Per “I racconti di Satampra Zeiros” , torna a trovarci Andrea Guido Silvi che ci propone “La Sfinge”, terzo racconto fantasy (di circa 57.000 battute spazi inclusi) del Ciclo dei Gatti.

Buona lettura.


Autore

Classe 1981, sono nato a Rieti, dove il verde non manca e si respira ancora un po’ di magia tra boschi, laghi e santuari. Ho sempre viaggiato molto, sin da ragazzo, alla ricerca dell’incanto di paesaggi diversi ed ho continuato a viaggiare per studio (ho studiato in tre continenti), per lavoro e per passione (amo il trekking e la vita all’aperto). Nelle descrizioni delle mie ambientazioni, fantasy e non, c’è infatti poco d’inventato, perché non c’è nulla da aggiungere, se non la giusta storia, alla bellezza del grande nord o delle creste vulcaniche d’isole quasi incontaminate. La magia che non ho potuto vivere direttamente l’ho cercata nella lettura, e ho chiari numi cui ispirarmi: H.P. Lovecraft, E.A. Poe, E. Salgari, C.A. Smith, J.R.R. Tolkien. A questi s’accompagnano tanti altri che, anche con un solo racconto, mi hanno fatto dono di esperienze irripetibili (come King, Chambers, Howard…).

Come scrittore ho un’unica ambizione: mettere davanti agli occhi del lettore il mio mondo, trascinarlo al suo interno e coinvolgerlo. Questo non solo per fargli dimenticare il suo mondo per qualche ora, ma per consentirgli di vivere avventure, sfide, contesti morali e punti di vista diversi con cui confrontarsi. È questo il motivo per cui, a mio avviso, si scrive ancora oggi fantasy con draghi, cavalieri e castelli nella nebbia: la promessa di un mondo onirico, diverso e distante dal giornaliero, predispone al meglio la mente del lettore a regole per lui inusuali o aliene, consentendogli esperienze uniche che si aggiungono al suo bagaglio in maniera del tutto simile a quelle del suo vissuto ordinario.

Bocconiano, nel mio vissuto ordinario lavoro a Roma, dove mi occupo con soddisfazione di marketing per una delle principali compagnie assicurative in Italia, creando prodotti d’investimento destinati alla distribuzione bancaria.


Prefazione del Ciclo dei Gatti a pubblicazione periodica su Hyperborea

di Andrea Guido Silvi

 

La Guerra tra Divinità e Demoni s’approssima, sostiene Emith-Frael, mago e veggente fedele ai Giusti Dèi degli Uomini. I mortali sono le pedine che, mosse sulla scacchiera, preparano gli schieramenti al conflitto, e il loro posizionamento prende anni, decenni, forse secoli. Ladri, guerrieri e mercenari vivono le loro vite, mentre il veggente li indirizza sulla la strada che dovranno percorrere. Edhar “Edh” Manhak (“I Gatti e i ragni”, “Il Nero”) non ha mai conosciuto il veggente, eppure lui ha segnato la sua strada. Edone, lo sgraziato guerriero dalla braccia lunghe (“Il Nero”, “Ynghwamokka”, “La Sfinge” e altri racconti), è allo stesso tempo pedina ed amico di Emith-Frael, che lo spinge verso il suo destino impresa dopo impresa. I Gatti, animali ambigui, sono parte attiva nella lotta alle forze demoniache che minacciano il Creato, ma si muovono perlopiù nell’ombra, vittime ed artefici della superstizione che li circonda.

Il filo conduttore della raccolta è dato dalla predestinazione dei personaggi nella trama decisa dalle divinità, il cui disegno però non è mai chiaro. Attraverso il racconto di vicende tra loro collegate, si scoprono motivazioni e storia dei vari protagonisti, coinvolti in una sorta di staffetta che procede lentamente verso un obiettivo ignoto. Ogni racconto è un tassello del puzzle.

 

Nota: nei racconti i nomi di alcune creature o animali, come avviene per i Gatti, vengono scritti con l’iniziale maiuscola per indicare che si tratta d’esseri appartenenti a specie dotate d’intelletto o dalla natura oltremondana. Allo stesso modo si parla di Uomini, con l’iniziale maiuscola, così come di Nani, Elfi e Gnomi, che insieme compongono l’insieme dei comunemente detti “esseri umani”.


La Sfinge

di Andrea Guido Silvi

 

Berdor dell’Est, distese desertiche del Mare delle Dune di Yuk. Dal 15° al 20° giorno di Primosole dell’anno 758 dal Mare Ritirato.

 

 

La torre nel deserto

9° giorno di Primosole

 

Le zampe dei dromedari affondavano nella sabbia e la carovana, d’una ventina di bestie tra cavalcature e carichi di vettovaglie, avanzava sulla cresta delle dune roventi diretta a nord. La forza del Sole e delle sue dodici sorelle minori, tutte ormai sorte, calava bruciante dal cielo.

L’Uomo a torso nudo che era in testa alla colonna, con il capo coperto da un turbante di seta malva e brache di lino bianco, non aveva né la pelle scura né le proporzioni di chi era originario di quelle terre, solitamente slanciato ed atletico. Lui, sebbene alto, era robusto e sgraziato, con le spalle larghe e le braccia lunghe. L’ampio petto villoso, abbronzato, era madido di sudore. Un impressionante spadone dalla strana lama dorata era legato alla sua schiena: era un’arma di fattura eccezionale, con l’impugnatura di bronzo formata dai corpi di due serpenti attorcigliati, che si dividevano diventando la guardia e poi voltavano le teste di nuovo a guardarsi, con rubini al posto degli occhi. Il viso tondo e piatto del mercenario, butterato e con la barba incolta, aveva un che d’animalesco, ma gli occhi scuri brillavano d’intelligenza e decisione sotto l’unico spesso sopracciglio nero.

Dietro d’un passo cavalcava un altro colosso d’aspetto ben diverso, vestito di cotone grezzo come d’uso tra i nomadi delle vicine savane. Aveva la pelle olivastra e gli occhi a mandorla, marrone chiaro, con una lunga barba e i capelli neri legati in trecce, ornate da gemme e perle. Alla cintura portava una pesante scimitarra. Forse era già sulla quarantina, ma era difficile a dirsi, perché le sue membra erano forti e toniche.

Tutti gli altri Uomini della carovana, sebbene più minuti e scarni, somigliavano al secondo colosso. Gli abitanti delle città li avrebbero detti dei selvaggi, ma non più dell’Uomo che sembrava nato dall’incrocio tra un gorilla e un Nano che li guidava.

«Ormai dovremo essere quasi in vista del Faro della Fede», disse lo sgraziato capobanda. «Appena l’avvisteremo piazzeremo le tende. Non voglio cuocere, Napijiri, né voglio che i vostri stramaledetti vermi della sabbia entrino nella mia tenda questa notte: ripartiremo al tramonto.»

L’altro annuì:

«La fretta del mago non ci costringe comunque a marce forzate, Edone. Inoltre è sempre bene evitare di fermarsi col buio: gli Allghoi-Horhai sono pericolosi se ti colgono nel sonno».

«Immagino», rispose il mercenario dalla pelle chiara, ripensando con una smorfia di disgusto all’unico incontro che aveva avuto con quegli esseri viscidi.

Dietro di loro, da sotto il baldacchino di seta blu montato su un dromedario più robusto degli altri, si sporse il viso avvenente e fiero d’una giovane donna, anche lei dalla carnagione olivastra, con larghi occhi a mandorla marroni coronati da sopracciglia forti e decise. Aveva l’aspetto d’una principessa barbara, vestita del lino bianco più sottile e pregiato. Un pesante amuleto d’oricalco, raffigurante una stella a sette punte, le ornava il bel collo.

«Quindi navighiamo a vista nel Mare delle Dune di Yuk?» chiese con fare di superiorità. «Non vi ha dato indicazioni più chiare il vostro veggente? Cosa vi ha detto di utile?»

«Io non vedo il mago da tempo», volle giustificarsi Napijiri alzando le spalle. «Ha parlato ad Edone e lui è venuto dall’ovest a cercarmi.»

L’altro le rispose sereno, senza volerle dare soddisfazione:

«Emith-Frael ha detto che è troppo vecchio per un viaggio simile, Khalira. Gli credo in parte: vuol dire che aveva impegni più importanti e che sa che possiamo fare il lavoro.»

