I grandi autori del fantastico – Detective dell’Occulto

Articolo di Andrea Scarabelli

Tratto da Il Giornale


«Il genio di Algernon Blackwood è fuori discussione; nessun altro si è neanche lontanamente avvicinato alla maestria, alla serietà e alla minuta fedeltà con cui egli annota gli aspetti più misteriosi di cose ed esperienze quotidiane, o l’intuito quasi sovrumano con cui accumula le complesse sensazioni e percezioni che dalla realtà sfociano in vite o visioni sovrannaturali. […] Assoluto e indiscusso maestro dell’atmosfera fantastica, […] meglio di tutti gli altri capisce quanto certe menti sensibili indugino per sempre ai confini del sogno, e quanto sia relativamente tenue la distinzione fra le immagini prodotte da oggetti reali e quelle frutto del giuoco dell’immaginazione. […] Le migliori opere di Blackwood sono dei veri classici ed evocano, come nessuno altro in letteratura, una sgomenta e convinta sensazione dell’immanenza di misteriose sfere spirituali o entità.» L’entusiasta recensore di Algernon Blackwood è nientemeno che Howard Phillips Lovecraft, e le righe appena citate provengono dal suo Supernatural Horror in Literature (1927; ultima ed. Bietti, 2011). Di Blackwood – il quale, in realtà, non contraccambiò gli apprezzamenti – il Demiurgo di Providence amava soprattutto il racconto I salici (The willows, in Italia uscito in diverse antologie), che giudicava una delle migliori storie weird di sempre – l’ottava, per la precisione, la prima era Il crollo di casa Usher – come aveva scritto a H. C. Koenig del Kalem Club, un gruppo di amici che si riunivano periodicamente a parlare di letteratura fantastica.

Autore assai prolifico (scrisse più di duecento racconti, dodici romanzi, due pièce teatrali, diverse poesie e un’autobiografia!), Blackwood nacque nel 1869 in una famiglia calvinista, e la sua adolescenza fu segnata da tre passioni: la medicina (progetto che abbandonò pochi anni dopo), la spiritualità e l’insolito. Sin da giovane s’interessò ai testi indù, divorando la Bhagavad-Gita e studiando lo yoga di Patanjali, nonché la teosofia (passioni condivise, tra l’altro, dal coevo Gustav Meyrink, per rimanere nell’ambito della letteratura di genere). Agli albori del XX secolo, dopo studi e viaggi tra Vecchio e Nuovo Mondo, un episodio alimentò ulteriormente questi suoi interessi, soffiando sulla brace. Scoprì, infatti, l’Hermetic Order of the Golden Dawn. Entrò a farne parte nell’ottobre del 1900, con il nome Umbram Fugat Veritas (e, successivamente, nel 1903, quando Arthur Edward Waite ricostituì la società, ormai irrimediabilmente scissa). Un’appartenenza, come hanno sottolineato molti critici, da non sopravvalutare, dato che Blackwood – al pari di Arthur Machen, d’altra parte – ebbe successivamente a criticarne alacremente membri e idee. Bisogna, tuttavia, ricordare che i due entrarono nell’Ordine in uno dei suoi momenti più difficili…

