I racconti di Satrampa Zeiros – “Signore del deserto” di Caterina Franciosi

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Caterina Franciosi, autrice emergente che ci propone “Signore del deserto”, racconto fantasy con ambientazione asiatica di circa 19.000 battute.


Autrice

Caterina Franciosi è nata nel 1990 in una piccola cittadina della riviera romagnola al confine con le Marche. Ha frequentato il Liceo Classico e, successivamente, la facoltà di Lingue e Culture Straniere all’Università di Urbino.

Nel 2018 pubblica l’antologia digitale “Dreamscapes – I Racconti Perduti” contenente i racconti brevi “Eau de Vampire”, “Il Marinaio e la Sirena” e “Vento del Nord” con la casa editrice GDS.

Sempre nel 2018 inaugura il proprio blog “Il Salotto Letterario” che si occupa di interviste e recensioni letterarie e inizia a collaborare con gruppi Facebook, siti web e riviste, tra cui Life Factory Magazine nella rubrica recensioni.

A marzo 2019 pubblica un racconto breve nell’antologia “Ali Spezzate” edita da PAV Edizioni contro la violenza sulle donne.

Di prossima uscita il racconto breve “Corvi di guerra” nell’antologia “Guerriere” per la casa editrice Le Mezzelane. 


Sinossi

Il Gran Maestro Luang-Ti, Principe decaduto delle province orientali, è sulle tracce di Lord Daina e Lord Asur, i nobili che si sono macchiati di terribili empietà nei confronti della sua famiglia. Ma mentre si sta dirigendo verso la Città Dimenticata, sulle tracce di un manipolo di soldati appartenente a uno dei due Lord, Luang-Ti viene contattato da Umad: sua figlia, la giovane Amida, è stata rapita da uno stregone votato alle arti oscure e solo qualcuno come Luang-Ti è in grado di affrontare il Male che si cela tra le sabbie del deserto.  


SIGNORE DEL DESERTO

di Caterina Franciosi

 

La ragazza dormiva accanto a lui, i lunghi ricci sparsi sul cuscino come una macchia scura. Luang-Ti si alzò e cominciò a vestirsi in silenzio, ma la ragazza si svegliò con un mugolio.

“Te ne vai già?” gli disse tirandosi un lembo di lenzuolo addosso.

“Non volevo disturbarti,” rispose Luang-Ti mentre si legava i capelli. “I tuoi soldi sono sullo sgabello.”

La ragazza allungò un braccio a prendere le monete. Luang-Ti finì di allacciarsi la casacca ricamata e la lasciò cadere sui fianchi, sulla coppia di coltelli appesi alla cintura.

“Quando ci rivedremo?”

La ragazza si era alzata in piedi, con il lenzuolo che le avvolgeva le morbide forme, gli occhi scuri e curiosi.

“Quando gli Dèi lo vorranno.”

Luang-Ti prese le due estremità della lunga dao appoggiate al muro e se le assicurò sulla schiena, poi uscì. Gli altri ospiti della locanda gli cedevano il passo giù per le scale, sibilando saluti e formule di scongiuro in una lingua sconosciuta. Luang-Ti li ignorò, qualcuno lo stava aspettando di sotto e non voleva fare tardi. Scese dabbasso, nella sala dove aveva cenato la sera precedente e si accomodò sullo sgabello dello stesso tavolo in angolo.  

“Cosa vi porto, Maestro?”

Una cameriera con indosso una tunica di lino chiaro gli si era avvicinata e lo guardava a metà tra lo stupito e l’affascinato.

“Non amo fregiarmi di quel titolo, ragazza.”

La cameriera diventò viola fino alle orecchie.

“Perdonatemi, Mae… mio Signore,” rispose chinando il capo.

Il pigolio della ragazza si spense a poco a poco e Luang-Ti sospirò. La sua fama lo precedeva ogni volta e di certo il suo aspetto singolare non lo aiutava a mantenere l’anonimato. La carnagione pallida, la corporatura esile e il taglio degli occhi lungo e appuntito erano eredità di suo padre, nobile Principe delle province orientali, e lo rendevano riconoscibile come una mosca bianca in quelle terre desertiche e riarse dal sole.

