LA FIGURA DEL DRUIDO PRESSO LA SOCIETA’ E LA RELIGIONE DEI CELTI – L’ELEMENTO DEL “MANA”

La società celtica a partire dall’Alto Medioevo si struttura secondo villaggi raggruppati in contee comandati da un “earlindermann”, poi successivamente denominato “earl”. Corrisponde al “wanax” delle città – stato dell’antica Grecia durante l’età micenea, e allo “jarl” della cultura norrena.

Il druido, detto anche bardo, svolge presso la struttura sociale e politica dei celti un ruolo molto importante. Egli è infatti anche consigliere del capo tribù, in età antica, e successivamente, del capo della contea. Il più famoso esempio di druido nella letteratura epica medievale britannica è Merlino del ciclo arturiano.

Il druido tramandava il sapere tradizionale, specie quando era anche bardo, specializzato nell’arte della musica. Era anche guaritore, a lui erano affidati il compito di giudicare i criminali nelle controversie tra tribù, specie nei casi di assassinio, e aveva anche un ruolo importante nell’interpretare gli auspici, e, in età antica, si occupava dei sacrifici umani ed era un uomo, ma altresì un ponte tra il mondo mortale e il mondo immortale.

La musica per i celti era una sorta di “porta” attraverso la quale raggiungere un sapere più alto, il sapere tradizionale, l’intimo centro dell’inconscio collettivo della popolazione.

Il bardo in questo caso aveva il compito di intrattenere, ma anche di mostrare col medesimo gesto di suonare l’arpa o la cetra, di tramandare il sapere più alto, il segreto e il potere magico immanente dello spirito celtico.

Il druido aveva una connessione profonda con l’essenza della terra appartenente al popolo celtico, che si diffuse dalle coste nord della Gallia fino alle isole britanniche.

Si può definire una sorta di parallelo tra lo sciamano dell’America settentrionale e il druido delle culture celtiche, figure che si riscontrano in tutti i culti antichi.

Uomini mortali in carne e ossa, ma a metà tra la divinità e il terreno. Figure antiche che si stagliano tra i freddi astri del cielo notturno, e la sapienza dei dettagli immanente in ogni singolo filo d’erba, in ogni pianta ed essere vivente della Gallia o della Britannia.

La figura del druido aveva anche un ruolo politico molto forte. L’arte della divinazione, e gli auspici su di uno scontro tra tribù o sull’abbondanza o meno di un raccolto, erano completamente affidate al druido.

Vi erano diversi tipi di druidi, dai più semplici, che si occupavano dello studio delle piante a scopo medicinale, ed erano atti alla preparazione di pozioni, ai più alti di rango, come per esempio il già citato Merlino, che era consigliere politico e strategico e indovino di Artù, ma conosceva anche l’astronomia e la mitologia tradizionale.

Le fonti che ci tramandano la cultura celtica sono poche, e frammentarie, le più famose ed esaustive sono il “De Bello Gallico” di Giulio Cesare, gli scritti di Strabone e Diodoro Siculo, riuniti insieme da Posidonio, filosofo stoico.

Sappiamo moltissimo sulla mitologia celtica, ma pochissimo sui precisi rituali religiosi, conosciamo invece benissimo l’impostazione giuridica, grazie alle fonti sopra citate. Un popolo pragmatico come quello romano antico non poteva che omettere informazioni giudicate probabilmente inutili dal punto di vista politico e militare, i romani infatti combatterono contro i popoli germanici, che successivamente migrarono in parte in Britannia, dalle coste nord dell’attuale Francia e Germania, dell’allora Gallia, per secoli.

L’uso della musica e dei tamburi in battaglia, flauti e cornamuse, fa parte della visione legata al “mana” e allo Spirito immanente nelle cose, al panteismo e animismo dei celti. Avevano infatti trecentosettantaquattro divinità.

La più importante era Bael, dio del Sole.

Il druido era messaggero degli dei, ed era anche custode della sapienza dei cicli delle stagioni, legati alla mitologia e alla cosmologia celtica.

Il druido era una figura che rappresentava una sorta di connessione tra cielo e terra. Tra tutto ciò che rientra nella sfera del “mana” e tutto ciò che invece rientra nella materialità. Sembrerebbero due aspetti distinti di un sapere, che, invece è unico ed eterno.

