Per “I racconti di Satampra Zeiros” , questa settimana abbiamo il piacere di ospitare Simone Giusti, che ci propone “Raines e la favorita del Sultano”, racconto sword and sorcery di circa 23.000 battute.

Buona lettura.

Autore

Simone Giusti, autore di numerosi racconti e romanzi di genere, laureato in archeologia all’Università degli Studi di Pisa, insegna storytelling e cinema. Vive a Calcinaia con la compagna Denise.
Ha pubblicato: Incubo (Robin Edizioni), Guerre Corporative (Il Foglio), Pisa connection (Marchetti Editore), Portland (Bookabook), la fiaba Il giardino di Boscofitto (Marchetti Editore) e il racconto lungo Ragnarok (Cento Autori).

Raines e la favorita del Sultano

di Simone Giusti

 

La palla di fuoco esplose sul timone e sollevò una vampa viola. La strega nera svolazzava nella notte e gracchiava risate.

Raines tirò fuori la testa dalla paratia dietro cui si era riparato e la prese di mira con le pistole. Jasmine gli fermò la mano.

«No. È un’illusione!»

«Quell’illusione ha carbonizzato il timone!»

Strappò via il braccio e sparò contro la strega che galleggiava a mezz’aria. La palla le attraversò gli stracci neri è sollevò uno sbuffo di fumo. La strega fissò dritto Raines e torse il capo satanica.

«Mi berrò il tuo sangue!»

«Vedremo!»

Raines prese di corsa lungo il ponte della nave che galleggiava sperduta nella notte. Non c’erano stelle, non c’era luna, c’era solo quel maledetto ammasso di stracci che agitava le mani per plasmare palle di fuoco che poi scagliava contro di loro ridendo sguaiata. Sparò con l’altra pistola dalla canna lunga, poi impugnò le altre due con le canne accorciate. Saltò sul castello di prua e fece di nuovo fuoco. La strega assorbì i colpi col sorriso mefistofelico stampato in faccia, poi gli puntò contro il dito. L’unghia era ricurva e nera.

«Tu…»

Raines gettò via le pistole e sguainò spada e daga.

«Fatti avanti, strega.»

La strega allargò le mani e si lanciò contro di lui con un urlo glaciale.

Un boato ruppe la notte e qualcosa la travolse sul fianco spedendola in mare.

Raines sgranò gli occhi, il fiato corto in gola, e dietro l’albero di trinchetto mise a fuoco quel colosso di Bombarda e la gigantesca spingarda imbracciata come un archibugio. La bocca da fuoco larga tre dita fumava ancora.

«Bel colpo, bestione!»

Bombarda poggiò la spingarda e barcollò sulla gamba di ferro. Una ventata nella notte gli agitò i calzoni larghi a strisce bianche e blu. I lunghi baffi biondi sventolavano come banderuole.

Grugno e Cuoio sbucarono da sottocoperta. Il primo con l’archibugio stretto in pugno e la mano a tenersi calcato il morione. Il secondo con le toledo in mano e l’occhio tagliente e preoccupato.

«È morta?», farfugliò il primo.

Raines fece spallucce.

Cuoio si fece il segno della croce.

Jasmine a quel punto balzò fuori dalla paratia, i piedi nudi a far presa sulle assi del ponte e le mani piantate nei fianchi scoperti. La brezza della notte le gonfiava le braghe da odalisca come una vela scarlatta.

«Avresti dovuto darmi ascolto e lasciarmi al palazzo del Sultano!», inveì contro Raines.

«Ah sì? Il fatto è che tuo padre ci ha pagati per riportarti a casa, bellezza. E tre quarti della paga ce la deve ancora dare.»

«Mercenario!», disprezzò lei raggiungendolo a gran passi.

«Non farmi essere scortese», rincarò lui furente.

«Dillo, se lo pensi. Dillo!»

Raines e Jasmine si fermarono uno di fronte all’altra. Gli occhi di lui erano grigi e sfrontati, quelli di lei verdi e arrabbiati.

Raines le puntò il dito in faccia, poi si morse la lingua e inghiottì.

