I racconti di Satrampa Zeiros – “I Puri” di Marco Rubboli

Per “I racconti di Satampra Zeiros” , abbiamo il piacere di ospitare Marco Rubboli, autore emergente che ci propone “I Puri”, racconto grimdark fantasy di circa 50.000 battute.


Autore

Fin dal 1992 l’autore si dedica alle arti marziali storiche europee: scherma storica soprattutto medievale e rinascimentale, arti di combattimento del mondo antico (pugilato, pancrazio, oplomachia, gladiatura). Istruttore UISP al massimo livello tecnico in questo campo (è stato anche Responsabile Nazionale UISP Scherma, detiene parecchi titoli a livello agonistico, fra cui diverse medaglie d’oro nei campionati italiani UISP e FIS. Ha fondato la più grande associazione europea in questo campo, la Sala d’Arme A. Marozzo, diffusa nella maggior parte d’Italia.

Ha al suo attivo numerose pubblicazioni in materia: sulla scherma di coltello in Spagna nell’Ottocento “Manuale del baratero” per  ed. Planetario, sulla scherma medievale “L’arte cavalleresca del combattimento di Filippo Vadi”, “Flos Duellatorum di Fiore dei Liberi”, sulla scherma del Rinascimento “L’arte della spada di Anonimo Bolognese”, “Opera Nova di Antonio Manciolino”, “Monomachia di Francesco Altoni”, “La lancia, la spada, la daga”, “L’arte perduta di combattere con lo scudo secondo la scuola italiana”, tutti per ed. Il Cerchio, oltre a diversi articoli in raccolte e atti di convegni sulla scherma storica.

In ambito letterario ha pubblicato per  Watson Edizioni il romanzo low fantasy “Per la Corona d’Acciaio”. Sulla pagina internet del romanzo www.lacoronadacciaio.it appaiono approfondimentinti, articoli, schede su personaggi, Casate ecc., illustrazioni e mappe, oltre a racconti gratuiti a cadenza mensile con la stessa ambientazione, ad opera anche di altri scrittori come Alfonso Zarbo (editor del romanzo), Caterina Franciosi e Jari Lanzoni. Attualmente è stata lanciata su Kickstarter la campagna di crowd-funding per realizzare la colonna sonora del libro.

Ha pubblicato finora quattro racconti per ed. Sensoinverso, dei quali due  sono usciti nelle antologie di vincitori del consorso Lucenera (“Luce di tenebra” in “I mostri non mangiano seitan” e “La cassa”, nell’antologia omonima) e altri due fra i vincitori del concorso “Oceano di carta” (“La via degli anni oscuri” in “Come Marylin Monroe” e “Oltre le nuvole” in “Precipitare in libertà”). Ha pubblicato infine online su Book Magazine di maggio-giugno 2019 il racconto “Il pagliaccio”.


I Puri

Un racconto delle Isole

Marco Rubboli

 

Ormai il porto, la città, le stesse colline dell’Isola di Ischera non erano altro che una remota nebbia azzurrina. Orione Zanna, guardando la costa scomparire lontano a poppa del veliero, cercò di rammentare come tutto fosse iniziato.

E, ricordò, il disastro era cominciato nella taverna di Kratos, il Timone Spezzato. Il luogo più tranquillo del mondo, allora.

La taverna si chiamava così perché appeso nel salone si trovava un enorme pezzo di timone di nave, come spaccato dalle mani di un irato gigante. E il legno era così grosso e massiccio che veniva da domandarsi quale forza avesse potuto mai spezzarlo. Era stato il mare percosso da una formidabile tempesta, la stessa che aveva affondato la nave su cui Kratos in quel tempo serviva come nostromo. Kratos era riuscito ad aggrapparsi a quel pezzo di timone ed era stato sospinto a riva, per sua fortuna. Nessuno degli altri era sopravvissuto. Così Kratos aveva dato fondo ai suoi risparmi e aveva comprato la taverna, e adesso teneva quel cimelio appeso costantemente sopra la propria testa, come monito contro una voglia di viaggi e avventure che lo aveva ormai abbandonato.

