La sapienza di Eibon – IL PORTATORE DEL FUOCO – IL SENSO DEL TRAGICO NELLA CULTURA GRECA ANTICA

Il “Prometeo Incatenato” è una tragedia attribuita all’autore greco Eschilo, probabilmente messa in scena intorno al 460 a.C. Ben poco sappiamo delle altre due parti della trilogia “Prometeo liberato” e “Prometeo portatore del fuoco”, e in quale ordine venissero rappresentate.

Nel “Prometeo Incatenato” vediamo Efesto, il Potere (Kratos) e la Forza (Bià), trascinare in catene il titano, per incatenarlo a una roccia su un monte della regione della Scizia.

Prometeo dissobedisce a un ordine ben preciso di Zeus, il padre dei nuovi dei. Come nell’Orestea di Eschilo vediamo qui un altro confronto tra generazione vecchia e nuova, tra un titano e Zeus, che sconfisse con l’aiuto degli altri olimpici i titani, i giganti e le creature selvagge e mitiche che abitavano il mondo prima della razionalizzazione cosmica demiurgica compiuta dal patriarca olimpico.

Prometeo porta il fuoco agli uomini, donandoglielo. La scoperta del fuoco rappresenta per l’umanità una svolta evolutiva, secondo la tradizione greca essa è attribuita a origine mitiche, addirittura risalendo a un titano, incarnazione e simbolo degli elementi della madre terra. Il fuoco, infatti, infuria nel cielo tramite le tempeste, assumendo un valore trascendente e inarrivabile, verticale, trasferendosi, tramite il gesto del titano, alla sfera della tangibile, e di ciò che può essere manipolato, conservato, utilizzato, per scopi pratici. Gli uomini iniziarono il loro processo evolutivo anche tramite la scoperta e l’uso del fuoco, per cuocere le carni delle prede, e per difendersi dai predatori.

La scoperta del fuoco coincide con lo sviluppo del “logos”, il raziocinio, il verbo, la parola, l’intelletto e la facoltà del ragionamento presso la cultura greca antica.

Prometeo incarna il titano più simile alla condizione umana. Incatenato a una roccia, consapevole della sua caducità, ma allo stesso tempo titano, in potenza, a livello psichico e immaginativo.

L’uomo è sempre teso tra una condizione di mortalità e immortalità, un mondo altro, più sottile, si può solo sentire, una percezione d’infinito.

Kronos, padre di Zeus, rovesciato e sconfitto dallo stesso figlio, è invece l’elemento archetipico che rappresenta il tempo e l’inesorabilità del suo scorrere, del suo tramutare in polvere ogni cosa, della sua potenza, immensa e titanica.

Gea, rappresenta la terra. Ouranos, invece, è legato alle profondità del cielo.

Terra, Tempo, e Cielo. A porre ordine a tutto questo, da una condizione di caos primigenio, con giganti e titani che camminavano sulla terra, arrivò Zeus, ponendo fine alla barbarie dei popoli antichi stranieri rispetto al popolo greco, e dando inizio alle origini mitiche del “logos” greco, dispiegato in età attica anche e soprattutto da pensatori come Socrate e Platone.

Zeus è infatti irato con Prometeo perchè teme un’elevazione da parte dell’umanità a una condizione divina. Ma, soprattutto, perchè il titano ha disobbedito a un suo preciso ordine.

Prometeo è l’eroe che salva l’umanità dall’oscurità della notte, e dalla vulnerabilità della sua condizione, donandogli il fuoco, e, allo stesso tempo, la ragione con cui usarlo.

Ogni esempio mitico preso dalla tragedia attica svolgeva la funzione di “catarsi”, ovvero, elevazione psichica e spirituale tramite la visione orrorifica e terribile di omicidi, come per esempio Eracle che uccide i suoi stessi figli, o Medea, nipote di Circe, originaria della Colchide, strega barbara in terra di Grecia, che assassina, ripudiata, la sua stessa stirpe, per non assicurare allo sposo Giasone una discendenza.

Prometeo aveva cinque coppie di fratelli gemelli. All’inizio i fratelli erano virtuosi e saggi, ma si lasciarono prendere dall’avidità e allora gli dei mandarono una tempesta che distrusse il loro paese.

Atlante e Menezio sopravvissero al diluvio e si unirono e Cronos e altri titani per combattere gli dei. Però Zeus mandò in esilio Menezio e condannò Atlante a portare il Cielo sulle spalle per sempre.

Prometeo si schierò dalla parte di Zeus, dicendo di fare altrettanto al fratello Epimeteo, unendosi alla lotta solo quando oramai volgeva al termine. Come premio, ebbe la possibilità di accedere liberamente all’Olimpo.