Del resto, la Golden Dawn (che sarebbe meglio rendere in italiano con l’ermetico Aurora più che con l’usuale Alba Dorata) era un aggregato di persone dal valore molto diseguale ed eterogeneo… «Difficile immaginare un gruppo più scombinato» ha scritto Sebastiano Fusco, curatore dell’edizione completa degli scritti della GD per Mediterranee. «Impettiti intellettuali come il dottor Robert Woodman e austeri magistrati come Wynn Westcott partecipano a solenni rituali accanto ad attricette ninfomani come Florence Farr o vergini dalla timidezza paralizzante come Annie Horniman. Moira Bergson, sorella di uno dei massimi esponenti del pensiero speculativo, diviene veggente e sposa quello che agli occhi di tutti è un pazzo fanatico, il sedicente sacerdote egizio Samuel Lyddell, che poi si fece chiamare MacGregor Mathers. Un asceta buddhista come Alan Bennett diviene il compagno inseparabile di un personaggio dèdito sin dalla prima giovinezza ad ogni genere di deboscia come Aleister Crowley. Il più grande poeta di lingua inglese del Novecento, William Butler Yeats, nutrito di fiabe irlandesi e cattolicesimo, conversa con un pastore anglicano integralista come il dottor Ayton, scambiando informazioni sull’elisir di vita (secondo una leggenda, Ayton lo distillò, ma quando infine vi riuscì era ormai vecchio decrepito ed ebbe paura di berlo)». Caso singolare, ma non troppo, alla per certi versi ambigua società parteciparono parecchie personalità del tempo: tra le moltissime, oltre a quelle citate da Fusco, ricordiamo Arthur Machen (che assunse il nome di Filius Aquarii e Avellaunus), Violeth Firth, alias Dion Fortune (Deo Non Fortuna), Mabel Collins (membro della Società Teosofica), Edith Nesbit, William Sharp e Charles Williams (futuro “Inkling”, assieme a C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien).

Nonostante le critiche mosse – e apertamente – alla Golden Dawn, sta di fatto che l’atmosfera magica della società catturò Blackwood. Assieme a esoterismo e iniziazione – che lo porteranno ad incontrare, negli anni successivi, personaggi come Gurdjieff e Ouspensky – anche l’antica passione per la medicina finirà in quella che è la sua creatura letteraria più famosa, vale a dire John Silence, la cui nascita risale agli anni immediatamente successivi. Ispirato a un misterioso M.L.W., come si legge nella dedica alla raccolta del 1908 («A M.L.W., il vero John Silence, nonché compagno di mille avventure», il quale, secondo Flavio Santi, che ha curato l’edizione Utet dei sei “casi” di Silence, sarebbe stato proprio un membro della GD), il suo nome, sempre secondo Santi, potrebbe riferirsi alla simbologia dei due Giovanni solstiziali (Battista ed Evangelista), mentre il cognome rimanderebbe al silenzio iniziatico, che prescrive un assoluto riserbo riguardo a quanto appreso nel corso delle operazioni.

Ma chi era John Silence? Un medico, che «non aveva né un ambulatorio né un vero segretario» (a parte Mr. Hubbard, un assistente che è anche la voce narrante), «né una metodologia strettamente professionale». Un dottore assai singolare, che «non si faceva pagare perché era un filantropo» e «accettava solo i casi non remunerativi o quelli che lo interessavano per qualche ragione particolare. Sosteneva che a pagare dovessero essere i ricchi». Ma la sua peculiarità era un’altra: «I casi che lo interessavano non erano comuni, ma piuttosto le cosiddette “turbe psichiche”, di natura così inafferrabile, sfuggente e difficile». Era conosciuto come Dottore del paranormale (definizione che, tra l’altro, sembrava non apprezzare molto). I rapporti con i colleghi, con la comunità scientifica? Quasi nulli, era quello che oggi chiameremmo un freelance, ma per ragioni molto diverse: «Per i moderni ricercatori del settore provava la calma tolleranza di “colui che sa”. Nella sua voce si coglieva però una traccia di compassione quando parlava dei loro metodi».