«Non mi pare sia di grande aiuto…» considerò lei.

«Lui ti mette sulla strada giusta, non fa molto altro.»

«Lanciando un sasso sai solo che cadrà da qualche parte», ribatté lei.

«Ha anche detto che sarebbe stata utile una vergine indovina degli Aizi, ma forse intendeva una di quelle che parlano del futuro, non che commentano il presente…»

La sonora e spontanea risata di Napijiri spinse Khalira, infastidita, a ritirarsi nell’ombra del baldacchino.

«Però è una delle donne più belle della nostra tribù», sottolineò il guerriero aizo con un sorriso.

«Emith-Frael mi ha concesso di scegliere l’indovina secondo i miei gusti», gli rispose Edone compiaciuto, bevendo acqua dalla sua ghirba.

Dovettero proseguire un’altra ora prima di poter scorgere la loro meta, distante ancora molte ore di cavalcata. L’alto pilastro di roccia rossastra che videro sorgere tra le dune pareva il dito ossuto d’un gigantesco cadavere sepolto nella sabbia. In lontananza dietro di esso, come frammenti di vetro sparsi nella polvere, rilucevano nell’aria tremolante le rovine di Iastra, proibita agli esseri umani.

«La mia gente parla di Draghi immensi a difesa di Iastra e dei suoi tesori…» disse Napijiri, con una smorfia superstiziosa. «Voi stranieri spesso vi prendete gioco delle nostre credenze, ma poi pagate un caro prezzo.»

«Come ben sai noi non andiamo a Iastra», lo rassicurò Edone. «Non ci interessano i tesori e i pericoli della città dei sepolcri. La nostra meta è lassù, la cittadella del Faro della Fede. Si fa il lavoro e si torna indietro, senza perdere tempo.»

Poco dopo frenarono le bestie sul giogo tra due grandi dune, smontando per fermarsi. Subito gli Aizi iniziarono a montare le tende, con i gesti quasi automatici dei nomadi che vivono viaggiando, veloci ma non affrettati.

 

Una brezza fredda accompagnò l’oscurità dopo il tramonto, svegliandoli con i suoi refoli tra le tende. La Luna piena, casa del Primo Drago Tee-Kha, sorse in un cielo terso e ricco di stelle, illuminando il fianco destro dell’abrupto pinnacolo del Faro della Fede. Gli Aizi tolsero l’accampamento in pochi istanti e la carovana ripartì in fretta, non volendo attardarsi tra le dune con il buio. I dromedari partirono a passo svelto, rigenerati dal riposo e rinfrancati dal fresco.

Procedevano veloci, ma, come era già accaduto tre notti addietro, i viaggiatori non poterono evitare che gli Allghoi-Horhai chiedessero il loro tributo. Preannunciati dal nervosismo delle cavalcature, i disgustosi vermi rosso brillante, dall’aspetto d’intestini lunghi due braccia, eruppero dal fianco d’una duna ed assalirono uno degli ultimi dromedari della carovana, sputandogli addosso veleno acido. La bestia si sbilanciò e cadde, e subito le piccole bocche da lamprede s’attaccarono al corpo già martoriato, iniziando a scavarne le carni e a divorarla da viva. Fu lasciata al suo inevitabile destino. Al carico avrebbero pensato con l’arrivo del giorno, che avrebbe costretto gli Allghoi-Horhai sotto la sabbia, tanto allergici alla luce da morire in pochi istanti sotto il Sole e le sue sorelle minori. I viaggiatori accelerarono il passo sapendo che l’indomani avrebbero trovato solo ossa già bianche, rovinate dai segni di piccoli denti affilati.

 

Il Faro, gigantesco e irregolare, s’alzava contro il cielo stellato come un erto scoglio isolato in mezzo al mare di dune. Anche dalla distanza se ne intuivano le dimensioni: doveva avere un diametro di almeno cinquecento passi ed era alto tre volte tanto. Edone si rivolse a Napijiri:

«La tua gente si spinge fino a qui?»

«Pochi ed in un passato lontano. Oggi sappiamo di non averne alcun motivo: il deserto è arido ed infestato dai vermi come altrove, e Iastra è troppo vicina.»

Superarono l’orlo della lunga ombra del Faro quando la Luna aveva da poco raggiunto il culmine sopra di esso. Gli sembrò d’inoltrarsi in un’altra notte più scura. Sulla cima, illuminate dal chiarore lunare, si scorgevano la struttura piramidale d’un teocalli e quelle, più basse, delle mastabe che lo circondavano. Forse un tempo quegli edifici erano parsi ai pellegrini come un luminoso baluardo di conoscenza e fede, ma agli esploratori parvero tetri e freddi, privi di vita come grigi mausolei.

Lassù, in quel luogo che era stato rifugio d’anacoreti, Edone sapeva che avrebbero trovato una sconfinata biblioteca, dei cui antichi tomi forse non restava che polvere, ed il Cuore Veggente, la gemma che Emith-Frael desiderava e che racchiudeva in sé tutta quella conoscenza.

Alla base del pinnacolo, costruite con pietra dello stesso colore, v’erano mura e rovine d’un’antica fortezza. Le torri squadrate erano ridotte a involucri vuoti e gli altri ruderi erano parzialmente sommersi da sabbia e detriti. Lì un tempo stanziava la guarnigione a difesa del Faro, considerato un santuario inviolabile.

 

Edone, ritto in sella e con l’espressione sicura, guidò la carovana oltre l’arco che un tempo ospitava il portale della fortezza, ridotto a brandelli di legno sbiancato sparsi nello spiazzo principale. Il Faro incombeva su di loro, costringendoli a reclinare tutto indietro il capo per vederne la sommità, e pareva sorreggere la volta stellata. Millenni di rare precipitazioni ne avevano appena eroso le rupi scoscese.

Edone sapeva che non c’era da temere per gli Allghoi-Horhai dove il terreno era battuto e compatto, né pensava di trovare più ragni e scorpioni del solito, per cui dispose che l’accampamento fosse eretto lì nello spiazzo della fortezza. Gli Aizi approvarono la sua decisione e montarono le tende con la cura di chi sa di dover restare a lungo.

Edone ripensò alle indicazioni del mago. Emith-Frael gli aveva detto che, tra torri, vicoli e casotti, era nascosto l’accesso alla grande scalinata scavata nella roccia viva che saliva fino alla cittadella. Edone era preparato alla possibilità di dover pazientare per giorni, perché le ricerche della scala avrebbero potuto richiedere tempo, forse anche una settimana o più: tutto dipendeva dall’abilità della bella Khalira…

 

 

Visioni, sogni ed incubi

Dal 10° al 12° giorno di Primosole

 

La veggente aiza sorse dalla sua tenda con l’alba e parve quasi altrettanto luminosa agli occhi di Edone: indossava fasce leggere di lino coprirle fianchi e seni, ma che lasciavano tanta pelle scoperta da far risultare la figura forse più provocante che nella nudità completa. Lo sguardo del guerriero tradì il suo desiderio solo per un istante, prima che lui tornasse a nasconderlo sotto l’unico sopracciglio aggrottato, maledicendo le ultime settimane di deserto per la totale assenza di bordelli.

Gli Uomini s’erano divisi i turni di riposo ed Edone e Napijiri erano tra quelli già svegli. I due, seduti a terra, addentavano carne e bevevano gotti di tè alla menta e latte di dromedaria, aspettando la veggente per dare inizio alle ricerche.

«Allora Khalira, passata una buona notte?» le chiese Edone. «Cosa ti hanno rivelato i sogni?»

La desiderava sì, ma non avrebbe tentato di toccarla, almeno fino a quando non avessero recuperato il Cuore.

«Non ho sognato: la notte è stata buia», rispose lei, giocherellando con l’amuleto che aveva al collo mentre si sedeva al loro fianco.

Accettò il tè e il latte che i due le porsero e, ristoratasi, aggiunse:

«Ma sono pronta a dimostrare di valere più del mago che ci ha mandato qui».

Aveva detto l’ultima frase con un ammiccante sorriso di sfida, guardando Edone dritto negli occhi. Lui le concesse un ghigno divertito:

«Vedremo: doppia paga se troviamo la scalinata entro tre giorni».

