THE WITCHER, IL FANTASY EROICO E I MOSTRI DELL’IMMAGINAZIONE COLLETTIVA – IL LASCITO DI JUNG

Il fantasy nasce dal desiderio di immaginare. Questo vagabondare tra mondi distanti, questa facoltà creativa, è lo spirito vitale che alimenta la vita psichica umana.

Secondo Carl Gustav Jung, il dissidente per eccellenza della psicanalisi novecentesca, ogni attività intellettiva si manifesta e lavora secondo rivelazioni e sapienze ataviche e primordiali.

Jung si distacca da Freud, nel 1913, soffrendo, quella separazione gli riporta alla mente la solitudine vissuta nell’infanzia. Solitudine che acquisisce un senso positivo profondo nel lavoro di ricerca dell’autore.

Gli anni più importanti della mia vita, furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori” – C. G. Jung

Tutto il lavoro successivo è derivato da quello, aggiunge. Tutto discende da una serie di intuizioni legate alla terra e alla natura più intrinseca dell’animo umano e di impressioni avute nell’infanzia e in solitudine.

Jung descrive un sogno ben specifico grazie al quale decise di avvicinarsi allo studio della mente umana.

Si svolgeva in una casa, la “sua” casa, scrive. Spazialmente nel sogno si trova all’inizio “in alto”, su un piano della casa sopraelevato rispetto agi altri, dall’arredamento in stile rococò e ornato da quadri di rovere, allora Jung descrive come abbia provato in quell’istante il desiderio di esplorare gli altri ambienti della villa, della casa, dell’edifico, simbolicamente, del suo inconscio stesso. Scende al piano inferiore e trova un tipo di architettura più simile alle grandi cattedrali europee del Medioevo, allora continua a discendere in una sorta di vera e propria catabasi nell’Averno della sua psiche, tramite una stanza ornata da mattonelle di gusto romano antico, fino ad arrivare in una grotta, e sul fondo di quella grotta, trovare due teschi umani, antichissimi e quasi del tutto distrutti dal tempo.

Jung utilizza l’esempio di questo sogno per spiegare la sua intuizione riguardante l’inconscio collettivo. L’uomo è sì frutto delle sue esperienze, ma non solo quelle reali, anche quelle legate alla sua specie e alla memoria collettiva di essa.

Nel manga “Shingeki no Kyojin”, tradotto in italiano come “L’Attacco dei Giganti”, si parla della stirpe di Ymir, da cui discendono per l’appunto i protagonisti del fumetto, che possiedono oltre alla capacità di tramutarsi in giganti, da sempre archetipo e simbolo antico della potenza della terra e della furia degli elementi naturali, una sorta di “ricordo collettivo” e di connessione che va al di là del mondo fisico, interagendo tra ciò che è puramente psichico e ciò che è tangibile, un altro punto cardine del pensiero di Jung, che porterà poi alla teoria della sincronicità.

Io non lo so di chi sono, questi ricordi” dice Eren, il protagonista, rimembrando l’origine stessa del suo popolo.

Secondo Jung l’umanità possiede questa caratteristica. Il nostro inconscio è il risultato di sapienze, tradizioni, figure, metafore e simboli di tutta la storia umana. E anche nella nostra psiche stessa, più si “scava” a fondo, come nel sogno dello studioso tedesco, e più si rimuovono architetture e costrutti mentali dati dall’ambiente e dall’epoca storica, per arrivare ai teschi, la mortalità, l’essenza dell’uomo. La caverna, lontana da quella di platonica memoria, rappresenta ora non il lato negativo dell’ignoranza umana, ma una sorta di grembo materno da cui tutto nasce e tutto torna. Per Jung ogni cosa ha due aspetti, uno chiaro e uno scuro. Uno sta alla luce del sole, e uno è nascosto tra le ombre. Ma le ombre, per l’appunto, sono anche il primo riparo che ci ha fornito la natura stessa per consentirci di sopravvivere, le spelonche per appunto, le grotte, le aperture nel terreno.

L’aspetto negativo della caverna è quando essa diviene una prigione per l’intelletto, e l’uomo è grazie alla sua mortalità un essere in continuo divenire, non può sentirsi felice e soddisfatto all’oscuro.

