RISCOPRIRE IL VALORE DELL’IMMAGINAZIONE E DEL PENSIERO MAGICO

RISCOPRIRE IL VALORE DELL’IMMAGINAZIONE E DEL PENSIERO MAGICO – BREVE RIFLESSIONE SULLA CADUCITA’ DEL REALE, LA SALVEZZA DELL’ARTE, DELLA LETTERATURA FANTASTICA

Samuele Baricchi

 

L’immaginazione crea miti, titaniche visioni, crea dei, e li precipita nell’abisso. Prometeo cade nel Tartaro, preferendo il vuoto cosmico alla servitù delle leggi di Zeus, padre di tutti gli dei, elemento ordinante del mondo.

Nella contemporaneità l’elemento governante del mondo non è nessuna entità legata al mondo dell’invisibile, si può tranquillamente affermare che non vi sia alcun punto di riferimento dal punto di visto psichico per le persone.

Il Fato degli antichi Greci, il Mos Maiorum dei Romani, la figura del druido e dello sciamano presso le culture tribali, le filosofie orientali e le dottrine legate alla sapienza dell’Oltre non sono presenti nella contemporaneità.

Questa mancanza svuota l’uomo del suo intimo legame con l’infinito. La psiche umana ragiona in termini di progettualità.

Questa progettualità deve necessariamente essere portata in una direzione, dal punto di vista logico, ogni ragionamento portato ad un alto livello di astrazione porta al concetto della “causa finale non causata”, aristotelicamente.

Senza questo tipo di ragionamento e questa prospettiva dell’Oltre, di un punto fermo nel caos apparente delle manifestazioni del cosmo e del reale, la mente e la personalità umana si chiude in sé stessa, annichilendosi.

Il bisogno umano fondamentale, spiritualmente, è di immaginare, sospendere l’incredulità. Percepire l’infinito.

Il “pensiero magico” costituisce un tipo di processo mentale in cui le associazioni tra un soggetto e un oggetto non rispondono ad una relazione di causa-effetto come nella logica deduttiva, ma risultano collegati tra loro per somiglianza, simpatia, oppure contiguità in quanto parti di un tutto.

Teoria psicologica e studi elaborati da James George Frazer, antropologo e studioso delle religioni e Bronislaw K. Malinowski, anch’egli antropologo, e sociologo.

Furono tra i primi a studiare il tipo di pensiero “magico” proprio in quelle popolazioni in cui il sovrannaturale è strutturato nel tessuto sociale a livello profondo e radicato.

Il “magico” si baserebbe su un’errata individuazione delle cause, attribuendo alla realtà oggettiva dei legami associativi che apparterrebbero esclusivamente della mente umana.

Dal punto di vista della manifestazione estetica, e della manifestazione interiore dell’io, la pura attività della riflessione e del meditare, viene svalutata e devitalizzata dalle conclusioni di questo tipo.

La potenza creativa rappresentata dal pensiero “magico”, un tipo di pensiero tipico dell’età infantile, ma che le teorie psicologiche di Jung, avvalorano proprio quel periodo infantile, e anche di Sigmund Freud, dal punto di vista della formazione della personalità di individuo, sotto ogni aspetto.

Carl Gustav Jung ammise più volte di aver fatto una profonda analisi delle “immagini interiori” della sua infanzia per giungere alla teorizzazione di un modello psicologico ancora oggi accettato e condiviso, l’intuizione riguardante la sincronicità, elaborata col fisico David Bohm, e la teoria degli archetipi e dell’inconscio collettivo.

Jung, combattente della prima guerra mondiale, ogni sera, disegna un mandala tibetano, e in base al mutare delle sue forme, che ogni giorno sembrano mutare, capisce che non è il mandala da lui disegnato a trasformarsi, ma lui stesso, il suo animo, la sua interiorità, esplicata tramite la facoltà immaginativa e l’atto artistico del disegno.