Lei annuì convinta, poi s’alzò per incamminarsi tra le rovine, con la pelle delle spalle lucente sotto il Sole. Edone, Napijiri e cinque Aizi armati di pale e picconi la seguirono. Mentre il gruppo s’addentrava tra i vicoli della fortezza, e altri cinque Uomini riposavano per dare più tardi il cambio agli scavatori, due montavano sui loro dromedari, partendo per andare a recuperare il carico dell’animale divorato dai vermi delle sabbie.

 

Khalira volle iniziare la ricerca dal quadrante nord-ovest del complesso. Edone la lasciò fare, approvando la scelta: intuitivamente, le aree più vicine alla rupe avrebbero dovuto essere le più promettenti. La fortezza si rivelò più grande di quanto sembrasse e caotica nella costruzione, essendo probabilmente il frutto di numerosi interventi di modifica e ampliamento nel corso delle ere. Lì i guardiani del santuario s’erano succeduti per due millenni, prima della caduta di Iastra.

Khalira, concentrata con le ciglia tremanti sugli occhi socchiusi, più volte indicò punti promettenti in cui scavare tra polvere e detriti, ma non trovarono nient’altro che ceramiche prive di valore e attrezzi arrugginiti. L’esplorazione del quadrante li occupò per l’intera giornata, stremando entrambe le squadre di scavatori, e li portò infine ad escludere che l’accesso segreto fosse nascosto in quell’area. Con la sera tornarono alle tende, soddisfatti d’aver almeno la certezza di poter restringere il perimetro delle ricerche.

 

Solo quando era giunta la notte tornarono i due Uomini partiti per il deserto, quando ormai s’era diffuso l’allarme tra i compagni e Napijiri aveva convinto Edone ad organizzare una spedizione di recupero. Avevano riportato il carico, ma erano stremati e le loro bestie erano tanto nervose che faticavano a governarle.

Confusi e con la pelle scura ustionata, cosa strana per degli Aizi, i due raccontarono di non avere ricordi chiari della giornata trascorsa, se non l’essere riusciti a raggiungere le ossa sbiancate della bestia divorata dagli Allghoi-Horhai. Non sapevano spiegare come fosse possibile, visto quanto imponente era il Faro, ma pensavano d’essersi smarriti per diverse ore. Forse era stato un colpo di calore dovuto all’eccessiva violenza del Sole e delle altre stelle diurne, o i miasmi d’un qualche tipo dalle deiezioni dei vermi rossi sotto la sabbia… Erano infine comunque riusciti a tornare e Khalira e gli altri della tribù si presero cura di loro, con vino di melograno, miele e datteri.

 

Il giorno successivo Mahon spuntava all’orizzonte, preannunciando l’arrivo del Sole, ed Edone era già in piedi fuori dalla sua tenda, ad attizzare il fuoco e prepararsi alla giornata. Le ultime stelle del cielo notturno combattevano contro il rosa crescente ad est e tutto intorno a lui sfumava dal viola all’arancio, in silenzio. In quella quiete, tipica dei deserti, il guerriero dalla pelle chiara aveva presto imparato a trovare serenità e nuove energie.

Quel mattino però qualcosa turbava il suo animo: la maga era nella tenda a fianco alla sua ed era una tentazione troppo vicina per lasciarlo indifferente. Cercò di trovare appagamento nella pace del deserto, respirando l’aria fresca a pieni polmoni, e scacciando Khalira dalla sua mente… La immaginò dormire sul giaciglio di morbidi tappeti, le sue forme toniche ma eleganti parzialmente scoperte. Immaginò di toccare la pelle e la carne soda… Una smorfia di disappunto gli comparve sul volto e, proprio in quell’istante, la sentì mugolare il suo nome. Dapprima, sorpreso, pensò che fosse stato frutto della sua fantasia, poi la sentì di nuovo:

«…Edone…» con voce flebile.

Scostò un lembo della tenda della donna ed entrò. Lei era sdraiata con gli occhi chiusi: era affascinante, nonostante il disordine di capelli e vesti ed il respiro ansante. Edone s’inginocchiò al suo fianco chinandosi a guardarla e comprese che era vittima di sogni agitati. Doveva aver parlato nel sonno, ma aveva pronunciato il suo nome e lui non poté fare a meno di fantasticare sul perché. Mentre la guardava, lei ebbe un sussulto e alzò il busto. Una mano affusolata scattò a carezzare la guancia ruvida dell’Uomo, come se lo vedesse:

«Edone», gli disse aprendo gli occhi a mostrarne solo il bianco e fissandolo senza vederlo, «fai attenzione: il cuore è nella testa. Il Gatto lo sa! Il Gatto lo vede!»

«Ma cos…» iniziò lui frenando l’istinto di ritirarsi.

«Arrampicati!» gli intimò lei severa.

Poi la mano elegante scivolò via e lei crollò di nuovo sui tappeti, addormentata, inconsapevole della sua presenza. Edone la guardò ancora per un istante, corrucciato, poi uscì.

 

 Il Sole era sorto e Khalira si trovò gli occhi di Edone puntati addosso appena uscì dalla tenda. Lui e Napijiri cuocevano la carne e scaldavano il latte di dromedaria. Un bricco di tè alla menta era già pronto.

«Ancora nessun sogno questa notte?» le chiese Edone, passandole un gotto di tè.

Lei scosse la testa:

«Un’altra notte buia»

«Mi hai chiamato nel sonno», le disse allora lui.

La fissò per vedere la sua reazione. Lei rimase in silenzio per un istante, poi ammise:

«So di aver sognato qualcosa, ma non ricordo nulla. È una cosa rara per me. Ti ho parlato?»

Aveva l’espressione preoccupata, stanca, e teneva la mano destra stretta intorno al suo pendente, cercando forse di trarne coraggio.

«Credo tu stessi sognando. Mi hai detto che il cuore è nella mente e che un Gatto lo sapeva.»

Alla parola Gatto, Napijiri si voltò a guardarli accigliato, ma non disse nulla. Lei scosse la testa dispiaciuta e, compresero entrambi i mercenari, disorientata:

«Non ricordo Edone». 

Bevve il tè senza parlare e fu subito pronta a rimettersi a capo delle ricerche. Edone intuì che voleva rimettersi a lavoro per liberare la testa dai pensieri. Sei Uomini rimasero all’accampamento e tra essi i due che s’erano smarriti nel deserto, ancora bisognosi di riposo e cure.

 

Proseguirono l’esplorazione spostandosi nel quadrante nord-est. Khalira avanzava lentamente tra le rovine, di nuovo coi begli occhi a mandorla socchiusi, concentrata, cercando di percepire i segreti nascosti da sabbia e detriti. Edone e Napijiri la seguivano osservandone le mosse con attenzione, insieme agli altri sei scavatori. Raggiusero un casotto parzialmente sepolto e lì la veggente ordinò di scavare. Gli scavatori si misero subito all’opera ed Edone e Napijiri vollero aiutarli.

I due colossi s’erano appena liberati delle armi, un peso che si portavano appresso per una sicurezza che iniziavano a pensare eccessiva, quando avvenne l’impensabile. Mentre tutti gli Uomini erano intenti allo scavo, l’urlo di terrore di Khalira li fece voltare con il sangue gelato.

Edone riconobbe i due malmessi portatori tornati dal deserto, che sapeva ancora febbricitanti, che, armati di scimitarra, agguantavano con forza la donna. Lei si dibatteva, mentre i loro volti terrei avevano un’espressione allucinata e folle, priva di qualsiasi calore umano. Presero a trascinarla in un vicolo noncuranti degli altri Aizi che li guardavano, ma che si mossero subito, chiamandoli per nome tra urla, bestemmie, facce sbalordite e scatti rabbiosi. Anche Napijiri buttò la vanga e corse verso i due urlandogli di fermarsi.

Edone si preparò a seguirlo, ma volle prima recuperare il suo spadone. Sguainò l’arma e si bloccò guardandola: emetteva un tenue lucore violaceo, che percorreva tutta la lama, come se fosse arroventata. Sethethi, la Spada delle Due Vipere, era la sua fidata compagna da quando aveva conosciuto il mago, mentore ed amico Emith-Frael e mai l’aveva vista emettere quel bagliore. Aveva sempre pensato che potesse avere qualche potere magico, ma non aveva mai scoperto quale fosse.

