I racconti di Satrampa Zeiros – “Cinocefali” di Mattia Caprioli

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Mattia Caprioli, che ci propone “Cinocefali”, racconto di sword and sorcery mediterraneo, di circa 20.000 battute.

Buona lettura.


Autore

Nato a Chiavari (GE) nel 1992, Mattia Caprioli è sempre stato appassionato di Storia, guerrieri e fantasy: tre passioni che hanno coinvolto e influenzato gran parte delle sue scelte di vita.

Nel 2018 consegue la laurea magistrale in Scienze dell’Antichità presso l’Università degli studi di Genova, con una tesi sull’equipaggiamento militare dei Romani d’Oriente in Occidente tra VI e VII secolo.

Rievocatore storico di XIII sec. e XVII sec. dal 2011, dal 2016 è socio fondatore e presidente dell’associazione “Numerus Italorum”, con la quale studia e ricostruisce l’apparato militare romano d’Oriente  di VI-VII e XI sec. È inoltre un praticante di scherma storica, o HEMA, presso la Scuola di Scherma Storica “Antonio Quintino”, con sede a Genova.


SINOSSI

Magnus è un soldato dell’impero romano d’Oriente, in fuga verso Ravenna con alcuni altri soldati sopravvissuti, tra cui il giovane e impaurito Vitaliano, dopo che il loro esercito è stato distrutto in battaglia dai Longobardi. Durante una conversazione notturna, Magnus chiede a Vitaliano di ricordare sempre chi è, ovvero un soldato romano, e di onorare coloro che lo hanno preceduto.

Magnus e i suoi vengono raggiunti all’alba da un gruppo di cavalieri imperiali, sfuggiti alla battaglia ancora prima di combattere, comandati da Leone. Con loro ci sono quattro prigionieri: tre uomini e una donna, longobardi che si aggiravano da soli nella pianura. Leone prende il comando di Magnus e i suoi compagni, ma Magnus si rifiuta di seguirlo quando il comandante fa mostra di voler abbandonare i soldati senza cavallo. Leone prosegue per la sua strada, mentre Magnus prende il comando dei soldati rimasti con lui.

Il giorno dopo Magnus e i suoi scoprono che Leone e i suoi uomini sono stati massacrati in modo brutale, e che i quattro prigionieri sono spariti. Un sopravvissuto, prima di spirare, racconta di “mostri”, responsabili del massacro.

Mentre proseguono la loro marcia, Magnus e i suoi scorgono i quattro longobardi che li stanno seguendo. Pur non volendo credere a storie di mostri, Magnus prepara una resistenza armata per quella notte.

Dopo essersi accampati presso un fiume e aver approntato una sommaria difesa, i soldati vengono raggiunti dai quattro longobardi, nel cuore della notte.

La donna pronuncia ossessivamente una litania in lingua longobarda, si produce una ferita al braccio. I tre uomini longobardi bevono il sangue della ferita e si trasformano in cinocefali, quindi attaccano i soldati imperiali.

Durante una dura lotta, nella quale Vitaliano perde una gamba e tutti i soldati rimangono uccisi, Magnus riesce a uccidere i tre mostri e rimane l’unico sopravvissuto. Esausto, viene quasi sopraffatto dalla donna longobarda, che viene uccisa da una freccia scagliata da Vitaliano, per quanto morente. Comportandosi da soldato romano, ha salvato la vita di Magnus.


Cinocefali

di Mattia Caprioli

 

Seduto su un umido tronco coperto di muschio, Magnus faceva la guardia. Si grattò la corta barba scura, si strinse nel mantello e osservò i suoi compagni che dormivano in terra o appoggiati agli alberi, illuminati dai raggi della luna.

Soldati imperiali, non più di venti. Disperati e affamati come lui, ancora coperti dal sangue e dal fango del campo di battaglia.

Pochi giorni prima, uscendo da Ravenna e Classe sotto le insegne del curopalates Baduario, nessuno di loro avrebbe mai immaginato che sarebbe andata a finire così.

I Longobardi in Italia erano litigiosi, divisi tra decine di duchi, senza una guida. Quelli che tornavano dalla Siria e combattevano sotto le insegne imperiali non avrebbero mai tradito. Così pensavano tutti.

“E ora eccoci qui, dispersi da qualche parte in questa pianura, braccati come animali.” pensò Magnus.

