I racconti di Satrampa Zeiros – “IL DEMONE DEL FIUME CHISHIN” di Samuele Baricchi

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare per la prima volta Samuele Baricchi, autore emergente che ci propone “Il demone del fiume Chishin”, racconto sword and sorcery di circa 16.000 battute.


Autore

Nato il 14 Dicembre 1990 a Basaluzzo, piccolo paese nella provincia di Alessandria sviluppa la passione per la letteratura fantasy e gli strumenti a corde fin da molto giovane. Ha frequentato il Liceo Classico A. Doria a Novi Ligure e la Facoltà di Lettere e Filosofia. Pubblica diversi racconti, scritti e frammenti di poesie dall’haiku allo sperimentale su vari siti internet (per citarne uno http://www.efpfanfic.net con lo pseudonimo “The Wanderer”), fin dai tempi della scuola media. Continua a coltivare le passioni e gli studi per la storia, la filosofia, la mitologia, il teatro antico, e la letteratura fantasy epica. Scrittore di racconti, saggi brevi, sword & sorcery, poesie e frammenti di scrittura di vario tipo dall’introspettivo piuttosto che d’avventura e azione, o in stile “flusso di coscienza” o completamente sperimentale. Compositore di brani musicali per diletto ed esecutore con chitarra classica, elettrica, chitarra basso, e sintetizzatori. Ha fondato il blog Echoes (https://echoesinfo.data.blog/)


IL DEMONE DEL FIUME CHISHIN

Samuele Baricchi

 

Nell’ora del Serpente che dorme, Jin scrutava fuori dalla finestra della sua piccola casa immersa tra gli alberi.

Poco sopra il pesco, appena al di là dell’ultimo petalo caduto per il freddo dell’inverno, il ramo nudo e ossuto indicava vagamente un preciso punto nel firmamento.

Appena dopo il crepuscolo, un astro luminoso si posava leggermente tra l’incavo del legno e lo stipite della finestra.

Tra le luci soffuse e le ombre di incenso, tra ambra e giada incastonata su pietre incuneate da ideogrammi, vagava immerso nella non consapevolezza, dimenticando il muoversi armonioso delle stelle e dei mondi, lasciandosi alle spalle l’eco distante di pensieri sottili, il dispiegarsi di epoche e sangue divenuto polvere, e cenere mutata in ossa, e teschi trasformati in fiori.

La notte avanzava allungando le ombre dei frassini e degli abeti, riportandogli odori di vite lontane, profumi di legna arsa e di notti calde tra l’abbraccio del fuoco e del fiume.

Socchiuse gli occhi, guardando la luce della prima stella della sera, e una sensazione di infinito distante freddo lo pervase, il risuonare potente, ma leggero, di universi in movimento, di alba e tramonto che scivolano, sinuosi, tra le pieghe della storia, tra i sentieri più impervi e bui del suo “hare”, tra creature minuscole e giganteschi dragoni d’acqua, tra lucciole danzanti sul limitare della foresta, e il sapore d’uva e di terra.

Odore di pelle e di vento, respiri lenti, regolari, e ogni cosa era sottile e sempre meno distante e divisa.

Dentro il buio più profondo, tra luci soffuse e ombre d’incenso, Jin chiuse gli occhi e respirò profondamente.

Ogni considerazione di fittizia consapevolezza svanì, un vuoto d’intenti, un non sentire. E un completo e totale abbandono all’essenza del legno. L’albero sussurrava di storie antiche, di sangue ed energia di vita versata, di anime sepolte, legate alla maledizione del tempo e del corpo, legate per sempre al ritornare dell’essenza.

Il fodero della katana suggeriva ai polpastrelli delle sue dita spirali di universi sconfinati, nel rimembrare lontano di distanze glaciali, nell’immersione assoluta nel nulla. Accarezzava il fodero, lentamente, e i dragoni d’acqua e le libellule notturne danzavano tra le sue sensazioni e la radura d’erba contornata da una nebbiolina inconsistente.

Nell’ora del Serpente che dorme, tutto perde corporeità.

Jin estrasse la katana con un fendente fermo, deciso, saldo, espirando appena appena dalle labbra, un soffio, un momento, un istante, un bagliore tra le ombre delle candele di sego, pneuma.