Tramite un’espressione artistica e creativa è possibile conoscere la manifestazione interiore di un’artista, scrittore, musicista, pittore o scultore che sia. Un diverso modo di esprimersi riguarda l’architettura, che segue una facoltà immaginativa inconscia collettiva, più che personale e individuale. Basti pensare all’architettura gotica del Medioevo, cattedrali ampie e riecheggianti dei passi dei fedeli, con vetrate solenni, e una simbologia sia interna sia esterna tesa verso una divinità irraggiungibile, una dimensione dell’Oltre neanche lontanamente percepibile, le stesse guglie di una cattedrale in stile gotico riflettono l’inconscio collettivo della popolazione europea nel periodo storico del Medioevo intorno all’anno Mille.

Durindala, la leggendaria spada, poco serve a Orlando nell’omonimo poema cavalleresco, che sacrificandosi per salvare l’esercito di Carlo Magno, diviene “infinito” egli stesso non per la sua spada, o per il valore in battaglia o l’abilità militare, ma per l’azione eroica.

L’eroe medievale cerca la dimensione del non visibile, facendola coincidere con quella del mistico, immolandosi per essa e al fine di essa.

Il fenomeno delle “crociate” ne è la prova, sotto ogni punto di vista di rapporto con l’Ideale, inteso in senso fichtiano e hegeliano.

Conan il Cimmero di Robert E. Howard è spesso definito “infantile” nel suo approccio ad un mondo antico e infantile anch’esso, nel senso di primordiale, giovanissimo, e antichissimo nel medesimo istante. “Infantile” è quindi anche “magico”, dal punto di visto della funzione del pensiero e della psiche.

Il pensiero “magico” rappresenta la forza vitale dell’arte e dello spirito creativo, che si manifesta sotto svariati aspetti.

La letteratura fantastica trae origine per lo più dal romanzo medievale, e dalla percezione profonda del valore della mitologia e del folklore. In una sorta di visione “animista” del reale il fantasy si dispiega su svariati argomenti e tematiche, rimanendo ben saldo alla terra, e alla magia stessa. Sembrerebbe un paradosso che il pensiero “magico” infantile possa risultare in realtà concreto. Epicuro scrisse riguardo alla filosofia, in età ellenistica, durante la quale a causa di guerre e pestilenze e del repentino cambio dalla democrazie delle città – stato greche si passò alla dominazione dispotica di Alessandro il Grande, figlio di Filippo II re di Macedonia, che il ruolo del pensatore e del filosofo era cambiato rispetto all’età “libera” delle “poleis” in età classica.

Il filosofo diventava non più protagonista della vita politica, ma della vita personale e privata. L’epicureismo si basa infatti su di una visione atomistica del reale derivata da Democrito, secondo cui ogni cosa è divisibile in “atomi”, letteralmente “entità non divisibili”, se dal punto di vista logico ogni elemento è divisibile all’infinito, entra in gioco quella che Aristotele chiamerà “causa non causata” o “causa finale”, per Democrito, e poi per Epicuro, l’atomo.

I piaceri dell’esistenza, secondo l’epicureismo, si dividono in due : catastematico, ossia, stabile, e cinetico, o dinamico, ovvero, “in movimento”. I piaceri dinamici sono visti negativamente da Epicuro e, successivamente, nel “De rerum natura” da Lucrezio, poeta romano, che preferisce la sfera del “catastematico”, la riflessione, la meditazione, e l’amicizia, uno dei valori fondamentali dell’epicureismo.

Quando la libertà decisionale dell’azione viene meno, l’immaginazione può essere secondo la visione di Epicuro non solo liberata dalle catene dei piaceri dinamici, la realizzazione professionale, l’attività politica e la vita pubblica in genere, ma può giovare di questa liberazione, quest’elevazione, questo distaccamento, ma non verso il basso secondo Epicuro, ma verso l’alto, da una “civitas” greca e romana in cui la libertà personale decisionale politica tipica della democrazie delle città – stato scomparve.

La letteratura è una manifestazione artistica collettiva, e in quanto tale, può essere usata secondo la visione del mondo epicureo, e anzi, deve esserlo, come spunto meditativo, come oggetto di contemplazione e riflessione, senza mai dimenticarsi della pura contemplazione della terra e della natura. Questo concetto è infatti legato alla visione dell’universo e teorizzazione di quest’ultimo dell’atomismo di Democrito.

La conclusione morale di Epicuro deriva da una riflessione profonda sulla natura del reale.

