborn uno dei personaggi principali è Vin, una ragazzina fisicamente minuta che proviene dai quartieri più poveri. Capace di assorbire tutti gli insegnamenti dei suoi maestri diventerà uno dei punti focali dell’intera trilogia, sarà lei con la sua innocenza tradita e la voglia di perpetuare il bene a riportare l’equilibrio in un mondo destinato all’eterna decadenza.

            Nelle Cronache della Folgoluce (La via dei Re, Parole di Luce) ci sono altre donne importantissime, una fra tutte Shallan. La ragazza è una nobildonna che arriva a frequentare i vertici della cultura e dell’aristocrazia Alethi (una delle aristocrazie più importanti sul pianeta Roshar), diventando la pupilla e l’accolita dell’erudita Alethi Jasnah Kolin, altra importantissima figura femminile. Shallan non è una guerriera, ma una studiosa e soprattutto un’artista! Anzi bisogna precisare che nel mondo ideato da Brandon Sanderson sono le donne a detenere esclusivamente il potere della cultura e della saggezza, tutte le arti, tranne quella militare e politica, sono monopolio del matriarcato socio-intellettuale delle Alethi; una società mirabilmente funzionale e sorprendente. Shallan e Jasnah si muovono tranquillamente in giro per il mondo alla ricerca di documentazioni e segreti utili a risolvere l’enigma nascosto dietro l’imminente catastrofe, il destino dell’umanità non è banalmente affidato alle spade e alle cariche eroiche di guerrieri o dagli incantesimi di stregoni o preghiere. Il tutto ruota intorno al dipanarsi inevitabile di una aggrovigliata rete di misteri, i quali possono essere meramente compresi dalle sagge donne che imparano l’arte dello scrivere e del leggere.

 

Conclusione.

 

Nel mondo della letteratura italiana il 2018, dopo 15 anni di ininterrotta dominanza maschile – che la dice lunga su come il traguardo della cosiddetta “uguaglianza letteraria” sia ancora ben lontano dall’essere celebrato –, è l’anno in cui una scrittrice si aggiudica il premio letterario più prestigioso del paese, lo Strega: Helena Janeczek con La ragazza con  la Leica[24]

 

È sintomatico notare che il mondo letterario italiano sia ristagnato, almeno in casa Strega, nei meandri della produzione narrativa maschile, beninteso che non si debba premiare un’opera in base al suo autore ma a seconda della sua qualità letteraria.

            D’altro canto come abbiamo dimostrato poc’anzi la letteratura fantastica ha premiato, ben volentieri, validissime autrici donne, che sono state in grado di elevare la condizione femminile verso traguardi inediti e originali. Se il fantastico può insegnare qualcosa è proprio l’uguaglianza tra i sessi, non viviamo più in un’epoca che osteggia la creatività femminile bensì esalta le giovani autrici e la vecchia guardia a sperimentare ambientazioni inedite, progettare personaggi rischiosi ma funzionali, ad osare a delineare una femminilità inedita e travolgente. Basta ricordare il volume nato dalla penna di Alessandro Forlani, premio Urania nel 2011, Arabrab di Anubi edito dalla Watson Edizioni. Di seguito la sinossi:

 

Arabrab è un’assassina devota al Dio dei Morti: sottratta da adolescente a una vita da principessa, gli intrighi e le ipocrisie della corte dei Faraoni, è iniziata alle arti nere da un sacerdote dello Sciacallo. Combatte culti, poteri oscuri, mostri, demoni e nemici dell’Egitto in avventure attraverso il Mediterraneo della cupa e feroce età del Bronzo. Dalle Piramidi alla Sardegna a Cnosso, il Lazio pre-romano, le tombe degli Etruschi, le isole del Mar Egeo e le foreste dell’estremo Nord, Arabrab si scontrerà con guerrieri e negromanti, automi, concubine, non-morti ed entità: in un viaggio anche interiore e doloroso nella propria condizione di non più del tutto umana.

 

Un affresco primordiale e magnetico che ci presenta una protagonista pronta a tutto, perfino a dubitare della propria umanità.

            Del resto basta approcciarsi al mondo dei media e spulciare il catalogo Netflix per imbattersi in contenuti dal gigantesco impatto visivo e che trasudano concetti fondamentali, è il caso di Umbrella Academy (2019) e della serie Titans (2018). Entrambi i format ruotano intorno all’implosione distruttiva del femminino sacro, ovvero quella furia ancestrale e incontrollabile che viene relegata alle divinità ctonie delle culture primitive; infatti, paradossalmente, i “nemici” dei nostri eroi sono le donne che stanno aiutando, donne dagli immensi poteri incontrollabili e dannose per il pianeta intero.  C’è un totale ribaltamento dei ruoli, il male, inteso come entità, non è un nemico manifesto da combattere! Ma una corruzione e/o una casualità scaturita dalla mancanza del controllo del proprio potere, così in queste serie tv gli eroi (maschi e altre donne) sono costretti a debellare la potenza femminea scaturita dalle proprie sorelle/amiche.  Incredibilmente siamo giunti a vedere la donna come una potenza inarrestabile, non una semplice pedina da manovrare o da salvare. Nel fantastico, declinato nella sua sfaccettatura letteraria e multimediale, stiamo vivendo una new-age del femminino connotato di potenza e sacralità, che ha le sue radici negli ancestrali modelli archetipici già precedentemente analizzati, come per esempio le amazzoni.