La testa dello shinobi rotolò sul pavimento in legno della casa di Jin, il demone del fiume Chishin. Per quante volte il clan Hashigane provasse a ucciderlo, e per quanto anziano ormai egli fosse, la sua abilità rimaneva la stessa di un uomo nel fiore dei suoi anni.

Sashiwamaru guardò la falce di Luna crescente nel cuore della notte. La katana sulla sinistra, e la wakizashi, più corta, sul fianco destro.

A ovest delle Whitewind Mountains, non molto lontano dal confine col regno di Danheim, sorgeva il suo villaggio.

Si accese una sigaretta, dopo averla arrotolata. Scagliò il fiammifero per terra, e la scia della fiammella si estinse per via dell’aria della sera, dopo aver dato un ultimo luccichio, un barlume di sfida alla notte piena di stelle.

Sashiwamaru fumava lento, in piedi in mezzo al sentiero che passava attraverso i campi arati.

Il sangue di sua sorella più piccola gli ricopriva il volto. Ogni volta che una fiamma si estingueva, ogni volta che una fiaccola attirava la sua attenzione, ogni volta che un incenso bruciava la sua forma fino all’esaurimento di essa, i ricordi gli affollavano la mente, dolorosi e reali come se il tempo non esistesse, e il vagabondo tornava indietro di tantissimi anni.

E il ricordo iniziava con uno schizzo di sangue, una giugulare recisa. Lo sguardo vuoto di sua sorella dissanguata come una bestia.

Aveva nove anni, quando i banditi del demone del fiume Chishin bruciarono il villaggio e ancora Sashiwamaru ricordava l’odore di carne arsa e sangue rappreso mescolato al gusto della terra.

Uno stivale gli schiacciava la testa a terra, mentre un calcio nello stomaco distolse il suo sguardo dal cadavere della sorellina.

Un uomo saldo e impassibile, col viso indurito dallo sferzare del vento delle praterie del Sud, un volto privo di cicatrici, dagli occhi azzurri non privi di tristezza. Sashiwamaru scorse nel fondo dell’anima di quel bandito qualcosa di simile alla sua, qualcosa che stava andando in pezzi.

  • Come ti chiami?

Sashiwamaru gli rivolse uno sguardo di sfida, con le lacrime che erano come solchi bagnati per irrigare il riso, sopra il viso da bambino sporco di polvere.

Il tacco di uno stivale lo colpì sulla nuca, con un tonfo sordo, e il dolore gli annebbiò la vista, per un attimo pensò di perdere i sensi, ma si riprese.

Un uomo più alto e più grosso lo sollevò da terra e, tenendogli una mano sulla gola, gli intimò di rispondere a quello che doveva essere il loro capo.

  • …smettila subito. Non è necessario.
  • Sono Kyoshin di merda, fanno schifo, meritano di essere trattati come vermi
  • E noi cosa siamo?
  • E’ una stirpe maledetta dagli dei
  • Gli dei….

L’uomo sorrise.

  • Cosa ne sai tu degli dei?

Domandò, ma non si stava rivolgendo al suo compagno di scorribande, stava parlando a Sashiwamaru.

  • … dei?

L’uomo gli si avvicinò al viso, Sashiwamaru poteva sentire l’odore di alcool e tabacco e sudore che provenivano dall’alito e dalla pelle del capo dei banditi.

  • Sì, fanciullo, dimmi, cosa sai tu degli dei?
  • Che non avrebbero permesso questo

L’uomo si guardò intorno sorpreso e con un’aria scettica, guardando un po’ lo sfacelo di quello che era stato il villaggio, e un po’ il cielo e la falce di Luna.

  • Di cosa stai parlando, della notte?

Sashiwamaru gli sputò in faccia, un altro pugno nello stomaco fu la risposta. Dato in un punto ben specifico, il dolore del pugno svanì subito dopo avergli tolto il fiato.

  • Il tuo respiro è l’unica cosa che ti appartenga davvero, ma qualcuno con la forza o con l’esercizio del terrore può togliertelo, e tu non vuoi che le cose che ti appartengono vengano portate via, giusto? Mi chiamo Jin. Qual è il tuo nome?
  • Vieni con me, Haere, passeggiamo

Fece un cenno all’uomo nerboruto al suo fianco, il quale si scostò e li lasciò passare.

