Dune: la potenza della geosofia 

Nel 1965, 55 anni fa Frank P. Herbert (1920 – 1986) dava alle stampe il primo volume della saga di Dune (pubblicata in Italia dalla Fanucci).

Un ciclo di romanzi in cui ha l’ambizione di confrontarsi con l’evoluzione, l’etologia, la sopravvivenza della razza umana, l’intreccio tra le religioni organizzate, la spiritualità e il potere.

In particolare Dune è un romanzo (il primo di sei) che raccoglie in sé ecologia, filosofia, politica, romanticismo, religione e tutta una serie di elementi correlati che si intersecano a più livelli, mescolati in una visione futuribile così reale da sembrare storia già accaduta. 

Si tratta di un universo visionario che ha nutrito l’immaginario di grandi artisti come Hans Ruedi Giger, Moebius e Alejandro Jodorowsky e ha già portato a due tentativi di trasposizione cinematografica: quello di David Lynch (nel 1984) e la miniserie del 2000 diretta da John Harrison. Proprio in questi giorni è stato annunciato che il prossimo 17 dicembre 2020 dovrebbe arrivare nelle sale un nuovo adattamento di Denis Villeneuve, con Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson. Pare che per Villeneuve, che ha sempre amato il romanzo di Herbert, realizzare questo film sia un sogno che si avvera, infatti erano molti anni che il regista provava ad accaparrarsene i diritti. Secondo Roberto Genovesi (affermato autore di romanzi storici con venature fantasy e responsabile dei progetti speciali di RaiCom): «Il ciclo di Dune è – insieme a quello di Hyperion e a quello della Fondazione – l’affresco fantascientifico in cui tecnologia e filosofia hanno trovato terreno più fertile per alimentarsi reciprocamente. Una vetta altissima e per certi versi non replicabile di citazioni archetipiche e di suggerimenti estetici che ancora oggi continuano a essere punto di riferimento di scrittori e artisti. Un’impalcatura narrativa complessa e sfidante per qualunque regista che Lynch affrontò nell’unico modo possibile a suo tempo e cioè con la spavalderia del genio. Adesso ci riprova un altro mago del racconto audiovisivo e la curiosità e l’attesa sono altissime».

Ripensando alle origini di Dune, lo stesso Herbert affermò che tutto ebbe inizio con un’idea: scrivere un romanzo sulle convulsioni messianiche che periodicamente si verificano nelle società umane.

La trama di questo romanzo – vincitore del Premio Hugo e del Premio Nebula – viene riassunta nella scena d’esordio della trasposizione cinematografica di Lynch: «Anno 10191. La galassia è retta da un sistema feudale, con a capo l’imperatore Padishà Shaddam IV. Arrakis, detto anche Dune, pianeta delle sabbie, spazzato da tempeste e popolato da creature gigantesche, è il luogo più importante dell’Universo, in quanto unica fonte della sostanza più preziosa conosciuta, il melange, la Spezia, che consente di distorcere lo Spazio e di viaggiare tra le stelle».

In un turbine di cospirazioni tra contrapposte fazioni, intrighi e tradimenti, Paul Atreides, il protagonista, diventa il leader messianico della popolazione di Dune (i fremen), e li conduce alla “Guerra Santa” per la libertà del loro pianeta e poi dell’intero Universo conosciuto.

Parafrasando lo scrittore francese Guillaume Faye, potremmo definire l’universo in cui è ambientata questa opera “archeofuturista”: un sistema di governo feudale, una commistione tra arcaico e iperfuturibile (i duelli avvengono all’arma bianca, ma sono possibili i viaggi interplanetari ed esistono arsenali di devastanti armi di distruzione di massa), ordini monastici combattenti (i sardaukar e i fedaykin), confraternite religiose che manipolano il Dna e le linee di discendenza.

La narrazione ruota intorno alla figura di Paul Atreides.

Paul non è un profeta, ma un messia, il Messia a lungo atteso: sposando la causa dei fremen, e quindi della trasformazione ecologica di Arrakis, egli ha anche ben presenti i propri scopi personali, legati a dinamiche politiche, dinastiche, economiche e sociali.

La storia dell’eroe di Dune, in un certo senso, è simile a quella di Lawrence d’Arabia: uno straniero che va in una terra straniera e, alimentando (manipolando) alcune credenze religiose, riesce a raggiungere i suoi obiettivi personali.

Herbert dimostra di avere idee precise sulla psicologia, sulla manipolazione del potere, sulle dinamiche dei movimenti di massa.

La figura di Paul Atreides – Muad’dib – è modellata su quella di un messia di stampo islamico, non ebraico o cristiano (Anakin Skywalker, al contrario, nella saga di Star Wars è un messia di natura cristiana, e lo si vede nei rimandi all’“immacolata concezione” e alla profezia del “Salvatore, il Figlio dei Soli”).

Paul è il Mahdi, perché porterà il suo popolo alla vittoria non solo tramite la pace e l’insegnamento, ma tramite il jihad: «Era guerriero e mistico, feroce e santo, astuto come una volpe e innocente, cavalleresco e spietato, meno di un dio e più di un uomo».

Il tema è particolarmente caro alla tradizione sciita, per la quale questa figura assume sempre un carattere politico: il Mahdi è un leader in tutti i sensi, e la sua lotta è una lotta sia materiale che spirituale: «Quando religione e politica viaggiano sullo stesso carro, e il carro è guidato da un santo vivente, niente può resistere sul loro cammino».

Esistono vari e importanti esempi storici del ruolo del Mahdi come guida politica e militare, come per esempio quello della rivolta anti-colonialista in Sudan compiuta da Muhammad Ahmad, detto proprio il Mahdi.