Si riprese vedendo i due assalitori che, totalmente privi di raziocinio, buttavano a terra la prigioniera e caricavano gli inseguitori. Due nomadi disarmati caddero subito, facendo appena in tempo ad implorare pietà senza che i freddi assassini gliela concedessero. Un terzo provò a difendersi con la vanga, ma lo colpirono in due. L’arma improvvisata fu però recuperata con uno scatto da Napijiri che, da guerriero capace, la usò per ingaggiare uno dei due folli. L’altro frattanto si lanciava sui compagni in fuga.

Edone non esitò: si frappose fra l’assalitore e i fuggitivi. Divenne il bersaglio dei colpi di scimitarra, ma le sue braccia lunghe e forti gli diedero un consistente vantaggio fuori dal vicolo angusto, invertendo i ruoli nello scontro. L’altro era intenzionato ad uccidere, fuori di sé e pericoloso, per cui Edone fece quello che reputò andasse fatto. Calò il pesante spadone luminoso con forza, rompendo la difesa che l’alienato cercò comunque d’opporgli. Lo spadone non fu neppure deviato, mentre il polso dell’aizo si spezzava e la sua lama cadeva; spalla destra e metà della cassa toracica furono tranciate. Ciononostante la follia non si spense nei suoi occhi. Sangue nero, fermo e vecchio, gocciolò dalla tremenda ferita: nessuno spruzzo, niente rosso vivo.

Edone, sorpreso, liberò l’arma spingendo via l’avversario con una pedata, sbilanciandolo e facendolo rovinare a terra. Quello stette lì sulla schiena un istante, a muovere scoordinatamente braccia e gambe come una blatta capovolta sul dorso, ed Edone gli balzò addosso piantandogli la lama lucente nel ventre. Sethethi penetrò nel terreno per una buona spanna. Lo lasciò così bloccato, rinunciando all’arma incantata, e con lo sguardo corse a Napijiri.

 

Napijiri aveva disarmato l’altro folle sanguinario, che aveva comunque cercato d’agguantarlo a mani nude ed era infine riuscito, con una forza inattesa, a far cadere la vanga del guerriero. S’erano avvinghiati nella lotta ed il colosso aveva trovato pane per i suoi denti. Edone li raggiunse e intervenne prendendo il pazzo alle spalle, bloccandogli entrambe le braccia e tirandolo su. In quella posa da crocefisso, l’Uomo iniziò a tremare in preda alle convulsioni. Napijiri lo osservava esterrefatto a un passo di distanza. Edone sentì un singulto ed il rumore d’uno strappo, poi vide uno spruzzo amaranto partire dal petto del suo prigioniero e colpire la faccia del colosso aizo, che si fece una sporca maschera d’orrore.

Edone non aveva potuto vedere la cassa toracica dell’Uomo esplodere, liberando una vermiforme mostruosità sibilante. Mentre il guerriero dalla pelle bianca non sentiva altro che stridii lamentosi, Napijiri evitò con agilità uno spruzzo verdastro, soffiatogli contro dall’abominio parassita costretto a rivelarsi. Fortunatamente l’Allghoi-Horhai non resistette che pochi istanti alla luce del Sole e delle sue sorelle. Poi tutto fu silenzio ed Edone iniziò a sentire un odore che gli ricordava quello delle piume bruciate. Volse allora lo sguardo verso l’Uomo che aveva impalato a terra e vide che la sua spada non emetteva più luce.

 

Allghoi-Horhai… Nessuno degli Aizi, compresa Khalira, aveva mai saputo od immaginato che potessero fare quello che avevano visto: i vermi del deserto erano entrati nel corpo di due persone e ne avevano sconvolte le menti, senza ucciderli. Fortunatamente nessuno all’accampamento era stato ammazzato, perché pareva che i due posseduti si fossero allontanati mentre gli altri dormivano profondamente, tanto che da non essersi accorti di nulla.

Nel calore soffocante del mezzodì, i sopravvissuti avevano preso tutti i cadaveri e li avevano riportati all’accampamento. Le vittime dei due disgraziati erano state subito adagiate su fascine per essere arse, ma quelli erano stati messi a terra ed aperti come maiali al macello.

Erano infestati da solo un giorno, eppure i vermi, uno per ospite, parevano essersi sostituiti ad un tratto dei loro intestini ed avevano esteso vene e nervi, che s’erano diffusi in tutto il corpo degli ospiti. Era ormai difficile dire dove terminasse il parassita e iniziasse la carne umana. Inoltre il corpo originario del verme sembrava stesse iniziando a mutare, mostrando piccole macchie grigie e argentate.

Il primo verme era stato ucciso da Edone quando aveva impalato il posseduto a terra, trafiggendolo al ventre. Qualsiasi altra lama sarebbe stata intaccata dall’acido, ma non quella di Sethethi. L’altro era stato bruciato dal Sole.

Davanti ai cadaveri sezionati, Edone cercò d’incontrare lo sguardo di Khalira. Quando fissò gli occhi in quelli di lei, non vi trovò alcuna sicurezza:

«Non percepisci nulla, maga?» le chiese.

Lei scosse il capo:

«Ora nulla, ma sento tensioni nell’etere: il Mare delle Possibilità è stato turbato».

«Magia dunque?»

«Sue antiche vestigia. È Qualcosa di remoto nel tempo, ma vicino nello spazio.»

«C’entra con i vermi?»

«Con il loro passato forse», disse la donna incerta e con l’espressione disgustata. «Sono creature oscene.»

«E della mia spada? Che puoi dirmi?»

«Credo che rilucesse per avvertirti d’un pericolo.»

«Perché solo oggi? E se c’entrano i vermi, perché non con altri Allghoi-Horhai?»

Lei scosse nuovamente la testa, incerta:

«Forse perché oggi la minaccia era diversa, come forse lo sono questi Allghoi-Horhai…»

Decisero di bruciare subito anche i corpi dissezionati. La giornata era ormai persa, così la terminarono onorando i morti e bevendo vino ed arak alla loro memoria.

 

 

Il pozzo

12° giorno di Primosole

 

Ripresero l’esplorazione dal punto in cui erano stati interrotti il giorno prima, dividendo gli Uomini in due turni: Edone e Napijiri avrebbero faticato con altri due scavatori nel primo turno; cinque scavatori nel secondo, con i due guerrieri solo come scorta. Lavorarono di buona lena, sudando nel calore polveroso, sotto lo sguardo di Khalira. La veggente era ancora turbata, sia per gli assurdi eventi della giornata precedente che per la nuova nottata senza sogni. Pareva insicura: la si vedeva muovere ed inclinare la testa di continuo, con smorfie, come chi cercasse d’individuare la provenienza d’un suono lontano immerso in una cacofonia assordante.

Dopo una mattinata ed un pomeriggio infruttuosi, che avevano portato al recupero di paccottiglia senza valore, la giornata volgeva al termine. Fu allora che gli occhi della maga s’aprirono, limpidi e sicuri, come se finalmente, nonostante il rumore, avesse individuato la via. Khalira s’incamminò tra i vicoli, subito seguita da Napijiri, Edone e gli scavatori. La veggente giunse in un piccolo spiazzo, circondato dalle mura incombenti dei torrioni più alti del complesso, e lì indicò i resti di un arco al centro dello slargo. Il posto non distava più di un centinaio di passi dalla nuda roccia della rupe.

Vennero richiamati anche i due Uomini che riposavano e tutti gli Aizi presero a rimuovere detriti e pietre dell’arco caduto. Portarono infine alla luce il cerchio di un pozzo, coperto da una grossa lastra priva d’iscrizioni.

Napijiri e Edone unirono le forze a quelle di tutti gli altri per sollevare la lastra, utilizzando leve e picconi. Riuscirono infine a smuoverla e farla scorrere di lato, rivelando una rampa che scendeva nell’oscurità in direzione della rupe. Edone ricordò, soddisfatto, la promessa fatta a Khalira:

«Hai trovato l’ingresso entro tre giorni», le disse con un sorriso. «Avrai doppia paga».

Pensarono d’accendere le torce per iniziare l’esplorazione, poi una sorta di fischio li avvertì dell’aria stantia che riprendeva a muoversi nella galleria, che doveva portare a vasti ambienti isolati da tempo. Senza altro avviso, un forte vento l’investì, con l’odore nauseabondo ad asfissiante di una tomba chiusa da secoli. Solo Edone non provò nausea, sebbene la testa prendesse a girargli subito. Khalira svenne tra le sue braccia.