Quella sera – una sera d’autunno inoltrato – non vi erano stelle in cielo a indicare la via e il vento soffiava forte sospingendo enormi nembi oscuri e raffiche di pioggia gelata. Il Timone Spezzato era un luogo caldo e accogliente, sempre pieno di odore di stufato e di vino, carne arrostita e pane. Il rifugio ideale per marinai, avventurieri e sbandati, mercanti di bassa lega e poca fortuna. Era un posto sicuro per tutti, non vi erano mai risse e di solito si parlava a mezza voce. Perfino le ragazze da taverna erano discrete e non insistenti, al Timone Spezzato.

C’erano nel porto posti più allegri e chiassosi, frequentati di solito da gente più giovane e inesperta, ma in quel luogo la sola presenza di Kratos toglieva a chiunque la voglia di creare fastidi. Kratos era un gigante dal cranio perfettamente calvo, la muscolatura solida e potente e la voce bassa, grave, un poco roca. Era sempre calmo, anche quando picchiava qualcuno. Quella sera c’era forse una ventina di clienti, alcuni ai tavoli, altri seduti su sgabelli con i gomiti appoggiati al bancone.

Orione Zanna, capitano e proprietario della nave mercantile Pinna Azzurra, Maliano originario di Fontanadolce, era tra questi.

Era un solitario per natura, ma gli piaceva ascoltare la sobria e sensata filosofia con cui Kratos commentava i fatti che gli avventori gli raccontavano.

I discorsi ruotavano banali, in modo piacevole e rassicurante, intorno al freddo e al tempo da lupi che imperversava quella notte, e Orione vuotava lentamente, coppa dopo coppa, la sua caraffa di vino rosso. Il fuoco crepitava nel camino, danzando placido.

Fu allora, durante un momento di silenzio, che entrarono quelle persone.

Erano in quattro, vestiti di bianco, sorridenti.

Un vecchio zoppicante, un bambino di forse dodici anni che lo sorreggeva e due ragazze di casta e semplice bellezza. Veli di lana grezza coprivano il capo dei quattro, e le loro vesti giungevano fino ai piedi. Il vecchio si era guardato intorno, mentre quelli venuti con lui mantenevano lo sguardo fisso a terra.

L’uomo aveva una lunga barba candida, naso aguzzo e profilo affilato, antiche rughe si dipartivano dall’angolo dei suoi occhi come profonde ragnatele. Doveva venire da Sud o da Oriente, di certo non era un Isolano.

Il suo sguardo e quello di Orione si incontrarono per un attimo, con improvvisa, reciproca antipatia. A Orione sembrò come se il vecchio volesse leggergli dentro, indagatore, in cerca di pensieri nascosti e ricordi proibiti. La sua reazione fu una tranquilla sfida.

Poi il vecchio distolse lo sguardo, e Orione tornò a fissare il suo nel liquido rosso che riempiva la coppa.

Non notò, non subito almeno, che tutti gli altri avventori avevano abbassato gli occhi, senza riuscire a sostenere lo sguardo del vecchio.

Il gruppo si avvicinò al bancone.

Orione, senza smettere di fissare il vino, sentì che il ragazzo parlava con Kratos.

Gli chiese se aveva qualche pezzo di pane che potesse dargli, e anche se il vecchio poteva fare un breve discorso agli avventori della taverna per tentare di salvare le loro anime.

Aveva parlato con un accento strano, era difficile dire da dove venisse.

Kratos diede loro un grande pane appena sfornato e un pezzo di formaggio e disse che potevano restare per ripararsi dalla pioggia, se volevano. Ma disse anche che, se i suoi avventori avessero voluto salvarsi l’anima, avrebbero potuto andare in qualche tempio, da quelle sanguisughe dei sacerdoti. Invece erano venuti al Timone Spezzato. Non era il tempo né il luogo per discorsi religiosi.

Orione sorrise sotto i baffi.

Il ragazzino insistette, ma Kratos gli spiegò chiaramente che non c’era niente da fare, e il bizzarro gruppetto scomparve come era arrivato.

Il vecchio non si degnò nemmeno di ringraziare.