“Portami pane, birra e qualche dattero.”

La ragazza fece un inchino e si allontanò, le lunghe treccine corvine che le dondolavano sulla schiena. Luang-Ti si sistemò sullo sgabello ed estrasse dalla tasca della casacca quel che rimaneva della sua mappa. La spianò sul tavolo, lisciando gli angoli logori e passandosi una mano sul mento. Il suo ultimo informatore era stato un tipo difficile, ma a suon di lame e oro Luang-Ti era riuscito comunque ad estorcergli alcune informazioni. La carovana di soldati che teneva d’occhio da settimane non aveva fatto deviazioni significative dalla via dei mercanti e molto probabilmente avrebbero continuato a percorrerla fino al bivio della Città Dimenticata. Il suo informatore non era stato però in grado di dirgli con sicurezza a quale guardia appartenessero i soldati in marcia, se a Lord Daina o a Lord Asur. I loro colori erano pressoché identici: essendo i due Lord fratelli gemelli, avevano deciso di utilizzare le stesse tinte di oro e nero in posizioni diverse sui loro stemmi e il suo informatore non aveva l’occhio abbastanza allenato a distinguerli.

Pazienza, si ripeté Luang-Ti per l’ennesima volta, rimettendosi in tasca la mappa consunta. Continua a seguire la corrente del fiume. Moriranno entrambi sotto le tue lame e saranno gli Dèi a decidere chi sarà il primo dei due.

La cameriera tornò e posò brocca e piatti sul tavolo. Luang-Ti le mise in mano le monete che le spettavano e la ragazza rimase a fissarle a bocca aperta, ma il Maestro la congedò con un’occhiata.

Un uomo era appena comparso sulla soglia della locanda. Entrò portando vento e sabbia, le tende dell’ingresso che gli sventolavano alle spalle. Come la ragazza e la maggior parte degli altri avventori, anche lui era vestito di chiaro e aveva la testa coperta da un turbante. Si scoprì il viso non appena individuò Luang-Ti al tavolo in angolo.

“Maestro,” mormorò, avvicinandosi a lui con un inchino.

“Sei tu Umad?”

“Sì, mio Signore.”

“Accomodati,” disse Luang-Ti con un cenno della mano. “E dimmi di nuovo perché volevi incontrarmi, il tuo messaggio non era affatto chiaro.”

“Perdonatemi, ma è successo tutto così in fretta.” Umad cominciò a tormentare il turbante in grembo, gli occhi lucidi. “Rais il Nero… ne avete sentito parlare?”

Luang-Ti scosse la testa.

“È uno stregone che viaggia di città in città, vende i suoi servigi a caro prezzo e non sempre in cambio di oro.” Umad si asciugò il sudore che gli gocciolava sul viso. “Qualche settimana fa è giunto nel nostro villaggio e ha messo gli occhi su Amida, mia figlia. Mi ha offerto ricchezze indicibili pur di averla in sposa, ma io ho rifiutato, so bene da dove vengono le sue fortune…”

La voce di Umad si spezzò e l’uomo si asciugò gli occhi con il dorso della mano.

“L’ha rapita,” singhiozzò. “Mia figlia è scomparsa e so che è stato lui, Rais!”

“Ne sei certo?” domandò Luang-Ti. “Talvolta le ragazzine sono preda di piaceri illusori…”

Umad scosse la testa.

“Amida non voleva andare con lui, non voleva nemmeno che le si avvicinasse. Deve averla incantata con chissà quale magia e portata nel suo nascondiglio. Gli stregoni come lui sono votati alle più oscure delle divinità.”

Luang-Ti si passò di nuovo la mano sul mento, lo sguardo perso su un punto imprecisato della locanda.

“Pensi ad un sacrificio?” domandò a Umad dopo qualche momento di silenzio.