«Aaah! Ragazzina», le voltò le spalle e sbuffò rivolto al mare.

Jasmine tornò alla carica.

«Ero vicina così, tanto così da uccidere lo stregone. Se tu e i tuoi… banditi non mi aveste rapito in quel modo io… lo stregone sarebbe morto e non avremmo di questi problemi, ora.»

Raines si voltò esagitato.

«Stammi a sentire, signorinella dagli strani calzoni. Io non sapevo chi diamine fosse quel Sultano…»

«Visir», lo corresse lei.

«Sì, è uguale», smanacciò. «Quando prendo un lavoro, lo porto a termine. E quelli non sono banditi», indicò i suoi uomini. Poi ci ripensò. «Be’, non come li intendi tu.»

Jasmine si sedette sconsolata sul parapetto e si mise le mani nei capelli.

«Quello stregone adesso non ci darà tregua. È impossibile sfuggirgli.»

«A Venezia non avrai problemi», disse Raines superficiale.

Lei lo guardò in tralice.

«Hai visto di quali forze oscure si può servire. Tu pensi che non avrebbe problemi a trovarmi a Venezia? Od ovunque mi nasconderò? E tu? Ce l’ha anche con te, ora. E sa chi sei.»

Raines e i suoi si scambiarono occhiate preoccupate, poi Raines biascicò a vuoto e ci pensò su.

La ragazza gonfiò il petto e balzò in piedi.

«Ma possiamo rimediare! Torniamo al palazzo e uccidiamolo. Mi avete fatto saltare la copertura, ma ho visto che con le armi ci sapete fare. Siete un po’ rozzi, ma non siete affatto male. Che ne dici, eh?»

Quegli occhi luccicavano smeraldini. Raines però non ci cascò.

«Non se ne parla, bellezza. Torna sottocoperta e fatti un riposino.» Poi si rivolse altri. «Bombarda, issa le vele. Grugno, rotta verso Venezia. Cuoio, be’, tu tieni gli occhi aperti. Questa notte non mi piace.»

«Sei uno sciocco!», brontolò lei. «E anche idiota.»

«Ecco il compito per te, Cuoio. Falla star zitta, che se suo padre ci avesse già pagati, la getterei in mare.»

Jasmine avvampò.

«Come te lo devo dire che Rodolfo non è mio padre! Sono un’avvelenatrice, io! Uccido gli uomini stupidi come voi. Avrei dovuto avvelenare Rodolfo, anni fa. Faide di mercanti, questioni così. Solo che quell’uomo mi voleva troppo bene e mi trattava come una figlia. Ecco perché non l’ho ammazzato. L’incarico del Visir era per tornare in campo e farmi di nuovo un nome. Prima di Rodolfo non avevo mai fallito.»

Probabilmente dallo sguardo interrogativo di Raines si rese conto che il mercenario non aveva ancora afferrato per intero, così si mise in posa sensuale con una mano sul fianco e gli occhi da felina, e agitò i capelli neri sulle spalle.

«Trovi forse qualche somiglianza tra me e Rodolfo?»

Raines si umettò le labbra e scambiò un’occhiata coi suoi. Rodolfo aveva l’aspetto d’una palla di cannone, lei d’una sciabola affilata. Tutti e tre scossero il capo.

«Vedi!», intervenne lei. «Lo hanno capito anche loro. Dunque facciamo rotta per il palazzo del sultano. Su Bombarda», disse al pirata. «Tira su le vele e muoviamoci finché la brezza non cala.»

«Fermò lì, Bombarda», intervenne Raines. Poi l’agguantò per il polso e la strattonò a sé.

«Stammi a sentire, ragazzina, tu…»

In quell’attimo Jasmine sgranò gli occhi e spalancò la bocca senza respiro. Sangue imbrattò la camicetta sotto il seno e Jasmine cadde esanime tra le braccia del mercenario. Dalla schiena sbucava un dardo nero.

«Lassù!», gridò Bombarda indicando un punto nel cielo. Raines storse la bocca. Quel che vedeva sembrava un turcomanno con le ali posticce e una balestra in mano che si librava leggero.

Grugno prese la mira con l’archibugio e lo centrò. Il turcomanno si accartocciò in aria e precipitò in mare.

«L’ho preso, capo!», commentò euforico, ma Raines non lo ascoltava, aveva steso Jasmine sul ponte e senza fiato la guardava. Che fosse morta ancora non ci credeva.

Sollevò gli occhi sui tre compagni appena furono attorno a lui. Era come se cercasse risposte che loro non potevano dare. Poi Bombarda si schiarì la voce e a testa bassa farfugliò.

«Ci sarebbe un modo, capitano. Ma è una leggenda. E nessuno da là è mai tornato.»

 

«Lasciate perdere!», tagliò stizzito il Visir e trottò verso la tenda sul ponte.

«Ma… Signore!», gli corse dietro il capitano. «Mustafà non è tornato. Dobbiamo lanciare un altro ricognitore.» Allungò un’occhiata al giannizzero con le ali posticce seduto sulla catapulta e ai due serventi che tenevano la ruota. La corda di canapa scricchiolava.

Il Visir scosse il capo. Il gigantesco turbante verde danzava come un cobra. Il rubino sulla fronte emetteva strani baluginii colorati.

«L’orrore di Shalek ha fatto il suo dovere. Sappiamo dov’è», sorrise caprino. «Andiamo a prendere la ragazza, Beuluk. Lei ha il dono.»

 

Un tonfo sordo e frusciare marcio sullo scafo. Raines si sporse appena in tempo per vedere un vecchio fasciame che spariva inghiottito nel nero.

«Ma che diavolo… Ehi, Bombarda. Queste acque sono piene di relitti. Sei sicuro che sia la rotta giusta?»

Bombarda scrollò le spalle e aggiustò il timone.

«Qui venivano i vecchi. Altro non so.»

«Dannazione…»

«Guarda, capo, là!», indicò Grugno allungando il mento.

Dalla nebbia comparve il profilo aguzzo e nero di quel che sembrava un dente smisurato. Un canino verso il cielo. Si rivelò un monolito largo a sufficienza e alto abbastanza da incombere su di loro.

«Sembra un’isola.»

Bombarda sgranò gli occhi.

«Oh, no. È molto di più.»

 

«Tu che ti spingi dove nessun altro uomo ha mai osato, vuoi essere il mio dio?», lusingò l’immagine del Visir riflessa nello specchio. Il Visir gongolava.

«Sì che lo voglio. Voglio ricchezze e potere, e poi voglio…»

«Mio Signore», lo interruppe il capitano Beuluk entrando nella tenda.

«Che vuoi?!»

«I giannizzeri volanti hanno avvistato una strana isola a forma d’artiglio. Hanno visto la nave degli infedeli ormeggiata là.»

«E dunque, che aspetti? Fa’ rotta verso quell’isola e fa’ in fretta, Beuluk. In fretta!»

Lo cacciò fuori e contemplò la figura nello specchio. Aveva un sorriso malevolo e gli occhi brillavano d’un fuoco viola.

 

Infiniti gradini scendevano nel buio, la fiaccola scoppiettava sotto le percolazioni, le mani scivolavano sulle pareti viscide e il ticchettare della gamba archibugio di Bombarda era una tortura.

«Non potresti metterci qualcosa?», Raines si voltò accigliato.

«Ho perso il tappo in mare», scrollò le spalle. In braccio portava il corpo di Jasmine come fosse un fuscello.

«Diavolo!»

Avevano ormeggiato all’unico scoglio liscio che avevano trovato, come una sorta di pontile, ed erano entrati in una ferita della roccia contornata da strane incisioni spigolose che mettevano soggezione. Non c’era altra via se non quella scala stretta e ripidissima, coi gradini alti al ginocchio, che dava le vertigini e agghiacciava.

Grugno gli strinse una spalla.

«Capo!»

«Che c’è?»

«E se ci fosse una trappola? Dardi avvelenati, botole, lame…»

«Hai ragione. Va’ avanti tu.»