Il fantasy eroico ci mostra la parte positiva dell’ombra junghiana, l’inconscio e i suoi mostri e le loro rappresentazioni.

Dal punto di vista estetico la saga di Geralt di Rivia di Andzrej Sapkowski ripresa nella serie di videogiochi e telefilm “The Witcher” esplica l’aspetto collettivo dell’atavicità tribale, prendendo spunto da racconti medievali popolari polacchi e dell’Est Europa in generale.

Geralt di Rivia è uno strigo. Il mestiere di strigo viene chiarito molto bene in un racconto contenuto nel primo romanzo della saga, “Il Guardiano degli Innocenti”, s’intitola “Una questione di prezzo”.

Il Witcher, o strigo che dir si voglia, caccia e uccide mostri che infestano la campagna, i boschi, le montagne e i reami del suo mondo.

Per calarsi nel mondo della saga di Geralt di Rivia bisogna fare uno sforzo immaginativo.

Pensare a un ambiente dove si mescolano tradizioni e aristocrazia, creature mitiche e matrimoni combinati e intrighi di palazzo, duelli in singolar tenzone e driadi spietate, ma terribilmente reali, che rapiscono giovani bambine per addestrarle al loro stile di vita. Non è troppo diverso da quello che ci è stato tramandato come il Medioevo europeo, con l’aggiunta dell’elemento immaginativo e popolare nel senso romantico tedesco del termine, che è quello che anima la saga dall’inizio alla fine, ne è l’autentica linfa, il motore che muove il meccanismo, l’energia che sviluppa la storia.

Il lettore si trova in questo mondo molto distante, ma anche molto vicino al suo, in quanto gli esseri umano sono sempre tesi tra una realtà materiale e una condizione immateriale, come per esempio anche banalmente la sfera emozionale o la semplice e pura attività intellettiva, il pensare.

Siamo infatti sia corpo sia mente.

Geralt di Rivia è sia spada sia magia. Anzi, due spade, una d’argento apposita per svolgere il mestiere di strigo.

In “Una questione di prezzo” lo vediamo affaccendato con un castellano che lo sta vestendo, in occasione del banchetto alla corte di Citra, durante il quale la regina madre Calanthe offrirà in sposa sua figlia Pavetta, al fine di ottenere importanti alleanze militari con il regno di Skilinge.

Una volta giunto al cospetto della regina e sedutosi al banchetto, falsificando la sua identità, per passare inosservato tra la nobiltà, secondo le disposizioni del castellano, chiarifica a Calanthe il suo ruolo. Uno strigo non è un semplice mercenario, da poter utilizzare per scopi vili come uccidere uomini per ragioni politiche e non si “abbassa” a mischiarsi agli intrighi di corte e non interferisce con i giochi di potere.

Geralt si sente in dovere di specificare quale sia il suo scopo in quanto strigo, ovvero sterminare creature mostruose secondo un contratto pagato, poiché proprio per questa ragione molti regnanti confondono spesso gli altri suoi pari “Witcher” con semplici mercenari, e, in secondo luogo, perchè egli stesso dubita del suo ruolo in quel frangente, in quanto gli era stato raccontato che un demonio, un abominio, un mostro con le sembianze di un istrice, si aggirasse per il castello la notte, ma invece che agire indisturbato si ritrova costretto a partecipare al sontuoso banchetto, cosa che pare turbarlo definendosi “un cattivo commensale”. Infatti Geralt incarna le caratteristiche del protagonista del fantasy sword and sorcery : parla poco, non ama le occasioni mondane, è un uomo d’azione, ma anche di pensiero e di arguzia, e conosce segreti antichi e di natura magica e sovrannaturale, e non manca di spirito critico e di sagacia, condita da un sarcasmo pungente e sprezzante, alternato a silenzi eloquenti e significativi. Sapkowski s’ispira per il suo Geralt di Rivia a Elric di Melnibonè di Moorcock, tra le varie fonti a cui attinge.