L’uomo scrollò le spalle.

“Si dice che Rais sia votato al Signore del Deserto e che compia empietà in suo nome.”

“Il Signore del Deserto?” ripetè Luang-Ti accigliato.

“Setesh,” disse Umad in un soffio, chinandosi sul tavolo. “Un demone assetato di sangue che solo pochi osano evocare. Persino pronunciarne il nome è di cattivo auspicio.”

Luang-Ti si lasciò sfuggire una smorfia. Da quando aveva lasciato la provincia di Shenzai le sue lame non avevano fatto altro che aprirsi un varco tra una miriade di demoni, sette e stregoni. Se Umad avesse sentito le storie che aveva da raccontare sarebbe corso a barricarsi in casa.

“Sta bene,” disse Luang-Ti. “Se Amida è ancora viva, la troverò e la riporterò da te.”

“Lo spero, Maestro, lo spero davvero.”

“Hai portato quello che ti avevo chiesto?”

Umad annuì e gli consegnò un velo di seta azzurro.

“È il preferito di Amida,” disse l’uomo con le guance rigate di lacrime. “E vi ho portato anche queste.”

Umad lasciò cadere sul tavolo un sacchetto di tessuto grezzo, che si afflosciò con un tintinnio. Luang-Ti lo fissò pensieroso. Un po’ di oro gli faceva sempre comodo, ma i casi come quello di Amida e Umad lo infastidivano sempre. Non tollerava quel tipo di ingiustizie, la magia – se così la si poteva definire – non era uno strumento da utilizzare a proprio piacimento, ma qualcosa a cui avvicinarsi con rispetto e moderazione. E chi esagerava andava punito.   

“Della ricompensa parleremo dopo,” disse Luang-Ti. “Ora dimmi dove si trova questo Rais.”

 

Il verde dei boschi di Shenzai non gli era mai sembrato così lontano. Luang-Ti ricordava con nostalgia le montagne e i fiumi della sua infanzia e i giardini del suo palazzo nei quali era solito passeggiare insieme a sua moglie Ardenna. Luang-Ti represse una fitta di dolore, ma non doveva farsi distrarre da quei ricordi, non in quel momento. Dune di sabbia rovente si perdevano oltre la linea dell’orizzonte e il calore lo costringeva a ripararsi sotto strati e strati di tessuto, alla maniera locale. Sotto il turbante Luang-Ti faticava a respirare, ma meglio un po’ di affanno che la pelle bruciata.

Umad gli aveva detto che Rais si nascondeva tra i templi abbandonati nei pressi della Valle del Sale, un luogo maledetto in cui gli abitanti della città di Essan non osavano avventurarsi. La leggenda voleva che si celasse una piramide rovesciata sotto la sabbia, ma nessuno sapeva di preciso dove. Chiunque l’avesse costruita aveva commesso un’empietà: rivolgere la punta verso il basso significava dedicare la piramide al Male e alle sue oscure divinità.

Una storia vecchia come il mondo.

Il velo di Amida scivolò fuori dalle sue tasche, tiepido e impalpabile. Luang-Ti se lo passò fra le dita e serrò gli occhi, lasciando che il vento gli indicasse la Via. Da dietro le palpebre chiuse iniziarono a delinearsi infiniti sentieri di luce, alcuni deboli altri più forti, ma tutti della stessa, pulsante energia. Luang-Ti cercò la linea gemella a quella che proveniva dalla stoffa tra le sue dita: se Amida fosse stata ancora viva, l’avrebbe trovata.

Luang-Ti lasciò che la sua mente si aprisse ai canali di energia del Grande Equilibrio, avanti e indietro, a destra e a sinistra, cercando ovunque fino a quando non la individuò. Sottile e lontana, ma indubbiamente viva.