 

Khalira era d’un pallore cadaverico e non riprese conoscenza, costringendo Edone a portarla tra le braccia fino al campo. Edone la riportò alla sua tenda, lasciandola riposare. Molti Aizi avevano rigettato e al calare della notte diversi erano ancora confusi dall’aria venefica, stremati da essa e dalla giornata di fatica. Anche a centinaia di passi di distanza, oltre vicoli e mura malridotte, si sentiva il sibilare dell’aria che fluiva e veniva risucchiata dal pozzo ad intervalli regolari, come se avessero ridato fiato ad un Gigante e quello fosse il suo respiro.

Dopo una cena di poche gallette appena sgranocchiate, Edone e Napijiri, provati poco meno degli altri, risolsero che avrebbero sostenuto le tre ore del primo turno di guardia. Per resistere al sonno, decisero di pensare all’indomani e chiacchierare un poco. Si scostarono dunque dal fuoco che languiva al centro dell’accampamento ed andarono a poggiarsi ad un pezzo di muro al limitare dello spiazzo, vicino a vari cumuli di pietra.

«Davvero Emith-Frael non ti ha detto nulla di più?» gli chiese ad un certo punto Napijiri stringendo gli occhi a mandorla. «Solo di venire a cercarmi, sceglierti una delle nostre vergini e partire per il Faro della Fede alla ricerca d’una gemma?»

Edone alzò le spalle:

«Ha detto che la gemma, questo Cuore Veggente, è fatto d’un materiale che confonde la sua capacità di vedere… Ha aggiunto pure che la vergine deve rimanere tale solo lo stretto tempo necessario per il ritrovamento della gemma, ma non credo quest’informazione sia utile, al momento».

Tutti s’erano accorti di come Edone guardava Khalira. Napijiri aveva certamente colto, ma non volle dar spago al mercenario:

«E il Gatto?» continuò a chiedergli. «Khalira ti ha parlato di un Gatto nel sonno.»

«Sei superstizioso?»

«Sì: per esperienza. Mi fido solo di poche tra quelle bestie.»

«Khalira non ricorda nulla e non credo che Emith-Frael abbia suoi emissari pelosi in zona.»

L’aizo scosse il capo deluso:

«Non è normale per lui mandarci così allo sbaraglio».

«Mi ha detto che si trattava più che altro d’una spedizione esplorativa e gli ho dato fiducia.»

«Non so di una sola delle spedizioni di Emith-Frael alla ricerca di conoscenza che non sia costata vite.»

Napijiri aveva pronunciato l’ultima frase scuro in volto e, visti gli ultimi fatti, Edone non sapeva cosa rispondergli.

«Veggenti: ne conoscessi uno che si dice tale e che punta alle corse dei cammelli», continuò l’aizo amareggiato. «Emith-Frael non poteva ancora vedere il futuro quando lo conobbi: lo so per certo, altrimenti avremmo risparmiato molte lacrime. Quando ha imparato?»

«Lui non dice di vedere il futuro, Napijiri…»

«Ma è quello che dà ad intendere», obiettò l’altro. «La mia gente considera queste terre maledette, e non solo per gli Allghoi-Horhai. Emith lo sa: per convincere gli altri ho dovuto dire che eravamo sotto la protezione d’un potente mago.»

«E quando lo hai fatto sapevi di mentire?» gli chiese a quel punto Edone. «Emith-Frael è potente, ma non è quel genere di mago.»

Napijiri subì il colpo ed abbassò il capo annuendo.

«Allora sembra che indorarla sia un peccato molto comune», affermò Edone, cambiando poi argomento, volendo anche stemperare la tensione che il silenzio avrebbe certamente rimarcato: «Puoi dirmi degli Allghoi-Horhai? Voci, leggende, dicerie…»

L’aizo era incerto:

«Gli anziani tramandano che i vermi sono la prova della corruzione di Iastra e che sarebbero comparsi solo con la caduta della città, diffondendosi poi in tutto il deserto».

L’espressione d’Edone si fece dubbiosa, poi concluse:

«Cercheremo di stare attenti, lavorando senza fretta. Emith non potrà lamentarsi: del resto se ci lasciassimo le penne non avrebbe la sua gemma».

Stavano per tornare alle tende quando uno strano rumore fece rizzare ad entrambi le orecchie. D’istinto s’acquattarono nell’ombra e sentirono un brusio crescente provenire dalla direzione del pozzo, ma non di voci comuni: sembrava l’accavallarsi di sospiri, ansimi e flauti senza vigore. Quel suono inatteso e inquietante fece accapponare la pelle d’entrambi, che pure ne avevano viste già molte nelle loro vite: lo sentivano acquistare forza, istante dopo istante.

Edone sguainò d’istinto lo spadone e lo vide accendersi di viola, con un lieve pulsare. Qualsiasi cosa stesse arrivando, compresero, era veloce, quindi scattarono per lanciarsi al riparo dei mucchi di detriti, con le lame pronte. Dovevano vedere cosa stava arrivando e non v’era stato tempo per far altro senza tradirsi. Dai loro nascondigli, illuminata dalla luce pallida della Luna, videro una fiumana scomposta di corpi scheletrici e teschi dalle orbite vuote riversarsi nel piazzale. Qualcosa d’argentato baluginava dove il ventre di molti s’era aperto, dove sarebbero dovuti essere i visceri. Nell’aria riecheggiavano a più riprese i flauti smorti, ma non era musica la loro: parevano creature aliene intente a comunicare tra di loro. Erano forse due centinaia e travolsero le tende squarciandole con gli artigli. I nomadi del deserto furono colti nel sonno e in pochi riuscirono a impugnare le armi.

Edone e Napijiri tentennarono quel poco che bastava per vedere che chi era riuscito a menare qualche fendente veniva disarmato. Nonostante alcuni non morti fossero stati distrutti, gli altri continuavano meccanicamente a cercare non d’uccidere, osservarono, ma di bloccare le loro vittime. Con stupore li videro trascinare via i primi Uomini nella stessa direzione da cui erano venuti.

Edone ebbe un colpo al cuore vedendo Khalira, ancora priva di sensi, sollevata da mani scheletriche e trasportata via di peso. Con un cenno fece capire a Napijiri le sue intenzioni, però l’aizo scosse la testa, e a ragione, riconobbe il guerriero: senza alcun dubbio sarebbero stati sopraffatti. I mostri s’allontanarono con le loro prede.

 

La luce viola della lama di Sethethi s’affievolì e si spense. Tornato un innaturale silenzio, gli unici due scampati all’assalto si trovarono tra i resti dell’accampamento distrutto, a guardarsi sbalorditi. Non v’era sangue e gli unici cadaveri erano quelli orrendi, semi-mummificati, degli assalitori. Tra i brandelli blu di semplici casacche di canapa, le ossa esposte e le carni essiccate dal deserto, videro i resti di vermi delle sabbie d’aspetto ancor più strano e ripugnante di quello delle aberrazioni che già conoscevano: più lunghi e grassi, i loro corpi sembravano spugne intrise di mercurio, argentee alla luce lunare. Erano parte integrante dei loro ospiti, con vene e fili d’argento che si diramavano nelle carni secche.

Senza neppure il bisogno di parlarsi, Edone e Napijiri presero a frugare con foga tra quel che rimaneva delle tende per recuperare torce e usberghi, poi scattarono, seguendo le numerose tracce lasciate dal fiume d’abomini. Non si stupirono quando si trovarono davanti l’imboccatura del pozzo, entrandovi guardinghi…

 

 

Ascesa alla cittadella

Notte del 12° giorno di Primosole

 

Con la torcia in una mano e la scimitarra nell’altra, Napijiri avanzava seguito da Edone, che impugnava il suo spadone incantato con entrambe le mani, pronto a colpire, sapendo che la lama si sarebbe illuminata in caso di pericolo. Mentre scendevano i gradini, l’inquietante corrente d’aria sotterranea simile a respiro giocava con le fiamme della torcia, dando l’impressione di poterla spegnere da un momento all’altro.

