Spada, Stregoneria e Cinema – Ercole al Centro della Terra (1961)

Per salvare la bella Deianira (Leonora Ruffo), Ercole (Reg Park) è costretto a scendere nell’Averno e recuperare una pietra magica. Consapevole dei tanti pericoli sul suo cammino chiede aiuto al suo amico Teseo (Giorgio Ardisson), accompagnato da un goffo individuo che si fa chiamare Telemaco (Franco Giacobini). Ma il vero male alberga nel palazzo del potere di Ecalia dove Lico (Christopher Lee) tesse la sua tela di morte…

Diretto da Mario Bava, il film si rivela un successo di pubblico nazionale ed internazionale, confermando il superbo talento del grande cineasta sanremese.

Come avevo già scritto QUI, il 1961 può essere considerato l’anno d’oro del genere dei “sandaloni” perchè nel giro di pochi mesi si potè gustare un peplum dai risvolti fantascientifici (Ercole alla Conquista di Atlantide), uno dai risvolti orrorifici (questo Ercole al Centro della Terra) ed un ultimo gioiello puramente fantastico (che conoscerete a tempo debito).

Permettetemi però di presentarvi uno dei giganti dimenticati del nostro cinematografo: Mario Bava, il tuttofare del Cinema Italiano.

Dopo una breve gavetta col padre Eugenio, il giovane Mario Bava inizia subito come tecnico degli effetti speciali e per caso si cimenta anche con la fotografia dirigendo i primi corti e prestando servizio in diversi lungometraggi tra cui Guardie e Ladri (1951) di Monicelli e Steno. Senza di lui non avremmo avuto I Vampiri (1957), primo film dell’orrore italiano e Caltiki il mostro immortale (1959), il primo film di fantascienza italiano, entrambi diretti da Riccardo Freda, il quale però ha sempre ammesso il pesante contributo di Bava non solo a livello di fotografia ma anche di regia. Suo è anche il lavoro sui due Ercole di Pietro Francisci, che, si dice, dormisse spesso e lasciasse tutto in mano al sanremese.

Ma quindi di chi è la colpa? Del pubblico e dei produttori. Il primo non avendo fiducia nei mezzi italiani ha sempre preferito il cinema americano o anglofono di pura evasione (da qui i nostri grandi cineasti e attori erano costretti a vendersi come anglofoni sin dai titoli di testa), i secondi, seppur consci di ciò hanno cavalcato “l’onda” sino alla sua implosione, i tardi anni ’80 quando ormai non si poteva più copiare gli americani perchè avevano mezzi avanguardistici (a meno che non erano gli italiani ad avere successo, e quindi fieri pubblicavano a lettere cubitali il nome del regista, come per il western all’italiana, il giallo e l’orrore). Se ci pensiamo è lo stesso problema che ha colpito Urania…

Ma ritorniamo al film.

Il soggetto, scritto da Bava e da Sandro Continenza è un inno all’Avventura per ragazzi, dove l’eroe supera prove e ostacoli straordinari dimostrando così il suo coraggio, la sua astuzia e la sua forza. Senza dimenticare i personaggi di contorno come il tragicomico Telemaco, che strappa sempre una risata con la sua goffaggine, il perfido Lico, disposto a ricorrere alla magia nera ed invocare antiche divinità perdute pur di sedere in eterno sul trono di Ecalia e l’esuberante Teseo, sempre pronto a picchiare duro e a conquistare le ragazze più belle. E come in ogni buona sceneggiatura, i personaggi parlano quando è indispensabile (per esprimere i loro sentimenti o quando la trama sembra aver perso il filo), e quando agiscono lo fanno lasciando parlare i loro fendenti.

Mario Bava però più che un grande scrittore è stato un gigante della fotografia e degli effetti speciali, lavorando sia per gli italiani che per gli americani, salvando infinite pellicole e produzioni, ottenendo il plauso anche da uno dei pesi massimi del cinema mondiale, Raoul Walsh, che lo definì un maestro.

Il suo uso espressionistico del colore, sempre acceso, ipersaturo e fluido ipnotizza lo spettatore che, senza accorgersene, viene trascinato nel mondo magico e soprannaturale costruito ad arte dal grande Bava negli studi di Cinecittà. A ciò va aggiunta una magistrale capacità di giocare con luci ed ombre e una scelta delle inquadrature impeccabile, come la scena della caduta nel giardino delle Esperidi dei nostri (molto teatrale) o quella dell’oracolo che si rispecchia nell’acqua mentre i tuoni illuminano sullo sfondo il volto di Ercole.

Ma Bava era anche un genio negli effetti speciali, che si inventava lui tra una ripresa e l’altra. In questa specifica pellicola utilizza oltre ai classici modellini, costumi e pietre in cartongesso, delle gelatine per le scene coi non-morti, inchiostro sotto vetro e ghiaccio secco per creare le scene in cui i nostri “varcano i cancelli dello straordinario”, qualche trucco di montaggio per far apparire e scomparire persone, e un antenato del blue-screen imparato QUI.

Da Roger Corman (che solo dopo aver visto questo film, collaborerà col grande Richard Matheson, confezionando i suoi capolavori gotici e dell’orrore degli anni ’60, capendo che nonostante i pochi mezzi si potessero fare grandi cose), alla Hammer Film (casa cinematografica britannica che ruberà a piene mani dal nostro Bava creando i suoi capolavori anni ’60), da John Carpenter e Dario Argento a Joe Dante e Lucio Fulci passando per John Landis, Tim Burton e Quentin Tarantino: Mario Bava è la BASE dell’orrore su pellicola e sulla capacità di creare visioni dalla potenza incredibile con poco (punk prima del punk?, nel dubbio recuperate lo speciale di Sky Cinema Mario Bava Operazione Paura).

Come se non bastasse in questo film assistiamo al terrificante risveglio dalle cripte di un esercito di non-morti. Il primo esempio di zombie/ritornanti/non-morti (anche un po’ fantasmi visto che alcuni volano), nella storia del cinema mondiale!

Da segnalare infine le musiche semplici ed efficaci di Armando Trovajoli, altro genio del Belpaese che ha lavorato con tutti e attraversato tutti i generi.

Ercole al Centro della Terra è senza dubbio il capolavoro assoluto, un punto fermo, una pietra di paragone del peplum, capace di incutere terrore, strappare una risata e tendere i nervi sino a farli esplodere. Mostri, maledizioni, signori oscuri, magici artefatti, e una bella da salvare: questo è il cinema peplum al suo massimo. Una delle tappe fondamentali per capire che il Fantastico Mediterraneo è capace di tutto e non ha nulla da invidiare al Fantastico d’Oltremanica o d’Oltreoceano!

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