Schiacciati dai Longobardi nemici da una parte e da quelli traditori dall’altra, i soldati dell’esercito di Baduario erano stati massacrati, compreso il curopalates. Quanto rimaneva del numerus di cavalieri di Magnus, quasi annientato, si era dato alla fuga, e presto lo stesso Magnus si era trovato solo, senza avere idea di dove fosse.

Dopo un paio di giorni, il caso lo aveva portato a incappare in quel gruppo di soldati sopravvissuti, provenienti da ogni parte dell’impero: Illirici, Traci, Isauri, Italici, persino un soldato dalla lontana Armenia.

Magnus vide una figura avvicinarsi a lui nel buio. Quando fu più vicino, riconobbe Vitaliano, un ragazzo ravennate alla prima esperienza di guerra.

«Cosa fai in piedi?» gli chiese Magnus a bassa voce. «Faresti meglio a riposare.»

«Ho pe-pensato che volessi compagnia…sai, per non a-addormentarti.» rispose il ragazzo, tremando per il freddo e, pensò Magnus, di paura. Per evitare di farsi scoprire da eventuali inseguitori e in mancanza di acciarini, i soldati non accendevano fuochi di notte, e non tutti erano abbastanza fortunati da avere con loro un mantello. Nessuno osava abbandonare le armi o togliersi l’armatura.

Magnus aprì la fibula di bronzo che teneva chiuso il suo mantello e lo offrì a Vitaliano, che non lo aveva. Il ragazzo esitò, guardando a terra.

«Serve più a te che a me. Ho combattuto in Illiria, a confronto qui è come stare davanti al fuoco per me.» gli disse Magnus, con un sorriso di incoraggiamento.

Vitaliano annuì e infine, lentamente, prese il mantello e se lo avvolse addosso. Il ragazzo rimase in piedi finché Magnus non battè la mano sul tronco, invitandolo a sedersi vicino a lui.

Non si dissero nulla per qualche minuto. Una leggera brezza faceva frusciare le foglie tra gli alberi.

«Pensi…pensi che ce la faremo?» mormorò infine Vitaliano, rompendo il silenzio. «A tornare a casa, intendo.»

Magnus rimase silenzioso per qualche secondo, cercando le parole giuste.

«Sì, ce la faremo.» disse Magnus, fissando il ragazzo negli occhi. «Sei un soldato romano. Quando sei in dubbio, tienilo sempre a mente. Camminiamo sulle orme di chi ha affrontato pericoli ben più grandi di noi, e dobbiamo onorare il coraggio dei nostri avi con il nostro valore. Non lasciare che il dubbio ti eroda l’animo, non permettere mai che l’esitazione ti faccia fallire. Sei un soldato romano.» concluse, poggiandogli una mano sulla spalla.

Vitaliano lo fissò per qualche secondo, poi annuì e tornò a guardare davanti a sé, apparentemente riflettendoci su.

Magnus non si fece dare il cambio, rimanendo vigile tutta la notte. Vitaliano cercò di rimanere sveglio, ma alla fine crollò addormentato.

Alle primissime luci dell’alba, un cupo rumore arrivò alle orecchie di Magnus. L’inconfondibile rumore di cavalli al galoppo.

“Ci hanno già trovati!”

Non c’era tempo di nascondersi o scappare, solo di preparare una difesa. Magnus scrollò Vitaliano, e gli ordinò di svegliare gli altri senza fare rumore, mentre lui faceva lo stesso.

In pochissimo furono tutti in piedi e armi in pugno, chi con scudi, spade e lance e chi con arco e frecce. Qualcuno sarebbe potuto fuggire con i pochi cavalli che c’erano, ma lo spirito di corpo aveva prevalso.

Mentre si faceva giorno, il rombo degli zoccoli dei cavalli si faceva sempre più chiaro. Magnus pensò che dovevano essere almeno una trentina di cavalieri, iniziò a distinguerne le sagome tra le piante.

Quando sembravano sul punto di sbucare dagli alberi, i cavalieri rallentarono e si fermarono. Calò per qualche secondo un silenzio irreale.

Finalmente si levò una voce dal gruppo di cavalieri. Magnus e i suoi compagni risero, gridarono ed esultarono di gioia: la voce era in greco!

I cavalieri si fecero avanti, portandosi in vista. Appartenevano tutti allo stesso reparto, come indicavano i loro scudi tutti uguali, blu con una grande croce nera al centro. Erano tutti in condizioni decisamente migliori dei disperati che avevano trovato, senza una macchia di sporco a lordare vesti e armature.

“Sono fuggiti dalla battaglia ancora prima di combattere.” rifletté Magnus storcendo la bocca. Non avrebbe potuto fidarsi di uomini del genere.