“Ma che bravi, questi, che non si guadagnano il pane col sudore della fronte o affrontando i pericoli del mare, e però non si vergognano di chiederlo in dono ai peccatori.” mugugnò Orione, improvvisamente di mal umore.

 

Era notte fonda quando Orione raggiunse la Pinna Azzurra, ma a bordo pareva esserci una grande animazione. Incuriosito, allungò il passo e ben presto poté vedere che al centro di un chiassoso gruppo di marinai stava il suo giovane nostromo Andrea. Ridevano.

“Cosa diamine sta succedendo qui?” esclamò percorrendo veloce la passerella.

Il vociare si spense in un basso mormorio.

La piccola folla si aprì al passaggio di Orione, che in due falcate si trovò di fronte a un sorridente Andrea.

“Niente, capitano, stavamo solo parlando di una piccola avventura che ci è capitata questa sera.”

Orione si piantò a gambe larghe, con i pugni sui fianchi, e grugnì: “Spero solo che non vi siate cacciati in qualche guaio.”

“Nessun guaio, capitano, è già tutto finito.”

“Questo lo dici tu, Andrea, invece potrebbero esserci conseguenze piacevoli, per te!” esclamò qualcuno dal fondo. Tutti risero.

Orione era sempre irritato quando si trovava a essere all’oscuro di qualcosa.

“Allora?”

Andrea, un giovane snello dalla chioma bionda che gli arrivava alle spalle, raccontò che, trovandosi la ciurma in una taverna, avevano assistito a uno strano episodio: un vecchio, accompagnato da un bambino e due ragazze, era entrato ed aveva cominciato a predicare nella taverna. Le sue parole avevano incantato quasi tutti, ma alcuni avevano invece reagito male, e un bruto aveva addirittura molestato una delle ragazze. La povera fanciulla, per inciso molto avvenente, aveva cercato di difendersi e le molestie si erano trasformate in una vera e propria aggressione. A quel punto Andrea era intervenuto in sua difesa e si era scatenata una breve rissa tra la ciurma e gli amici dell’assalitore, terminata con la fuga precipitosa di questi ultimi. Nella confusione anche il predicatore e i suoi accompagnatori erano spariti. In seguito si era bevuto molto, e si era parlato per tutta la sera del discorso del vecchio, e delle sue affascinanti accolite.

Tutto qui.

Orione assentì. Congedò Andrea e la ciurma, pensieroso.

Rimase appoggiato alla balaustra, a guardare la pioggia che cadeva dal telone cerato al di sopra del ponte giù nell’acqua scura del porto, e si avvolse nel suo scuro mantello per proteggersi dal vento.

La luce dell’aurora iniziava già a rischiarare il cielo di Levante tra le nuvole oscure quando si decise a concedersi qualche ora di sonno.

 

Orione era in piedi vicino alla passerella della sua nave e stava trattando per vendere un’altra parte del carico della nave a un mercante locale quando la fanciulla apparve.

Si avvicinava facendosi strada tra la folla del porto, avvolta in pesanti veli candidi, gli occhi bassi e l’aria sperduta.

Il capitano la osservò chiedere informazioni a un passante, e poi dirigersi verso di lui.

Tardò un momento a capire che stava venendo proprio alla sua nave.

La ragazza si fermò davanti a lui e, sempre tenendo gli occhi bassi ed evitando di guardarlo negli occhi, gli chiese:

“Per favore, signore, potete dirmi se questa sia la nave su cui serve il nostromo Andrea Capoferro? Mi chiamo Elena, e vorrei parlargli, se per voi sta bene.”

“Sì, è questa.” rispose seccamente Orione, “Puoi salire a cercarlo, se vuoi.”

Poi tornò a concentrarsi sul mercante davanti a lui, che ora lo fissava con aria interrogativa.

La ragazza salì e in seguito Orione la vide parlare con Andrea, a lungo, sempre con voce sottile e a malapena udibile.

Solo più tardi ebbe occasione di chiedere al suo nostromo cosa fosse venuta a fare la giovane.

“Voleva solo ringraziarmi per averla difesa.” rispose Andrea, senza aggiungere altro. Pareva  seccato dalla domanda del suo capitano.

