I racconti di Satrampa Zeiros – “Il primo sangue” di Juri Villani

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare Juri Villani, che ci propone “Il primo sangue”, racconto sword and sorcery mediterraneo di circa 17.000 battute.


Il primo sangue

Juri Villani

 

Molto molto tempo fa, nella terra dei Lestrigoni…

 

Gli uomini sedevano attorno al fuoco, gli scudi appoggiati a terra, gli elmi col cimiero e le spade a riposo. Sui duri volti dei guerrieri aleggiava un po’ di serenità. Avevano cenato, si godevano la sera.

Con gesti rituali, il più giovane verso ai commilitoni l’ultima coppa di vino. Col vecchio rapsodo fu molto generoso, prima di chiedere:”Maestro, ci racconteresti una storia?”

Il Rapsodo assaporò lentamente il vino e sorrise. ”Mio giovane amico, dimmi, quale storia ti piacerebbe ch’io cantassi?”

“Una storia di Crisa, maestro.”

“Lo sapevo.” Dolce era il sorriso del vecchio.

Il cerchio degli opliti attendeva. Il rapsodo indugiava, gustandosi la brezza che veniva dagli ulivi, e le utlime tenui luci del giorno. Con piacere ripensò alle moltissime notti trascorse dalla prima volta in cui egli aveva appreso i canti di Crisa, la diavolessa del mare. E alle innumerevoli notti che separavano i canti delle gesta di Crisa, tramandati da generazioni di Aedi, dalle gesta stesse di lei.

Però, se ci si pensava bene, nel canto che il rapsodo si apprestava a eseguire, tutti questi infiniti giorni e cicli del Sole, sarebbero diventati un solo eterno istante, più vero del momento presente, e gli uomini avrebbero non solo rivissuto le gesta di Crisa, ma essi stessi sarebbero stati lei… almeno fino a quando il canto fluiva.

Ecco pensò il rapsodo, ora ci siamo, disse a se stesso, riflettendo ironicamente su questi pensieri. Un altro sorso di vino, e con un saggio sorriso sulle labbra vissute, cominciò la canzone… o l’incantesimo.

 

 

1.

Cantami, o Dea, le gesta eroiche di Crisa Esperia,

tumultuose, che lacrime funeree furono per i popoli del Mare,

e che tributarono all’Orco molte vite vili e molte fiere…

 

L’uomo vuotò lo sgrondo di vino annacquato che gli era rimasto, e bestemmiò Ermes, Dio amico dei ladri. La notte era scesa come una dolce amante sulle valli e sui boschi dell’Enotria, e le stelle facevano capolino come spiritelli.

A Testore la notte piaceva, era una buona compagna per i ladri come lui, ma ancora di più gli piaceva ammirare quella che sarebbe stata la sua preda.

La Torre della Regina si levava dall’oscurità boscosa, a valle. Solo per pura fortuna Testore aveva imboccato un sentiero che lo aveva portato, con un giro nemmeno troppo lungo, a dominare la vallata. D’altra parte, era stato il puro caso che aveva condotto Testore lì, alla Torre della Regina.

Tutto era nato come una scommessa da ubriachi, nel cuore sudicio del porto di Petelia, con quello straniero della terra delle piramidi, che gli aveva dato in pegno un anello di oro vero. Si diceva che la Torre della Regina fosse solo una leggenda… ma Testore era vecchio abbastanza da avere la pellaccia per tentare una simile impresa… e giovane abbastanza da rischiarla per una sciocca scommessa tra tagliagole.

Questi pensieri attraversarono superficialmente la mente pratica di Testore. Non era il tipo d’uomo che si perdeva in futili pensieri, al contrario bramava l’azione, e ogni fibra del suo essere fremeva soltanto per il momento presente.

 

La Torre della Regina era solida, alta e ben squadrata; con questa nobile semplicità la sua figura grigia e levigata emergeva dal bosco. Testore pensò che la torre, oltre a essere antica, era figlia di una cultura più semplice della sua. Lui, che aveva scalato anche le torri di Antandro “infestate da diavoli e stregoni”, e levigate come zanne d’avorio, sogghignava scalando ora quella torre come se fosse un gioco da ragazzi, chiedendosi se mai, chi aveva costruito quella robusta torre difensiva, avrebbe mai immaginato che a violarla sarebbe stato un farabutto italico come lui.