Sashiwamaru pensò di fuggire, appena il capo dei briganti si fosse distratto, ma quello non era uomo da distogliere l’attenzione dai suoi intenti.

Camminarono in silenzio forse per anni, forse per un istante soltanto, e si trovarono sulla cima della collina dove il bambino, in un’altra vita ormai distante e della quale le eco si stavano lentamente sgretolando e svanendo alle sue spalle, tra le fauci sempre ingorde del tempo e del passato, era solito giocare a palla tra le lucciole danzanti, e i contadini del suo villaggio gli sorridevano.

  • La morte è una porta per l’infinito

Sashiwamaru non capì.

  • Gli uomini si uccidono a vicenda fin dalle origini più remote e antiche delle terre di Kasai, addirittura da quando il continente intero di Ythga era popolato da creature molto distanti da ciò che gli uomini sono oggi.

Si voltò verso il bambino, e notò che stava piangendo.

Gli mise una mano sulla spalla.

  • Ogni essere vivente è connesso con l’hare della sua stirpe. Conosci la storia dei Kyoshin?

Sashiwamaru annuì in modo secco.

  • Allora conosci le ragioni per cui i Kasai e i Kyoshin sono in guerra da generazioni?
  • Sì, la leggenda della principessa del Drago di Giada

Jin rise forte.

  • Quella, Haere – kun, è solo una storia per i bambini, le ragioni sono molto più semplici. Vuoi sapere cosa spinge gli uomini a uccidere? La fame

Sashiwamaru lo guardò sorpreso e inorridito.

  • I Kyoshin avvelenarono la nostra terra con magia oscura e le messi andarono in malora, i guerrieri si ammalarono e la loro pelle divenne ricoperta di bubboni e piaghe che una volta esplose lasciavano posto a ferite lancinanti e purulente, portandoli alla morte nella peggiore della agonie.

L’uomo fece un lungo respiro e continuò a parlare.

  • Vedi, Haere – kun, la morte e la vita si riuniscono nello stesso cerchio, e la prima è l’inizio, e la seconda è la fine. Tuttavia, nessun uomo desidera morire, tanto meno d’inedia. Il tuo villaggio era semplicemente ricco di cibo e ferro. L’odio che adesso provi verso di me, col tempo, con gli anni, diverrà accettazione e consapevolezza nei confronti del mondo. E’ spietato, brutale, selvaggio, e nessuno lo vuole abbandonare.

Sashiwamaru continuò a rimanere in silenzio, le lacrime si erano fermate.

  • D’ora in poi ti chiamerai Sashiwamaru, e sarai mio allievo
  • Allievo in cosa?
  • Nell’arte della spada, e nel controllo del tuo hare
  • Il mio….
  • Hare! I Kyoshin hanno dimenticato le sapienze antiche di Yghta? O tra voi contadini non c’era nessuno che si è preso la briga di spiegarti come sopravvivere?

Sashiwamaru scoppiò di nuovo in lacrime.

  • Noi vivevamo in mezzo ai campi e non avevamo bisogno di spade, se non per cacciare i cinghiali
  • Vuoi farmi credere di essere capitato in mezzo all’unica tribù di Kyoshin che non conosce la stregoneria?

Jin rise.

  • So che sei troppo giovane per imparare, secondo le usanze dei Kyoshin, ma io non ho mai seguito le tradizioni e gli usi di nessuno, io sono Jin, del fiume Chishin, e il fiume è il mio simbolo, perchè ricorda per sempre che tutto è mutevole, e ogni cosa cambia, di continuo.

Sashiwamaru non capì allora, come continuava a non capire guardando quel fiammifero spegnersi sul terreno battuto dai carri del sentiero che attraversava i campi.

Ricordava solamente di avere un tempo chiamato Jin, il demone del fiume Chishin, prima col nome di “maestro” e poi col nome di “padre”.

Ma continuava ugualmente a non comprendere la mutevolezza dell’universo. Il suo odio, non era mai mutato. Non si era mai affievolito. La sua rabbia, la sua sete, non erano mai svanite, non l’avevano mai lasciato solo.