Poi si girò e prese ad allontanarsi.

“Chissà perché diamine tengono sempre gli occhi bassi, quelle persone. Forse hanno fatto qualcosa di cui devono vergognarsi?” sbottò Orione.

Vide che Andrea si bloccava, esitando, con la schiena irrigidita come se quella non fosse stata una frase ma una freccia. Il giovane proseguì.

 

Orione Zanna aveva deciso di passare l’inverno a Ischera perché vi erano state due settimane intere di maltempo e ormai era troppo tardi per navigare con sicurezza.

Ma lo aveva deciso a malincuore, e con un cattivo presentimento.

Ogni giorno quel vecchio gufo predicava nei mercati, nelle piazze, nelle taverne.

Predicava la bontà, la purezza,la perfezione, con parole alate che colpivano al cuore.

Ma sapeva essere anche forte nella condanna dell’ingiustizia, del vizio, della corruzione, e i suoi discorsi facevano vibrare gli animi delle persone rette.

Non solo: i suoi seguaci mettevano davvero in pratica i suoi insegnamenti aiutando come potevano i poveri, gli infelici, gli storpi e ogni sorta di persone bisognose.

Una delle ragazze che lo seguivano, quella che a bordo chiamavano scherzosamente “la ragazza di Andrea”, insegnava a scrivere ai bambini, senza accettare nulla in cambio.

Orione, da buon mercante, diffidava sempre di coloro che fanno regali senza chiedere nulla in cambio. C’è sempre una contropartita, per qualunque cosa. Il problema è che quando non sai quale sia finisce sempre con l’essere molto più salata di quanto ti saresti aspettato.

Così una sciarpa che ti danno in beneficenza a volte finisce con l’essere una corda con la quale ti impiccano, e te ne rendi conto solo quando è troppo tardi e già ti stringe la gola.

Il vecchio, uno straniero che si chiamava Akhen, chiedeva regali per i poveri e li donava  senza nulla trattenere per sé e i suoi tranne un po’ di pan secco per sostentarsi. Un’anima buona, dicevano. Ma per Orione invece era solo uno che si faceva bello donando cose che in realtà appartenevano ad altri. Questione di punti di vista. Eppure, perfino i suoi marinai giudicavano il capitano troppo duro e burbero verso quella gente. Per non parlare di Andrea. Quel besugo si era fatto incantare dalla dolce fanciulla che aveva salvato: pendeva ormai dalle sue labbra. E, di conseguenza, indirettamente da quelle del vecchio.

“Ma te la sei fatta, almeno?” gli aveva chiesto una volta Giorgio, un vecchio lupo di mare sdentato senza peli sulla lingua.

Andrea non si era nemmeno degnato di mandarlo in malora.

Un mattino d’inverno, freddo e assolato, Orione si lasciò convincere ad andare ad ascoltare il vecchio all’agorà, la piazza principale.

Andarono lui, Giorgio e Andrea. Orione e il vecchio per curiosità, e Andrea – si malignava – per vedere la sua bella.

Orione fu stupito di constatare quanta gente gremisse la piazza: sembrava che non ci fosse posto per tutti, una cosa che non si vedeva nemmeno nei giorni di mercato. Il discorso era già iniziato. Orione tentò di distogliere lo sguardo dai volti incantati degli ascoltatori, ma gli fu difficile. Alcuni erano commossi. Un gruppo di giovani filatrici addirittura aveva le lacrime agli occhi. Tutti quanti avevano lo sguardo fisso sul vecchio e suoi suoi discepoli più devoti, che erano saliti su un carro al centro della scena. Accanto a Akhen c’era anche Elena, la “ragazza di Andrea”. Nessuno aveva costruito un palco di legno per loro, come era costume quando a parlare erano degli oratori che si candidavano a una qualche carica pubblica. Ma, a quanto pareva, il predicatore era molto più abile a manovrare il suo pubblico che tutti quei sofisti. La sua voce piena di fervore dominava la scena.