Senza tener conto della coscienza universale del proprio popolo, rapportata al panteismo e all’animismo, e alla dimensione dell’infinito, non è possibile, per le religioni e tradizioni druidiche celtiche, alcuna previsione o decisione corretta, sensata. Questo concetto va oltre addirittura il concetto greco del Fato, e della Tyke, va oltre Agamennone che sacrifica Ifigenia per avere venti favorevoli per l’invasione di Ilio, o Troia che dir si voglia, e affinchè sia colui che più soffrirà a causa di quella guerra, nonostante le vittime innumerevoli inflitte ai troiani.

Il druido interpreta gli astri, interpreta così allo stesso modo le viscere degli animali, studia i fatti, osserva i segnali dell’universo, ed emette un verdetto, seguendo un metodo all’apparenza irrazionale, per l’uomo moderno privo di spirito e compassione nei confronti della natura, ma in realtà comprovato dalla tradizione e tenuto in gran considerazione dall’earlindermann.

Il sacrificio umano, quindi, a differenza dell’esempio mitico greco di Ifigenia, figlia di Agamennone, che si ritrovò per un capriccio degli dei a dover versare il sangue del suo sangue, assume un significato religioso, ma anche trascendente.

La “magia”, nel senso di tramutare un evento contingente tramite un gesto, un’azione, anche un sacrificio appunto, è presente in entrambi i casi, ma in due manifestazioni ed archetipi completamente diversi.

Il padre che sacrifica la figlia ha uno scopo morale e moralizzante, appunto Agamennone avrebbe dovuto soffrire più di ogni altro, greco o troiano, a causa della guerra.

Il druido che invece scruta gli astri celesti, e i cicli delle stagioni, rappresenta un elemento differente, seppur la diversità risulta abbastanza sottile dal punto di vista pratico, dimostra un approccio trascendentale alla tecnica “magica”.

Le popolazioni celtiche erano ben consapevoli della presenza immanente di un Assoluto in ogni singolo frammento di terra, o foglia, o albero, o collina ricoperta dalle nebbie e sferzata dalla pioggia e dal vento freddo. Tuttavia, in età contemporanea, vi sono moltissime rappresentazioni estetiche che i celti in realtà non avevano, molte divinità non erano rappresentate o raffigurate in un certo modo, erano semplicemente ben presenti nell’inconscio collettivo, e nella consapevolezza data dalla tradizione. L’uomo contemporaneo, in quanto continuamente separato e discostato a forza dal suo passato e dalla sua storia dalla velocità e freneticità dell’esistenza, che non accoglie facilmente la concezione originale dei celti, di astratto, di infinito non visibile, ma ben percepibile e ben presente nella quotidianità, e garantito appunto, soprattutto dalla storia e dalla tradizione.

Il druido aveva una parola quasi indiscutibile, in certi casi, ma non per esercizio di potere o coercizione, semplicemente era il più rispettato e rispettabile della piccola società rappresentata dalla tribù, e in quanto sapiente, infatti erano rari i druidi di giovane età, doveva avere e dimostrare di avere molta esperienza, non solo dal punto di vista del sapere, ma anche dal punto di vista della pragmaticità.

Il druido inoltre si occupava anche dei culti legati ai morti, al passaggio tra la vita e la morte, aveva un ruolo mistico, proprio come i monaci tibetani del buddismo derivato dalla cultura induista. Nel libro dei morti tibetano, il “Bardo do Tol”, è descritto un processo meditativo da attuare durante il trapasso, secondo una sorta di credenza tanatologica, che oggi corrisponde alle recenti scoperti della fisica dei quanti, rispetto al concetto del Vuoto, e, per i buddisti, la reincarnazione e il ciclo del Samsara.

Per i culti celtici la terra ha più importanza rispetto alla non corporeità dei buddisti, che considerano il corpo prigione presa in prestito dall’anima dell’individuo, ma al contrario il corpo e la bestialità, l’animalità selvaggia rappresentano esse stesse, insieme ad appunto la terra, sono in funzione dell’Assoluto, non ne sono in grado inferiore, non ne sono sottoposte, all’infinito, sono in funzione dell’infinito. E l’infinito senza la materia non è raggiungibile, la battaglia non è vinta senza prima l’auspicio positivo del druido. Egli decide il fato, e non è il fato a plasmare il druido o a influenzarlo, si pone “al di sopra” e “a metà” tra la saggezza della terra e il valore mistico e legato al “mana” degli astri, e della dimensione dell’Assoluto.

Nella letteratura fantastica il “mana” è spesso associato alla facoltà di lanciare incantesimi, benevoli o malevoli che siano.

Il “mana” è esplicato in senso estetico, per quanto concerne la letteratura e l’immaginario “fantasy”, ed è simbolo di una sapienza più profonda e antica, legata non tanto all’esteriorità, quanto all’interiorità.