Scesa la rampa di scale, che penetrava nel terreno per diverse braccia di profondità, percorsero un corridoio angusto e spoglio. Poi la torcia illuminò i mosaici d’un ambiente più ampio. Le stupende opere decoravano il pavimento, le pareti e il soffitto piatto d’una lunga sala sotterranea, sorretto da due fila di colonne di marmo levigato. Erano mosaici di pregevolissima fattura, dove figure con vesti bianche, d’entrambi i sessi e d’ogni età, si muovevano tra palazzi d’oro e cristallo, contro uno sfondo di turchesi e lapislazzuli. Il Sole e le sue dodici sorelle minori dominavano sulla navata centrale.

«Credo siano rappresentazioni di Iastra», disse Napijiri.

Edone non gli rispose, guardando fisso a terra. Nella polvere erano evidenti le tracce del passaggio dei mostri e le seguirono. La sala terminava con tre identiche aperture squadrate, una per navata, sovrastate da metope d’alabastro rosato con intarsi geometrici di rodonite rosa. Tutte le tracce proseguivano oltre la centrale, l’unica da cui arrivava il soffio che ben conoscevano. L’attraversarono.

 

Dopo un breve corridoio videro tre nuove aperture, ognuna con scalini scolpiti nella pietra viva che salivano. Realizzarono in quel momento di trovarsi in un labirinto, pensato per ostacolare gli intrusi come loro. Solamente le tracce lasciate dagli abomini nella polvere potevano guidarli nell’inseguimento, ovunque portassero.

Proseguirono senza farsi domande cui non potevano dar risposta e si trovarono a percorrere le gallerie di catacombe. Lì videro i loculi lasciati vuoti dai cadaveri tornati a muoversi, distribuiti senz’ordine tra quelli occupati dai monaci e anacoreti che ancora riposavano. Come dimostravano il differente stato dei corpi e le varie fogge delle vesti blu, v’erano innumerevoli antiche generazioni che dormivano il sonno dei giusti, libere dai vermi argentati.

Quando, ad un bivio, le impronte era confuse dal passaggio di quelli che venivano dopo essersi risvegliati, era comunque sempre chiaro ove fossero andati gli ultimi passati. Superarono innumerevoli diramazioni, seguendo corridoi e scale che salivano, scendevano, curvavano in ogni direzione. Nessun segno o decorazione sulla nuda roccia, a parte le cavità a volte vuote. Spesso i passaggi diventavano stretti e sembrava d’essere dentro un termitaio, o, quando affrontavano di nuovo il vento, di muoversi negli alveoli del polmone d’un Titano.

 

Provati ma non ancora esausti, raggiunsero una nuova sala decorata da mosaici. Non avevano idea dell’altezza a cui erano arrivati ed erano passate almeno due ore dall’inizio dell’ascesa. La sala pareva identica a quella dell’ingresso, ad eccezione dei soggetti raffigurati. Non si vedevano più comuni cittadini né una città, ma colossi dall’armatura dorata, con identici volti imberbi e occhi viola d’ametista, attorniati da figure con semplici vesti blu, adoranti, che si muovevano contro uno sfondo dello stesso colore. I Sette Dèi in armatura comparivano più volte, in diverse scene, distinguibili per armi e vessilli. Sul soffitto della navata centrale erano rappresentati tutti gli astri della Cintura Stellare, fatti di diamanti e argento, abbaglianti alla luce della torcia, ed una lucente linea dorata collegava ognuno di essi alle figure delle Divinità che li abitavano.

«Siamo vicini alla cittadella», rifletté Edone. «In questi mosaici i monaci parlano con gli Dèi.»

«…Prima che gli Dèi togliessero loro tutto», sussurrò Napijiri, con timore sul volto.

Al termine della sala di nuovo tre aperture, ma solo la centrale mostrava gradini in salita, appena rischiarati dalla luce fredda della Luna. Le metope che le decoravano parevano identiche a quelle della sala d’ingresso al labirinto, tranne una, proprio quella al centro sopra la soglia che stavano per varcare: era d’alabastro bluastro, con un intarsio d’opale striato che rappresentava uno sconosciuto simbolo arcano. Pareva un lungo verme che si piegava più volte su se stesso. Era molto diversa da quelle vicine, nello stile, nei materiali, nella lavorazione.

 

 

La Sfinge

Notte del 12° giorno di Primosole

 

Napijiri si liberò della torcia e uscirono cautamente all’aperto. La scala terminava su un camminamento in leggera pendenza che, videro, saliva costeggiando le prime strutture a tronco di piramide: edifici spogli, austeri, che dovevano essere stati dormitori e magazzini. Antri s’aprivano sul buio dove un tempo erano state porte, consumate dal tempo. Più oltre, illuminato frontalmente dalla Luna che ormai s’abbassava, svettava il tetro teocalli con al suo apice il tempio, un cubo di colonne dal tetto a cupola, che ricordava un santuario maledetto su una brulla collina dimenticata.

Non v’era polvere che consentisse ad impronte di guidarli, ma l’istinto li convinse a restare sul camminamento, che sembrava la via principale. Proseguirono fino a scorgere lo slargo lastricato antistante la piramide a gradoni, al centro della cittadella. Lì videro l’orda di morti infestati e sentirono i bassi lamenti dei prigionieri, che dovevano essere in mezzo alla torma. Sethethi s’accese nuovamente ed Edone decise di rinfoderarla per non farsi notare, quindi s’avvicinarono furtivi.

 

Statue d’onice nera di Chimere rampanti circondavano la piazza e i due guerrieri si nascosero dietro la più vicina per poter osservare meglio. Solo in quel momento Edone notò un’altra statua:

«Oh Dèi: ecco il Gatto!» disse sottovoce.

V’era un ingresso al primo livello del teocalli, un quadrato nero sorretto da colonne, ed ai suoi lati montavano la guardia due sculture più grandi delle altre, alte al garrese due volte un Uomo, raffiguranti la destra un Drago e la sinistra un Gatto, seduti composti sulle zampe posteriori. Avevano i colli piegati per volgere entrambi lo sguardo al lastricato tra loro, come a dover giudicare chi avesse osato tentare di superarli per entrare.

L’aizo annuì ed insieme, in un punta di piedi, si mossero dal piedistallo d’una Chimera all’altro tenendosi tra le ombre, silenziosi come assassini d’esperienza. Non avevano idea di quanto gli abomini fossero consapevoli di quello che li circondava e di come avrebbero reagito alla loro presenza, così non corsero rischi. Raggiunsero il lato dell’ingresso e poterono arrampicarsi sull’ampio piedistallo del Gatto. All’ombra della statua, affacciandosi da dietro i suoi fianchi, videro finalmente i compagni rapiti.

 

Le mummie infestate stringevano i prigionieri da ogni lato tranne che da quello del teocalli. Li tenevano bloccati tra gli artigli in un’unica fila, con lo sguardo rivolto all’ingresso della piramide, come a volerli presentare ad essa o a qualcosa che l’abitava. Se Edone e Napijiri non fossero stati nascosti nell’oscurità, i compagni li avrebbero sicuramente visti. Khalira, pallida sotto la Luna, era al centro della fila dei prigionieri, scossa da spasmi che lasciavano indifferenti i mostri che la brancavano. I due guerrieri potevano vedere il bianco dei suoi occhi socchiusi e tremanti.

Dall’altro lato dell’ingresso, ai piedi della statua del Drago, altri otto non morti con tuniche blu stavano eretti e rigidi rivolti alla folla dei loro simili. Erano tanti quanti gli umani catturati e tenevano tra le mani grossi vassoi di ceramica porpora, su ognuno dei quali un grosso e lucido verme argentato s’agitava lento.

«Khalira percepisce qualcosa», bisbigliò Napijiri. «I suoi occhi…»

Edone guardava la donna tormentato, poi disse:

«Il Gatto vede: il cuore è nella testa! Arrampicati.»

Senza aggiungere altro, mentre il compagno lo guardava senza capire, con la forza delle grosse braccia iniziò a risalire la statua, diretto alla testa.

In quell’istante la torma si mosse, forzando i rapiti ad avvicinarsi ancora di qualche passo all’antro. Poi li costrinsero in ginocchio, tenendoli per i capelli e bloccandogli collo e spalle con le unghie e le ossa aguzze delle dita. Napijiri s’acquattò il più possibile, mentre Edone ormai s’affacciava tra le orecchie triangolari della statua.

Edone s’aspettava un indizio, un cartiglio, una scritta, un qualcosa, ma non vide nulla sulla testa del Gatto. Restò interdetto, poi uno strano suono, simile al cigolio d’una macina da mulino, riecheggiò dalle profondità del teocalli, costringendolo a voltarsi.