“E quindi tutto questo mondo, con la sua apparente bellezza, non è altro che una trappola costruita dai demoni per imbrigliare le anime e sporcarle con la materia. Quegli spiriti ingannatori hanno tentato di dare alla materia inferiore la forma delle cose superiori, le cose dello spirito. Ma osservate quanto sta intorno a voi: la bellezza di un bosco cela la ferocia di infiniti predatori, grandi e piccoli, un intero mondo di morte e di sangue dove le creature si cibano di altre creature. Non diverso è il vasto mare, popolato di pesci e di mostri, tutti intenti a nutrirsi gli uni degli altri. Il fulmine, il vento, la tempesta, i vulcani ci mostrano che anche le parti inanimate della natura seguono il medesimo principio di distruzione. E, infine, la stessa  figura umana, quel corpo che ci appare tanto nobile e attraente, cela visceri disgustosi e desideri infami, e porta in sé il seme della sua stessa putrefazione. Ma ognuno di noi sa, nel più intimo rifugio della sua mente, di appartenere a un altro luogo, simile a questo ma che vive di una più vera verità, dove la bellezza è eterna e incorruttibile, dove a imperare non è la crudeltà ma la giustizia…”

Orione storse la bocca in un ghigno.

“Eh, certo, tutti siamo nati nel paese dai fiumi di latte e di miele, come no? E io in realtà sono bello come Adone. Bah. Quante stronzate.”

La maggior parte del pubblico però pareva rapito, in estasi. Si chiese se era solo lui tanto stronzo da non lasciarsi coinvolgere dagli alti discorsi del vecchio Akhen.

“Perché dobbiamo sopportare tutto ciò, perché ci tocca vivere in un luogo che il nostro spirito rifiuta, quando solo si ferma un momento a contemplarlo? Fratelli miei, siamo qui perché siamo stati ingannati. Un tempo eravamo spiriti liberi, puri e perfetti, e ognuno di voi sa dentro di sé che è così. Ma siamo caduti nella trappola, ci siamo fatti attirare in una prigione di carne della quale – vita dopo vita – non riusciamo a liberarci. Al contrario, le nostre azioni bramose, crudeli, egoiste ci avvolgono sempre di più nel nostro sudario di carne. Solo la morte definitiva si cela alla fine di un percorso di malvagità e di cedimenti: quando saremo così legati alla materia da non poterci distaccare da essa… periremo con essa!”

Un brivido di terrore corse tra i cittadini dell’Isola, e calò un profondo silenzio.

“Ma questa sorte si può evitare!”

Orione alzò un sopracciglio.

“Ah, ecco… seguite me e io vi salverò. Certo, come no? Spaventali e poi mostra loro una via di scampo. Vedrai come ti seguiranno.” rifletté.

Ma come facevano a cascarci così? Era lo stesso metodo delle peggio fattucchiere, laggiù a Fontanadolce. Si scambiò uno sguardo scettico con Giorgio. Il vecchio lupo di mare la pensava come lui. Invece Andrea Capoferro pareva rapito in un altro mondo, come la maggioranza di chi assisteva al discorso, del resto.

Ma c’erano altre persone che osservavano con animo freddo. Orione non si lasciò sfuggire la presenza delle guardie cittadine, occhiute e circospette. Kratos il taverniere se ne stava in fondo, le braccia possenti incrociate sul petto e un’espressione corrucciata, e anche diversi maggiorenti del paese erano venuti ad assistere ma non ad applaudire. Per non parlare dei sacerdoti di Zeus e Apollo, laggiù, stretti in un piccolo assembramento compatto. I loro sguardi erano calcolatori e minacciosi.

Tirava una brutta aria, insomma.