Siamo noi uomini in età contemporanea che rappresentiamo in un certo qual modo figure mitiche del folklore celtico, come troll, elfi e nani, idealizzandoli tramite il filtro della tradizione fantasy tolkieniana, che è in un certo senso “fuorviante”, in quanto conia archetipi non corrispondenti al reale folklore gaelico, ma l’intento di Tolkien non era essere fedele al foklore, ma creare un’opera che facesse da collante nel substrato dei cicli della letteratura epica medievale anglosassone.

Il fantasy “spada e stregoneria” si mantiene più legato alle radici della tradizione, sebbene risulti un genere variegato, eclettico a suo modo, e ricco di diversi personaggi, tutti accomunati dall’archetipo junghiano dell’eroe, che insegue sé stesso nelle “quest”, cercando qualcosa che è al di fuori, ma soprattutto appartiene all’interiorità del protagonista, vi è sempre un raggiungimento di uno status di libertà interiore superiore, una libertà che si manifesta esteticamente anche dal punto di vista esteriore. Conan di Robert E. Howard, da ladro, pirata, predone, diviene re di Aquilonia.

I celti erano ben consapevoli della presenza della “magia” in tutte le cose, intesa come spirito vitale, secondo una visione animista del reale, e non rappresentavano esteticamente come noi nel ventesimo e ventunesimo secolo, dopo la rielaborazione della cultura antica svolta dal Romanticismo ottocentesco, le loro entità metafisiche, in quanto appunto “al di là” del mondo fisico, e quindi inarrivabili, se non tramite la mediazione del druido.

Il druido, o vate, o bardo, era figura di spicco e di riferimento presso le tribù celtiche.

I regni dei celti in Britannia erano suddivisi, dal III secolo d. C. in poi, in Galles, Wessex, Sassex, e Cornovaglia, e la Britannia orientale era divisa in Kent, Nortumbria, e altri reami minori. Seppur il termine “regno” o “reame” sia improprio applicato alla cultura celtica, tribale e non feudale.

Dopo l’invasione germanica la Britannia visse una paganizzazione, cristianizzata dall’impero romano fino al VI secolo d. C.

“I Druidi di solito si astengono dalla guerra e non pagano i tributi come tutti gli altri ; sono esonerati dal servizio militare ed esenti da ogni tipo di prestazione.

Attratti da così tanti vantaggi molti spontaneamente affluiscono alla scuola dei druidi e altri vi sono mandati dai genitori e dai familiari. Si dice che nella scuola dei druidi essi imparino a memoria un gran numero di versi. Perciò alcuni vi rimangono vent’anni. Credono che non sia reso possibile dalla religione affidare queste conoscenze alla scrittura. Mentre generalmente negli altri casi, nei rendiconti pubblici e privati si servono dell’alfabeto greco. Mi pare che abbiano stabilito questo divieto per due ragioni; perché non vogliono che la loro dottrina si diffonda tra il volgo, e che i discepoli, fidando nella scrittura, si impegnino meno diligentemente a esercitare la memoria; e infatti ai più generalmente accade questo che, giovandosi dell’aiuto della scrittura allentino l’impegno nell’apprendimento e l’esercizio della memoria. In primo luogo, i druidi vogliono infondere queste credenze.: che l’anima non muore, ma che dopo la morte passa da un corpo a un altro, e i druidi pensano che i galli siano stimolati soprattutto da questa credenza a comportarsi valorosamente, essendo stato messo da parte il timore della morte. Trattano inoltre numerose teorie relative agli astri e alle loro rivoluzioni, universo, terra, natura e sulla forza e sulla potenza delle diverse divinità e le trasmettono ai giovani.” – De Bello Gallico, Gaius Iulius Caesar

Nel passo di Cesare vediamo ricorrere un tema tipico dell’antichità, la metempsicosi. Da romano, pragmaticamente, la trasposizione di un’anima da un corpo a un altro ha una funzione militare, comportarsi valorosamente in battaglia, una volta accantonato il timore della morte.

La sapienza druidica risale la spirale dell’esistenza al suo nocciolo, riferendosi alla natura intima e infinita della terra stessa, in quanto materia.