Uno dei cavalieri smontò e si tolse l’elmo luccicante, sormontato da un’alta cresta di penne rosse che terminava con un ciuffo di crine.

«È bello trovare finalmente facce amiche, e scoprire che siamo sulla strada giusta per Ravenna!» esclamò, scuotendo la folta chioma nera. «Sono Leone, comandante di questi valorosi…o di quanto ne resta. Chi di voi ha l’autorità per parlare?»

Nessuno aprì bocca. Magnus si guardò intorno, e notò Vitaliano che lo fissava. Alla fine fece un passo avanti.

«Parlerò io per i miei compagni. Mi chiamo Magnus.»

Leone lo squadrò. «Dove sono i segni del tuo rango?»

Magnus sollevò scudo e spada. «Eccoli.», disse. «Sono un soldato, come tutti loro.»

Leone scoppiò a ridere. «Bene, dunque nessuno qui ha l’autorità per parlare. Prendo io il comando ora. Prendete le vostre cose e andiamo, dobbiamo sfruttare il giorno finché possiamo.»

A Magnus quell’uomo non piaceva, ma non vide motivo per obiettare a quell’ordine.

I compagni di Magnus dovettero solo recuperare le armi e, chi lo aveva, montare a cavallo. Mentre sistemava la sua cavalcatura, Magnus notò quattro figure insolite tra i cavalieri appena arrivati.

Una bellissima donna dai capelli rossi, e tre uomini dalle lunghe barbe bionde. Avevano tutti le mani legate.

“Longobardi.”

I tre uomini sembravano non fare caso a ciò che accadeva loro intorno, mentre la donna non toglieva gli occhi azzurri carichi d’odio dai soldati.

Magnus si avvicinò a Leone, che era rimontato a cavallo, e gli chiese chi fossero quelle persone.

Leone ridacchiò. «Abbiamo incontrato questi stupidi barbari straccioni che vagavano da soli nella pianura. Vendendoli come schiavi, ne ricaverò un bel gruzzolo. Anche se la rossa, forse, potrei tenerla per me.» concluse, ridendo sguaiatamente.

«Uomini, pronti al passo veloce!» proruppe poi Leone. «Spronate i cavalli!».

Magnus guardò i suoi compagni: una decina erano a piedi, tra cui Vitaliano.

«Leone…» disse Magnus andandogli vicino.

«”Signore”, per te.» gli fece Leone, stizzito.

Magnus strinse forte le redini del cavallo. «Signore,» ricominciò, con tono di scherno «marciare a passo veloce con i cavalli significa lasciare indietro gli uomini a piedi.»

Leone annuì. «Un triste sacrificio, certo. Ma non possiamo permetterci di perdere tempo.»

«Non solo vigliacco allora, ma pure uomo senza onore!» sbottò Magnus, sputando a terra.

«Ringrazia che non ho tempo da buttare via con feccia come te, o ti farei giustiziare per questo.» ringhiò Leone. «Se vuoi rimanere qui a gettare via la tua vita, fai come credi, soldato. Mi risparmierai la fatica.»

Il comandante lanciò il cavallo al galoppo, seguito dai suoi e da alcuni dei compagni di Magnus. Tre di loro non spronarono i cavalli e rimasero.

Quando i prigionieri longobardi passarono vicino a lui, Magnus incrociò lo sguardo di odio della donna dai capelli rossi. Gli venne la pelle d’oca.

Così come erano apparsi, i cavalieri imperiali svanirono. Tutti coloro che erano rimasti fissavano Magnus ora.

«Bene,» disse Magnus annuendo «pochi ma buoni, come si suol dire. In marcia, dunque.»

Camminarono più veloci che poterono, verso est, razionando il poco cibo che avevano e riempiendo otri e borracce a ogni ruscello che trovavano. Magnus mandava a turno i tre cavalieri rimasti davanti e dietro al gruppo, ad assicurarsi che non vi fossero nemici. Lui, invece, per la maggior parte del tempo smontò e andò a piedi, conducendo il cavallo per le redini.

Non incontrarono nessuno per tutta la giornata. Si fermarono solo all’imbrunire, trovando riposo in una vecchia villa abbandonata.

Vitaliano si offrì subito di fare la prima guardia, cosa di cui Magnus fu molto grato. Sentiva le palpebre pesanti e aveva bisogno di dormire.

Magnus sentì degli ululati in lontananza. Prima di addormentarsi, gli sembrò persino di riconoscere dei nitriti di cavalli e urla umane.