Ahmad si riteneva il Messia musulmano, colui che avrebbe portato l’Islam al trionfo finale. Nel 1882 iniziò la sua lotta contro la dominazione inglese in Sudan. Le sue vittorie portarono il Paese a divenire uno Stato indipendente retto da una teocrazia.

Altro esempio più moderno è quello della Rivoluzione islamica in Iran, che portò alla cacciata dello Scià e all’instaurazione di una rigida teocrazia sotto il comando dell’ ayatollah Khomeini. E che dire di bin Laden o dell’Isis?

Il gioco di citazioni e di rimandi presente nelle pagine di Herbert portano a identificare i fremen proprio con quei popoli arabi che negli anni ’60 si battevano contro le multinazionali petrolifere per il controllo e lo sfruttamento dei giacimenti; il melange è infatti un liquido prezioso celato tra le sabbie, indispensabile per viaggiare: un riferimento neppure troppo velato al petrolio.

L’immagine degli enormi vermi che emergono dalle sabbie di Dune è un richiamo all’immagine degli immensi oleodotti che percorrono i deserti, a volte ricoperti dalle dune, altre volte affioranti; le “tute da sabbia” dei fremen sono una citazione degli abiti dei tuareg, studiati per ridurre al minimo le perdite dell’umidità corporea e proteggere dal calore; i termini e i nomi usati da Herbert sono evidenti distorsioni di vocaboli arabi: muad’dib (“topo canguro”, che diventa il nome di battaglia di Paul Atreides), jihad (“crociata religiosa”, “ribellione di fanatici”), shaj’ulud (“vecchio del deserto”, ovvero il Verme della sabbia), feddaynkin (“commandos della morte”, chiaro riferimento ai fedayn palestinesi), Sayaddhina (accolito femminile nella gerarchia religiosa dei fremen).

Il fatalismo, la religiosità, l’attesa messianica da parte dei fremen sono allo stesso modo caratteri tipici della cultura araba. Così come le tribù arabe, sotto la guida del profeta Maometto, furono capaci di unirsi, di sconfiggere ogni altro popolo e di creare un impero, così i fremen attendono il Qwisatz Aderach, un leader politico e spirituale che li guidi, dotato tra l’altro della sovrumana capacità di attingere alla memoria genetica dell’intera umanità, scaricabile come da un cloud.

Se è vero che Herbert attinge alla sanguinosa lotta per la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi per creare l’epica vicenda del suo racconto, allo stesso modo, nel momento in cui la crescita del fondamentalismo religioso è diventata un problema centrale nelle dinamiche della globalizzazione, il suo romanzo diviene la metafora dell’attuale fortissima fibrillazione delle masse islamiche, attraversate da un profondo risentimento che sta generando fenomeni tali da incidere prepotentemente sul senso della nostra contemporaneità, gettando una luce sinistra sul nostro futuro prossimo.

Questa metafora può valere per mostrare proprio il loro senso di marginalizzazione e di esclusione rispetto agli scenari planetari e, al tempo stesso, l’intensa ricerca della propria identità, di un proprio ruolo, peculiare rispetto al contesto internazionale: i militanti islamici guardano alla modernità come a un approccio egoistico e individualista alla vita, che relativizza la religione, esalta l’individuo e divide il mondo tra ricchi e poveri, avanzati e sottosviluppati.

La modernità piega l’Etica alle convenienze del Mercato, fa sì che i valori della famiglia e le scelte morali siano lasciati ai singoli e che la Natura non sia più vista come un prezioso dono di Dio, ma come materia da sfruttare economicamente.

Quindi l’esplosione dell’islamismo è strettamente legata al disfacimento delle società tradizionali, e allo stesso tempo al fallimento dello Stato-nazione come strumento della modernizzazione: l’identità islamica viene (ri)costruita in opposizione al capitalismo, al socialismo e al nazionalismo, che vengono percepiti come ideologie fallimentari ereditate dall’ordine post coloniale. L’islamismo politico e la nuova identità islamica fondamentalista hanno mostrato una capacità di espansione nei contesti sociali e istituzionali più vari, ma sempre in relazione alle dinamiche di esclusione o di marginalizzazione, non solo sociale ma ancor più politica.

Ormai un progetto fondamentalista è emerso in tutte le società musulmane, oltre che tra le minoranze musulmane delocalizzate in Paesi non islamici. Ci troviamo di fronte alla costruzione di una nuova identità che, senza il ritorno al passato, ma sulla base di un’originale lettura di materiali tradizionali, tenta di dar forma a un universo comunitario ispirato alla legge divina, in cui le masse diseredate e gli intellettuali delusi possano ricostruire un mondo dotato di senso, in grado di costituire un’alternativa credibile al mondo globalizzato. Dunque, attraverso questa negazione dei processi di esclusione – anche nella forma estrema del martirio – una nuova identità islamica prende forma nel processo storico di realizzazione dell’Ummah, il paradiso comunitario dei veri credenti.

Nell’universo di Herbert questo sanguinoso progetto “reazionario” avrà la meglio; nel nostro?

Scritto da Salvatore Santangelo

Giornalista professionista e docente universitario. Esperto di politica internazionale e di storia del Novecento, studia la dimensione mitica dell’attualità occupandosi di “geosofia”, quella che John K. Wright ha definito come l’esplorazione «dei mondi che si trovano nella mente degli uomini». Tra le sue pubblicazioni: Frammenti di un mondo globale (2005), Le lance spezzate (2007), GeRussia (Castelvecchi, 2016) e Babel (Castelvecchi, 2018).

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