Sinossi

I segreti della giungla paiono infiniti, così come le sue meraviglie. Mentre vaga solitario, Kane si imbatte in un uomo in fuga: stupirsi di rincontrare una vecchia conoscenza ed essere coinvolto nell’ennesimo bagno di sangue sarà tutt’uno, e anche stavolta solo l’arcano bastone magico di ‘Nlonga potrà salvarlo nella battaglia contro la stregoneria più nera.


Hawk di Basti – La saga di Solomon Kane #9

di Andrea Gualchierotti

 

Ci giravamo attorno da tempo, forse per esorcizzare l’inevitabile eventualità destinata a verificarsi. Ed eccoci arrivati: anche il ciclo di Solomon Kane ha il suo racconto “riempitivo” o, definizione certo più benevola, il suo pezzo di mestiere: Hawk di Basti.

Anche in questo caso, siamo di fronte a un lavoro postumo alla morte di Howard, e di nuovo è stata la mano di Ramsey Campbell a portare a termine l’ennesima avventura africana del puritano tenebroso.

A volere essere onesti, il racconto non è certo male, anzi tutt’altro: azione e magia nera sono presenti dalla prima all’ultima pagina, a volte in una dose persino maggiore di quella di altre storie celebri. Eppure la formula per il quale il nostro taciturno inglese si trova coinvolto nella consueta sequenza di nefaste vicende mostra inevitabilmente la corda.

Di nuovo peregrinante per la giungla, Kane incontra – destino invero munifico di coincidenze – non solo un bianco, non solo un suddito di sua Maestà Britannica, ma addirittura una vecchia conoscenza, il famigerato Jeremy Hawk, pirata e razziatore. I due inglesi sono stati avversari su navi diverse e sulle onde di mari lontani, ma ora, nel mezzo delle sperdute lande africane, sono i due unici bianchi vivi in una terra ostile. E c’è di più.

Incappato in una di quelle rarità non poi così introvabili negli scritti howardiani che sono le città perdute, Hawk è diventato sovrano dei resti impazziti di un’antica tribù morente, ma è stato recentemente spodestato dalle trame di un intrigante stregone che… Beh, diciamocelo, ogni lettore del buon Bob conosce già questa storia, declinata in vari modi non solo nel Ciclo di Kane, ma anche in altre saghe: un esempio per tutti, il racconto “Gli dèi di Bal-Sagoth” con protagonista Turlogh Il Nero.

Nel caso in questione, la ripetitività di intreccio e il riproporsi di soluzioni già viste (penso sopratutto all’intervento risolutivo, alla fine del racconto, dello sciamano Nlonga) è ben mimetizzato dal gustoso divertimento che comunque la lettura lascia sul palato dei lettori. Hawk, bucaniere sanguigno e sempre pronto a imprecare sul nome di Satana in cento modi diversi, è sicuramente un coprotagonista capace di intrattenere, pur nella semplicità con cui è tratteggiato.

Altresì, i cupi rituali operati fra rovine fantasmagoriche da Agara, decrepito sacerdote e burattinaio della città perduta di Basti, possiedono un genuino senso del macabro, evidenziato dalla sete di sangue inestinguibile dello ierofante nero.

Quanto al cliché della civiltà nascosta e morente nel cuore di un territorio inesplorato – di cui abbiamo già parlato in precedenza – resta da dire come i primi decenni del ‘900 vedessero ancora, seppure in misura minore, il susseguirsi di scoperte favolose (o presunte tali) in diverse regioni ancora poco conosciute tanto dell’Africa quanto di altre regioni esotiche.

Se i tempi delle esplorazioni di Livingstone erano ormai coperti di polvere assieme alle glorie del periodo vittoriano, imprese come ad esempio la conquista della vetta del Ruwenzori o del bacino dell’Uebi Scebelì, risalgono a prima della fine degli anni’20 (per altro, a opera di Luigi di Savoia, Duca degli Abruzzi), e così molti altri viaggi avventurosi nel Continente Nero.

Tutte notizie queste che, è semplice immaginarlo, dovevano infiammare come un uncendio l’immaginazione perennemente avida di scenari selvaggi dello scrittore di Cross Plains

Sarebbe facile dunque, dopo tanti racconti di Kane letti di seguito, cedere alla tentazione di un atteggiamento smaliziato di fronte alle pagine di questa nuova avventura. Qualcuno potrebbe anche ravvisarvi una sorta di “operazione di taglia e cuci”, volta a ritagliare una storia nuova di zecca radunando idee e spunti da materiale già utilizzato.

Ma se anche fosse, poco male.

Spesso si dimentica che il fine di un certo tipo di narrativa, tanto negli anni ’30 quanto ai giorni nostri, è principalmente quello di far restare incollati i lettori alla pagina con ingredienti di sicura presa, siano essi spade insanguinate, sacrifici umani, orrori stregoneschi e quant’altro i vecchi pulp sfoggiavano come cavallo di battaglia nella loro stagione d’oro. Se poi si cerca qualcosa di più, beh, sappiamo bene che il vecchio Robert Howard sa farsi perdonare, e non mancano illustri parti della sua penna a dimostrarlo.

Per il momento, quindi, accontentiamoci di sapere che Kane ha sgominato il Male una volta di più, e che la sua familiarità con i poteri arcani della magia africana è ulteriormente cresciuta, a onta del suo ostentato puritanesimo. Non è un progresso di poco conto, e presto scopriremo il perché.

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