Il pensiero “magico” è energia vitale, viscerale, eviscerata nell’atto artistico estetico dello scrivere, per quanto concerne la letteratura, e nello specifico, la letteratura fantastica è mossa dal fuoco dell’immaginazione e del pensiero, il “logos” nella sua migliore e più potente e vitale forma e rappresentazione, coadiuvato dall’Ombra e dagli archetipi della teoria psicologica junghiana, danzando insieme nel Tao del dualismo yin / yang.

Elric di Melnibonè è un personaggio fantastico ideato da Michael Moorcock nella sua saga di racconti e romanzi pubblicati tra gli anni settanta e novanta.

Di famiglia reale, albino, fragile, disilluso, Elric è l’ultimo imperatore, in linea di sangue, dell’antichissimo impero di Melnibonè che ha governato tutto il mondo per diecimila anni. Nel momento dell’inizio della saga, sono sorti da cinquecento anni i Regni Giovani che, progressivamente, hanno limitato l’impero alla sola sua capitale: l’isola del Drago.

La degenerazione dei melniboneani (da sempre cinici e crudeli ma nei secoli divenuti sempre più indolenti) minaccia, costantemente, di causare un’invasione dei popoli giovani e barbari, tenuti a bada unicamente dalla paura della leggendaria crudeltà dei melniboneani, dalla potenza della loro flotta e dal fatto che gli abitanti dell’impero sono gli unici a poter utilizzare in battaglia i draghi.

Gli abitanti di Melnibonè, a differenza di Elric robusti ed abili in battaglia, sono devoti a divinità (in grado di materializzarsi) denominate “Signori del Caos”; lo stesso patrono di Elric è Arioch, conosciuto come il duca di spade o il duca delle sette tenebre.

Elric, per mantenere il potere quale imperatore dell’isola, si avvale di pozioni magiche in grado di fornirgli temporaneamente la forza fisica che non ha a causa del suo fisico esile e cagionevole. Inoltre, egli si distingue ancora di più dal resto del suo popolo per la capacità di provare sentimenti, ad essi estranei, quali rimorso e carità.

L’intero scenario del mondo di Elric è dominato dallo scontro cosmico fra le forze del Caos (legate alla magia, al cambiamento ed alla soggettività) che hanno come massimi esponenti i “Signori del Caos” (detti anche “Sovrani Scuri”) e le forze della Legge (legate alla logica, alla stasi ed all’oggettività) che hanno come massimi esponenti i “Signori della Legge” detti anche i “Sovrani Bianchi”. La lotta tra le due fazioni è eterna e non potrà mai finire.

Noi viviamo per alimentare la lotta cosmica, non per vincere” – Il fato del lupo bianco, Michael John Moorcock

A sua insaputa Elric è il “Campione Eterno”, ossia il prescelto per scatenare il conflitto finale fra Legge e Caos sul suo mondo. Il conflitto finale su un mondo dà la possibilità di indirizzare le sorti del mondo successivo: infatti esso sarà più “cosmos” o più “caos” a seconda di quale delle due forze risulterà vincitrice nello scontro avvenuto nel mondo precedente.

Elric è tuttavia legato al Caos tramite la sua spada, “Stormbringer”, che risucchia le anime dei nemici sconfitti conferendogli maggior forza, è senziente e anela uccidere e lo porterà ad assassinare la sua stessa amata e tradire la sua patria, gettandolo nello sconforto, ma anche nella profonda riflessione sulla caducità del reale e dell’esistenza, nella manifestazione fisica e corporea, mortale, decadente.

“Questa è la storia di Elric prima che venisse chiamato Uccisore di Donne, prima dello sfacelo finale di Melniboné. Questa è la storia della sua rivalità con il cugino Yyrkoon e del suo amore per la cugina Cymoril, prima che la rivalità e l’amore facessero sì che Imrryr, la Città Sognante, precipitasse tra le fiamme, violentata dai devastatori venuti dai Regni Giovani. Questa è la storia delle due spade nere Tempestosa e Luttuosa, e della loro scoperta e della parte che ebbero nel destino di Elric e di Melniboné: un destino foriero di un destino più grande, quello del mondo stesso. Questa è la storia di quando Elric era re, comandante dei draghi, delle flotte e di tutto il popolo di quella razza semiumana che aveva dominato il mondo per diecimila anni.
È una storia tragica, questa storia di Melniboné, l’Isola del Drago. Questa è una storia di emozioni mostruose e di ambizioni eccelse. Questa è una storia di stregonerie e di tradimenti e di ideali onorevoli, di sofferenze e di piaceri spaventosi, di amore amaro e di dolce odio. Questa è la storia di Elric di Melniboné. Gran parte di questa storia, lo stesso Elric l’avrebbe ricordata soltanto nei suoi incubi.” –
Elric di Melnibonè, Michael John Moorcock

