La lama che fa tremare anche il demonio – I passi all’interno – La saga di Solomon Kane #11

Sinossi

Esistono porte che non dovrebbero mai essere aperte, sigilli che non dovrebbero mai essere spezzati. Nel cuore della giungla, antichi portali trattengono un male antico e senza nome, almeno finché la cupidigia degli uomini non giunge ad aprirgli nuovamente la via…


Commento

I passi all’interno è un racconto chiave del ciclo dedicato a Solomon Kane.
Fra le sue pagine, l’intera saga raggiunge la piena maturità stilistica e di contenuti, riunendo nel breve svolgersi del suo intreccio tutti i principali temi attinenti il suo protagonista, ed elevandoli grazie alla rivelazione – non certo estemporanea – del senso segreto delle sue molte avventure.
Come ormai di consueto, l’apertura della storia ci mostra il vagabondare di Kane nelle sterminate giungle africane, vera e propria wasteland tropicale dove – come nei poemi cavallereschi di marca anglosassone – il Meraviglioso alligna dietro ogni svolta del sentiero, e in cui la desolazione – fatta qui di opprimente vegetazione sempreverde – è quasi il riflesso di una condizione spirituale.
E’ facile dunque intuire, tanto per il lettore della materia di Bretagna che per l’affezionato di pulp, come l’errare del puritano sarà presto interrotto da qualche imprevisto dalle conseguenze imprevedibili. Siamo facili profeti: dopo non molto, l’inglese si imbatte in una visione capace di annebbiare con vapori sanguigni persino la sua tempra forgiata nell’acciaio della battaglia.
Un gruppo si schiavi si trascina nella giungla, pungolato dalla sferza di cacciatori di schiavi arabi. Non è una scena di fantasia: per tutto il medioevo e fino alla fine dell’Ottocento, gran parte dell’Africa Nera era percorsa dalle scorrerie di simili schiavisti provenienti dal Medio Oriente, che lucravano sulla pelle e il sangue delle tribù locali grazie a un turpe commercio di carne umana. Assistere alla pigra ferocia della razzia scatena in Kane ricordi di un passato fatto di sangue e tormento: non sappiamo come, né quando, ma egli ha assaggiato il gusto tagliente dello scudiscio musulmano, incatenato al remo di una galea turca. E scopriamo anche che i pirati barbareschi sono già stati ampiamente ripagati – in avventure che rimangono avvolte dal mistero – con terribili e inesauste vendette.
Ciò nonostante, il nostro avventuriero errante non è uomo da dimenticare, né in grado di rimanere insensibile al barbaro trattamento riservato ai poveri schiavi di cui spia il tormento acquattato fra la vegetazione. Egli reagisce prima ancora di rendersene conto: in un attimo, balza addosso agli arabi, facendo lampeggiare la lunga spada che porta con sé.

arabislamslavery-800x445

Nemmeno la ferocia di Solomon Kane, tuttavia, può compiere miracoli: nonostante i corpi di numerosi schiavisti cadano straziati ai suoi piedi, egli ben presto viene circondato, catturato, reso inerme di fronte al capo degli arabi, Hassim.
Dopo poco, è proprio questi a riconoscere Kane. Non per l’ennesima coincidenza del fato – abbiamo già visto troppi di questi incontri “casuali” – ma per la fama del suo nome, arabizzato in Sulemain Kahani: è così che i seguaci della Mezzaluna lo conoscono, vendicatore di troppi schiavi rimasti anonimi.
Proprio grazie a questa inquietante notorietà, al puritano viene incredibilmente risparmiato il bacio mortale della lama: Hassim sa di avere catturato un ostaggio notevole, di cui molti bramano la testa, ma non sa resistere alla vanità di fare di quell’inglese simile a una tigre la sua guardia del corpo. Intende domarlo, col tempo e con la frusta, inconsapevole del fatto che nessuna sferza può scalfirne l’anima d’acciaio.
Tuttavia vi sono altri personaggi, nella truce congrega di schiavisti, che rimangono colpiti dalla cattura del misterioso occidentale.
Non sappiamo perché, ma persino un brigante come Hassim si trascina dietro nei suoi viaggi un sapiente, il vecchio Yussef, forse mero talismano per il timore superstizioso di cui cadono preda a volte pirati e assassini, specchio dei loro rimorsi inconfessati.
Ed è proprio questi ad accorgersi che il nuovo prigioniero porta con sé qualcosa di notevole, eppure colpevolmente tralasciata: il bastone Juju di Kane, dono dello sciamano N’Longa.
Invano Yussef tenta di convincere Hassim del suo valore, del suo essere reliquia di tempi remoti: verga magica creata da mani sconosciute prima, scettro dei faraoni nei giorni di Mosè dopo, e infine bastone del potere nel pugno del grande re mago d’Israele, il saggio Salomone. Non può essere un caso, dice, che proprio un altro Salomone ne sia in possesso oggi… Ma la stolida grettezza di Hassim non raccoglie gli indizi mandati dal destino: il bastone non ha salvato Kane dalla sua sciabola, come può valere più del legno di cui è fatto?
Proprio il fato, pare, decide di fornirgli adeguata risposta, che si materializza nelle rovine di un misterioso tempio che riposa intatto nel cuore della giungla, non lontano da dove gli schiavi vengono condotti per il loro breve riposo. Troppo forte per gli arabi la tentazione di profanare l’antico sepolcro, certamente ricettacolo di tesori appartenuti a un re scomparso. Kane, che li segue in ceppi, è però troppo sensibile alla presenza del Male per non capire di trovarsi di fronte al sacello infausto di qualche forza odiosa: mentre l’aria prende a pulsare di inaudite vibrazioni che solo lui pare captare, ecco che misteriosi passi – alieni come il luogo che li ospita – incominciano a riecheggiare nel tempio maledetto. Anche Yussef percepisce qualcosa, ma inutilmente. Hassim ride delle loro paure, e potenti colpi di maglio infrangono i sigilli degli antichi portali. E’ l’ultimo passo verso la rovina.