Grugno inghiottì.

«No, è che io dicevo così per mettervi in guardia, capo.»

«Sì sì, come no.»

Scesero per un tempo interminabile dritti verso le profondità. L’aria divenne pesante e bagnata, il sudore prese a grondare sotto i capelli e il morione, gli affanni fischiavano nell’oscurità. Finché una ventata d’aria fresca rinfrancò i respiri e la scala pareggiò in una sala.

Raines abbassò la fiaccola e stupito fissò di fronte a sé.

Un enorme cono di luce bianca piombava su un lago immobile come piombo fuso. Rischiarava un’isoletta centrale e su questa tre altari.

Cuoio passò le mani sulle pareti.

«Sono blocchi immensi. Sembrano fusi insieme.»

«Sarà la corrosione.»

I tre annuirono poco convinti.

«Bombarda. Vieni.»

Raines e Bombarda si avvicinarono allo stagno. C’erano sette pietre che portavano al centro. Sembrava che il cono di luce rimbalzasse sulla superficie densa come olio nero.

«Dovresti portarla di là, credo», fece Bombarda porgendo Jasmine al capitano.

Raines gli lanciò un’occhiata in tralice. Bombarda cincischiò.

«Ma se vuoi, vengo anch’io.»

Raines trasse un gran sospiro e saggiò la prima pietra.

«Mh. Sembra stabile.»

Ci saltò sopra e ondeggiò in equilibrio. Saltò sulla seconda e sulla terza poi raggiunse rapido il centro dell’isole. Fece cenno a Bombarda che lo raggiunse titubante. Grugno e Cuoio arrivarono subito dopo.

Raines si fermò a pensare di fronte ai tre altari. Erano scolpiti in un solo blocco. I bordi arricciati in testa e in coda, come talami antichi. La pietra grigia riverberava al fascio di luce fredda e immobile. C’erano miriadi di gemme incastonate nel pozzo ed era come essere sotto uno strano cielo.

«E adesso, quale?»

Bombarda fece spallucce.

«Lo sapevo. Tocca sempre a me», bofonchiò. «Allora, vediamo. Quello a sinistra… è a sinistra, e la sinistra è la parte del diavolo. Quindi no. Quello al centro è il più scontato. Dunque neanche questo. Quello a destra… Sì, quello a destra. Ma forse è un inganno… Dannazione!»

Strappò Jasmine dalle braccia di Bombarda e l’adagiò sull’altare di sinistra. Si piantò i pugni nei fianchi compiaciuto.

«Bene.»

Dal becco di una statua di aquila che nessuno aveva notato uscì una moneta di pietra che rotolò su uno scivolo incurvato e finì su una guida lungo l’altare. Raines la fermò e la esaminò tra le dita.

«Sembra una moneta.»

«Capo, credo che dovreste lasciarla scorrere», fece Grugno e indicò una fessura a metà altare. «Secondo me doveva finire là dentro.»

Raines gli rifilò un’occhiataccia.

«Mh. Hai ragione.»

Cuoio si fece il segno della croce. Bombarda sbuffò. Raines infilò la moneta.

Si sentì cadere dentro, rimbalzare su vari livelli e infine scivolare. Finché gli parve di percepire come se fosse caduta in acqua. O forse no.

I quattro inghiottirono.

Raines si avvicinò a Jasmine per controllare se respirava e di colpo lei spalancò gli occhi. Erano palle rotanti e nere. Digrignò le fauci affilate e balzò in piedi sull’altare, curva e satanica.

«Bel Raines. Ti divorerò le interiora!»

«Mi sa che abbiamo sbagliato.»

Sfoderò la pistola e le aprì un buco nel petto. La creatura crollò morta sull’altare. Fumo e sangue nero sgorgavano dalla ferita.

«Capo», esclamò Grugno.

«Che c’è? Tanto era già morta.»

Raines prese il corpo di Jasmine e si voltò verso gli altri due altari. Ci pensò un attimo e l’adagiò su quello a destra.

