Cronache nemediane – Armati con stile

ARMATI CON STILE

di Adriano Monti Buzzetti

 

Articolo tratto da Focus Storia febbraio 2015


Il ducato sforzesco nel Rinascimento era già una capitale della moda. Almeno in fatto di armature. E le armi bianche prodotte dagli armorari meneghini erano ambite da tutti.

Un’aureola luminosa sospesa sui boccoli biondi, l’immancabile carcassa verde del mostro schiantata a terra: nel celebre San Giorgio di Andrea Mantegna, la leggenda aurea del pio uccisore di draghi ci viene riproposta completa di tutti i più classici accessori. Tuttavia un dettaglio del quadro è assolutamente storico, anzi di vera e propria cronaca del costume: l’elegante corazza del santo guerriero. Proprio come l’occhio allenato di una fashion victim contemporanea riconoscerebbe un capo di Armani o di Versace un gentiluomo del Rinascimento, davanti a quell’armatura dalle forme smussate e dalle linee armoniose, avrebbe proclamato con sicurezza: “è di Milano, dalla bottega dei Missaglia!”. Risposta azzeccata ma neanche troppo sensazionale: a metà Quattrocento infatti i nomi delle più affermate famiglie di armaioli (o “armorari”, secondo la dizione più antica) meneghini erano ormai famosi quasi come griffe di moderni stilisti, i loro prodotti celebrati nelle corti d’Europa e ben riconoscibili nell’estetica, la loro resistenza testata su innumerevoli campi di battaglia. Non erano gli unici, certo: la metallurgia andava forte anche in città europee come Augusta, Norimberga, Innsbruck e Toledo, nonché in centri italiani quali Firenze, Ferrara, Urbino e Napoli.

Eppure i raffinati e costosi manufatti guerreschi del Ducato di Milano, in particolare le armature, avevano qualcosa in più: un ingrediente segreto che oggi forse chiameremmo design. Indispensabili per il mestiere della guerra, segnato ormai dal compiuto esordio dell’arma da fuoco, la loro bellezza le aveva rese anche un irrinunciabile status symbol per i ceti più abbienti. Ecco perché Mantegna, Donatello, Paolo Uccello, Botticelli, Giorgione, Tiziano e molti altri artisti rinascimentali avevano voluto “fotografare” nei loro dipinti questo fondamentale accessorio del corredo maschile dei loro tempi.
Capitale della moda…in acciaio, Milano lo era del resto sin dal Trecento: il primo documento che attesta concessioni ad un armaiolo risale al 1337, ma è con l’ascesa al potere di Gian Galeazzo Visconti nel 1379 che l’elargizione sistematica di favori e privilegi a questi artigiani aprirà la strada al loro exploit nel primo Rinascimento, con oltre cento botteghe in attività. Perché proprio nella città lombarda? “I motivi” – spiega l’esperto Silvio Leydi – “sono molteplici. Anzitutto la presenza di materie prime, quindi di miniere di ferro in territori che il Ducato controllava: il Bergamasco, il Lecchese e soprattutto l’area di Brescia con la Val Trompia, nell’orbita della Serenissima solo dopo il 1426 e non a caso specializzatasi in seguito nel parallelo settore delle armi da fuoco. Scaldando e battendo il ferro a ciclo continuo, gli armaioli di Milano eliminavano le scorie minerali di carbonio ottenendo pian piano lastre d’acciaio di ottima qualità, che andavano però faticosamente modellate a colpi di maglio: non dimentichiamo che forni a temperature adatte per liquefare il ferro non esisteranno fino al Settecento”. Altra ragione del boom delle armi, la ricchezza e l’esuberanza militare del Ducato. “Non a caso” – prosegue Leydi – “lo stesso Leonardo da Vinci scelse di accreditarsi alla corte di Ludovico il Moro come ingegnere bellico ed esperto di fortificazioni, piuttosto che come artista. Gli investimenti della Milano quattrocentesca nel business della guerra faranno la fortuna delle grandi dinastie di armorari milanesi, di cui i Visconti e gli Sforza erano gelosi al punto di vietare loro di viaggiare per timore che divulgassero i loro segreti professionali”. Nella prima metà del XV secolo la professione è in pieno sviluppo: le cronache raccontano che dopo la battaglia di Maclodio del 1427, Milano potè approntare armi e corazze per 4000 cavalieri e 2000 fanti.