L’uomo guadagnò la cima silenziosamente, col sorriso sulla faccia e il coltello tra i denti. Nonostante fosse molto massiccio di corporatura, atterrò sulla pietra come un  gatto. Quando una rapida occhiata in giro, e più che altro i suoi sensi, gli dissero di non essere osservato, si prese un attimo per legarsi con una fascia di seta i lunghi capelli del colore della sabbia, stiracchiò i poderosi muscoli del collo e strinse forte con la destra il coltellaccio, un po’ per augurarsi buona fortuna e un po’ per farsi forza.

Infine si mosse dalla cima della torre, che era una sorta di grande balcone aperto, infilando uno stretto passaggio ad arco acuto, che scendeva.

Testore l’italico, senza emettere un minimo suono, scese una scalinata, imboccò un buio corridoio, superò alcuni passaggi, scese ancora, rimanendo nell’ombra e scrutando. Continuò a muoversi seguendo semplicemente l’istinto di ladrone. Per i ladri era più che sufficiente. Non aveva alcun piano, né sapeva cosa si celasse nella Torre della Regina. La sua esplorazione continuava, silenziosa, furtiva, celata dalle tenebre. Infine sbucò in un grande corridoio, ornato da piccole colonne doriche, e  chiuso da un portone di bronzo e legno massiccio. A metà corridoio Testore notò una statua possente incastonata tra due colonne. Raffigurava una sorta di sentinella, o guardiano, in armatura, la spada puntata a terra in posizione di riposo.

Giunto al portone, Testore estrasse chissà da dove uno strumento sottile e di ferro, e lo maneggiò con destrezza sulla serratura del portone, che si aprì.

L’italico scivolò lentamente in un’ampia stanza, immersa nella semioscurità. Fu sorpreso nel percepire come una fresco venticello (non vedeva né aveva calcolato finestre in quella zona della torre) provenire da chissà dove, e del profumo come di fiori selvatici. Testore avanzò scostanto dei drappi, che penzolavano come fantasmi. Poi finalmente vide il tesoro della torre. Appollaiata su una pila di cuscini, una figura minuta catturava candidamente il lucore delle candele. Probabilmente era poco più di una bambina. Bianchissima, nobile, dalle fattezze così disegnate che avrebbe potuto essere la figlia di un re.

Testore ghignò di gusto, e la sollevò come un fuscello, soffocando un gridolino con la mano nodosa. Corse rapido via, per fuggire col bottino, ma tra le colonne del corridoio che aveva precedentemente percorso si bloccò, come se avesse sbattuto contro un muro.

La statua del guardiano era in mezzo al corridoio, la spada alzata.

Taurus rimase pietrificato dal terrore mentre la statua avanzava a lunghi e pesanti passi. Non c’era traccia d’intelligenza nei movimenti della pietra. Sembrava un semplice strumento inanimato, manovrato da una sorta di mente o incantesimo. Una manifestazione mistica del Dio Dibaios, le cui fattezze di uomo maturo e virile egli rammentava, devota alla protezione e dispensatrice della legge.

Testore non era un codardo, più volte nella sua giovane e avventurosa vita aveva affrontato pericoli mortali. Ma di fronte a quella terribile figura emanante giustizia e punizione, il sangue gli divenne acqua. La spada di marmo prometteva una morte violenta.

Ma così non fu.

Taurus sentì l’anello che portava all’indice destro bruciare come se si fondesse, poi un’ombra gigantesca saettò e subito scomparve in una risata animalesca. La statua si sgretolò in mille pezzi. L’italico rimase solo col sentire un odore di bestia, umido e selvaggio, misto a un sentore immondo come di rettile e squame.

