Spada, Stregoneria e Cinema – Ulisse (1954)

La regina Penelope è triste, 8 anni sono passati da quando Ulisse partì per conquistare Ilio e i contendenti al trono di Itaca non vogliono più aspettare. Nel frattempo nel regno dei Feaci la giovane e bella Nausicaa trova sulla spiaggia un naufrago che ha perso la memoria ma si dimostra tutt’altro che un uomo qualunque…

Uscito il 6 Ottobre del 1954 Ulisse si rivela essere il più grande incasso dell’anno, uno dei più alti del decennio e con più di 13 milioni di spettatori una delle pellicole più viste nella storia del cinema italiano.

Carlo Ponti e Dino De Laurentiis unirono le forze chiamando in campo alcuni dei più grandi interpreti e artigiani del cinema internazionale, con l’obiettivo di conquistare il più ricco mercato al mondo: quello americano.

Il problema più grande era ovviamente l’adattamento: come poter trasporre l’Opera per eccellenza della letteratura Occidentale sul grande schermo senza però oltrepassare il limite delle 2 ore?

Semplice, ingaggiando uno dei più grandi sceneggiatori americani di sempre, Ben Hecht, una delle nuove leve del teatro americano con all’attivo già diversi romanzi e racconti, Irvin Shaw e alcune delle più acute penne cinematografiche italiane come Franco Brusati, Ivo Perilli, Ennio De Concini e Mario Camerini, a cui verrà affidata la regia (sicura e centrata sui personaggi).

Questo gruppo di autori incominciò così a tagliare, fondere, aggiungere e rimescolare tanti temi che ancora oggi si affacciano nell’epica di Omero, aggiornando il tutto per l’occidentale medio del XX secolo tramite un utilizzo magistrale dell’analessi (flashback per i non esperti).

Ed ecco quindi Ulisse alla ricerca di se stesso sia come uomo civile (un re? un guerriero? un ladro? un artigiano? un uomo sposato? nubile? ecc…), sia come persona (le passioni che lo spingono, lo trascinano fuori dalla dimora di Alcinoo a cercare nel mondo l’oggetto per cui sta la parola Itaca e che per lui ha un significato importante che però gli sfugge).

La cattura di Ulisse e compagni da parte di Polifemo è pressochè identica all’originale (e il merito degli effetti speciali va all’immenso Mario Bava), così come la traversata in mare nel territorio delle sirene (che nella pellicola però lo illudono di parlare con Telemaco e Penelope e di essere giunto ad Itaca). La differenza più evidente, ma in ultima analisi riuscita ai fini del racconto, è la fusione dei due personaggi femminili più importanti al di fuori di Penelope: Circe e Calipso. Mentre il ritorno alla tanto sofferta Itaca tra libertà e fedeltà all’originale si conclude con la sconfitta dei Proci e l’abbraccio a Penelope.

Ad interpretare però personaggi mitopoietici di questo livello occorrevano i più grandi divi del cinema degli anni ’50.

Così ritroviamo Kirk Douglas, al massimo della forza fisica e attoriale, nei panni di Ulisse che vince i suoi nemici con l’ingegno, l’astuzia e il coraggio, che siano uomini, mostri, streghe o divinità. Ma Ulisse è pur sempre un uomo ed è combattuto da due desideri contrari di ugual forza: la curiosità, l’amore per l’avventura, il desiderio di conquistare l’ignoto ma anche la sicurezza della casa, il piacere di vivere e respirare accanto al proprio amore, educando la prole e amministrando il regno.

Ma al fianco di un grande del cinema americano come Douglas occorreva un’attrice capace di incarnare le due donne cardine della vicenda, le due facce della stessa medaglia: Penelope, l’angelo del focolare, la regina di Itaca dalla bellezza sciupata per la tristezza infinita di aver perso il marito, e il regno, ormai sotto il giogo dei Proci; e Circe, la strega, l’ignoto, violenta sia con la magia che con la ben più subdola psicologia, una donna che non riesce più ad amare se non ingannando e oscurando il giudizio di chi la circonda. Quella donna non poteva che essere Silvana Mangano una delle più belle attrici del cinema italiano.

A questi due giganti si aggiungono Anthony Quinn nei panni di Antinoo, il più gagliardo e sbruffone tra i Proci, Rossana Podestà nei panni della bella e giovane Nausicaa, Elena Zareschi nei brevi ma terribili panni della apocalittica Cassandra, Sylvie nei panni della saggia Euriclea e Jacques Dumesnil nelle vesti di Alcinoo, il magnanimo re che ospita “lo smemorato di Itaca”.

La scenografia di Flavio Mogherini (che poi ritroveremo nei due film di Ercole di Francisci), riesce a ricreare quell’afflato epico e antico, magico e oscuro che diverranno il marchio di fabbrica di tutti i film peplum italiani da qui in avanti. Mentre la fotografia del grande Harold Rosson crea dei giochi di luce così puntuali da delineare la “gravitas” che permea i personaggi, ricordando anche i grandi dipinti dedicati alla classicità come quelli di Waterhouse, Alma-Tadema, Leighton e Hayez (anche se io ci vedo molto lo zampino di Mario Bava, soprattutto nell’episodio di Circe visti i numerosi lampi di colore fotonici, marchio di fabbrica del maestro).

Ulisse è un capolavoro, una delle vette assolute del cinema italiano, che pur essendo una delle trasposizioni più infedeli possibili vanta una delle costruzioni narrative più epiche e coerenti che il genere peplum abbia mai prodotto. Un film da vedere e rivedere, per assaporare anche i fasti del cinema italiano ed europeo di una volta, quello che non aveva paura di rivaleggiare con gli U.S.A. bensì li prendeva per la gola (Graecia capta ferum victorem cepit).

4 comments

    1. Sì è una delle migliori interpretazioni di Douglas, che sostituì il ruolo scritto su misura di Clark Gable.

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