Una nuova moneta scese dal becco dell’aquila e rotolò nella fessura. Un attimo dopo la superficie dell’altare tremolò come liquefatta e il corpo di Jasmine sprofondò lentò nella pietra.

«No!»

Raines si gettò su di lei e l’agguantò. Ma il corpo era pensante come un masso da decine di tonnellate. Rimase aggrappato a un braccio mentre la ragazza scompariva inghiottita nella roccia e il peso trascinò dentro anche lui. Grugno e Cuoio lo afferrarono in tempo per uno stivale. Denti stretti e muscoli tesi. Stavano per finir dentro anche loro quando Bombarda li abbracciò entrambi e li tirò fuori. Lo strattone fu così forte che uscì Jasmine con Raines aggrappato. Finirono tutti per terra intrecciati. Raines balzò in piedi adirato.

«Dannato altare. Io…»

Si trattenne. Prese di nuovo Jasmine e si avvicinò all’altare centrale.

«Lo sapevo che eri tu.»

Scambiò un’occhiata coi tre e adagiò il corpo di lei.

La moneta fece lo stesso percorso e finì nella fessura.

Aspettarono per qualche attimo. Ma niente si muoveva.

«Questo posto è una presa per i fondelli.»

Bombarda incrociò le braccia.

«I vecchi da qui facevano viaggi nell’Aldilà. Magari non si può fare il contrario.»

Cuoio scosse il capo.

«Io dico di seppellirla in un cimitero.»

«Non se ne parla!», tagliò Raines.

«E se la portassimo da Calcidemus?», propose Grugno. «Lui riporta in vita le persone.»

«Le rimette in piedi», intervenne Cuoio. «Ma senza anima e senza spirito. Le carni marciscono in fretta. E poi sono idiote.»

Raines ci fece un pensierino.

«Be’, nel tempo che la carne imputridirà, noi avremo già il nostro malloppo.»

Gli altri lo guardarono perplessi.

«Che c’è?»

«Capo. Una luce!»

«Dove?»

Grugno indicò il petto della ragazza.

«Una luce bianca su di lei», farfugliò.

«Aaah, io non vedo un fico secco. Sentite, io mi sono rotto di questo posto. Facciamo rotta verso Calcidemus e poi verso Venezia. Andiamo…»

«Guardateli, quei ladroni!»

La voce gracchiante gelò i quattro. Passi rapidi dei giannizzeri circondarono il laghetto e puntarono gli archibugi. Dal buio della scalinata comparve il Visir. Pizzetto lungo e nero e sguardo malvagio. I suoi occhi erano rubini che bucavano l’oscurità.

«Il Sultano fa tagliare la mano destra ai ladri. Ma fa impiccare chi rapisce le donne del suo harem. Uccideteli!», sputacchiò. «Ma attenti a non colpire la ragazza.»

I giannizzeri armarono i cani sugli archibugi. Le micce rosse fumigavano bluastre. Raines sbuffò.

«Lo sapevo che andava a finire male. Ah!»

Sfoderò le pistole e prese a sparare.

Centrò un giannizzero che crollò di schianto. Il secondo colpo scintillò sulla parete, rimbalzò sulla volta e si spense nel lago. Mai visto un rimbalzo così. Cuoio intanto era saltato nel mezzo ai giannizzeri con le spade sguainate e ne aveva infilzati due e spezzato l’archibugio al terzo che rimase a guardarlo con gli occhi larghi come dobloni prima di morire infilato alla gola. Grugno ne abbatté due col suo archibugio a quattro acciarini. Bombarda si gettò sulle natiche e fece fuoco con la gamba archibugio centrando un giannizzero al petto. Si tirò su un ginocchio e caricò la spingarda con brecciolino per avere la potenza della mitraglia di cannone.

I giannizzeri risposero al fuoco. Erano due dozzine con Beuluk che gridava ordini e si agitava. Raines e compagni dovettero cercar rifugio dietro l’altare o stendersi per terra per non esser sforacchiati.

Fumo e spari e fiammate e urla. La battaglia infuocava.