tempio.gif

Liberata dalla stoltezza degli uomini, una creatura dell’Altrove – invisibile, impalpabile, fatta di odio e di intelligenza maligna – fuoriesce come una nebbia dalle rovine profanate, ed è subito strage. Le armi terrene degli arabi non possono nulla contro l’avversario soprannaturale, e ben presto il sangue degli schiavisti inzuppa il fetido terreno della giungla, fra le urla di terrore dei prigionieri inermi. Alcuni fuggono, come Yussef, altri periscono straziati da qualcosa di impossibile, come avviene proprio al borioso Hassim; unico rimasto in grado di combattere, Solomon Kane, ai cui piedi giace abbandonato l’antico bastone juju.
Un tempo l’inglese non avrebbe mai affidato la sua vita ad artefatti simili, ma quel Kane non esiste più, sostituito dall’uomo che era destinato ad essere: un unico lancio, compiuto con la forza della disperazione, e la verga magica vola a trafiggere il demone,uccidendolo, o forse esiliandolo in chissà quale inaccessibile intermundus.
E’ ormai rivelato: davvero, come intuito da Yussef, il bastone che Kane ha ricevuto da N’Longa – quello che a lungo lui stesso ha creduto il mero feticcio di uno sciamano consacrato agli Dei Neri – è stato la verga di Salomone. E davvero l’antico sovrano, come narra la leggenda, aveva esiliato in luoghi lontani una stirpe di demoni, sigillandoli in prigioni di pietra come il mausoleo appena profanato dagli incauti schiavisti. Forte di una nuova consapevolezza, il puritano torna così a stringere il bastone sacro, un tempo scettro addirittura dei sovrani di Atlantide. La sua lotta contro il Male assume una nuova prospettiva, un senso inaspettato: Kane non è un semplice avventuriero sballottato dal destino, mera preda di istinti selvaggi. E’ un anello all’interno di una catena senza fine, risalente ai primordi dell’Umanità, e destinata a proseguire oltre lui: quella dei combattenti contro le forze dell’Oscurità. Questa, da sempre, è la voce che lo chiama nel vento.

il+demone+della+perversità+edgar+allan+poe

Alla luce di quanto sintetizzato qui sopra, si può ben intuire il valore de I passi all’interno per l’economia complessiva del ciclo di Solomon Kane.
In un crescendo di atmosfere orrorifiche che attingono ad un immaginario almeno in parte lovecraftiano, assistiamo alla scoperta delle origini preistoriche – forse addirittura preumane – del bastone magico che da diverse avventure è il perno della salvezza di Kane, unica vera arma contro le potenze delle tenebre.
Ancora una volta, le antiche leggende si dimostrano vere, manifestando la consistenza terribile che si cela dietro i racconti su spettri e demoni. E il grande Salomone, nobile sovrano Israelita, ci viene mostrato come erede non solo del grande padre Davide, ma di tutta una schiatta di patriarchi il cui retaggio è ben più antico di quello del popolo eletto, risalendo addirittura alle ere perdute che hanno preceduto la fine di Atlantide. Una eco, forse, delle molte teorie pseudobibliche che nel XIX secolo hanno generato le più fantastiche elucubrazioni sulle origini e il destino della schiatta di Israele.
Una catena di mistici lasciti, questa, in cui Howard inserisce disinvoltamente anche il suo personaggio, rendendolo così simile, per certi versi, ad altre sue creature. Come Conan è destinato da a divenire re per decreto del Fato, così anche l’avventuriero vestito di nero comprende infine che il suo vagabondare per terre perdute, affrontando e imparando a conoscere ogni aspetto delle malvagità inumane che le popolano, non è che l’apprendistato per una missione superiore.

Ma si ingannerebbe chi volesse scorgere in tutto ciò il segno provvidenziale di una qualche redenzione. Kane è stato testimone di orrori che vanno aldilà della normale contrapposizione fra bene e male, e arriva a intuire come esista vita che non è vita, morte che non è morte: un ciclo misterioso si ripete dall’eternità, senza che l’uomo possa comprenderlo davvero. Pura filosofia howardiana, verrebbe da dire, racchiusa in un racconto che è tra le vette di tutta la produzione del bardo di Cross Plains.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: