I racconti di Satrampa Zeiros – “Az-Zinds” di Lorenzo Davia

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare Lorenzo Davia, che ci propone Az-Zindis, racconto di narrativa dell’immaginario di circa 20.000 battute.


Autore

Lorenzo Davia (Trieste, 1981) è ingegnere, giramondo e topo di biblioteca. Suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Il suo Ascensione Negata è arrivato secondo classificato alla prima edizione del Premio Urania Shorts. Ha creato con Alessandro Forlani il progetto di scrittura condivisa “Crypt Marauder Chronicles”. Ha scritto le storie della Fata Mysella pubblicate in New Camelot e Le Avventure della Fata Mysella.

 


Az-Zindis

di Lorenzo Davia

Butros la Guida arrestò il suo cammello sull’orlo del wadi e alzò la mano. Sentì alle sue spalle gli altri cammelli fermarsi.

Venne affianchato Kaamil el-Ghazal. La luce della luna piena gli permise di vedere il viso e gli occhi del primogenito della casata Al Muqdaqa. La Gazzella. Animale veloce, come i ghazzu da lui condotti. Ma questa volta non si trattava di una razzia.

Fece un segno di assenso a Kaamil, che si voltò sulla sella e sibilò un ordine. Il comando passò di guerriero in guerriero, gli uomini di el-Ghazal fecero inginocchiare i cammelli e smontarono.

Butros e Kaamil fecero altrettanto.

La Guida, seguito da Kaamil e dagli altri mujāhidūn, scese la ripida parete del wadi. Acacie e altri arbusti spinosi sostituirono le rocce aguzze. Bassi alberi presero il posto dei cespugli. In fondo al wadi iniziò il boschetto di palme.

Prima di inoltrarsi nell’oscurità tra gli alberi, Butros fece un segno ai guerrieri di radunarsi attorno a lui.

– Ora – mormorò – dobbiamo stare attenti a non fare rumori. Là dentro non arriva la luce della luna, rischiamo di non vedere dove mettiamo i piedi e di non ritrovare più i compagni. Quindi procedete con cautela. E silenzio.

I guerrieri ascoltarono, poi guardarono Kaamil. Il loro capo annuì.

– Fate come dice, è la nostra guida.

Il palmeto sembrava deserto, ma Butros sapeva che la vita c’era e dormiva. Sarebbe bastato poco, lo spezzarsi di un ramo, una voce troppo alta, per far alzare in volo le quaglie e le pernici, che a loro volta avrebbero mosso il fogliame, svegliato le gazzelle e le pecore, e in breve messo in allarme tutto il bosco.

I mujāhidūn obbedirono. Trovarono sul loro cammino tronchi caduti, ruote idrauliche, canali d’irrigazione, bassi alberi dei frutteti. Arrivarono fino alla fine del palmeto senza aver emesso un suono. Furono talmente bravi che Butros ebbe l’impressione di essere solo in mezzo alle palme.

Oltre il bosco c’era un tratto di nudo terreno. Le palme erano state abbattute, i tronchi e le foglie giacevano al suolo.

Alla luce della luna le mura di az-Zindis sembravano brillare.

Un’illusione, pensò Butros, ma agli occhi di Kaamil la città doveva veramente brillare di ori e tesori.

Posta sulla strada che portava dalla Mecca alle terre di Al-Yaman, az-Zindis era un possedimento ambito per le varie tribù arabe e i Muqdaqa la volevano sottrarre ai loro eterni rivali, i Bahhaw.

Uno dei guerriero afferrò la spalla della Guida, indicando le mura.

– Cosa c’è?

– Ho visto qualcosa passare  là sopra.

Furono raggiunti da Kaamil.

– Butros, ci avevi detto che non ci sono guardie sulle mura.

– Ma Ghazal – intervenne il guerriero – quello che ho visto io non era una persona.

– E cosa era? – chiese Kaamil.

L’uomo rimase in silenzio.

– Parla – insisté il suo capo.

– Non era una persona – si limitò a dire quello. Si allontanò mormorando versi del Corano.

– Ghazal – disse Butros, – dobbiamo procedere.

Gli uomini uscirono dal palmeto. In silenzio scelsero una delle palme abbattute, vi legarono di traverso alcuni rami raccolti dal suolo.

Butros e Kaamil osservarono le operazioni nascosti nel palmeto.

– Cosa credi abbia visto Ahmed? – chiese Kaamil.

– Lo sai cosa si dice di Juwaisir.

– Il wālī di az-Zindis opprime gli abitanti con la magia?

Butros fece spallucce. Aveva incontrato altre volte il sihr shaitani, ed era sempre stata una brutta esperienza.

– Questo è quello che dicono.

– Ma tu ci credi?

– La gente di Zindis è spaventata dal governatore messo qua dagli Al-Bahhaw, evitano di parlare di cosa fa.

– Gli Al-Bahhaw regnano con la paura e il terrore, aiutati dai loro amici ottomani. Se fosse vero, sarebbe un motivo in più per liberare la città. Ma a te queste cose non interessano, vero?

La Guida fece spallucce.

– Un lavoro è un lavoro.

I guerrieri appoggiarono la scala appena costruita contro le mura.

Kaamil, seguito da Butros, raggiunse la base della parete. Avevano scelto quel posto perché le mura erano in parte crollate nella parte superiore, rendendo più facile l’accesso.

El-Ghazal salì per primo. Quando sentirono il richiamo dell’upupa provenire da sopra le mura due guerrieri salirono la scala improvvisata, seguiti da Butros.

Appena arrivato in cima la Guida si spostò per lasciar salire gli altri mujāhidūn.

Sotto di lui la città di az-Zindis giaceva nella più completa oscurità e nel più tetro silenzio.

Nessuna lama di luce filtrava oltre le imposte delle finestre.

Nessun bramito di cammelli. Nessun latrare di cani.

Niente gemiti di amanti o singhiozzare di ammalati.

 

Scesero i gradini che conducevano alla città addormentata.

A Butros parve che stesse trattenendo il fiato.

Condusse il gruppo di guerrieri attraverso le strade, fermandosi ad ogni angolo per controllare che non vi fosse nessuno. Spesso le carovane partivano di notte per evitare il calore del giorno ma non sentì lo scalpiccio dei cammelli, i richiami dei servi o gli ordini del rais.

Attraversarono porticati, strisciarono sotto le mura delle moschee, si nascosero nelle ombre gettate dalla luna.

Mentre stavano attraversando una piccola piazzetta Butros udì un lontano strisciare e si fermò. Dietro di lui si bloccò l’intera fila di guerrieri.

– Siamo all’aperto – gli sibilò il condottiero. – Se passa qualcuno…

Butros si portò un dito alla bocca. Kaamil tacque e si mise in ascolto. Gli uomini si guardarono attorno cercando nemici tra le ombre.

C’era qualcosa che sfregava contro il fondo polveroso della strada.

Qualcosa di grande che stava venendo verso loro.

Kaamil afferrò la situazione.

– Dobbiamo nasconderci.

Butros si guardò attorno.

Durante il giorno, tra merci esposte, carretti parcheggiati, tende tirate e baracche aperte, non avrebbe avuto problema a celare anche mille uomini. Ma di notte, con tutte le mercanzie al sicuro nei negozi, gli spazi sgombri e i chioschi chiusi… Indicò un angolo della piazza, dove si trovavano le tende ripiegate e messe in disparte. Semplici tende senza valore, ingiallite e invecchiate dalla sabbia del deserto. Corse verso i mucchi di tende, sollevò un lembo e fece segno agli uomini, ancora fermi in mezzo alla piazza, di saltare dentro.

Vi fu un momento di esitazione tra i guerrieri, ma Kaamil lo sciolse raggiungendo Butros e tuffandosi per primo tra le stoffe, seguito dai suoi uomini.

La Guida si assicurò che i mucchi di stoffe non rivelassero le sagome dei suoi nuovi ospiti.

Lo strisciare sembrava provenire da più direzioni. Era accompagnato anche da uno scricchiolio, come se qualcosa stesse premendo contro il terreno secco.

Vinse la curiosità di scoprire cosa fosse a provocarlo e si immerse nel mare di tessuto.

Il rumore invase la piazza, vi si estese come l’acqua quando fugge da una crepa in un qanat, passò vicino al gruppo di guerrieri nascosti. Ci fu un sibilare e sniffare l’aria, poi il suono si allontanò.

Ci fu solo il silenzio, e dopo un po’ Butros udì la stoffa muoversi.

– Guida?

Era Kaamil che lo cercava. Il condottiero lo raggiunse strisciando sotto le tende.

– Cos’era quello?

– Il motivo per il quale se ne stanno tutti chiusi in casa.

Respiravano piano per non inghiottire la sabbia. Le gole erano secche, irritate dalla polvere, ma tutti si trattennero dallo sputare o tossire.

Uscirono da sotto le stoffe molto dopo che il silenzio si era riappropriato della piazza. Raggiunsero un gruppo di case.

– Qui dietro c’è la fortezza del governatore – spiegò Butros.

– È questa la casa? – chiese Kaamil.

– Poco più avanti c’è l’ingresso. Appartiene a un commerciante di bestiame, vi abita con le figlie e le serve.

Kaamil annuì, si avvicinò alla porta d’ingresso dell’abitazione.

L’arco a sesto acuto e la spalla in pietra bianca interrompevano il muro di mattoni d’argilla. La porta era in legno rinforzata col ferro.

La Gazzella fece un segno ai suoi uomini di tenersi pronti. Butros rimase indietro. Kaamil lo pagava per indicargli la via, non per liberargliela.

El-Ghazal bussò alla porta. Non sentirono alcun rumore provenire dalle strade di az-Zindis, ma scalpiccii e mormorii da oltre i battenti.

– Chi è?

La voce che sentirono era spaventata e confusa.

– Guardie del wālī. Aprite subito.

Si sentì il rumore del ferro che scorre sul legno secco e stridii vari, la porta si aprì.

Kaamil spinse il battente e si gettò dentro, seguito dai suoi.

Butros chiuse la fila. Alla tenue luce della lampada a olio vide Kaamil che premeva la mano contro la bocca del commerciante. Gli altri mujāhidūn si fiondarono per i corridoi e le stanze della casa a cercare, svegliare e zittire gli altri occupanti.

La guida incrociò lo sguardo del commerciante. Con gli occhi l’uomo gli fece un cenno diretto alla porta aperta.

Butros fece capolino in strada, si guardò attorno. Gli parve di sentire qualcosa strisciare in lontananza, si affrettò a chiudere la porta e sbarrarla con la stanga di ferro.

Kaamil intanto aveva tolto la mano dalla bocca dell’uomo, minacciandolo però con un coltello.

– Grazie a Dio siete degli uomini, e non quella cosa!

– Quale cosa? – chiese Kaamil.

– Mi avete fatto venire un colpo! Siete qua per liberarci dal governatore e dalla sua puttana, vero?

Kaamil annuì. Butros prese la parola.

– Tranquillizza le tue figlie e le tue serve, non faremo del male a loro.

Il commerciante obbedì. Le donne piangevano nel cortile dell’haramlek, coprendosi il volto con le lenzuola. L’uomo parlò loro e le calmò.

Solo allora Butros notò che l’apertura del cortile era stata chiusa con delle assi di legno.

Ahmed fece un cenno alla Guida e a Kaamil, che seguirono l’uomo tra le stanze fino a raggiungere la cucina.

Pentole e piatti erano appoggiati su un ripiano di mattoni. Il piccolo forno giaceva spento in un angolo.

Sopra la loro testa, un botola.

Kaamil ordinò a un guerriero di rimanere in casa a sorvegliare la famiglia. Trovarono una scala e la appoggiarono contro il muro della cucina. La Gazzella si arrampicò sopra, sollevò le assi di legno e, dopo esser rimasto in ascolto per un momento, uscì sul tetto della casa.

Butros lo seguì. I tetti, le case, i vicoli di az-Zindis formavano una scacchiera irregolare sotto la luce della Luna e delle stelle

Davanti a loro la fortezza del governatore, una massa dalle forme indistinte nella poca luce. Indicò a Kaamil la casa che sorgeva tra loro e la piazza antistante la fortezza: le due abitazioni erano separate da uno stretto vicolo.