Zeus, per la stima che riponeva in Prometeo, gli diede l’incarico di forgiare l’uomo.

Prometeo lo modellò dal fango e lo animò con il fuoco. Elemento che nel mito indica sia la fiamma in quanto strumento, sia l’energia vitale. La cosmogonia e la mitologia dell’Ellade risente fortemente di influssi del vicino Oriente, i greci intrattenevano rapporti commerciali con città – stato a Est del mar Mediterraneo.

Dell’amicizia che provava per gli uomini, Prometeo diede testimonianza fin dalla prima volta che se ne dovette occupare: quando ricevette da Atena e dagli altri dei un numero limitato di “buone qualità” da attribuire agli esseri viventi, compito che suo fratello Epimeteo cominciò a eseguire senza pensarci tanto, distribuendole in maniera priva di pianificazione. Alla fine, non vi erano più qualità da assegnare al genere umano, ma Prometeo rimediò subito rubando ad Atena uno scrigno in cui erano riposte l’intelligenza e la memoria, che donò agli umani.

Il fuoco rappresenta il “logos”. Prometeo incarna la natura selvaggia dell’antica cosmologia, contrapposta alla razionalizzazione attuata dalla società della polis sul mondo esterno alla civiltà ellenica considerato “barbaro” e irrazionale.

Sebbene il senso stesso del tragico si fondi esattamente sulla sfera della non razionalità, sulla rappresentazione mitica delle ombre inconsce della popolazione greca della “polis”, la città – stato, e dell’uomo in senso lato.

Aristotele nella “Poetica”, tra in questo scritto ad uso didattico la tragedia e l’epica, perduta la parte relativa alla commedia, presunta dal patriarca Timoteo I, ma smentitane l’esistenza dai critici odierni.

Aristotele scrive che la tragedia non è altro che l’evoluzione delle forme primitive del ditirambo e dei canti delle falloforie. Nel caso della tragedia gli attori sono aumentato da due con Eschilo a tre con Sofocle, che inserì l’uso della scenografia, e con l’evoluzione della tragedia stessa iniziò ad essere utilizzato il trimetro giambico.

La tragedia deriva, secondo il filosofo ateniese, direttamente dall’epica.

“Tragedia dunque è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa, con una certa estensione; in un linguaggio abbellito di varie specie di abbellimenti, ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse; in forma drammatica e non narrativa; la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo di siffatte passioni. Dico linguaggio abbellito quello che ha ritmo, armonia e canto; e dico di varie specie di abbellimenti ma ognuno a suo luogo, in quanto che in alcune parti è adoperato esclusivamente il verso, in altre invece c’è anche il canto)”

In questa definizione di tragedia Aristotele introduce il concetto di “catarsi”, purificazione dell’animo tramite la visione di eventi che suscitano emozioni irrazionali nell’immaginazione dei fruitori.

Il senso tragico per la cultura greca antica si fonda sull’irrazionalità, che tramite l’esplicazione dell’esperienza della rappresentazione teatrale, e del “mythos”, il racconto rappresentativo, trova la sua applicazione.

La tragedia greca antica si fonda sull’addomesticamento di emozioni irrazionali, canalizzate attraverso la facoltà immaginativa.

L’epica è fortemente caratterizzata dallo spirito irrazionale, incarnato in età antica dall’elemento divino e mistico.

Nella tragedia di Eschilo Prometeo rappresenta il coraggio titanico della natura elementale legata alla terra nei confronti della fredda razionalizzazione del “logos”.

Sebbene lo stesso “logos” viva d’irrazionale, si alimenti dalla stessa paura dell’ignoto, che diventa contemplazione dell’abisso stesso, e desiderio di conoscere l’infinito, sehnsucht, mentre Prometeo cade, alla fine della tragedia, nel Tartaro.

Ermes : Eppure tali gesti d’arroganza ti hanno fatto approdare a questi mali.
Prometeo : Questa sventura non la cambierei con la servitù, sappilo bene.

Il Tartaro indica, nella Cosmogonia di Esodio, e nella tradizione greca, un luogo oscuro e tenebroso, situato talvolta “al di sotto” e talvolta “ai confini” della terra.

Prometeo, esempio di “hybris”, arroganza nei confronti degli dei, e di sapienza naturale terrena, simbolo dell’elemento del fuoco, cade nell’abisso, fiero, titanico nel suo decadere.

Il tragico diviene ciò che i Romantici tedeschi e la filologia ottocentesca chiama sublime, percezione d’assoluto, infinito.

Tutto questo è possibile, per Aristotele, tramite la “catarsi” della tragedia, che nasce a sua volta dall’immaginazione collettiva, rappresentando le ombre dell’inconscio della “polis” greca.

L’eterno corpo dell’uomo è l’immaginazione” – William Blake

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