 

***

Quando trovarono il primo cavallo con il ventre e la gola squarciati, nessuno fu molto stupito. Avevano sentito tutti gli ululati la notte precedente, per cui pensarono a un branco di lupi.

Ma proseguendo ne trovarono un altro, e poi un altro ancora. Quando infine incapparono nel cadavere di uno degli uomini di Leone, con la gola squarciata e senza una mano, Magnus ordinò che si fermassero. Qualcosa non andava.

Mandò avanti due degli uomini a cavallo a controllare, ordinando loro che facessero estrema attenzione.

Mentre i due cavalieri si allontanavano, Magnus si chinò a studiare il cadavere del soldato. Dove era stata la sua gola, si apriva una voragine rossa di brandelli di carne, un ferita che nessuna lama avrebbe potuto creare. Anche la mano mancante non era stata tagliata, ma strappata via.

“Forse un orso?” si chiese Magnus, poco convinto.

I due uomini a cavallo tornarono dopo breve tempo, sudati e i volti bianchi come stracci. Quando Magnus li interrogò, quasi non riuscirono a parlare.

«Devi vedere tu stesso.» si limitarono a dire.

Quando finalmente li trovarono, in una radura in mezzo a una macchia di alberi, rimasero tutti impietriti dall’orrore. Qualcuno mormorò una preghiera.

Gli uomini di Leone e molti dei loro cavalli giacevano sparsi tutt’intorno, fatti a pezzi. Pochi di loro avevano tutti gli arti ancora attaccati al corpo, a più d’uno mancava la testa. Avvicinandosi, Magnus notò che anche le corazze e gli scudi erano stranamente danneggiati, come se molti uncini li avessero graffiati e squarciati.

A malapena riconobbe il cadavere di Leone dai vestiti e dall’elmo crestato, riverso a terra. Ciò che era stato il suo volto era una maschera di cicatrici e sangue raggrumato, dalla corazza aperta sul fianco fuoriuscivano gli intestini, e gli mancavano un braccio e una gamba.

«Che follia è questa?» mormorò Vitaliano. «Non credevo che i Longobardi fossero capaci di un simile orrore.»

Magnus scosse la testa. «Né uomo, né bestia, può aver fatto tutto questo. Non riesco a spiegarmelo.»

«Magnus, da questa parte!» urlò uno degli isauri. «Questo qui è vivo!»

Magnus accorse, e trovò un uomo con la schiena appoggiata a un albero. Il braccio destro era stato strappato, mentre tre lunghi squarci correvano lungo il suo viso, dove un tempo vi era stato l’occhio sinistro.

“Non ne avrà per molto.”

«Riesci a sentirmi? Cosa è successo?» chiese Magnus.

L’uomo mosse flebilmente le labbra. Emetteva suoni senza senso.

D’improvviso il braccio sinistro dell’uomo scattò e si serrò sul polso di Magnus. L’occhio rimasto era spalancato.

«I mostri! I mostri!» disse, con voce rauca. «La donna…la donna! Bevono il sangue, ci fanno a pezzi…nel sonno…Signore, pietà…»

Il braccio cadde, e l’uomo smise di parlare per sempre.

“Il delirio di un uomo moribondo.” riflettè Magnus scuotendo la testa. Eppure, guardando i cadaveri degli uomini intorno a lui, notò che non c’erano né la donna né i suoi compagni. Ma erano solo quattro, e disarmati. Non potevano essere stati loro, più probabilmente erano fuggiti.

Era inutile perdere la testa per capire la causa di quanto successo, non potevano fare altro che proseguire.
I suoi compagni erano incerti, e lo guardavano, in attesa che dicesse loro qualcosa.

«Non abbiamo tempo di dare una sepoltura cristiana a questi uomini.» disse infine Magnus. «Prendete ciò che ritenete utile, e cercate cavalli ancora vivi, se ve ne sono. Dobbiamo andarcene il prima possibile.» concluse, preso da uno strano senso di urgenza.

Gli uomini trovarono solo due cavalcature ancora vive e si limitarono a recuperare frecce, corde per gli archi e il cibo che gli uomini di Leone avevano nelle bisacce, poi si misero nuovamente in cammino a passo svelto.

La maggior preoccupazione di Magnus adesso era quella di trovare un riparo sicuro per gli uomini. Un’impresa ardua, in quella pianura senza fine punteggiata solo da macchie di alberi. Qualunque orrore potesse aver compiuto quel massacro, forse era ancora nei paraggi.

