Recensione: Shadow Warrior (2013)

STORIA

Anche qui si può utilizzare la famosa, e ormai da me abusata, frase di John Carmack, padre di id Software (Wolfenstein 3D, Doom, Quake, Rage): “Story in a game is like a story in a porn movie. It’s expected to be there, but it’s not that important.”

Se già l’orginale titolo dei 3D Realms (Duke Nukem), sottolineava la pochezza del proprio intreccio, questo “nuovo” titolo dei Flying Wild Hog fa della volgarità e scurrilità del proprio protagonista l’unico vero motivo per seguire la vicenda che vede una faida familiare tra potenti entità giapponesi con la malavita orientale, al cui centro c’è il nostro protagonista, Lo Wang, assassino al soldo di Orochi Zilla per il quale deve recuperare una katana dall’inestimabile valore. Missione che andrà ovviamente a rotoli e obbligherà il tagliente protagonista ad allearsi con un certo Hoji, uno degli Antichi, le cui intenzioni oscure verranno svelate col proseguire dell’avventura sia con gli scambi fulminanti tra i due personaggi sia con degli ottimi filmati a fumetto animato.

Quello che rendeva unico l’originale titolo dei 3D Realms è ben presente anche in questa rivisitazione dello studio polacco: un personaggio sopra le righe immerso in uno scenario da incubo, superato a colpi di piombo, katana e battutacce; esattamente come Jack Burton in Grosso Guaio a Chinatown (1986), diretto dall’incommensurabile John Carpenter e al personaggio di Bruce Willis ne L’Ultimo Boyscout (1991), scritto dal maestro Shane Black.

MECCANICHE DI GIOCO

Ciò che tassativamente non poteva essere cambiato era il tipo di gioco confezionato dai 3D Realms. E in questo i Flying Wild Hog sono stati eccellenti, perchè pur rimanendo nel solco della tradizione da sparatutto in prima persona “vecchia scuola” (dove i nemici sono molto aggressivi, i livelli molto più ampi e ricchi di elementi con cui interagire quali i celebri barili infiammabili, tanti segreti, barra della salute ricaricabile tramite kit medici sparsi per la mappa e una tonnellata di armi con cui aprirsi una via), sono riusciti ad innovare bilanciando gli scontri con l’arma bianca e le armi da fuoco (una più bella e divertente dell’altra) e l’inserimento delle magie che arricchisce il ventaglio di possibilità del giocatore che guadagna punti esperienza, sale di livello, sblocca nuove abilità, potenzia armi e poteri ecc…

E come da tradizione, non mancano boss gargantueschi da tirare giù a suon di missili, proiettili e magie elementali devastanti.

COMPARTO TECNICO E SONORO

Forse in quest’area i Flying Wild Hog avrebbero certamente potuto migliorarsi; come col loro primo titolo, Hard Reset, uscito anni dopo in versione Redux. Anche qui ogni esplosione sembra essere uscita dai film di Michael Bay, ma a parte gli effetti particellari, una buona dinamica di luce e ombre e dei panorami spesso mozzafiato e idilliaci, presto sfregiati dal nostro passaggio, i modelli poligonali sono semplici e il frame-rate risulta a volte ballerino.

Le musiche seguono le atmosfere e le situazioni bilanciando atmosfere di pace e serenità tipicamente orientali con epici e frenetici fraseggi a ritmo di tamburo.

COMMENTO FINALE

Nell’epoca dei Reboot e Remake senza vergogna, il lavoro dei Flying Wild Hog si dimostra ottimo sotto tutti i punti di vista, nonostante qualche incertezza sul reparto grafico. Rimane però un degno erede di quel piccolo gioiello dei 3D Realms: frenetico, volgare, assurdo e ricco di segreti.

Da recuperare e gustare con calma. Magari in coppia con l’originale…

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