“Il destino di Elric è stato forgiato e fissato, così come eoni addietro erano state forgiate e fissate le spade infernali. C’è mai stato un punto in cui lui avrebbe potuto abbandonare questa strada di disperazione, di dannazione e di distruzione? Oppure è sempre stato predestinato al disastro, ancor prima di nascere? Predestinato a conoscere, attraverso mille incarnazioni, poco più della tristezza e della lotta, della solitudine e del rimorso… eternamente campione di una causa ignota? – Elric di Melnibonè, Michael John Moorcock

Il coraggio e il valore dell’eroe sta nel non fermarsi nella sua ricerca interiore, di innalzarsi, nel senso del Sublime tragico della cultura greca antica, ripreso dal Romanticismo ottocentesco inglese. “Striving for the infinite”. Concetto elaborato e teorizzato nella prefazione alle “Lyrical Ballads”, di Samuel Taylor Coleridge e William Wordsworth. Rifiutando gli stantii stilemi a lui contemporanei, Wordsworth annuncia il programma poetico che guida le “Lyrical Ballads”, e che dovrebbe guidare la poesia in generale : l’utilizzo di una lingua sobria, comprensibile, che rispecchiasse la rivalorizzata rappresentazione della vita semplice, rustica. All’immaginazione, sosteneva il poeta, si accede da semplici elementi.

Inoltre, nelle situazioni quotidiane della vita rustica, le passioni dell’animo umano, libere da più stringenti restrizioni, trovano un terreno migliore in cui maturare ed esprimersi. Nella sua “Briographia Literaria”, Coleridge descrive il processo di composizione delle “Lyrical Ballads”, che erano state scritte in due modi molto diversi. Punto di partenza di Coleridge era stata una dimensione invisibile, legata al mondo dell’Ideale in senso fichtiano e hegeliano e in senso sovrannaturale, archetipico, simbolico, mitico, la vita ordinaria aveva guidato invece Wordsworth.

“Nei fugaci periodi tra veglia e sonno, molti di noi hanno avuto la sensazione di udire voci, frammenti di conversazione, frasi pronunziate in toni non famigliari, alieni.
Talvolta cerchiamo di affinare la mente in modo da poter udire di più, capire meglio: ma di rado il tentativo ha successo.
Queste sensazioni si chiamano allucinazioni ipnagogiche: l’inizio dei sogni che poi vivremo, una volta addormentati.” –
Il Campione Eterno, Michael John Moorcock

Scritto da Samuele Baricchi

Nato il 14 Dicembre 1990 a Basaluzzo, piccolo paese nella provincia di Alessandria sviluppa la passione per la letteratura fantasy e gli strumenti a corde fin da molto giovane. Ha frequentato il Liceo Classico A. Doria a Novi Ligure e la Facoltà di Lettere e Filosofia. Pubblica diversi racconti, scritti e frammenti di poesie dall’haiku allo sperimentale su vari siti internet (per citarne uno www.efpfanfic.net con lo pseudonimo “The Wanderer”), fin dai tempi della scuola media. Continua a coltivare le passioni e gli studi per la storia, la filosofia, la mitologia, il teatro antico, e la letteratura fantasy epica. Scrittore di racconti, saggi brevi, sword & sorcery, poesie e frammenti di scrittura di vario tipo dall'introspettivo piuttosto che d'avventura e azione, o in stile "flusso di coscienza" o completamente sperimentale. Compositore di brani musicali per diletto ed esecutore con chitarra classica, elettrica, chitarra basso, e sintetizzatori. Ha fondato il blog Echoes (https://echoesinfo.data.blog/)

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