Comunque, Testore si riprese con una bestemmia e maledì lo straniero egiziano che gli aveva “donato” l’anello, maledì la Torre e i bagordi di Petelia che fin lì lo avevano tratto. Rapido si dileguò come un’ombra, con la ragazzina tenuta sulle spalle senza fatica. Quando nella Torre echeggiarono della grida, già Testore svaniva nella notte amica.

Allora l’italico si concesse un attimo per osservare la prigioniera. Era una ragazza nobile,dalla pelle bianchissima. Testore la colpì con un manrovescio facendole sanguinare le labbra. Fu un regalo di benvenuto in un mondo che forse con lei sarebbe stato troppo duro.

Chissà perché si ricordò dell’anello ricevuto in dono dallo straniero della terra dei Melampodi. Sull’indice non c’era più il metallo, l’anello sembrava scomparso, lasciando il posto a una profonda bruciatura.

 

 

 

2.

O viandanti che giungete a meridione del grande Mare,

fuggite gli antichi templi a cuspide, misteriosi,

e custodi di Dei e segreti, nemici degli uomini.

 

Il tramonto abbracciava dolcemente le sabbie a sud del grande fiume, confine naturale della terra degli uomini chimati Melampodi. Una razza antica, figlia depravata di una civiltà antica quanto corrotta e dominata dagli stregoni, che veneravano Dei dalla testa d’animale. Testore riconobbe subito la nera figura dello straniero stagliarsi contro le dune del deserto.

Il melampode avanzava a velocità impressionante su un cammello. Testore rabbrividì, ansioso di chiudere quel maledetto scambio.

Lo straniero torreggiava avvolto in mille sete come una mummia, e gli occhi del cammello sembravano rossi come sangue.

Testore si liberò subito della prigioniera, che lo straniero trasse a sè sollevandola di peso. Un sacco tintinnate cadde ai piedi di Testore, e un istante dopo il cammello sbuffava e volava sulle dune verso Est.

Fu un oscuro istinto a fermare la mano di Testore, che la ritrasse dal sacco bestemmiando. Un cobra dorato fece capolino dalla borsa, mentre una risata demoniaca giunse da lontano, annunciando l’incombere di un’altra notte arcana in quelle terre.

 

3.

“Nella terra degli Dei dalla testa d’animale,

non cercare la gratitudine di sire Apollo,

molte e pingui libagioni vengono offerte,

crudeli, di uomini e di donne giovani,

sugli altari degli Dei dalla testa d’animale,

negli antichi templi a cuspide.

 

La giovane visse un incubo. La notte fu fredda, allucinata, popolata da ombre e dal respiro infernale del cammelllo. E l’egiziano, sotto le volta delle stelle, continuò a cavalcare. Deserto, valli rocciose, tanti fiumi che diventavano un solo enorme fiume, e infine le nere mura ciclopiche di una città, antica e malvagia.

La giovane si sentì trascinata per segrete, tunnel solitari, e più volte udì urla umane strazianti, e strani sibilii dal buio. Poi fu adagiata in cima a una scalinata di pietra, su uno spazio molto grande. Lo stregone la denudò e fece un passo indietro inchinandosi.

La ragazza, abbandonata sulla nuda pietra, ebbe l’impressione che le tenebre davanti a lei si animassero e poi formassero una gigantesca figura, come di un serpente. Ma dall’oscurità emerse invece una donna, nuda, slanciata, regale, esaltata da una collana di gioielli scuri. La donna prese il volto della ragazza tra le mani, graffiandolo senza misericordia con le lunghe unghie, e la fisso. Sotto due occhi arcani come una notte senza stelle, la giovane provò prima paura e vergogna. Poi sentì come se l’anima le fosse stata risucchiata in un pozzo di malignità e perversione.

E così era, perché quella donna, dai denti canini insolitamente lunghi, era la Regina Sfinge, signora degli stregoni della grande piramide. .

 

4.

Taluni numi indicano agli uomini saggezza,

talaltri ispirano a pochi uomini temerarietà.

 

Dalla poppa della nave di pino, Adrasto scrutava la misteriosa terra dei Melampodi. Le dolci linee costiere lasciavano il posto a delle imponenti mura nere, rilucenti di strani bagliori nella  notte.

