Recensione: Conan Best 3 – La Canzone di Belit

Conan è il personaggio simbolo del sottogenere sword and sorcery (spada e stregoneria) nato dalla fervida immaginazione di Robert E. Howard che dal 1932 al 1936 regalò ai lettori della celebre rivista americana Weird Tales uno degli eroi più originali e sconvolgenti del Novecento.

STORIA

Sotto l’influenza del loto giallo Belit e Conan condividono una visione di puro orrore: iniziano a conoscersi veramente per quello che sono…ma ogni storia che si rispetti ha un inizio e una fine e solo uno dei due potrà sopravvivere per raccontarla!

Brian Wood conclude egregiamente la sua lunga corsa su Conan prima facendoci degustare un possibile futuro del Cimmero accanto a Belit e famiglia (e perchè per Conan tutto questo per quanto bello sia impossibile), poi mostrandoci i due amanti vivere una strana avventura in un villaggio maledetto (dove la nostra Belit subirà una “trasformazione”) ed infine l’arrivo presso Zarkheba.

L’adattamento de La Regina della Costa Nera, uno dei capisaldi dell’epica howardiana in cui Conan rivela tutta la sua filosofia alla bella Belit è trasposta con grande passione capacità narrative. L’unica nota dichiaratamente diversa è la mancanza (anche se per me è più un’omissione che altro visto che c’è e si vede ma non viene sbattuto in faccia al lettore) del pendaglio rosso maledetto, trovato nella camera del tesoro, che la porterà ad atteggiamenti monomaniaci ed errori strategici fatali. In seguito Conan rifletterà su cosa lei abbia sacrificato realmente i suoi giorni: semplici pietruzze (con cui far giocare i bambini avrebbe detto Voltaire nel suo Candido). Una vita per dell’altro oro.

L’ultimo albo, il 25esimo risolve momentaneamente la situazione triste e tragica di Conan, che si rimette in viaggio, abbracciando la sua piena maturità e dimenticando la sua giovinezza al fianco del suo più grande amore.

Come vedete Wood punta sempre ad una costruzione psicologica dei personaggi il più precisa e attenta possibile.

Un signor lavoro!

DISEGNI

Il volume si apre con la seconda prova di Davide Gianfelice, il cui stile si nutre a piene mani dell’animazione sia americana che nipponica.

Segue Paul Azaceta, anche lui con un segno ricco di inchiostro eppure sintetico, mirato a narrare i corpi i volti e l’ambiente con poche linee belle grasse che in silenzio si aprono ad un’inchiostrazione quasi invasiva che fa risplendere ancora di più le luci che si stagliano nelle vignette.

Altro gigante del fumetto italiano contemporaneo, Riccardo Burchielli, co-autore con Brian Wood sul suo capolavoro DMZ (e disegnatore anche di diversi capitoli di Northlanders sempre di Wood). Il suo segno è sottile e agile mentre l’inchiostrazione è granitica. Il risultato è pura e semplice arte.

Conclude il volume Leandro Fernandez con uno stile oltre il concetto di essenziale tanto da farci pensare che riesca a disegnare le figure tutte in una volta. Come se le scolpisse dalla pagina con una sola linea alla maniera di Eduardo Risso.

Volete davvero che vi parli ancora una volta dell’immenso Dave Stewart che si adatta ed eleva ogni autore con la sua capacità cromatica unica nel mondo dei fumetti o dell’altro gigante che è Massimo Carnevale che stupisce con illustrazioni da capogiro sempre diverse ed emotive?

COMMENTO FINALE

Brian Wood ha prodotto qualcosa di nuovo e coraggioso nella lunga storia editoriale del cimmero a fumetti. Una gran bella serie.

L’unica edizione disponibile è quella targata Panini Comics: brossurato, 208 pagine a colori, formato 17x26cm, al prezzo di 18€. Questo volume contiene la serie Conan The Barbarian 17/25.

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