 

NOTE

[1]Bigiaretti, L., Disamore, Milano, Bompiani, 1964.

[2]Howard, E.R., Dark Agnes. Donna di spada, a cura di A. Corridore, Bologna, Elara, 2011.

[3]Barrows Bennett, G., L’isola, in Storia della Fantascienza. Le Origini. Vol 1, a cura di U. Malaguti, Bologna, Libra Editrice, 1980.

[4]Pseudonimo maschile dell’autrice Gertrude Barrows Bennett (1884-1948)

[5]Barrow Bennett, G., op. cit. p. 385.

[6]Amazzoni ed Eroine, a cura di J. Salmonsson, Roma, Fanucci, 1987, p. 5.

[7]Lee, T., Scacco a Nord, in op. cit. p. 140.

[8] Ibidem, p. 141

[9]Per il medievalismo inteso come ricezione dell’epoca storica “medioevo” e delle sue manipolazioni socio-culturali consiglio il saggio canonico di  Di Carpegna Falconieri, T., Medioevo militante. La politica di oggi alle prese con barbari e crociati, Torino, Einaudi, 2011.

[10]Cfr. Smith, C. A., Atlantide e i mondi perduti, a cura di G. Lippi, Milano, Mondadori, 2017.

[11]Tolkiem, J. R. R., Il signore degli anelli, il ritorno del re, Milano, Bompiani, 2004, pp. 133-136.

[12]Cfr. Lee, T., Nata dal vulcano, Milano, Nord Editrice, 1996.

[13] AA. VV., Guida alla letteratura fantastica, a cura di C. Asciuti, Bologna, Odoya, 2015, p.33.

[14]Nel racconto Yarl funge da nome proprio ma anche da carica militare, per concordanza fonetica è tranquillamente equiparabile al termine scandinavo Jarl che significa appunto comandante o capitano militare; vista l’ambientazione tra i geli del nord il termine appare ancora più sensato.

[15] Cfr.  Levi-Strauss, C., Il totemismo oggi. Un’introduzione storica e critica allo studio del pensiero selvaggio,Milano, Feltrinelli, 1964.

[16]Morgan, T. J., La donna del deserto bianco, in Amazzoni ed eroine, p. 70.

[17] Cfr.  Van Gennep, A., I riti di passaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 2012.

[18]Cfr. I Nibelunghi, a cura di L. Mancinelli, Torino, Einaudi, 2017.

[19]   Laxdæla saga, a cura di S. Cosimini, Milano, Iperborea, 2015.

[20] AA. VV., Guida alla letteratura fantastica, a cura di C. Asciuti, Bologna, Odoya, 2015, p. 38.

[21]Moore, C. C., Jirel di Joiry, a cura di S. Moskowitz, traduzione di U. Malaguti, Milano, Nord. Segnalo che la presente edizione in nota è la più completa al mondo. Un orgoglio tutto italiano.

[22]Kuttner, H., Il mondo oscuro, a cura di U.Malaguti e A. Corridore, Bologna, Elara, 2016, pp. 7-14.

[23]Saladin Amhed, Il trono della luna crescente, Roma, Fanucci, 2014.

[24]Femminismo e femminismi nella letteratura italiana dall’Ottocento al XXI secolo, a cura di  Parmegiani S. e Prevedello M., Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2019, p. VIII (introduzione)

Scritto da Cristiano Saccoccia

Laureato in lettere curriculum storico con una tesi in storia delle religioni e dei conflitti medievali intitolata: L'assedio di Costantinopoli, 1453 presso l'università di Macerata. Consegue la laurea magistrale nel 2018 in ricerca storica e risorse della memoria nel medesimo ateneo. Non riesce a non ascoltare il richiamo del Fantastico così scrive la tesi intitolata: Il crocevia dei mondi: orientalismo e esotismo nella letteratura fantastica. Una ricerca dell'Oriente e della sua ricezione distorsiva nella letteratura fantastica. Marchigiano doc, è appassionato di storia antica, orientale e antropologia. Grazie alle odierne piattaforme Social entra in contatto con una ricca community unita dall'amore per il fantastico, grazie alla quale conosce il concorso e le pubblicazioni di “Italian Sword and Sorcery”.

Rispondi