I racconti di Satrampa Zeiros – “L’isola di ghiaccio” di Andrea Guido Silvi – Ciclo dei Gatti

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , torna a trovarci Andrea Guido Silvi che ci propone “L’isola di ghiaccio”, quarto racconto fantasy (di circa 13.000 battute spazi inclusi) del Ciclo dei Gatti.

Buona lettura.


Autore

Classe 1981, sono nato a Rieti, dove il verde non manca e si respira ancora un po’ di magia tra boschi, laghi e santuari. Ho sempre viaggiato molto, sin da ragazzo, alla ricerca dell’incanto di paesaggi diversi ed ho continuato a viaggiare per studio (ho studiato in tre continenti), per lavoro e per passione (amo il trekking e la vita all’aperto). Nelle descrizioni delle mie ambientazioni, fantasy e non, c’è infatti poco d’inventato, perché non c’è nulla da aggiungere, se non la giusta storia, alla bellezza del grande nord o delle creste vulcaniche d’isole quasi incontaminate. La magia che non ho potuto vivere direttamente l’ho cercata nella lettura, e ho chiari numi cui ispirarmi: H.P. Lovecraft, E.A. Poe, E. Salgari, C.A. Smith, J.R.R. Tolkien. A questi s’accompagnano tanti altri che, anche con un solo racconto, mi hanno fatto dono di esperienze irripetibili (come King, Chambers, Howard…).

Come scrittore ho un’unica ambizione: mettere davanti agli occhi del lettore il mio mondo, trascinarlo al suo interno e coinvolgerlo. Questo non solo per fargli dimenticare il suo mondo per qualche ora, ma per consentirgli di vivere avventure, sfide, contesti morali e punti di vista diversi con cui confrontarsi. È questo il motivo per cui, a mio avviso, si scrive ancora oggi fantasy con draghi, cavalieri e castelli nella nebbia: la promessa di un mondo onirico, diverso e distante dal giornaliero, predispone al meglio la mente del lettore a regole per lui inusuali o aliene, consentendogli esperienze uniche che si aggiungono al suo bagaglio in maniera del tutto simile a quelle del suo vissuto ordinario.

Bocconiano, nel mio vissuto ordinario lavoro a Roma, dove mi occupo con soddisfazione di marketing per una delle principali compagnie assicurative in Italia, creando prodotti d’investimento destinati alla distribuzione bancaria.


Prefazione del Ciclo dei Gatti a pubblicazione periodica su Hyperborea

di Andrea Guido Silvi

 

La Guerra tra Divinità e Demoni s’approssima, sostiene Emith-Frael, mago e veggente fedele ai Giusti Dèi degli Uomini. I mortali sono le pedine che, mosse sulla scacchiera, preparano gli schieramenti al conflitto, e il loro posizionamento prende anni, decenni, forse secoli. Ladri, guerrieri e mercenari vivono le loro vite, mentre il veggente li indirizza sulla la strada che dovranno percorrere. Edhar “Edh” Manhak (“I Gatti e i ragni”, “Il Nero”) non ha mai conosciuto il veggente, eppure lui ha segnato la sua strada. Edone, lo sgraziato guerriero dalla braccia lunghe (“Il Nero”, “Ynghwamokka”, “La Sfinge” e altri racconti), è allo stesso tempo pedina ed amico di Emith-Frael, che lo spinge verso il suo destino impresa dopo impresa. I Gatti, animali ambigui, sono parte attiva nella lotta alle forze demoniache che minacciano il Creato, ma si muovono perlopiù nell’ombra, vittime ed artefici della superstizione che li circonda.

Il filo conduttore della raccolta è dato dalla predestinazione dei personaggi nella trama decisa dalle divinità, il cui disegno però non è mai chiaro. Attraverso il racconto di vicende tra loro collegate, si scoprono motivazioni e storia dei vari protagonisti, coinvolti in una sorta di staffetta che procede lentamente verso un obiettivo ignoto. Ogni racconto è un tassello del puzzle.

 

Nota: nei racconti i nomi di alcune creature o animali, come avviene per i Gatti, vengono scritti con l’iniziale maiuscola per indicare che si tratta d’esseri appartenenti a specie dotate d’intelletto o dalla natura oltremondana. Allo stesso modo si parla di Uomini, con l’iniziale maiuscola, così come di Nani, Elfi e Gnomi, che insieme compongono l’insieme dei comunemente detti “esseri umani”.