La memoria di questa attività ha lasciato tracce nella toponomastica cittadina con le centrali via degli Spadari e via degli Armorari, mentre nella cerchia interna dei Navigli troviamo via del Mulino delle Armi: per muovere i pesanti magli degli operai della guerra serviva l’energia dell’acqua. Complice del successo, anche una novità epocale: il passaggio dall’armatura mista in “maglia e piastra” – cioè la vecchia cotta maglia del Medioevo, con l’aggiunta di protezioni metalliche applicate sopra gli anelli di ferro – alla definitiva armatura a piastre, composta da robuste “pezze” d’acciaio fra loro interconnesse: un capolavoro di tecnica (v.box) al quale i fabbri milanesi diedero un contributo fondamentale, man mano che alle efficienti armi ed armature da battaglia si sovrapponevano le loro opulente versioni “da parata”: pezzi unici belli come sculture, con motivi zoomorfi o floreali decorati ad agemina – cioè con inserti di oro o argento, che riempivano solchi tracciati a bulino sull’acciaio – e talora arricchiti da pietre preziose. Ovvio che i prezzi fossero spropositati: “una delle armature da parata più belle, costruita intorno al 1560 per l’arciduca Ferdinando II del Tirolo, spuntò quello che forse è il prezzo più alto mai pagato per un’armatura: 2600 scudi, qualcosa come dieci quadri di Tiziano messi insieme”, sottolinea Leydi. “Ovviamente una semplice armatura completa da battaglia costava molto meno, ma pur sempre come un intero anno di paga di un artigiano specializzato”. Problema non da poco, considerando che lo sviluppo dei giochi guerreschi di corte aumentava l’esigenza di non avere un solo completo di metallo, ma un intero guardaroba. L’armatura da giostra – cioè scontro a due tra cavalieri montati e armati di lancia ma divisi da uno steccato – era infatti diversa da quella per il torneo, vale a dire il combattimento “a squadre” in campo aperto. “Per la giostra ad esempio gli armorari milanesi inventarono un pesante elmo da incernierare al petto, una specie di scafandro da palombaro, con cui proteggere il capo nel caso che il colpo di lancia fosse slittato verso l’alto. Con ‘giochi’ simili c’era infatti poco da scherzare: proprio un incidente di giostra nel 1559 costò la vita a re Enrico II di Francia”. Guerra, sport, sfilate: ogni situazione aveva esigenze diverse, ma una sfilza di armature ad hoc superava le possibilità di buona parte dell’aristocrazia; Fu così che i milanesi inventarono l’idea delle “guarniture”, pezzi intercambiabili che potevano rendere una sola armatura-base da guerra adattabile ad utilizzi diversi. Più che dalle lussuose commesse dei singoli, tuttavia, la prosperità degli armaioli venne garantita dalle non meno esigenti forniture per gli eserciti. “Dagli antichi contratti conservati sino a noi sappiamo che spesso veniva richiesto un test: alcuni pezzi a caso della partita erano provati ‘a botta’, cioè a colpo di archibugio o di pistola; su alcune di queste corazze conservate nei musei d’armi si può ancora osservare l’incavo lasciato dal proiettile”. La storia ci ha anche tramandato i nomi di famiglie milanesi che divennero sinonimo di eccellenza nel settore: tra questi i Da Merate e i Piccinino, fuoriclasse della produzione di spade, il campione delle “guarniture” Pompeo Della Cesa, ma soprattutto i Missaglia, il cui vero cognome era Negroni e che furono un po’ gli Agnelli delle armi antiche. Originari di Ello, nel Lecchese, il capostipite Tommaso e quindi il figlio Antonio con la perfezione tecnica delle loro armature – contese da sovrani del calibro di Massimiliano I d’Asburgo e Alfonso d’Aragona, ed oggi in bella mostra nei più famosi musei d’armi del mondo – fecero la fortuna della famiglia, che da Ludovico il Moro ricevette proprietà, esenzioni fiscali ed anche un titolo nobiliare. Si narra addirittura che il duca, per amicizia verso Antonio, durante un incendio nel sontuoso (ed oggi scomparso) palazzo Missaglia in via Spadari accorse personalmente a dare una mano ai soccorritori. Divenuti ricchi, i discendenti dei Missaglia smisero col tempo di occuparsi di armi e nella loro attività subentrò con successo una famiglia quasi omonima, i Negroli: i fratelli Filippo Gianbattista e Francesco lanciarono per primi la moda dell’armatura da parata, in particolare di quella cosiddetta “all’antica” che si ispirava alle corazze dei condottieri romani. Questa produzione d’élite, unita ai grandi appalti per una fanteria che si avviava ad oscurare in battaglia la vecchia cavalleria pesante, garantì la salute del comparto per tutto il Cinquecento.

Nel secolo successivo, il lento ed inarrestabile declino: “a causarlo, la devastante celebre peste del 1630, di manzoniana memoria, ma ancor più le mutazioni nella geografia dei conflitti, le cui zone-chiave con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) si spostarono verso l’Europa centrale, privando Milano di quella posizione strategica che ancora deteneva con la dominazione spagnola nella seconda metà del Cinquecento. Infine artiglierie ed armi da fuoco portatili migliorarono moltissimo in precisione, velocità potenza, il che rese la difesa passiva offerta dalle corazze sempre meno efficace”. Nella Milano di fine Seicento le botteghe armorarie si contavano ormai sulle dita delle mani. Il crepuscolo della guerra a misura di cavaliere era ormai un fatto compiuto: il testimone passava inesorabilmente alla polvere da sparo ed ai vicini archibugiari bresciani, pionieri di un’industria fiorente ancora oggi.

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