Kaamil annuì: si poteva saltare.

Butros fece un cenno agli uomini nella cucina, che li seguirono sul tetto.

Kaamil saltò per primo, seguito da Ahmed e da altri fedelissimi.

Venne il turno di Butros: prese la rincorsa, salì sul parapetto, si lanciò. Toccò la cima dell’altro muretto, si lasciò cadere e rotolò sul tetto.

Restava solo un uomo, che prese la rincorsa, saltò. Un’ombra scattò dal vicolo, l’uomo scomparve con un grido soffocato, ci fu un tonfo e un rumore di ossa spezzate.

Kaamil si avventò verso il parapetto, Butros e Ahmed lo fermarono, lo trascinarono verso la botola. La spalancarono, lo gettarono di sotto.

Ahmed si lasciò cadere, Butros si sedette sul bordo della botola e lanciò un’occhiata ai tre mujāhidūn rimasti sul tetto. Avevano estratto le scimitarre e la Guida capì che non li avrebbero seguiti.

Dalla strada salirono due occhi di fuoco, seguiti da un corpo nero e sinuoso.

La Guida si sentì strattonata, cadde di sotto, la botola si chiuse sopra di lui.

Respiri di uomini che cercavano di restare calmi. Sudore che puzzava di paura. Dal tetto non provenne alcun rumore.

Un grido di dolore, rumore di spade, qualsiasi cosa sarebbe stata meglio del silenzio che li sovrastava.

– Torniamo sopra per aiutarli? – chiese sottovoce Ahmed.

– Ormai sono andati – tagliò corto Kaamil. La gazzella correva in avanti, lasciandosi tutto e tutti alle spalle.

Qualcuno accese una lampada ad olio: si trovavano in un’altra cucina. I vasi di oli e confetture rifletterono il tenue bagliore del lumino.

Perquisirono l’edificio: le stanze della servitù erano disabitate.

– Eppure qualcuno deve esserci – mormorò uno dei guerrieri, indicando i cuscini lasciati alla rinfusa sui tappeti, le anfore dalle decorazioni dorate e riempite di succhi, i piatti di datteri pronti per essere mangiati.

Butros, Kaamil e Ahmed fecero irruzione nella stanza da letto principale.

La donna che vi dormiva dentro balzò in piedi, aprì la bocca per urlare, ma Kaamil le fu subito addosso, zittendola.

Legarono e imbavagliarono la donna e la portarono con loro nell’atrio della casa.

– Rispondi solo con un cenno della testa. Il wālī viene a trovarti ogni mattina dopo la preghiera?

La donna spalancò gli occhi, annuì.

– Ora ti libererò la bocca, ma ti prego di non urlare. È notte e non vogliamo svegliare i vicini.

La donna fece cenno di aver capito. Butros le sciolse il velo premuto sulla bocca.

– Come ti chiami? – chiese Kaamil.

– Mahala.

Kaamil sorrise.

– La Potente. Un bel nome, molto adatto per la moglie del Governatore. Dove lo ricevi, di solito?

– Nel cortile.

– È quello che farai questa mattina. Ci siamo capiti?

Mahala lo fissò senza dire niente. Kaamil portò la mano all’elsa e sfilò la sciabola quanto bastava perché l’acciaio riflettesse la luce delle lampade.

Mahala continuò a rimanere in silenzio. A Butros parve di vedere un sorriso sulle labbra della donna.

– Hai capito? – insisté Kaamil.

– Non mi pare di aver scelta – disse la prigioniera.

Attesero l’alba studiando l’edificio e dove nascondersi.

 

Butros attese assieme a Kaamil e alla prigioniera l’arrivo dell’alba.

L’adhan, annunciato dall’alto del minareto, si sparse su az-Zindis assieme alla prima luce del sole.

Butros aprì lo spioncino sulla porta e studiò la fortezza.

Il corpo centrale era costituito da alte mura di mattoni di fango, ai quattro angoli sorgevano torri merlate dalle cui feritoie i soldati del wālī potevano controllare l’intera piazza. L’unico accesso alla fortezza era una porta di legno di palma e di tamarisco.