Il druido vive e agisce in una sfera di percezioni sottili, dettagli e intuizioni portate dal vento e dai cicli delle stagioni, che si alternano, sempiterne, e così universalmente in quanto figura mistica elabora la metempsicosi come espressione fondamentale dell’immanenza dello Spirito ripreso dall’idealismo tedesco nell’Ottocento, tramandando e applicando così l’immortalità, relativa all’anima, appunto, un’anima già presente in ogni filo d’erba, pianta, o animale o uomo, dal particolare all’universale ogni cosa per la religione celtica è permeata di anima. E quindi di “mana”.

Il “mana” è la parte invisibile, la forza vitale. Una forza che se manipolata con la giusta sapienza può portare ad avere effetti sul reale.

La letteratura e l’estetica “fantasy” ereditano questo tipo di sapienza, esplicandolo in un modo puramente estetico, ma riuscendo in egual modo a trasmettere il senso del “magico”, del “mana”, del trascendente che danza con l’immanente, plasmandolo, ordinandolo, trasformandolo, o semplicemente distruggendolo. Esiste infatti magia nera e magia bianca, nel “fantasy”, anche se i culti celtici, non facevano alcuna distinzione, la magia era usata sia per guarire sia per maledire indistintamente, e i sacrifici umani, come già accennato, erano molto diffusi in età antica, al fine di ingraziarsi il favore dei cicli dell’universo e della terra.

Il druido si pone a metà tra gli astri e la terra, così come il “fantasy”, in particolar modo i racconti e i romanzi di “spada e stregoneria” si pongono tra due elementi, l’azione visibile e pratica sul reale, la “spada”, il “guerriero”, e lo “stregone”, il mago, il bardo, il druido, colui che agisce sul visibile facendo appello e da tramite a entità metafisiche invisibili.

Un esempio archetipico che unisce i due aspetti di “spada e stregoneria” è il “Witcher”, o strigo, di Andrzreij Sapkowski, una saga che ha avuto tanta fortuna negli ultimi anni.

Il “Witcher”è la congiunzione tra materiale e immateriale, ogni strigo è infatti mezzo umano e mezzo creatura mitica appartenente al folklore europeo, e in particolar modo germanico. I germani ci hanno tramandato una sapienza profonda, antica, che la letteratura “fantasy” non può che riecheggiare, sebbene la metempsicosi sia un elemento che ritorna spesso nella storia delle religioni antiche, lo Spirito è ben presente in ogni parola di ogni scrittore fantastico, uno Spirito molto “fedele alla terra”, nel caso del “sword & sorcery”.

Uno Spirito dionisiaco, irrazionale, impulsivo, vitale, talvolta violento nella sua esplosione di energia di creazione e distruzione al medesimo istante.

“Belleteyn! Si divertono. Festeggiano il ciclo secolare della natura che rinasce. E noi? Che ci facciamo qui? Noi, due relitti condannati all’estinzione, allo sterminio e all’oblio? La natura rinasce, il ciclo si ripete. Ma noi no, Geralt. Noi non possiamo ripeterci. Siamo stati privati di questa possibilità. Ci è stata data la facoltà di fare cose straordinarie con la natura, a volte perfino contrarie a essa. E al tempo stesso ci è stato tolto ciò che in natura c’è di più semplice e naturale. Che importa che viviamo più di loro? Al nostro inverno non seguirà una primavera, non rinasceremo. Ma sia tu sia io siamo attratti da questi fuochi, sebbene la nostra presenza a questa festa sia una beffa malevola ed empia.” – La Spada del Destino, Andzreij Sapkowski

Lo strigo e la maga Yennefer, che pronuncia queste parole nel romanzo di Sapkowski, sono estranei ai cicli del tempo storico universale che si ripete, in quanto creature ibride, a metà tra il cielo e la terra, e, nella visione dell’autore della saga di Geralt di Rivia, sono estemporanei, e quindi non soggetti nemmeno alla metempsicosi, concetto chiave della religione druidica.

La metempsicosi indica l’immortalità dell’energia vitale riferita all’Assoluto, e il bisogno della psiche umana, di rifarsi a una dimensione infinita, di confrontarsi con la sensazione del sublime romantico, con lo spaventoso riecheggiare delle profondità degli abissi siderali. Terribile e meraviglioso, come il più bello dei sogni, e il peggiore degli incubi.

Il druido svolge una funzione di guida tra la certezza del visibile, e la paura dell’invisibile. Gli antichi, presso il paganesimo, erano ben consapevoli di nozioni mistiche e di cicli universali che con la secolarizzazione della religione in quanto tale, si sono persi, lasciando il posto a uno scientismo freddo e calcolato, che però rivela le sue contraddizioni in una società di massa ricca nell’apparenza, ma misera nell’essenza. Una società di massa globalizzata priva di “mana”.

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