Stavano marciando in aperta pianura e il sole era a metà del suo percorso nel cielo, quando Vitaliano si avvicinò a Magnus con aria agitata.

«Guarda, laggiù.» disse il ragazzo, indicando un punto all’orizzonte a destra. «Ci stanno seguendo da quando siamo ripartiti.»

Magnus all’inizio non vide niente, poi aguzzò la vista e notò quattro figure in lontananza. Non riusciva a distinguere nessun dettaglio di loro da così lontano, ma avrebbe riconosciuto la chioma rossa della figura in testa al gruppo anche a miglia di distanza.

Le parole del moribondo risuonarono nella testa di Magnus. “I mostri! I mostri!”

Magnus aveva già sentito storie di mostri, portenti e metamorfosi, ma aveva sempre creduto fossero solo credenze del mondo pagano, favole per sciocchi superstiziosi.

Non ci credeva. Ma non avrebbe inutilmente rischiato la vita sua e degli uomini con lui.

Chiamò gli uomini a cavallo. Ordinò loro di trovare il fiume più vicino e di condurvi gli uomini.

Non aveva idea di cosa fosse davvero in agguato. Qualunque cosa fosse, Magnus si sarebbe fatto trovare pronto. Era determinato a vendere cara la pelle.

 

***

Magnus controllò nuovamente che l’ultimo palo appuntito fosse stato piantato ben saldamente nel terreno. Traballava ancora troppo per i suoi gusti, ma dovendo usare le spade sia come accette che come martelli, non si poteva davvero fare di meglio.

Quando gli uomini ebbero finito di disporre il semicerchio di pali sporgenti intorno a loro, con il fiume alle spalle, il sole stava ormai calando dietro l’orizzonte.

Magnus volle rimanere personalmente di guardia. Anche Vitaliano era sveglio.

Il cielo era terso quella notte. Magnus inalò a pieni polmoni l’aria fredda, mentre dava una rapida occhiata alla volta celeste.

I cavalli nitrirono e batterono gli zoccoli per terra. Poi, sotto i raggi lunari, finalmente Magnus vide le quattro figure avvicinarsi. Si fermarono a una trentina di passi dalla loro fortificazione di fortuna.

Magnus teneva lo sguardo fisso sulla donna e i suoi tre compagni. Gli uomini erano coperti da scure chiazze di sangue e con gli abiti sbrindellati. Alle sue spalle, sentì che Vitaliano svegliava e radunava i soldati.

Tutto rimase silenzioso per alcuni, lunghissimi secondi. Non tirava un filo di vento.

La donna mormorò una sorta di cantilena nella lingua longobarda, poi la ripetè più volte alzando la voce, fino a urlare. La donna estrasse dalla cintura quella che sembrava la sommità spezzata di una lancia, e la sollevò in alto, continuando la sua cantilena.

Poi vi passò la lingua sopra, e si fece un taglio al braccio. I tre uomini si avvicinarono a lei e succhiarono il sangue dal braccio, mentre lei tornava a ripetere la cantilena.

Magnus fece un passo indietro. Sollevò lo scudo ed estrasse la spada. Gli uomini accanto a lui, ammutoliti, prepararono le armi.

I tre uomini longobardi si prostrarono a terra, artigliando il terreno. I loro lamenti di dolore in pochi secondi cambiarono, trasfomandosi in ringhi bestiali. I loro corpi iniziarono a deformarsi.

«Signore, pietà di noi.» mormorò uno dei soldati alle spalle di Magnus, che rimase muto, con le mandibole serrate.

Quando si rialzarono ringhiando, i tre longobardi non erano più uomini. Le dita delle mani erano diventati lunghi artigli, le gambe erano diventate zampe lunghe e muscolose. Ma le teste! Al posto delle loro teste, tre teste bionde di cani feroci e ringhianti.

La donna rossa rise, si inginocchiò in terra e ululò alla luna, poi riprese a cantilenare. I tre risposero al richiamo, poi partirono all’attacco ringhiando e latrando.

Magnus urlò. Era un grido di guerra per scacciare la paura che stava per attanagliarlo. I suoi uomini risposero con grido altrettanto forte, si serrarono negli scudi e tesero gli archi.

Le prime frecce andarono a perdersi nel buio, della seconda salva andò a segno solo un dardo, che si conficcò nella spalla di uno dei mostri ma non lo fermò. Non vi fu tempo per un terzo tiro.

