Recensione “Carnival Row”

Il coronavirus ha colpito l’Italia con silenziosa violenza, obbligandoci a cambiare abitudini consolidate negli anni e sedimentate nel profondo delle nostre anime.

Uccisa l’apericena al bar di fiducia, tramontato lo spritz con vista su Piazza San Marco, anche la piemontesissima merenda sinoira cede il passo all’aumentare dei contagi, obbligandoci in casa, davanti a uno schermo avaro di programmi davvero godibili. 

Tra molti prodotti poco attraenti brilla “Carnival Row”, visibile, ahimè, solo agli abbonati di Amazon Prime Video.

Cosa c’entra una serie tivù realizzata da Amazon con lo Sword&Sorcery?

Tanto, dico io.

Anzi, tantissimo, perché in tutti e otto gli episodi sono presenti i tratti distintivi del genere: l’ambientazione storica, il sovrannaturale e l’orrore.

La linea di narrazione principale si sviluppa all’interno d’una scenografia a tinte cupe. L’aspetto visivo rimanda a una Londra di metà ‘800 in perfetto stile vittoriano, con tanto di carrozze, cavalli e lame. Sullo sfondo s’intuiscono sangue, odori forti e vicoli stretti; viuzze dalle quali non ci sorprenderemmo a veder sbucare un novello Jack The Ripper.

Fate, fauni e centauri sono solo alcune delle creature mitologiche in fuga dalla guerra che si sono rifugiate a Burgue, città abitata da umani. Qui, la convivenza tra “fatati” e cittadini genera tensioni, ulteriormente esasperate da una serie di efferati omicidi.

Diverse trame secondarie muovono e motivano i personaggi; politica, arrivismo sociale e xenofobia serpeggiano sottotraccia, sviluppando intrecci capaci di mostrare i lati più oscuri e quelli più eroici dei personaggi che animano la storia.

Il protagonista, interpretato da un Orlando Bloom perfettamente a suo agio nel ruolo d’Ispettore di polizia, è affiancato dalla fata Vignette, incarnatasi in una Cara Delevingne in forma smagliante.

Entrambi portano sulle spalle un passato pesante, carico di scelte sbagliate e segreti inconfessabili, e per questo sono credibili. Non sono i classici eroi senza macchia e senza paura. Hanno commesso errori e ne hanno pagato il prezzo, imparando a non ripeterli.

Notevoli anche i personaggi comprimari tra i quali spicca l’Aruspice, una fata dotata di potenti capacità divinatorie nonché ferrata nell’oscura arte della negromanzia.

“Carnival Row” trascina lo spettatore in un mondo magico al confine tra le fiabe dell’infanzia e gli incubi angosciosi dell’adolescenza, ma non è un prodotto per ragazzi.

Tutt’altro.

È una serie adulta, a tratti cinica.

Spietata nel confronto tra quello che è socialmente accettabile, contrapposto a ciò che viene definito “diverso”, quest’ultimo spesso ricalibrato secondo differenti punti di vista.

Nella trama traspare una vena d’umanità disperata, schiacciata dal peso degli eventi.

Ai più stagionati, nel senso anagrafico del termine, nonché amanti dei fumetti, potrebbe ricordare i primi albi degli X-Men: gli adolescenti mutanti alle prese con la propria diversità e giudicati reietti dai “normali”.

Homo Sapiens Sapiens contro Homo Sapiens Superior, alla faccia del politicamente corretto.

In quel caso era Magneto, al secolo Max Eisenhardt, a ergersi a baluardo della causa mutante in virtù dell’infanzia trascorsa nei campi di concentramento in qualità di prigioniero ebreo. Avendo già provato sulla sua pelle il vero significato del termine “discriminazione” non voleva ripetere l’esperienza.

A “Carnival Row” il paladino dei “fatati” è Rycroft Philostrate (Orlando Bloom), il protagonista. Ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno, perché in un mondo denso di magia l’illusione è la normalità e… non mi spingo oltre.

In conclusione: se avete una domenica libera e volete trascorrere qualche ora immersi in un mondo dove creature mitiche, magia e omicidi la fanno da padroni questa è la serie giusta.

Se invece, non avete una domenica da dedicare a “Carnival Row” fate una maratona il sabato notte.

Chiudo la recensione ringraziando Francesco La Manno per avermi voluto nel team di Italian Sword&Sorcery è un onore e un piacere farne parte. Spero di esserne all’altezza.

Scritto da Gualtiero Ferrari

Nasce a Torino nel 1970, cresce e vive in questa splendida città, salvo trasferirsi alcuni anni all’estero per motivi di studio e di lavoro. Parla fluentemente l’inglese, il francese e quel minimo di tedesco necessario a ordinare del cibo caldo o una birra fresca. Di formazione economico-scientifica più che umanistica, si è avvicinato alla lettura nel corso dell’adolescenza e rifugiato nella scrittura, ormai adulto, durante un difficile periodo personale. Attualmente lavora presso un’azienda di meccanica di precisione. Al suo attivo ha la pubblicazione del racconto intitolato “Nemesi” sulla raccolta “Z di Zombie - 2017”, edito da Letteraturahorror.it; oltre che il romanzo “Zetafobia”, edito da Delos Digital nel 2018.

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