L’isola di ghiaccio 

di Andrea Guido Silvi

La primavera era giunta veloce quell’anno, come non si ricordava da tempo. Il Sole, coadiuvato dalle sue piccole sorelle minori, s’era fatto d’un tratto più caldo e inclemente, e venti tiepidi avevano battuto le pareti di granito del fiordo, incuneandosi verso sud. Presto s’erano sentiti il fragore delle lavine e lo sciabordio crescente delle cascate, alimentate dai ghiacciai.
L’immensa isola di ghiaccio era giunta inattesa come quella primavera precoce, bianca con sommità cristalline, arenandosi a meno di un’ora di canoa dal villaggio. Era accaduto due settimane prima. Succedeva di rado che le isole di ghiaccio galleggianti fossero spinte così all’interno del fiordo, e certamente non se ne ricordava una così grande: alta centinaia di braccia, non era possibile misurarne il perimetro se non in ore di pagaiata.

Giungeva il tramonto ed il ragazzo, con l’unico spesso sopracciglio aggrottato sugli occhi neri, il viso piatto e le braccia troppo lunghe, s’inerpicava sul ripido sentiero oltre gli abeti innevati, sgraziato nelle movenze quanto nell’aspetto. Finalmente convinto, aveva atteso la fine del suo lavoro e l’inizio di quello della madre per intraprendere quella strada, fino alle falde di uno dei picchi più impervi del massiccio. Da lì dominava con lo sguardo la baia ormai in ombra, protetta dalle mura di granito che si tingevano di rosa e si perdevano oltre l’orizzonte a nord. Ma non era lì per il paesaggio: cercava la capanna di Auremone.
Lì, tra i cespugli di mugo, in una capanna foderata di pelli, viveva la strega dei Gatti. I pescatori del villaggio la dicevano pazza, ma ne parlavano guardando a terra, non ammettendo di essersi rivolti a lei in passato, per filtri, fatture e vaticini. Ne avevano paura. Tuttavia Edone dava ascolto alle loro parole solo a metà: figlio d’una prostituta, sentiva d’avere poco in comune con chi faceva finta di non vedere lui e sua madre durante il giorno e bussava alla loro porta la notte. A lui pareva che i pescatori facessero finta di non vedere anche l’isola di ghiaccio, per questo aveva deciso di recarsi dalla vecchia sibilla per chiederle del futuro.