– Dura da espugnare – commentò.

Kaamil gli si affiancò e guardò fuori.

– Perché cacciare la preda nella sua tana, quando basta aspettare che ti cada nella trappola?

La porta della fortezza si aprì, e le prime guardie uscirono fuori, seguite dal Governatore Juwaisir a cavallo. Il gruppo attraversò la piazza e si fermò davanti alla casa di Mahala.

Kaamil slegò la prigioniera.

– Porta tuo marito nel cortile. Vi spieremo: non fare scherzi o la tua testa sarà la prima a rotolare sui tappeti.

Mahala lo fissò.

– Mio marito? – chiese ironica.

Butros aprì bocca per esigere spiegazioni, ma Kaamil lo afferrò per la spalla e assieme andarono nel cortile.

Cercarono tracce dei mujāhidūn, ma non ne trovarono. Soddisfatti, andarono a nascondersi dietro un paravento di fattura marocchina. Le piccole fessure e il buio alle loro spalle li avrebbero celati alla vista del wālī.

 

Cigolio della porta, scambio di parole, passi nella casa: Juwaisir arrivò nel cortile seguito da Mahala.

La donna si sedette sui cuscini, l’uomo invece rimase in piedi.

– Volevi parlare delle tasse sulle carovane provenienti da nord – esordì Juwaisir.

Butros e Kaamil si scambiarono un’occhiata. Non era la colazione tipica tra un governatore e sua moglie.

– Sono venuta a conoscenza di alcuni fatti nuovi. Siediti.

– Grazie mia Signora.

– Siediti qua al mio fianco.

Juwaisir obbedì. Si sedette dando le spalle ai due uomini nascosti.

Butros si voltò verso la cucina, ora illuminata dal sole mattutino. Guardò le ampolle di vetro, distinse per la prima volta cosa vi era contenuto. Strattonò la manica della camicia di Kaamil, ma la Gazzella era troppo assorbita dal dialogo tra il wālī e Mahala.

– Ricordami cosa dicevi riguardo la possibilità che i Muqdaqa tentino di prendere az-Zindis.

Le ampolle contenevano feti deformi. Alcuni potevano anche essere umani.

– Che è impossibile.

La Guida aprì la bocca per allertare Kaamil, ma la Gazzella lo anticipò. Lanciò l’urlo di battaglia, diede una spallata al paravento e si avventò con la scimitarra alzata verso il Governatore.

Juwaisir balzò in piedi e corse verso l’uscita, inseguito da Kaamil.

Dai nascondigli saltarono fuori gli altri guerrieri. Uno di loro fronteggiò il governatore, che estrasse il coltello e gli tagliò la gola.

Butros entrò nel cortile.

– Chi sei tu?

La donna non disse niente, ma si alzò e si tolse le vesti. La sua pelle era ricoperta di scritte. Versi del Sacro Corano, mescolati a frasi blasfeme e inni ad antichi dei.

In quel momento la Guida si accorse che il cortile era scoperto.

Il serpente nero scivolò giù dal tetto, circondò Mahala con le sue spire e fissò Butros facendo saettare la lingua.

Gli occhi avevano una tonalità porpora ed erano grandi quanto i suoi pugni. La sua pelle era a chiazze blu, rosse e gialle, colori accesi che spiccavano contro il giallo e marrone monotono del cortile.

Mahal montò sulla serpe sorridendo. Il jinn allungò il suo corpo, strisciò lungo la parete e uscì con la donna a cavalcioni.

Butros sentì urla e clangore di spade provenire dall’esterno: il richiamo fu troppo forte e corse fuori. Sulla piazza si stava combattendo. I guerrieri della Gazzella fronteggiavano la milizia del wālī. Cercò nella folla Kaamil: stava inseguendo Juwaisir, che correva verso la sicurezza della fortezza.

La Gazzella piroettava, schivava, saltava per evitare gli affondi della milizia.

Salirono delle urla, gli uomini quasi smisero di combattere. Tutti si voltarono verso Butros.

La Guida indietreggiò di un passo, la mano pronta sulla scimitarra.