I tre cinocefali si buttarono sui soldati, senza preoccuparsi di poter essere infilzati o feriti. Tre uomini finirono a terra, volti e gole squarciate dai feroci artigli e dalle fauci.

«Non isolatevi, state uniti!» ordinò Magnus. Vitaliano era accanto a lui. «Stammi vicino!» gli urlò.

Iniziarono a combattere i cinocefali a gruppi di due o tre. Il più grosso dei tre mostri si gettò su Magnus, puntando alla sua gola con le fauci spalancate.

Magnus portò in avanti lo scudo, la bocca del cinocefalo si serrò sul bordo. Magnus alzò la spada e la calò più forte che potè sulla testa dell’essere, mentre Vitaliano conficcò la lancia nel suo costato. Il mostro cadde a terra morto.

Vitaliano guardò Magnus e sorrise, euforico per essere sopravvissuto.

Un secondo cinocefalo, che doveva aver ammazzato i soldati con cui stava combattendo, si abbattè su di lui, strappandogli una gamba. Vitaliano urlò, mentre il sangue bagnava il terreno.

Magnus gridò e attaccò il cinocefalo, alternando colpi di spada e bordate con lo scudo distrutto. Il mostro era agile e forte, deviava ogni colpo con le braccia artigliate. Magnus fece un paio di passi indietro, mentre il cinocefalo rispose con un latrato di sfida.

Magnus lanciò lo scudo sul muso del mostro. Approfittando della sua distrazione si gettò su di lui, infilzandolo con la spada e abbattendo l’arma sulla sua testa, impugnandola a due mani.

Il guerriero ansimò, cercando Vitaliano con lo sguardo. Fece appena in tempo a vederlo a terra agonizzante che l’ultimo cinocefalo gli fu addosso. La spada di Magnus volò via, il cinocefalo buttò l’uomo a terra, le fauci spalancate verso il suo volto.

Magnus allungò una mano di fianco a lui, e sentì la faretra di un soldato morto. Estrasse una freccia e stese il braccio di fronte a lui, gridando.

L’asta si conficcò nella bocca spalancata del mostro, fuoriuscendo dalla nuca. Bava e sangue colarono sul volto di Magnus. Il cinocefalo, paralizzato, con un guaito crollò su un fianco.

Magnus si tirò in ginocchio, guardandosi intorno. Sembrava tutto finito, ed era rimasto solo lui in piedi.

Un urlo agghiacciante squarciò la notte. La donna si era avvicinata, sconvolta e piena di rabbia, l’asta spezzata della lancia in mano. Abbattè l’asta come un bastone sulla testa di Magnus mandandolo a terra, mentre continuava a parlare nella sua lingua incomprensibile.

Fu su di lui, con l’arma in alto pronta, a trapassare la gola di Magnus.

Poi una freccia si conficcò nel collo della donna. La rossa sputò un fiotto di sangue, e crollò a terra.

Magnus si mise in piedi tremando. Vide Vitaliano seduto, con un arco in mano. Il ragazzo annuì, poi crollò a terra.

Magnus incespicò verso il ragazzo e lo prese tra le braccia. Vitaliano sorrideva.

«Sono…un soldato romano.» mormorò.

Il guerriero annuì, appoggiandogli una mano sul petto. Non disse nulla. Poi il ragazzo spirò.

Magnus rimase a lungo vicino al ragazzo, finché non sorse il sole.

Il guerriero recuperò un arco e una faretra, lo scudo meno danneggiato che riuscì a trovare e la spada. Stava per recuperare anche il suo mantello, ma non ebbe il cuore di toglierlo da corpo di Vitaliano. Si limitò a sollevarne un lembo e a coprire il volto del ragazzo.

Magnus cercò il suo cavallo, montò in sella e cavalcò verso il sole. Sperò che Ravenna non fosse ancora troppo lontana.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario e di studi tradizionali. Presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e direttore editoriale di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Nel 2019 aderisce a CulturaIdentità e frequenta con profitto la Scuola di Formazione GEM a Roma, dedicata al giornalismo, alla comunicazione, all’editoria e ai nuovi media. Scrive per Il Giornale OFF, Il Primato Nazionale, Fenix, Geopolitica.ru, The Fourth Political Theory, L’Intellettuale Dissidente, Barbadillo, Molotov, Ereticamente, Dimensione Cosmica e Hyperborea. Ha pubblicato con AGA Editrice, Solfanelli, Independent Legions Publishing, XPublishing, Gog Edizioni, Psiche e Aurora, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, alla Italcon, a Vaporosamente, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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