Adrasto bruciava dal desiderio di razziare quelle ricche ed esotiche terre. Adrasto era un Lestrigone, un mezzo selvaggio figlio di una tribù di predoni del mare. Lui e i suoi valorosi guerrieri pronti agli ordini erano giunti così lontani da casa per obbedienza agli anziani, che avevano comandato di salvare le prigioniere fatte sulle loro coste dai vili stranieri melampodi.

Adrasto era al comando della spedizione, e sul volto fiero e sui lunghi capelli sembravano soffiare i lontani e boscosi venti del settentrione. Ma l’anima gli ribolliva degli antichi istinti selvaggi degli uomini, dei desideri di lottare, uccidere e poi bere e fare baldoria.

Si voltò osservando i suoi uomini. Uomini-cinghiali per la precisione, cosidetti perchè vestivano, secondo il loro uso, pelli irrobustite di cinghiale, ed elmi ornati di zanne, e combattevano in preda a una furia bestiale. Esattamente come Adrasto, erano uomini irrobustiti dalla vita del mare e delle razzie, con folte barbe e capelli riccioli e bruni scarmigliati nel vento, altrettanto bramosi di saccheggio e violenza. Così vivevano sulla Terra i figli furiosi di Poseidone.

 

5.

E Ares gli scorreva nelle vene, sangue nero,

ebrezza rossa che miete i codardi,

amica di Fobos urlante sul campo di battaglia.

 

Il Sole era tramontato, la Luna era sorta, le stelle danzavano al ritmo dell’eternità… e nella grande piramide dei Melampodi i cicli astrali erano stati scrutati e studiati, coltivando raffinate arti di sapienza, da generazioni di studiosi. Ma sotto la grande piramide si inscenava l’Inferno.

Nelle profondità della piramide, la giovane d’Enotria giaceva su un altare Accanto a lei era rannicchiata un’altra giovane, che aveva i capelli riccioli e bruni

Nel fascio di luce lunare che inondava l’altare emerse la terribile Sfinge, che si chinò sulla ragazza dai capelli bruni come se volesse baciarla. Degli enormi denti di serpente affondarono nel collo della giovane.

Dopo qualche istante la ragazza non c’era più. Il bel corpo era un cadavere mummificato, prosciugato fino all’ultima goccia della vita.

Poi la Sfinge volse lo sguardo sull’altra giovane, che lo stregone melampodo le stava portando in dono, trascinandola per i capelli sulla nuda pietra. La sfinge attendeva, assetata.

Fu allora che delle grida selvaggie ruppero la negromanzia. Degli uomini armati irruppero nel salone. Le torce e i candelabri baluginavano sulle corte spade dritte, sugli elmi ornati di zanne di cinghiale. Gli uomini avevano capelli e barbe lunghe. Dagli elmi emergevano solo gli occhi bianchi feroci, e i denti erano scoperti un’espressione belluina. Adrasto era in testa.

Sciamando nella sala distrussero tutto ciò che trovarono sul cammino: statue, arazzi, altari, urne.

Poi di fronte a loro si pararono degli armati melampodi di sangue puro. Questi erano molto più alti, protetti da una maglia di ferro e armati di picche.

Lo scontro fu rapido e brutale. I predoni immediatamente caricarono, con la bava alla bocca. Nessuna formazione o tattica ne guidò il movimento, ma solo una furia selvaggia.

Si dice che un solo combattente, se coraggioso, è sempre più forte di un gruppo, se non estremamente coeso.

Più o meno fu così che i predoni affrontarono i soldati, ingaggiandoli in scontri individuali all’ultimo sangue. Non ci furono incroci di lame per studiare il nemico o spostamenti evasivi. L’offensiva totale dei guerrieri fu animata dal rosso e folle desiderio di uccidere o essere uccisi.

Qualche uomo-cinghiale cadde, ma i soldati non poterono sostenere tale violenza. La linea delle picche fu prima spezzata, poi dispersa, cosicchè i soldati si trovarono soli sotto una grandinata di ferro.