Ebbene, nel corso delle sue ricerche il Nostro s’imbatte praticamente in tutti gli elementi dell’immaginario horror moderno, case infestate, mummie e lupi mannari inclusi (licantropi, tra l’altro, che minacciano ignari campeggiatori nelle isole del nord), ma soprattutto con le potenze crudeli e misteriose dell’Altra Realtà, corpi astrali (non dimentichiamo che i cosiddetti astral wanderings erano centrali proprio nella Golden Dawn…) ed ectoplasmi, che attendono l’occasione buona per irrompere in quella regione umana maldestramente cinta dalle categorie della ragione. Un confine labile che percorre, ad esempio, quell’artista che, attraverso l’uso di stupefacenti, spalanca una porta sull’abisso, cui Silence mormora: «Lei probabilmente non ha la più pallida idea delle possibilità che si aprono una volta squarciato il sottile velo pietosamente innalzato tra lei e l’Altro Mondo» (Un’invasione paranormale). Un Altrove assoluto, che in un “caso” diventa addirittura la quarta dimensione della fisica moderna – la stessa che, secondo lo storico delle religioni Ioan Petru Culianu, verrà narrata da Jorge Luis Borges nel suo Tlön Uqbar Orbis Tertius, ma anche da altri, tra cui Lewis Carrol e Charles Edward Hinton. L’esperienza vissuta dal protagonista di Una vittima dello «Spazio superiore» non può essere riferita ma solo rivelata attraverso simboli. Che siano poi i lettori a decifrarli, se ne hanno le capacità («O voi che avete gl’intelletti sani, / Mirate la dottrina che s’asconde, / Sotto il velame delli versi strani», ricordate?). Anche perché questo spazio non esiste in sé ma è una dimensione spirituale, non separata però da quella materiale: «Scoprii» rivela il “paziente” di Silence, «che il mio normale corpo a tre dimensioni era semplicemente una proiezione del mio corpo quadrimensionale». Un equipaggiamento per la quarta dimensione, come scrisse appunto Culianu ne I viaggi dell’anima.

A questo orrore ultraeuclideo se ne affiancano altri, relativamente terrestri, ad esempio anime di defunti che si reincarnano in ignari discendenti, portando con loro tutto il carico di dolore di esperienze passate. Travolgendo e stravolgendo la vita di tutti i giorni, riempiendola di funesti presagi. La memoria dei protagonisti comincia a muoversi a ritroso, sino a incrociare episodi antecedenti la loro nascita, culti innominabili di cui si è persa memoria, che tornano a minacciare il mondo moderno.

John Silence è il primo medico della storia letteraria a interfacciarsi con il soprannaturale, membro di una folta schiera comprendente anche il bizzarro Van Helsing di Bram Stoker o il Martin Hesselius di Sheridan le Fanu. Una variante più oscura della creatura di Arthur Conan Doyle, «una versione nera di Sherlock Holmes», scrive sempre Flavio Santi. Una notevole discendenza, specie se vi includiamo i detective, anche dei giorni nostri (basti pensare al celebre indagatore dell’incubo di Craven Road, al mitico agente Cooper chiamato nella sinistra cittadina di Twin Peaks oppure ai True Detective della fortunata serie della HBO), il cui immaginario ha ispirato, tra l’altro, anche la mitica Twilight zone di Rod Serling, immaginifica rassegna di storie fantastiche e bizzarre.

Una catena d’influenze che hanno investito la cultura, a tutti i livelli, andando a costituire uno dei capisaldi delle storie del mistero contemporanee. Una fama che, tra l’altro, non dovette farsi attendere troppo. The Ghost Man, com’era soprannominato Blackwood, ha conosciuto il successo sia in vita (spentosi nel 1951, ha lavorato per la BBC, dal 1934 in radio e due anni dopo in televisione), sia post-mortem, essendo apprezzato anche da firme assai popolari come Stephen King e Ann Rice. Tutti debitori di Blackwood, debitori di John Silence, debitori di quell’Ignoto che non può essere mai sconfitto ma esplorato, magari da impavidi pionieri della quarta dimensione (con nessuna garanzia sull’esito della ricerca, ça va sans dire).

Scritto da Andrea Scarabelli

Andrea Scarabelli (1986) ha collaborato con la Cattedra di Storia della Filosofia I dell’Università Statale di Milano. Collaboratore della Fondazione J. Evola, per Edizioni Bietti dirige la rivista «Antarès» e la collana «l’Archeometro». Scrive su diverse riviste, cartacee e non, come «Il Borghese», «If», «Il Cervo Bianco», «Barbadillo», «L'Intellettuale Dissidente» e «La Confederazione Italiana». Ha scritto, tra gli altri, su Lovecraft, Tolkien, Morselli, Eliade, Guénon ed Evola, talvolta sotto pseudonimo.

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