Si rese conto che non guardavano lui, ma sopra la sua testa. Alzò gli occhi: la forma snella del serpente gli volò sopra, atterrò in mezzo ai combattenti, ne spiaccicò due e ingoiò un terzo, come un bambino goloso avrebbe inghiottito un dattero candito.

Urla di terrore, preghiere: il serpente aggredì gli uomini di Kaamil.

Butros rimase nella sicurezza dell’ingresso della casa. Osservò con orrore la piazza.

Il jinn stava stritolando un uomo con le spire della sua coda.

La milizia cittadina era scomparsa.

Presso la porta della fortezza, la Gazzella aveva raggiunto il Governatore, lo aveva afferrato ed erano rotolati al suolo tutti e due.

Butros attraversò di corsa la piazza, raggiunse i due uomini che si stavano picchiando nella polvere. Recuperò la scimitarra di Kaamil, lanciò un urlo per attirare la sua attenzione e gliela lanciò.

La Gazzella si liberò dalla presa di Juwaisir, fece una capriola, afferrò la spada.

Il Governatore della città di az-Zindis ebbe appena il tempo di alzarsi in piedi che fu decapitato.

– È finita, Guida. Ora che il wālī è morto le sue truppe si arrenderanno. Grazie per l’aiuto, saprò ricompensarti.

– Non è finita.

Butros indicò Mahala, nuda, che ora si trovava a pochi passi da loro. Il serpente, più lontano, masticava: gambe e braccia pendevano dalla sua bocca.

Kaamil guardò il corpo nudo della donna.

– Kaamil, sei un guerriero molto più valoroso di Juwaisir. Con il mio aiuto terrai questa città, sconfiggerai i tuoi nemici Bahhaw e in poco tempo sarai capo della tua famiglia.

Butros vide l’espressione di Kaamil. Capì cosa avrebbe scelto.

La donna sfiorò con il suo corpo quello del condottiero, ignorando la Guida. Il serpente continuava a masticare, ipnotizzato dalla vista di Mahala.

Butros era stato pagato per condurre Kaamil e i suoi uomini  fino a quel preciso punto. Ora il Governatore era morto e la città era in mano alla Gazzella. Quello che succedeva ora tra Kaamil e la strega non erano affari suoi. Se ne sarebbe potuto andare per la sua strada.

Non era forse Kaamil un condottiero ambizioso e capace? Dove potevano arrivare, assieme, quei due?

Ma quella donna… sihr shaitani!

Con un colpo di scimitarra decapitò la stregona. La testa rotolò nella polvere, il terreno arido bevette assetato il sangue.

Kaamil lo guardò incredulo, sollevò la spada.

– Perché lo hai fatto?

Nella piazza, il serpente sputò una massa di carne sanguinante, sibilò, si sciolse e scomparve in una pozza di liquami puzzolenti.

Butros incrociò lo sguardo della Gazzella.

– Ti ho mostrato come arrivare fin qui vivo, e mi sono fatto pagare per farlo. Ora ti ho salvato l’anima: ma per questo non ti chiedo niente.

La Gazzella abbassò lo sguardo sul corpo decapitato di Mahala e rinfoderò la spada.

Scritto da Francesco La Manno

Saggista, curatore, editore e cultore di narrativa dell'immaginario specializzato nello sword and sorcery. Presidente dell'Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery e direttore editoriale di Hyperborea. Socio e consulente della Commissione Contratti della World SF Italia. Nel 2019 aderisce a CulturaIdentità e frequenta con profitto la Scuola di Formazione GEM a Roma, dedicata al giornalismo, alla comunicazione, all’editoria e ai nuovi media. Scrive per Il Giornale, Geopolitica.ru, Il Giornale Off, L’Intellettuale Dissidente, Barbadillo, Ereticamente, Nuovo Corriere Nazionale e Dimensione Cosmica. Ha pubblicato con Solfanelli, Psiche e Aurora, Watson edizioni, Zhistorica, Delos Digital, Letterelettriche, Italian Sword&Sorcery Books e Ailus editrice. E’ stato relatore alla Camera dei Deputati, all’Università Popolare di Torino, alla Italcon, a Vaporosamente, all’Alecomics e al Casale Comics&Games.

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