Riaprì gli occhi, rinfoderò il velo e si incamminò ad affrontare il deserto. Antiche rovine di mura e colonne giacevano come relitti di naufragi semisepolte dalle sabbie del tempo. Il sole, una palla di fuoco alta nel cielo alle sue spalle, gli rendeva difficile respirare, l’aria rovente che gli scendeva in gola. La linea di Amida lo guidava tra rocce e dune, in mezzo al nulla, sempre più lontano dalla civiltà.

Le scale del tempio comparvero senza preavviso, una bocca nera in mezzo a quel mare dorato. Erano coperte di sabbia e conducevano sottoterra. Alla sua destra, non avrebbe saputo dire a quale distanza, il terreno digradava verso il basso creando un avvallamento dal riverbero biancastro: la Valle del Sale di cui Umad gli aveva parlato.

Luang-Ti si svolse il turbante e discese un gradino dopo l’altro, addentrandosi in quella cavità umida e buia. Sentì gli occhi rilassarsi ma allo stesso tempo diventare ciechi così, da una tasca interna della casacca, estrasse una pietra blu.

“Luce.”

La pietra si illuminò come una torcia fra le sue dita, rivelando un’ampia sala rettangolare con le pareti corrose dal tempo. Enigmatiche pitture parevano scorrere fra le pietre, i colori ormai spenti e opachi. Gli stivali di Luang-Ti rimbombavano sulla pietra, le lame appese alle sue spalle gettavano lunghe ombre tutto intorno. La stanza sembrava deserta, ma la linea di energia di Amida continua a pulsare, più forte ora che era sceso sotto la sabbia. L’unica apertura visibile della sala dava su un corridoio stretto e lungo, così Luang-Ti si passò la pietra di luce intorno al collo e sguainò i pugnali che portava appesi ai fianchi. Montare la lunga dao a due lame sarebbe stato un suicidio in uno spazio così angusto.

Avanzò con cautela, sbirciando dietro ad ogni angolo prima di muoversi, ascoltando ogni fruscio nel buio. Gli insetti scappavano al suo passaggio, disturbati dalla presenza dell’intruso.

Le lame sollevate, i sensi e i muscoli tesi fino allo spasmo, Luang-Ti cercò di concentrarsi su Amida per non rischiare di perdere il contatto con la sua linea di energia. Continuò a seguire il corridoio anche quando iniziò a curvare e a torcersi come le spire di un serpente. Ed era proprio quella la sensazione che aveva Luang-Ti, quella di essere stato inghiottito da un mostro.

Sciocco.

Luang-Ti si voltò di scatto, le lame pronte a colpire. Da dove proveniva quella voce? Chi era stato a parlare?

Non uscirai mai da qui.

“Dove sei?” Le parole di Luang-Ti riecheggiarono lungo il corridoio, in un’eco distorta. “Mostrati, codardo!”

La voce ridacchiò. Luang-Ti continuò ad avanzare, il sudore che gli gocciolava dalla fronte e gli faceva bruciare gli occhi. Destra, sinistra, ancora sinistra e poi di nuovo avanti: quel cunicolo diventava sempre più claustrofobico.

È tutta un’illusione, pensò Luang-Ti. È solo un incantesimo da quattro soldi.

Continuare così non lo avrebbe portato da nessuna parte. Si fermò in mezzo al tunnel e si abbassò, posando le mani sulla pietra. Chiamò a sé gli antichi poteri, scese nelle profondità della terra, nella speranza che le sue preghiere venissero ascoltate. Immagini confuse passarono davanti ai suoi occhi: il viso di una ragazza, quello di un uomo dal volto coperto di barba nera e una sala, illuminata di rosso dalle fiamme di un enorme braciere. Un odore acre di erbe bruciate gli punse le narici proprio mentre l’uomo si voltava verso di lui, gli occhi accesi d’odio.

Luang-Ti riaprì gli occhi. Le pareti del tunnel erano scomparse e il corridoio era tornato ad essere un normale passaggio pieno di crepe. Rinfoderò i pugnali e si mise a correre prima che Rais potesse architettare qualcos’altro.