Dopo una serie di pretendenti, giunge nella sala un cavaliere a tutti sconosciuto. Si fa chiamare Istrice di Erenwald e quando la regina madre gli ordina di togliersi l’elmo e mostrare il suo viso ai commensali, si rifiuta, dicendo di non potere a causa di un voto.

Pavetta, la figlia di Calanthe, dice Istrice, è di diritto sua futura sposa, per via della Legge della Sorpresa.

Istrice salvò il re Roegner, ormai compianto marito della vedova Calanthe, caduto in un crepaccio col suo cavallo. Il re promise lui “ciò che possedeva, ma non sapeva ancora di avere”. Secondo questa norma una volta prestato questo giuramento, il re tornato a casa scopre di essere diventato padre, e la futura figlia, che è la principessa Pavetta, diviene così un “bambino del destino”. Tramite quel giuramento e la Legge della Sorpresa Istrice e Pavetta sono legati indissolubilmente al fato e tramite esso.

Tra la nobiltà presente nella sala inizia a serpeggiare il malcontento che si tramuta in azione, attraverso il comportamento sempre più scostante e capriccioso della regina madre, e la rimozione dell’elmo da parte del cavaliere di Erenwald, che si rivela essere la creatura che Geralt avrebbe dovuto eliminare.

A quel punto la principessa Pavetta, vedendo Duny – questo è il vero nome dell’istrice – in pericolo di vita a causa di un assalto delle guardie reali alla sua persona, scatena poteri sovrannaturali dalla forza dirompente e incontrollabile, in quanto giovane, inesperta e probabilmente non ancora conscia delle sue peculiarità magiche.

Geralt di Rivia non solo non uccide Istrice di Erenwald, disobbedendo agli ordini della regina stessa, e rinunciando temporaneamente alla sua paga, ma grazie a lui il cavaliere riesce a dimostrare che dopo la mezzanotte, fino all’alba, il suo aspetto ritorna quello di un essere umano, a causa di una maledizione.

Gli si viene risparmiata la vita e Geralt, grazie alle sue abilità e alla sua conoscenza dei segreti arcani del suo mondo, riesce a gestire la situazione con diplomazia e azione nel medesimo tempo, riuscendo con l’aiuto del druido di corte a immobilizzare e a calmare la principessa Pavetta, completamente fuori di sé a causa della dirompente potenza della sua magia.

Il banchetto che stava per diventare un bagno di sangue, si tramuta con un lieto fine in un doppio sposalizio tra Pavetta e Istrice, e la regina madre stessa e il suo amante fino ad allora tenuto segreto.

A quel punto il cavaliere di Erenwald pronuncia una frase emblematica riguardante il ruolo dello strigo : “Tu ci proteggi non solo dal male in agguato nelle tenebre, ma anche da ciò che si cela in noi stessi”.

Anche in un altro racconto, contenuto ne “La Spada del Destino”, Geralt si ritrova a fare da mediatore tra la natura selvaggia delle driadi del bosco di Brokilon e le sue stesse esigenze e la sua sopravvivenza.

D’altronde, come appunto Braenn, una delle ninfe, ricorda dopo che Geralt racconta una fiaba alla bambina che deve salvare per contratto, “Non c’è nessuna morale della favola. Qui sta tutta la saggezza, sopravvivere, non cedere”.

I personaggi del mondo di “The Witcher” si muovono in orizzontale su una mappa sconfinata, brulicante di pericoli, ma anche di vitalità e passioni.

Partendo dall’intuzione junghiana dell’inconscio collettivo e dell’ombra, la parte tenebrosa dell’individuo, si può affermare che il mondo del fantasy spada e stregoneria sia animato da quell’impeto creativo e immaginativo tanto caro all’autore tedesco, che porta alla consapevolezza nell’affrontare i mostri terrificanti che abitano il buio e gli antri più profondi e oscuri dell’animo umano.

O per lo meno ne è animato Geralt di Rivia, che affronta senza paura alcuna, ma con tutta la ragione  possibile, mostri concreti, fisici, che uccidono in modi violenti e dolorosi.