I melampodi morirono tutti. I primi combattendo da uomini, fronteggiando il nemico, gli ultimi spaventati come bestie al macello, spalle al nemico, l’arma abbandonata, il coraggio svanito dal cuore.

Quando il silenzio della morte riempì la grande sala, Adrasto assistette a un episodio che ricordò tutta la vita, e che narrò in molte canzoni davanti a molti fuochi.

Un altare appena illuminato sovrastava la grande sala. Adrasto ebbe l’impressione di vedere una figura enorme, simile a un serpente, svanire nell’oscurità. Un uomo, avvolto di nere bende come una mummia, rimase solo vicino all’altare. Dietro di lui ci fu un guizzo d’acciaio, e poi un fiotto di sangue. L’uomo giacque morto, con la gola aperta da orecchio a orecchio.

Poi nella luce si erse una figura femminile, nuda. Aveva la pelle bianchissima, i capelli come onde nere e blu come la notte. Il sangue del nemico gli colava dal petto, sul ventre, e sui gradini di pietra dell’altare.

Più che una giovane donna sembrava una giovane diavolessa.

 

6.

Cosa siamo noi, se non ombre confuse nella notte…

 

Grandi fiamme avvampavano nella notte, ai piedi del tempio a cuspide.

Da lontano, dal mare, Adrasto ammirava soddisfatto l’opera dei suoi predoni. Il lestrigone aveva la schiena poggiata all’albero della sua nave di pino, un corno di birra un mano, e risa ebbre e selvagge danzavano intorno a lui. La giovane era accucciata lì vicino, coperta da una pelle di conghiale.

Adrasto gustò la bevanda con una bestemmia di approvazione e si rivolse alla donna:”Cosa farai ora ragazza? Dove andrai?”

Lei rispose con una voce dolce nella quale ci fu una nota di fermezza e forse di spavalderia:”Non lo so… Voi siete uomini forti e fieri, prendete quello che vi piace e andate dove volete! Voglio stare con voi!”

Adrasto rise:” Noi siamo i predoni del mare, saccheggiamo, combattiamo e festeggiamo fin quando l’Orco  non ci prenderà.”

“Mi piace.” Disse lei.

“Qual è il tuo nome, ragazza?”

“Cilissa”.

Adrasto bestemmiò. ”Troppo dolce per una vita così dura”.

“Dunque, Crisa!”

 

7.

Le gesta eroiche di Crisa Esperia,

tumultuose, che lacrime funeree furono per i popoli del Mare,

e che tributarono all’Orco molte vite vili e molte fiere

 

Sul grande Mare si dischiuse un’alba di un cremisi incredibilmente intenso, il colore di un sogno.

Danzando il loro ciclo, a Oriente le stelle impallidivano.

Crisa meditava, cullata dal ritmo delle onde. Quasi si addormentò, e tra il sonno e la veglia le parve di udire come delle voci, provenienti da oltre la risacca del mare. Non seppe mai quanto fossero il frutto sciocco di un sogno o un vero presagio. Le urla erano furiose grida di guerra, fiere gesta di molti eroi, canti secolari tramandati da generazioni di aedi.

Il corpo di Crisa, nudo, avvolto in una pelle di cinghiale, disteso sulla tolda della nave di pino, ebbe un fremito. Poi lei si addormentò dolcemente, il sorriso sulle labbra.

5 comments

  1. Molto buona l’ambientazione, a un certo punto Testore diventa “Taurus” e rivedrei un pelino lo stile: ci sono molte ripetizioni che spezzano il ritmo della narrazione. Comunque complimenti per la cura profusa nella ricerca di nomi e descrizioni, soprattutto nel pezzo iniziale dove i soldati ascoltano il racconto di Crisa introdotto da un verso “omerico” che ricalca l’incipit dell’Iliade.
    Magari avrei chiuso coi soldati che chiedono al vecchio rapsodo di raccontarne un’altra, giusto per riportare il lettore al punto di inizio, ma (ovviamente) cambiato come sono cambiati i protagonisti della storia.

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