Edone ne raggiunse la casa quando ormai il cielo mutava dal viola al blu e lei, decrepita e maleodorante, coperta di pellicce di volpe, gli aprì la porta come se l’attendesse. Gli indicò una panca vicino al camino acceso, dove in una marmitta fumante ribolliva qualcosa dall’odore acre, solo in parte nascosto dal profumo di ginepro. Erbe e zampe d’animali essiccate pendevano dal soffitto, e, da angoli diversi dell’unica stanza, tre grossi Gatti delle foreste, che parevano piccole linci grigie tigrate, fissarono gli occhi verde acceso sul nuovo arrivato.
Edone squadrò i tre animali tenendo a freno ogni impulso superstizioso, evitando invocazioni e scongiuri. Era preparato alla loro presenza e la paura che i Gatti incutevano alla sua gente non era sufficiente a dissuaderlo. Sedendosi s’avvide degli occhi della donna fissi su di lui, identici a quelli dei tre animali, e si chiese quanto lei avesse da spartire con loro.
«Benvenuto ragazzo», disse la vecchia con voce gracchiante, sedendosi all’altro capo della panca, con il giovane a portata di braccio. «Cosa porta uno degli ingrati villani di Quaterela nella mia dimora?»
«La speranza che le paure dei villani riguardo a te siano vere, maga», rispose dimostrando il suo carattere, i profondi occhi neri fissi in quelli della fattucchiera. «Sono qui per l’isola di ghiaccio, troppo grande e troppo vicina al villaggio: voglio che tu mi dica cosa succederà, se sei capace.»
La donna restò ad osservarlo a lungo in silenzio, fino a quando lui pensò che volesse intimorirlo. Ma Edone non mostrò alcun timore, perché era abituato a maltrattamenti ed umiliazioni, a risse e percosse, che avevano fatto forte il suo spirito come il fisico sgraziato. Lui voleva sapere.
«Sohta, Sohtrop, Simara: venite qui piccoli miei», chiamò lei d’un tratto.
Le tre piccole linci, con le code dritte come aste di bandiera, andarono a sedersi di fronte a lei, con le spalle verso il fuoco ed il calderone borbottante. Edone non si mosse, ma sussultò accorgendosi che le loro iridi fesse erano divenute color arancio, luminose come i carboni ardenti, e lo stesso era accaduto a quelle della fattucchiera. Mentre i Gatti s’immobilizzavano come statue guardando solenni la padrona, lo sguardo di lei parve immergersi nel loro e poi superarli, andare oltre il fuoco e le pareti della capanna, perdendosi nel vuoto.
Quando, dopo minuti, le iridi di Auremone e quelle dei Gatti tornarono verdi, Edone fu stupito dalla sua espressione, fattasi tenera e affettuosa, premurosa.
«Sei saggio Edone», gli disse. «Più di tutti quei pescatori che pensano solo al prossimo pasto.»
Lui divenne terreo: «Crollerà dunque? Si spaccherà precipitando in mare e dei pescatori moriranno?»
«Ho visto le correnti d’acqua cadere dai monti ed erodere dal basso la montagna galleggiante: essa non si spaccherà, ma sta per capovolgersi. Tu sentirai un gran fragore e poi vedrai un’alta onda venire verso il villaggio e sommergerlo. Quella che tu chiamavi casa sparirà risucchiata dai flutti, mentre l’eco delle grida ancora rimbalza tra i monti, scatenando nuove lavine.»
Edone fu scosso dalla vivida immagine di tanta distruzione:
«Quando accadrà?»
«Presto Edone. Ogni sorgere del Sole indebolisce i ghiacci.»
Il ragazzo saltò in piedi, deciso: «Devo avvertirli».
«E loro ti daranno ascolto?» domandò lei, d’un tratto cinica e sprezzante. «Se tu corressi ora da loro per dire del pericolo imminente, quanti ti seguirebbero?»
Edone tentennò solo per un istante: «Farò comunque ciò che devo. Pregherò mia madre di seguirmi, se necessario. Se nessuno mi darà ascolto, domattina andrò solo».
«Hai un cuore forte e buono, ragazzo mio», disse Auremone sorridendogli.
«Andrò subito.»
Si stava alzando quando lei lo fermò con un cenno: «È freddo fuori, e tu hai bisogno di rinfrancare spirito e corpo, perché ti aspettano una notte di fatica ed un’alba di dolore. Non ti ho chiesto un compenso, né te ne chiederò uno».
Lui tornò a sedersi e non negò la guancia all’inattesa affettuosa carezza della vecchia, che subito si mosse verso la dispensa. Un poco in imbarazzato ma compiaciuto, restò a guardarla mentre recuperava stoviglie pulite, formaggi, frutta essiccata, miele ed insaccati dall’aspetto invitante, mettendoli sul tavolo con una bottiglia di vino impolverata. Nessuno aveva mai imbandito per lui un simile pasto.
Mentre l’aiutava a spostare la panca, un sospetto nacque nella mente del ragazzo, ma lei, quasi che potesse leggere i suoi pensieri, volle subito rassicurarlo: non sedette con lui, ma pizzicò con le dita e mangiò un pezzo d’ogni portata, versandosi del vino per prima. Incredulo, percependo quello che pareva sincero affetto, Edone chiese:
«Perché tutto questo?»
«Per quanto ti ho detto di stanotte e di domani mattina, ma soprattutto perché coraggio e fermezza vanno premiati e protetti.»
Sotto lo sguardo di Sohta, Sohtrop e Simara, composti e austeri, il ragazzo infilò la testa nel piatto non nascondendo l’appetito. Per un attimo dimenticò la montagna di ghiaccio, concedendosi anche il lusso di gustare frutta secca e formaggi con calma. Poi, la faccia sporca di miele, si girò grato verso Aueremone, ad un passo da lui, e s’immobilizzò.
Quella che vedeva, con i capelli biondi lunghi e curati, la pelle chiara e liscia, avrebbe potuto essere la figlia, se non la nipote, della fattucchiera. Aveva un fisico statuario, con le linee toniche di chi non si concedeva mollezze, ma le caviglie e i polsi d’una signora di sangue nobile.
Edone sbatté le palpebre sotto l’unico sopracciglio aggrottato; rimettendo a fuoco, ebbe conferma di non essersi ingannato. Forse era un qualche incantesimo, ma quella che gli sorrideva non era la vecchia che gli aveva aperto la porta, sebbene il viso avesse molti tratti in comune.
«Dopo il corpo occorre rinfrancare lo spirito», disse la bellissima donna chinandosi su di lui.
Lui riconobbe calore nel suo sguardo, ma d’un tipo differente dall’affetto. Le iridi di lei avvamparono di nuovo come carboni ardenti e v’era un che di felino nelle sue movenze languide ed eleganti. Nonostante il lieve torpore dato dal vino, che pure gli aveva scaldato il sangue, Edone ebbe un brivido.
Balzò in piedi, si divincolò dalla donna e raggiunse lesto la porta. Sohta, Sohtrop e Simara non lo fermarono, come aveva invece temuto: restarono a guardarlo, tranquilli e solenni, forse giudicandolo. Aperto l’uscio, fu accolto dal freddo e dal buio.
Una voce alle sue spalle, né adirata né imperiosa, lo indusse+ a voltarsi:
«Se vai, rimpiangerai la mia offerta d’amore fino al tuo ultimo respiro».
Non era stata una minaccia, aveva anzi colto una nota triste in quelle parole. Rimase a guardarla: gli occhi di nuovo verdi; l’ovale del volto che pareva luminoso alla luce tenue delle stelle, come braccia e cosce dalla pelle lattea; le forme sinuose delineate dal chiarore pulsante del fuoco alle sue spalle…
«Edone, se pure fosse un’illusione, cosa avresti per te da temere?»
Il ragazzo fu colto dal dubbio. Poi tornò lentamente sui suoi passi.
Non le disse nulla e allungò una mano tremante verso il braccio scoperto di lei, sfiorandone la pelle vellutata, saggiandone la carne soda. Timidamente, prese a carezzarle il viso, mentre le narici d’entrambi s’allargavano e il loro respiro si faceva più corto. Dopo un’ultima esitazione, Edone abbassò la mano sui suoi seni, baciandola sulle labbra carnose.
Lei, morbida e rassicurante, lo guidò di nuovo dentro, guidò i suoi movimenti e la sua irruenza, ma non poteva né voleva frenarne il trasporto. S’abbracciarono dinanzi al fuoco e le loro vesti fecero da giaciglio, mentre le braci davano colore ai corpi nudi. Gli odori della capanna non potevano coprire il profumo della pelle, su cui giocavano carezze ed unghie, baci e denti. Un’armonia istintiva, forte come il sangue che sentivano pulsargli nelle vene, alternò dolcezza e foga. Sohta, Sohtrop e Simara se ne stavano in disparte, guardandoli con curiosità.