E lo stesso strigo ne è l’incarnazione, in quanto caratterizzato da una natura doppia, non è completamente umano, “alterato” nei geni dal potere della magia stessa, simbolo della forza dirompente degli elementi e vi è la leggenda popolare per cui uno strigo non sia in grado di provare emozioni a causa delle pozioni e dei veleni che utilizza durante i combattimenti con le belve mitiche dei racconti di Sapkowski.

Il “Witcher” gestisce l’irrazionale mettendoci mano, toccandolo, affrontandolo faccia a faccia.

Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma divenendo coscienti del buio” – C. G. Jung

Lo strigo è cosciente del buio, come ricorda Istrice, anche di quello che abita gli animi degli uomini.

Queste opere di tipo estetico e creativo svelano un substrato di sensazioni ed emozioni forti e reali, per quanto apparentemente distanti. La lotta di Geralt per la sua sopravvivenza, tramite anche le banali “questioni di prezzo”, acquisisce un senso profondo in quanto la sua funzione nei racconti è la stessa dell’intelletto umano. Ordinare, razionalizzare l’irrazionale, catalogare, eliminare, affrontare, ma anche accettare i propri limiti e la propria finitudine, nella fiaba che Geralt racconta il gatto scappa sull’albero per sfuggire all’ygmir, una bestia che abita sottoboschi cupi e notturni, ed è la sopravvivenza ciò che conta, la vera e unica funzione.

Secondo gli studi di Jung la mitologia e la tradizione del “volk” è un’astrazione immaginativa delle forze che regolano la psiche. Energie chiare, buone, positive, ma anche magia nera, atmosfere tetre e luoghi immersi nella nebbia. La mente, quindi, manifesta le sue caratteristiche tramite archetipi, che lo stesso psicanalista tedesco afferma di aver “preso in prestito” da altri tipi di sapere, in quanto la psicologia sua contemporanea non era ancora abbastanza avanzata per fornire un linguaggio tecnico adeguato.

Gli archetipi sono svariati e su questa parte del suo lavoro di ricerca persino gli stessi junghiani trovano controversie, ma ci ha comunque lasciato grandissime intuizioni.

L’inconscio non è completamente individuale, ma è anzi il risultato della somma degli archetipi psichici di tutta la specie umana nella sua dimensione storica, l’uomo in relazione con il tempo e la secolarità.

Tramite il racconto su Istrice di Erenwald vediamo la metafora dell’uomo tramutato in un mostro per via di una maledizione, ma che si rivela meno mostruoso e mosso da intenti più nobili di tutta la nobiltà presente nella sala. Questo perchè, secondo Jung, più ci si allontana dalla grotta sul fondo della simbolica casa nel suo sogno, dove riposano i teschi quasi del tutto distrutti, più ci si dimentica della propria umanità, e si diviene inumani, mostruosi, altro da uomini, e si creano sovrastrutture che allontanano dalla protezione naturale della spelonca, rappresentata psichicamente dal buio, dal vuoto, dalla pace, dalla stessa morte, che è sia fine, sia inizio, sia fine nuovamente, e ancora inizio, come un Ouroboros che si muove spiraliforme all’infinito.

Scritto da Samuele Baricchi

Nato il 14 Dicembre 1990 a Basaluzzo, piccolo paese nella provincia di Alessandria sviluppa la passione per la letteratura fantasy e gli strumenti a corde fin da molto giovane. Ha frequentato il Liceo Classico A. Doria a Novi Ligure e la Facoltà di Lettere e Filosofia. Pubblica diversi racconti, scritti e frammenti di poesie dall’haiku allo sperimentale su vari siti internet (per citarne uno www.efpfanfic.net con lo pseudonimo “The Wanderer”), fin dai tempi della scuola media. Continua a coltivare le passioni e gli studi per la storia, la filosofia, la mitologia, il teatro antico, e la letteratura fantasy epica. Scrittore di racconti, saggi brevi, sword & sorcery, poesie e frammenti di scrittura di vario tipo dall'introspettivo piuttosto che d'avventura e azione, o in stile "flusso di coscienza" o completamente sperimentale. Compositore di brani musicali per diletto ed esecutore con chitarra classica, elettrica, chitarra basso, e sintetizzatori. Ha fondato il blog Echoes (https://echoesinfo.data.blog/)

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