Udì il sibilo prima ancora di vedere le lame. Luang-Ti saltò nell’istante esatto in cui una lunga falce ricurva si abbatteva alle sue spalle. Coprì l’ultimo tratto più veloce che poté e raggiunse la rampa di scale che aveva visto da lontano. Per la seconda volta si ritrovò a scendere nelle viscere della terra, sempre più giù.

Ecco dove si trovava la piramide al contrario, pensò Luang-Ti mentre correva lungo la scala di pietra, il passaggio illuminato dalla luce appesa al suo collo.

La presenza di Amida era molto più forte ora e pulsava in un battito ritmato. Luang-Ti non rallentò. Scorse i piedi della rampa e con essa i riflessi rossastri di un fuoco, ma prima che potesse arrivare in fondo l’uomo dalla barba nera della sua visione comparve davanti a lui.

Rais.

Luang-Ti non esitò. Estrasse di nuovo i pugnali dai foderi e spiccò un salto in direzione dello stregone, mirando dritto verso di lui, ma Rais scomparve e Luang-Ti rotolò contro la parete, battendo la testa contro gli spigoli taglienti della nuda pietra. Un rivolo di sangue prese a scendergli dalla fronte, ma non se ne curò. Proprio come nella visione, il braciere ardeva al centro della stanza, decorata da bassorilievi coperti d’oro, e Amida giaceva supina su un sarcofago di marmo nero, le mani giunte sul petto come morta.

“Nobile Principe di Shenzai.”

Luang-Ti rinfoderò i pugnali. In un unico, fluido movimento prese le due parti della dao appesa alla schiena e le montò, creando la falce letale che aveva messo fine alle vite di molti dei suoi avversari.

“Rais.”

“Ti chiamano ancora Gran Maestro, dunque.”

Lo stregone comparve dalle ombre, vestito d’oro e rosso, la lunga barba nera che gli incorniciava il viso spigoloso. I suoi occhi d’ebano bruciavano d’odio.

“Non amo fregiarmi di quel titolo.”

Rais sogghignò.

“Quello sciocco di Umad. Gli avevo promesso ricchezze inimmaginabili, ma come vedi sono stato costretto ad agire diversamente.”

Rais allungò un braccio ad indicare Amida distesa sul sarcofago.

“Cosa vuoi farne di lei?” ringhiò Luang-Ti. “È solo una bambina.”

“Rinascerà dalle ceneri in una nuova esistenza. Proprio come è accaduto a tua figlia e a tua moglie.”

Luang-Ti fece roteare la dao. Rais lo stava provocando, ma non doveva lasciarsi distrarre dalle sue parole. Dove erano finiti tutti i suoi anni di addestramento?

“Non sai nulla di loro.”

“Oh, io so molto più di quanto immagini,” rispose Rais curvando le labbra in un sorriso velenoso. “Ad esempio, so a cosa si sono rivolti Lord Daina e Lord Asur per radere al suolo il tuo palazzo e annientare la tua famiglia.”

“Taci!”

Luang-Ti scattò verso di lui, ma Rais sollevò una mano e le fiamme del braciere si alzarono, sfiorando la dao.

“Aiutami e avrai tutte le risposte.”

La rabbia di Luang-Ti dilagò, dentro e fuori il suo corpo, facendo tremare l’aria.

“Ho fatto un voto dopo quel giorno,” sibilò, puntando la dao in direzione di Rais. “Uccidere tutti quelli come te, tutti coloro che si sono votati all’oscurità.”

“Sciocco,” rispose Rais, alzando le mani sopra la testa. “Lascia che ti mostri cosa vuol dire l’oscurità. Setesh, mio Signore, io ti invoco!”

Una cantilena incomprensibile uscì dalle sue labbra. Le fiamme del braciere si abbassarono e il fuoco generò un’ombra alta e sottile, dalla testa ricurva e ferina. L’ombra spalancò le fauci e si gettò su Luang-Ti, che la schivò e si fece scudo con la dao. L’essere proruppe in un grido stridulo e Luang-Ti invocò di nuovo gli antichi poteri. Le sue lame scintillarono di blu per un istante prima che l’ombra cozzasse contro di esse e venisse respinta all’indietro.