«Grugno!», chiamò Raines dopo aver svuotato le altre due pistole contro due giannizzeri, beccandone solo uno. «Fa’ secco il baffone! Al Visir. Centra il Visir.»

Grugno annuì concitato, calcò il morione in testa e prese la mira ginocchio a terra sul bordo del lago. Cuoio danzava con le toledo tra i giannizzeri tenendoli a bada, ma poi si aprì uno spiraglio nella mischia e si liberò il tiro. Grugno fece fuoco.

La palla attraversò l’aria con un sibilo ma si fermò a due dita dal giustacuore di seta verde del Visir e cadde a terra come un sasso.

«Quale diavoleria è mai questa», bofonchiò Raines.

Grugno inghiottì.

La risata del Visir frenò i duelli. La cantilena finora borbottata sottovoce prese vigore. Erano parole dure e gutturali che rimbalzavano sulle pareti e facevano male.

Fumi nerastri sbuffarono dalla sua bocca e si addensarono attorno a lui. Salirono sulle spalle e si intrecciarono fino a dar vita a forme orribili e contorte, bicipiti mostruosi, mani abnormi, artigli affilati. E infine una testa aguzza sormontata da occhi ferini.

Il Visir spalancò le braccia e urlò. La bestia gobba e nera lo copiò. Il suo ruggito agghiacciava. Era come un’immagine di lui che rifletteva il mondo di tenebre e oscurità. Uno il dio, l’altro il burattino.

«Aaah. Dovrei smetterla con queste cose!»

Raines caricò i cani e sparò contro la creatura. La battaglia infuriò.

La bestia si lanciò verso il lago e in un’orgia di satanica fame si scagliò incontrollata contro i giannizzeri. Artigliava le anime di quei disgraziati che urlavano e si pisciavano sotto immobilizzati dal terrore, e le strappava. I corpi crollavano a terra mentre la bestia si infilava in bocca fantasmi che si agitavano come pesci e strillavano a squarciagola. Anche Cuoio si fece sotto e affondò le lame nelle vestigia incorporee della bestia fendendo solo aria e fumo. Poi mirò dritto al petto del Visir che folle e perverso rideva. Le lame si fermarono a un palmo come bloccate da una forza misteriosa. Allora la bestia colpì lo spadaccino spedendolo inerme contro al muro.

Grugno si lanciò martello in pugno saltando pietra su pietra. La mano della bestia lo scagliò lontano come foglia soffiata via. Bombarda prese la mira con la spingarda. La mitraglia che avrebbe strappato le carni a un’intera guarnigione deviò rimbalzando contro il muro. La bestia allora si liberò di lui addormentandolo con un’artigliata nel cranio.

Si fermò sul bordo del lago, ansante e famelica, a fissare Raines immobile di fronte all’altare. Per un attimo Raines ebbe la sensazione che ci fosse qualcos’altro oltre alla bestia e al Visir. Qualcos’altro di oscuro molto più alto e molto più lontano che giostrava quei due come un marionettista: muovendone i fili. Poi quella sensazione svanì perché il mostro si era chinato su di lui a tal punto che ne sentiva l’olezzo del respiro.

«La tua anima sarà mia.»

«Vieni a prenderla, coglione.»

Il Visir e la bestia sollevarono la mano. Si fermarono all’improvviso.

Le acque plumbee dello stagno avevano preso a vibrare. Miriadi di gocce saltavano tra onde concentriche sempre più veloci. Un rombo profondo e bruno sconquassava le viscere. Lo stomaco salì in gola.

Poi il Visir fissò atterrito alle spalle di Raines e prese a strillare. La bestia di fumo esplose in stracci disciolti e il Visir si straziò le carni del volto e si cavò gli occhi. Poi si scagliò assurdo contro il muro e ci sbatté la testa fino ad aprirsi il cranio in due. Crollò per terra come un burattino spezzato.

Raines si voltò lentamente verso la luce scarlatta che si era accesa dietro di lui e con la coda dell’occhio gli parve di intravedere una sensazione di spaventosa creatura di corna e terrore avvolta da luce nera sopra l’altare. Ma forse fu solo una sensazione, perché appena guardò meglio trovò la solita luce bianca e il corpo di Jasmine inerme sulla pietra.