 

Con il rumore di ciottoli che sfregavano l’uno contro l’altro ed il ritmico cozzare di macigni, un mostro d’aspetto inatteso s’affacciò dal buio tra le colonne. Davanti alla linea di prigionieri in ginocchio, muovendosi come un leone, comparve un’imponente bestia scolpita nella pietra, delle dimensioni d’un elefante ma ben più massiccia. Il corpo di quarzite rosa era retto da membra poderose, incise di simboli arcani, con artigli di giada. Una testa umana scolpita nell’onice, coronata da una tiara di fasce d’eliotropio e diaspro, era sostenuta da un collo taurino incassato in una profonda gorgiera di corniola, che ricordava la criniera d’un leone e diveniva una prominente gobba sul dorso. Il viso androgino, d’una bellezza perfetta, era una maschera immobile con l’espressione distaccata ed austera d’una divinità: solo i suoi occhi erano mobili, gemme di rodonite che s’accesero emanando fasci di luce rosa.

Quel guardiano, antico di millenni, era stato scolpito dal popolo di Iastra prima che la città di cristallo nel deserto perdesse il favore degli Dèi. Ogni umano sentì un timore reverenziale gelargli il sangue. Solo Khalira, non padrona di sé, continuava a tremare come scossa da convulsioni.

Il mostro non diede segno d’essersi accorto dei due guerrieri nascosti e sfilò oltre Napijiri, fermandosi tra il Gatto e il Drago. L’aizo si ritrovò a guardargli le terga, mentre Edone era poco più in alto della sua testa coronata, perfettamente inquadrata tra le orecchie del Gatto.

Per un attimo gli occhi rosa della Sfinge parvero l’unica cosa viva nella piazza, muovendo la loro luce ad illuminare i volti delle offerte che le erano presentate. Poi, nel più completo silenzio, quella che pareva la prima vittima scelta a caso venne trascinata dai cadaveri di fronte alle sue zampe, lasciata lì buttata a terra. I due guerrieri videro lo sguardo luminoso della Sfinge mutare in stretti raggi di luce rosa che si fissarono negli occhi dell’Uomo, mentre lui iniziava a contorcersi e lamentarsi senza un’apparente ragione. Prestissimo urla e convulsioni testimoniarono la sua agonia atroce, che si protrasse per alcuni istanti, poi il mostro di pietra alzò la poderosa zampa destra e la calò lenta sopra il cranio del disgraziato. Si sentì il rumore d’una zucca che si spaccava, sangue e cervella spruzzarono sul lastricato. Subito due non morti trascinarono via con gesti automatici quel che rimaneva dello sventurato.

I prigionieri si scossero con urla di terrore, mentre Napijiri ed Edone stringevano i denti imprecando per la loro impotenza. Khalira tornò in sé in quel momento, quando un altro prigioniero veniva portato ai piedi della Sfinge. Edone pensò che non fossero state le urla a svegliarla, ma l’ondata di paura insostenibile dei suoi compagni. Con una lentezza meccanica ed inumana, il secondo aizo subì lo stesso destino del primo. La stessa sofferenza, lo stesso spettacolo, lo stesso schiocco sordo e gli stessi schizzi di poltiglia rosata che restavano a terra mentre veniva trascinato via. Poi gli artigli scheletrici spinsero e trascinarono Khalira per presentarla al mostro.

 

Edone s’irrigidì come legno di quercia. Lei non aveva urlato di paura, non s’era opposta, e rimase in ginocchio mentre i raggi rosa si fissavano nei suoi occhi. Non mostrò tracce di sofferenza. Edone la fissò strabiliato, perché pareva che uno strano dialogo silenzioso fosse cominciato tra la veggente e quella che, immobile, appariva ora come una statua. Il guerriero si riebbe quando vide uno dei non morti con i vassoi muoversi, avvicinandosi alla ragazza. Lo vide chinarsi, tendendo il vassoio con l’Allghoi-Horhai verso il suo bel viso. Tornò a ragionare in fretta, maledicendo dapprima i Gatti e quello che avrebbero dovuto sapere, poi comprese: lo sguardo della statua era puntato dritto sulla tiara del mostro. Proprio in quel momento si sentì un crepitio elettrico e piccole saette iniziarono a danzare intorno al copricapo d’eliotropio e diaspro. Khalira, ancora immobile, rapita dalla luce rosa, pareva stremata, come se ogni energia le venisse rubata. Edone, convinto d’aver ragionato abbastanza, agì.

 

Napijiri fremeva vedendo la sua gente soffrire. Stava per lanciarsi tra le zampe di roccia per prendere la giovane al volo, incurante delle schiere di abomini, vermi e del colosso di pietra, poi cercò con lo sguardo il guerriero straniero.

Edone era ritto in piedi sul capo del Gatto. Napijiri lo vide sguainare la sua lama incanta, che pareva un unico cristallo d’ametista acceso da un fuoco interno. In un istante Edone sollevò lo spadone, caricò il colpo con entrambe le mani e saltò, calando un fendente micidiale con tutta la forza delle sue braccia sproporzionate ed il peso del suo corpo. Una lama e braccia diverse non avrebbero retto l’impatto. Un’esplosione di schegge e scintille ferì il viso di Edone e scagliò frammenti in ogni direzione, mentre Napijiri, agile come una pantera, saltava fuori dall’ombra del mostro che s’impennava, buttandosi Khalira su una spalla. La ragazza, di nuovo cosciente, cacciò un grido.

 

Dopo un iniziale, forse attonita, immobilità, le mummie nella piazza scattarono in preda ad una furia oligofrenica, con rabbiosi fischi stridenti. Dimenticando l’esistenza d’altri prigionieri, comunque troppo provati per fare qualsiasi cosa, si mossero verso l’aizo, costretto a difendersi con una sola mano. Invece la mummia che s’era avvicinata a Khalira e le altre con i vassoi dei vermi d’argento indietreggiarono, come a voler difendere gli orribili abomini che portavano.

 

Della tiara non rimanevano che frammenti ed il cranio esposto della Sfinge era un intreccio d’argento ed oro, scosso da tremiti e ronzii scoordinati e dissonanti. Edone vide al centro dell’intreccio una gemma d’un nero assoluto, fissata con fasce e chiodi di ferro rugginoso: era lunga un pollice, senza riflessi ed avida di luce. Tenendosi con una sola mano mentre il costrutto tremava ed ondeggiava, divelse il gioiello con la lama ametista di Sethethi. Se la cacofonia di ronzii era quello che per il juggernaut poteva dirsi un’anima, in quel momento, spegnendosi, lasciò un guscio di pietra inanimata.

Infilata di fretta la gemma nelle braghe, Edone, con la grazia che non gli avrebbe invidiato un orso, si lanciò di peso dal nuovo monumento sui non morti che incalzavano Napijiri. Ne sfasciò un paio solo toccando terra, poi spallate e pedate diedero spazio ad ampi archi di luce viola. Maneggiò l’arma incantata come un contadino fuori di senno che si desse ad una selvaggia mietitura. I corpi ossuti e i vermi che li infestavano venivano troncati dalla lama lucente come spighe seccate dal Sole: braccia, teste e mezzi busti piroettavano in aria.

Napijiri, prima che lo spazio fattogli dal compagno si richiudesse, posò Khalira a terra ed iniziò a volteggiare con la sua scimitarra. I due guerrieri s’unirono nella mietitura e ammucchiavano i resti degli assalitori, pronti a difendere la vergine aiza con sangue e sudore. Lei teneva stretto il suo amuleto con entrambe le mani e pregava, perché sapeva che la situazione era disperata.

Edone aveva accettato l’idea che sarebbe morto senza paura. Continuava a menare fendenti non perché sperasse, ma perché era per lui giusto difendersi allo strenuo: faceva la sua parte, non potendo provvedere a miracoli.

Napijiri era invece più istintivo, combatteva come una tigre stretta in un angolo, aggrappato alla vita.

Da principio i due guerrieri non s’avvidero della nuova luce violacea che iniziò a diffondersi dall’amuleto di Khalira, che lei s’era tolta dal collo e teneva alto verso il cielo. Poi, con un lampo accecante, tutto si fermò e calò il silenzio.