Vendetta.

Un guerriero samurai delle terre e della stirpe di Kasai, non agisce per scopi personali, la sua katana è al servizio del più debole. Ma Sashiwamaru era stato addestrato da un mostro, da un assassino, da un brigante che si fingeva samurai, ma privo di ogni senso della misura e dell’onore, privo di ogni emozione e tipo di gentilezza, senza nessun riguardo per la propria e per l’universale esistenza.

Sashiwamaru guardò in lontananza la casa di legno sopra la radura d’erba tagliata e per un attimo rabbrividì. Il fiume Chishin gorgogliava in lontananza, gonfiato dalle recenti piogge autunnali.

Il freddo gli congelava le nocche, l’aria della notte era gelida e violenta. La nebbia era prima salita lentamente dal terreno, e poi aveva lasciato il posto al cielo blu scuro limpido, pieno di costellazioni e storie antiche, vite distanti dalla sua, frammenti di anime che s’intrecciano tra gli astri e la falce di Luna e l’infinito ripensare e meditare di mondi lontani.

Una nube passò sopra il biancore lunare, e la notte si fece oscura. Nera, buia, come il desiderio di Sashiwamaru, la brama famelica e inarrestabile, la voglia viscerale di uccidere quello che fu il suo padre e maestro.

Senza esitare, mai.

Jin diede un ultimo lungo sorso al liquore d’uva e si sedette a gambe incrociate vicino alle braci della legna ardente, aggiungendone un pezzo, attizzando il fuoco.

Pensò che quel bambino di tanti anni prima commetteva sempre il medesimo errore, il suo sangue, e il suo hare, facevano troppo rumore durante i silenzi misteriosi e sacri della notte.

  • La contemplazione non ti ha aiutato a imparare a nascondere la tua presenza, occhi e orecchie attente potrebbero scovarti perfino nella notte più buia.
  • Questa è la notte più colma di tenebre e oscurità per te, padre. O per lo meno, è dove tra qualche istante il tuo spirito vagherà tra le pieghe dell’eterno, nel buio di reincarnazioni di esistenze infime.
  • Più infima di questa? Più di un corpo di un vecchio stanco?

Sashiwamaru esitò, la katana ormai estratta dal fodero, la lama luccicante tra i bagliori soffusi delle candele e tra i fumi degli incensi.

  • Un corpo che decade, e che sta per sgretolarsi, sta per morire, la velocità del vento e l’antico vigore simile alla solidità di una montagna temprata dal gelo delle tormente e dai tuoni provenienti da oltre il limite estremo dei cieli, oltre l’oceano del Naberguent, dove le acque e il sangue degli uomini si mescolano in un unico amaro calice, è lontano, ma ben presente nella mia memoria, e ciò mi porta a pensare che la sofferenza e l’illuminazione siano la stessa unica infinita e assoluta prova della contingenza di un….

Sashiwamaru vibrò un fendente di spada all’altezza del collo del demone del fiume Chishin, che con un balzo si mise in piedi sulla lama del samurai.

  • Credi davvero che le parole possano esprimere qualcosa di vero?
  • Le tue…neanche per un istante

La katana di Sashiwamaru danzò nell’aria, cercando, anelando la giugulare, il cuore, lo stomaco, il fegato o i polmoni del vecchio.

Jin continuava a vibrarsi nell’aria, saltellando prima col piede destro e poi col sinistro sulla lama del figlio, mentre con un fendente più deciso degli altri quest’ultimo spense la fiamma che ardeva dalle braci della legna arsa, facendo calare il buio più assoluto nella piccola abitazione del demone del fiume.

Il Chishin, nel frattempo, risuonava sereno tra le pietre rese lisce dallo scorrere dell’acqua, e la notte abbracciava l’universo col suo manto di tenebra, mentre le fronde degli alberi si muovevano quiete e lente, smosse appena dalla brezza gelida della sera.

Il buio più totale, dentro la casa.

  • E così sei qui per uccidere tuo padre? Colui che ti insegnò come gestire il tuo spirito e la tua forza, colui che ti insegnò a padroneggiare il tuo hare? L’uomo che ti ha mostrato le vie del mondo?