La vibrazione del lago finì e con essa il frastuono.

«Bombarda», aiutò il pirata a tirarsi in piedi.

Il gigante si teneva la testa e barcollava. Poi si precipitò ad aiutare Grugno e Cuoio che si riprendevano e ancora scossi si guardavano attorno come ubriachi, senza dar l’idea di capire. Qualche giannizzero si alzò in piedi e fuggì a gambe levate. Anche Beuluk sgusciò fuori dalla roccia dove si era riparato e corse via ansimando come una fanciullina. Raines si infischiò di loro. Poi tornò al centro dell’isola e all’altare.

Jasmine respirava.

Aprì gli occhi sconvolti boccheggiando come un annegato e Raines l’abbracciò. Si guardarono sconcerti, poi Raines controllò la schiena della fanciulla e si accorse che non c’era più la ferita.

«Aaah, non le capirò mai certe cose.»

Un attimo dopo l’acqua del lago riprese a bollire. Le pareti a tremare. Stavolta era un rombo più acuto e sgradevole di prima.

«Io dico d’andare, capo», fece Grugno.

Nessuno ebbe da ridire.

 

Uscirono fuori che il sole era spuntato e diradava la nebbia mostrando l’azzurro del cielo. Saltarono a bordo e tagliarono gli ormeggi mentre il monolite nero sprofondava tra le onde e dal portale sbuffavano gli ultimi fiati.

Quando furono al largo il monolite nero non c’era più. Neanche i relitti si vedevano sull’orizzonte. Era come se quell’isola e quei relitti appartenessero al fondo del mare.

Jasmine si strinse a Raines.

«Ho visto la mia strada. Ho visto… ho visto chi sono. E c’eri anche tu.»

«Dove?»

«Là. Con me. Ed eravamo insieme.»

«Interessante.»

Gli occhi di Jasmine brillarono smeraldini.

«Grazie, Raines. Scusa per tutto ciò che ti ho detto. Anche a voi», aggiunse rivolta agli altri. «Vorrei tanto trovare un modo per ringraziarvi a dovere.»

Raines sogghignò sardonico.

«Be’, io uno lo conoscerei.»

«Screanzato!», lo spinse via.

Lui l’afferrò per un polso.

«Dammi un po’ di fuoco.»

E la baciò.

 

  • § §

 

Jasmine si svegliò col sorriso sulle labbra. Il sole sferzava la cabina. Il giorno e la notte con Raines erano stati fuoco e tempesta. Balzò fuori dal letto e trovò due soldati della Serenissima che sghignazzavano di fronte alle sue nudità. Jasmine si nascose tra le braccia e strillò.

«Raineees!»

Poco dopo i due soldati la trascinarono sul ponte avvolta nelle lenzuola e con la corda ai polsi. Scalciava come una puledra ed ebbero difficoltà a trasbordarla sulla galeazza ormeggiata alla piccola nave dei mercenari.

«Raines!», gridò lei nel vedere quel dannato brigante sul ponte a gozzovigliare assieme ai suoi luridi compagni di sventure.

«Mi dispiace, piccola, ma il tuo paparino ha pagato troppo bene», fece lui tintinnando un sacchetto di monete. «E poi tra noi le cose non potevano funzionare.»

«Raines. Sei un lurido figlio di…»

«Mollate gli ormeggi!»

I veneziani spinsero via la galeazza. Gli schiavi moreschi calarono i remi e la nave prese il largo. Jasmine piantò occhi furenti e bagnati verso quel dannato mascalzone che la salutava irriverente dal castello di poppa. La gola le si strozzava.

«Mi vendicherò, Raines. Un giorno mi vendicherò!»

La spinsero sottocoperta. L’ultima cosa che vide fu Raines che gettava la testa indietro e rideva.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e fondatore di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Scrive per Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica contributi relativi allo sword and sorcery e alla narrativa fantastica. Ha pubblicato con Solfanelli, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ consulente della Commissione Contratti della World SF. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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