Disorientati in quel viola che aveva colorato ogni cosa, gli Uomini si ritrovarono a guardare gli attaccanti immobilizzati nell’atto di colpirli, poi sentirono forte la voce della veggente:

«Immobili!» ordinava ai mostri come un sacerdote ai suoi seguaci. «Voi che avete cercato il sapere proibito, voi corrotti dal verme del Tartaro, voi che avete tradito gli Dèi. Non corromperete nuovi meritevoli alla vostra causa persa: non c’è salvezza dalla verità degli Dèi. Non v’è riscatto per chi cerca risposte dove si è già perso.»

Un nuovo fischio si udì in quel momento, come il suono di un gigantesco flauto sgraziato, potente e rabbioso come il vento d’una tempesta. Occhi di vivi e orbite di morti subito si volsero, guardando al tempio sulla cima del teocalli.

Lì era comparsa una mostruosità mai vista: un enorme verme argentato ed iridescente, spesso quanto le colonne a cui s’avvolgeva e d’una lunghezza impossibile a dirsi, che fischiava e zufolava stridenti note d’odio verso la Luna. Irradiava terrore come una divinità ctonia, ma l’istinto la diceva essere estranea al mondo abitato dagli esseri umani. Era un’aberrazione aliena che aveva un che di primevo, che la mente vedeva più antica del tempo degli Dèi, e che s’avvolgeva a quelle colonne come avrebbe potuto, millenni prima, aver fatto con i menhir eretti da una razza dimenticata, su una collina persa tra boschi inesplorati.

La creatura si volse verso lo spiazzo e, sebbene non avesse occhi, era certo che vedesse la maga e i suoi protetti. S’impennò per poi distendersi minacciosa, mentre Khalira concentrava la luce viola su di lei. Le mummie infestate si scossero ed Edone e Napijiri dovettero immediatamente riprendersi dallo stupore e dal timore, tornando a mulinare le lame per frenarne gli assalti. Furono istanti di scontro frenetico, in cui i guerrieri sentirono più volte unghie lacerargli le carni. 

Khalira aveva lo sguardo fermo e severo fissando l’abominio: fu la sola tra vivi, morti e vermi d’altri mondi a non mostrare sorpresa quando, con un ronzio potente ed armonico, la Sfinge si riebbe. I raggi rosa degli occhi di rodonite balenarono nella notte, illuminando i monaci corrotti che assediavano gli umani, e si sentirono i sibili di dolore degli Allghoi-Horhai. In un istante decine di vermi furono arsi, liberando i cadaveri che li ospitavano e che subito cadevano inerti. I due guerrieri presero ad incalzare quelli ancora in piedi, mentre fumo e puzza di bruciato riempivano il piazzale. Poi il costrutto si voltò e balzò verso il colossale verme opalescente, risalendo la piramide con il fragore d’una frana, facendo volare schegge di roccia. Lo raggiunse in pochi istanti e l’affrontò.

In equilibrio precario, i due mostri si batterono e il verme tartareo cercò di stringere l’attaccante tra le sue spire, ma nulla poteva contro la dura pietra. Infine, con le robuste zampe artigliate di giada, la Sfinge schiacciò l’abominio, smembrandone il corpo viscido. Fiotti d’icore bluastro presero a colare in rivoli e piccole cascate, ma neppure a una goccia di quella lordura fu concesso di macchiare l’edificio sacro: tutto fu bruciato dai terribili occhi fiammeggianti nella luce rosacea.

I monaci maledetti ancora in piedi, al comando dei parassiti argentati, tentarono di ritirarsi con sibili e sospiri, caracollando verso i bassi edifici che un tempo erano stati i loro alloggi e le labirintiche catacombe del Faro. La Sfinge però non gli consentì la fuga, illuminandoli con lo sguardo purificatore dalla vetta del teocalli, ferma dinanzi al tempio. Era di nuovo la sua impietosa guardiana, e tutto fu fumo e lampi rosa e viola, che lentamente si spensero.

 

 

La Luce del Faro

Pomeriggio del 15° giorno di Primosole

 

Il calore del giorno era mitigato da un vento debole, piacevole, che veniva da sud. Dalla cima del Faro si dominava una distesa di deserto che pareva senza fine in ogni direzione. Solo le rovine di Iastra, lucenti a nord-ovest, interrompevano la monotonia.

Edone indossava una casacca bianca di cotone e portava sulla schiena il suo letale spadone, insieme ad un grosso tomo dalle pagine incise in fogli d’oro. Il Cuore Veggente era nascosto nella scarsella che portava al collo, sotto la veste.

Intorno a lui, gli Aizi s’affaccendavano con pacchi e ramazze improvvisate sotto il Sole del meriggio. Il piazzale era sgombro e pulito e la Sfinge, seduta sulle zampe posteriori tra Il Gatto e il Drago, vigilava immobile sull’ingresso del teocalli. La cittadella aveva riacquistato vita, e forse non era solamente grazie alla bella maga e agli altri che avevano deciso di restarvi. Edone sentiva che avevano vendicato generazioni d’anacoreti e studiosi, abbattendo i loro successori che li avevano traditi: avevano restituito ai morti delle catacombe l’onore che meritavano.

«Siamo al dunque guerriero», gli disse Khalira, comparendo alle sue spalle sorridendo. «Torni dal tuo stregone.»

Era vestita d’un’ampia tunica di pregiato lino azzurro senza maniche, tanto leggera da muoversi con la brezza. La stella a sette punte d’oricalco riluceva sotto il bel collo, ma la sua pelle scura sembrava ancor più luminosa. Edone sentiva il suo profumo.

«Emith-Frael ha bisogno di me e di questi oggetti», le rispose mordendosi le labbra. «Si preparano nuovi gravi eventi, mi ha detto, e io dovrò essere pronto.»

«Che stia attento con quella gemma: non porta vera conoscenza e non apre la vista a nulla se non agli abissi del Tartaro.»

«Credo lui lo sappia: ha una collezione di roba simile.»

La maga scosse il capo incredula, poi gli chiese:

«Avresti detto che sarebbe finita così? Io, una ragazza nomade, scelta dalla Sfinge come prima, nuova monaca del Faro della Fede?»

«Io no, ma Emith-Frael sì», rispose lui guardandola negli occhi. «Capisco ora che lui sapeva che te avresti salvato tutti: per questo mi ha detto di scegliere la veggente che più mi attraeva… Sapeva che avrei scelto te.»

«So che mi vuoi, Edone», lo canzonò lei senza cattiveria, «ma nel futuro che gestisco io non potrà accadere nulla di quello che tu immagini.»

Lui rimase immobile, senza tradire emozioni, e lei si fece seria:

«Sai Edone cosa vuol dire per un veggente “vedere il futuro”?»

Edone non mosse un muscolo, così lei gli si avvicinò:

«Vuol dire scorgere parte delle trame di Aemagar… E se qualcuno può scorgere il tuo futuro, vuol dire che fai parte di quelle trame».

I begli occhi a mandorla di Khalira s’erano fatti preoccupati sotto le sopracciglia forti; la sua mano affusolata carezzò la guancia ruvida di lui:

«Gli Dèi ti guardano, Edone, e la loro attenzione porta sempre grandi prove. La luce che ci ha salvato stanotte era viola come i loro occhi, lo stesso colore della lama del tuo spadone… Ma tu dovrai essere attento…»

Lui s’accomiatò con un goffo inchino e prese la via verso le gallerie scavate nella roccia. Si volse una sola volta e lei era già di spalle, diretta all’ingresso del teocalli. Con la luce del Sole e delle sue sorelle, Loro case, gli Dèi benedicevano la cittadella. Il Faro della Fede era tornato a splendere.

 

 

Benché il verme non avesse celato la sua forma, l’Uomo non ne ebbe timore ed accettò le sue offerta. La promessa di conoscenza fu pagata senza remore con certezze di antichi saggi, passate di padre in figlio, prima che sulle nuove verità si facessero studi. A riprova che nulla rende schiavo un Uomo se egli non lo consente, Iastra s’abbandonò a viscidi falsi profeti, mistificatori e sobillatori del Tartaro.”

 

Da “Riflessioni sul Declino”,

appunti del Maestro di Studi Emith-Frael dell’anno 750.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery; presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e fondatore di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Scrive per Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica contributi relativi allo sword and sorcery e alla narrativa fantastica. Ha pubblicato con Solfanelli, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ consulente della Commissione Contratti della World SF. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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