Sashiwamaru non rispose. Ascoltò attentamente i suoni e i sapori della foresta, rimanendo vicino e con essa. Respirò lentamente, mentre dietro ai suoi occhi di dischiudeva l’infinita distesa del vuoto.

Echi di vite passate e trascorse, riflessi d’ambra su uno sfondo blu scurissimo, il Cacciatore e l’Eroe, perpendicolari sopra la sua testa e sopra la casa di Jin, oltre colline, montagne e ancora più lontano, dove l’aria diventa sottile e l’esistenza acquisisce colori e impressioni multiformi, le due costellazioni segnavano l’inizio dell’ora notturna della Tigre. Trasmise il suo hare nell’acciaio, la sua essenza si dispiegò attraverso le intarsiature della lama fino al suo filo, divenendo egli stesso, uno strumento asservito al suo stesso scopo, alla medesima natura della katana, uccidere il suo nemico, trasmutarlo in polvere, renderlo alla terra.

Nell’oscurità più cieca, Jin inspirò, e anche Sashiwamaru.

Il vecchio sferrò un calcio all’altezza del collo del figlio, mentre la spada, in risposta, fendeva prima l’aria, e poi muscoli, vasi sanguigni e tendini, infine ossa.

La gamba del demone del fiume Chishin sbattè contro il muro in legno della piccola abitazione, recisa, mentre un fiotto di sangue si spargeva sulle braci del falò e, senza un lamento, l’anziano guerriero s’accasciò a terra.

Sashiwamaru gli puntò la lama alla gola, ormai la vista si era abituata alla fioca luce della falce di Luna crescente che trapelava dalla finestra. Il viso di Jin, contorto dal dolore, gli appariva ora per ciò che era in realtà, un anziano padre, che stava per essere trafitto dal proprio figlio.

  • Ti uccido. Solo per il rispetto che provo per te in quanto uomo, in quanto samurai, in quanto guerriero, ma sappi che l’agonia che meriteresti non è paragonabile a una semplice gamba tagliata.

Sashiwamaru pronunciò queste parole con disprezzo, urlando, sputando saliva che si riversò sull’elsa della spada.

  • Siamo entrambi polvere, figlio

Sashiwamaru trasalì sorpreso per la risposta del padre, e Jin rise forte.

Una pioggia di frecce nera come le ali di un corvo sul fare del crepuscolo più oscuro e cupo ricoprì la radura in mezzo al bosco, fendendo il legno della casa del demone del fiume Chishin, conficcandosi migliaie e migliaia di volte nei corpi del guerriero e del figlio adottato tra le fiamme e la morte di un piccolo villaggio della stirpe dei Kyoshin.

Il clan Hashigane era famoso per i suoi arcieri, e questo Jin lo sapeva bene, ma si riservò sempre di insegnare e di svelare a Sashiwamaru i segreti più reconditi, e oscuri, del suo essere e del mondo che egli conosceva.

Gli shinobi, da in cima alla collina, ulularono come lupi alla Luna.

4 comments

  1. Grande Giove che descrizioni intense!
    Peccato per la formattazione dei dialoghi che, per qualche argatto motivo, son diventati elenchi puntati.
    Complimenti!

  2. Caro Samuele, complimenti per il tuo racconto. L’ho letto con molto entusiasmo, mi ha colpito soprattutto lo stile particolarmente poetico che dà alla narrazione un ritmo «soffice» che, per contrasto, esalta i toni cupi della storia. L’ambientazione che hai descritto mi ha riportato in mente certi scenari orientali su cui ho speso tantissime ore: la serie anime Inuyasha, il videogioco Battle Realms e l’espansione del gioco di carte Magic the Gathering relativa a Kamigawa. Spero di rileggerti presto.
    Giuseppe

    1. Ho scritto anche diversi saggi sempre per Italian Sword & Sorcery, ti rimando, se ti piacciono le atmosfere orientali, a quello relativo al bushido, ancora grazie, mi trovi tra gli autori di Hyperborea.

  3. Grazie infinite!! La serie anime “Inuyasha”…. be’, avevo dodici anni quando la vidi per la prima volta, ogni lavoro di Rumiko Takahashi è stupendo nella sua semplicità. Ancora grazie!!

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