Fu la prima luce del giorno a svegliarlo, penetrando dalle finestre sporche. Il calore delle pellicce dapprima lo confuse, poi si rese conto che i tre Gatti s’erano addormentati su un suo fianco. Sull’altro ronfava la vecchia strega, con i capelli di nuovo grigi e sporchi. Edone ebbe un brivido. Riuscì a tirarsi su evitando di svegliare lei, ma non i Gatti, che presero a stiracchiarsi per poi mettersi ad osservarlo. Si vestì in fretta e, come la notte prima, e quando se ne andò Sohta, Sohtrop e Simara non lo fermarono. Finalmente fuori dalla capanna, chiudendosi la porta alle spalle, poté vedere di fronte a sé la baia che si risvegliava.
Il Sole e le sue prime sorelle minori s’alzavano oltre le creste delle montagne, e i bordi frastagliati dell’isola di ghiaccio iniziarono a riflettere la loro luce abbagliante. Edone fece i primi passi sul sentiero verso casa, ma dovette distogliere lo sguardo e coprirsi gli occhi con la mano, accecato. Poi sentì un suono netto, come quello di rocce che si spaccavano, e vide l’isola bianca cominciare a rovesciarsi. Seguì il fragore della massa immane che smuoveva acqua e fondale, levando un’onda altissima. Da quella distanza s’aveva l’illusione che fosse lenta nel risalire il fiordo, ma non lo era. Grida acute s’unirono al fragore sordo del muro liquido, riecheggiando tra scarpate e picchi, e slavine e crolli precipitarono nel mare che s’abbatteva sulle coste e ne risaliva le pendici. Le acque travolsero i boschi, per poi ritirarsi trascinando via alberi e case di legno. Dov’era prima Quetarela, Edone vide solo una distesa di fango nero.
Restò lì imbambolato per un tempo indefinito. Se avesse dormito in casa sua, cercando di non ascoltare i mugolii e le volgarità soffocate che giungevano dalla stanza della madre, anche lui sarebbe stato rapito dalle profondità del fiordo.
Tornò agirarsi verso la capanna di Auremone, vedendo la porta ancora chiusa: nulla dava a pensare che fosse sveglia. S’incamminò per un nuovo sentiero, quello che attraversava la foresta verso sud, diretto ad un vicino villaggio di boscaioli. Non si voltò più. Voleva dimenticare casa sua e conservare puro il ricordo della notte appena trascorsa. Voleva ricordare il volto giovane e bello della sua prima amorevole amante, vivendo l’illusione d’averne visto la reale bellezza.

Bella come non mai, con il volto luminoso, Auremone uscì alla luce del Sole e delle sue sorelle. Voleva guardare il giovane Edone un ultima volta, quando lui era già distante. Quella notte s’era tolta la maschera per lui, amandolo sinceramente, ma sapeva che il futuro del ragazzo era altrove.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery. Presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e direttore editoriale di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Nel 2019 aderisce a CulturaIdentità e frequenta con profitto la Scuola di Formazione GEM a Roma, dedicata al giornalismo, alla comunicazione, all’editoria e ai nuovi media. Scrive per Il Giornale, Geopolitica.ru, Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Barbadillo, Ereticamente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica. Ha pubblicato con Solfanelli, Psiche e Aurora, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, alla Italcon, a Vaporosamente, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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