L’urlo inferocito di Rais si levò alle sue spalle, ma Luang-Ti lo ignorò. Mulinando la dao, si avventò contro l’ombra, deciso a tranciarla nella metà. Si scontrarono a mezz’aria e il colpo andò a segno, ma l’essere lo colpì alla spalla sinistra, facendola sfrigolare. Luang-Ti lasciò andare un grido strozzato, mentre rotolava a terra stringendosi la parte dolorante. Vide Rais alzare di nuovo le braccia e riprendere la nenia demoniaca. Le fiamme del braciere si alzarono più alte di prima e questa volta non fu soltanto un’ombra a comparire. Una figura alta il doppio di un uomo si erse in mezzo al fuoco e oltrepassò il bordo di pietra. I suoi passi facevano tremare la terra e il suo muso ferino dagli occhi bianchi e ciechi era rivolto verso Luang-Ti. Nel frattempo, Rais era corso verso Amida e le aveva passato le mani sotto le braccia nel tentativo di sollevarla.

Prima che potesse muoversi, Luang-Ti rotolò lontano dal mostro e si rialzò, puntando la dao verso le spalle di Rais. Doveva colpirlo ora che era distratto o non avrebbe avuto altre occasioni. Ignorando il dolore alla spalla, mulinò le lame bluastre e colpì lo stregone alla base del collo. La sua testa rotolò verso le scale, perdendosi tra le ombre, e il suo corpo si accasciò a terra. Le fiamme del braciere si abbassarono ma l’essere mostruoso non accennò a sparire. Ruotò la testa verso Luang-Ti e si preparò ad attaccarlo.

Dèi.

La testa di Luang-Ti girava, ma doveva inventarsi qualcosa o quella bestia lo avrebbe ucciso. Gli vennero in mente incantesimi di ogni sorta, uno meno adatto dell’altro. Doveva ragionare e in fretta. Luang-Ti guardò Amida, ancora distesa sul sarcofago, sporca del sangue di Rais. Lo stregone aveva portato lì la ragazza come sacrificio, dunque…

Luang-Ti sollevò di peso il corpo decapitato di Rais e lo gettò nel braciere. Le fiamme si alzarono fino al soffitto e la creatura ferina proruppe in un lungo ululato. In un ultimo, disperato tentativo tentò di lanciarsi contro Luang-Ti, ma il fuoco lo richiamò a sé e lo scacciò di nuovo nell’oscurità da cui era venuto.

Luang-Ti si accasciò contro il sarcofago e posò le dita sulla gola di Amida. Respirava e il suo colorito stava tornando roseo. Nel giro di un attimo la ragazza spalancò i grandi occhi neri e lo guardò terrorizzata.

“Stai calma,” mormorò Luang-Ti sedendo accanto a lei sulla pietra. “È tutto finito.”

Amida si guardò intorno come per accertarsi che le sue parole fossero vere, poi si mise a sedere e gli prese la mano.

“Non so chi siete, mio Signore, ma vi devo la vita,” gli disse.

“Un amico,” rispose Luang-Ti.

“Avete ricacciato la bestia nel suo regno?” gli domandò Amida.

“Spero di sì,” rispose Luang-Ti, indicando la testa di Rais che stava ancora fissando il pavimento della sala. “Il mostro voleva sangue e sangue ha avuto, anche se non il tuo.”

Amida rabbrividì e si strinse le ginocchia al petto.

“Usciamo di qui e torniamo in città,” le disse Luang-Ti, sfiorandole il gomito. “Tuo padre ti sta aspettando. E cerca di dimenticare questo luogo maledetto.”

Amida annuì.

“Sia lode agli Dèi.”

E anche alle mie lame, pensò Luang-Ti allontanando con un calcio la testa dello stregone per permettere alla ragazza di incamminarsi su per le scale. 

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