“Si può sfuggire agli inganni degli spiriti immondi che hanno creato questo universo, è possibile. Essi sono invidiosi di noi, ed è in odio al puro mondo di sopra che ci tengono prigionieri qui tramite il desiderio, l’ambizione di ricchezza, la vanagloria delle armi e la minaccia della fame, della sete e delle privazioni. La minaccia del dolore. E’ proprio cercando di evitare il dolore e ottenere il piacere che ci viene inflitto il dolore stesso. Altrettanto ne infliggiamo noi stessi ad altri, rendendoci complici del grande inganno. Il piacere che otteniamo, poi, è effimero e cela in sé il principio del dominio, del male. E’ quindi rifiutando tutto ciò che possiamo liberarci. Dobbiamo renderci puri con la rinuncia, la rinuncia a opprimere gli altri, la rinuncia alla carne, la rinuncia a tutto ciò che questo mondo fatto per distruggerci ci offre…”

Il vecchio Giorgio ridacchiò e tirò Andrea per un braccio:

“Butta male, ragazzo mio! E’ chiaro che le piaci, ma se questo è il suo credo quella ragazza non te la darà mai.”

Il giovane si scrollò via la mano del marinaio con uno strattone, senza ascoltarlo.

“Stai zitto, Giorgio, voglio sentire cosa dice il saggio!”

“Oh, io me ne sto anche zitto, ma ti voglio dare un ultimo consiglio: se ci tieni alla bambina portala via da quell’uomo, oppure in un modo o nell’altro la perderai. E adesso non sto scherzando.”

Andrea non rispose.

Orione era seriamente preoccupato per il suo nostromo. Ma ancora di più lo preoccupavano gli evidenti segni di insofferenza dei sacerdoti, che lanciavano occhiate di fuoco all’indirizzo del predicatore.

Quali erano le armi dei demoni, secondo Akhen?

Il desiderio: Afrodite. La vanagloria delle armi: Ares. L’ambizione di ricchezza: Ermes. E poi il dolore. I sacerdoti di Zeus da sempre sostenevano che il dolore era il mezzo del padre degli Dei per insegnare agli uomini la saggezza. Il capitano Orione non era certo un esperto di religione, ma se qualcuno sapeva ascoltare era chiaro ciò che quell’uomo stava sostenendo. Gli Dei erano spiriti immondi. E, senza dubbio, i sacerdoti dell’acropoli erano uomini che sapevano ascoltare.

 

“Quel che doveva accadere è accaduto.” pensò il capitano circa un mese dopo. Non si chiese se ci fosse del buono in quel che il vecchio faceva e diceva. Il capitano Orione si considerava un tipo sbrigativo, e aveva poca pazienza con chi si abbandonava a voli di fantasia, peggio ancora se costui coinvolgeva altri nelle sue follie. Il vecchio e i suoi discepoli più cari erano stati arrestati dalla guardia cittadina con l’accusa di blasfemia, gli avevano riferito alcuni marinai. Gli opliti e i peltasti della guardia erano stati abili: li avevano arrestati in un vicolo, avevano coperto loro il capo con dei sacchi nascondendone le fattezze e molto rapidamente li avevano rinchiusi in prigione, nella fortezza del porto. Fine della storia. Meglio così. Il governo di Ischera aveva agito bene, meglio tardi che mai. Se non che, Elena era fra i discepoli arrestati. Pochi minuti dopo la diffusione della notizia, Orione vide Andrea Capoferro, scuro in volto, uscire da sottocoperta. Aveva indosso un petto di cuoio, e il cinturone con spada e pugnale.

“Ma che…” iniziò a dire, poi fu costretto a correre per impedire che il giovane nostromo scendesse dalla nave. Orione si frappose tra lui e la passerella. Andrea si bloccò, ma il suo sguardo era dannatamente risoluto.

“Capitano Orione, chiedo il permesso di sbarcare.”

Orione non poteva che ricorrere al potere della gerarchia.

“Permesso negato, nostromo. Mi dispiace.”

Il giovane esitò, abbassò gli occhi per un istante.

Poi si morse il labbro e sollevò lo sguardo, ficcandolo dritto in faccia al suo superiore.

“Allora dovrò scendere senza permesso. Toglietevi di mezzo.”

Orione sostenne la sfida.

“No.”

“Toglietevi di mezzo o vi ammazzo, per gli Dei!”

“Ammazzami allora. Non permetterò che tu getti via la tua vita in un modo così stupido.”

Il nostromo fece un passo indietro e mise la mano sull’impugnatura della spada.

“Non crediate che non lo farei. Uccidervi, dico. Elena è tenuta prigioniera…”

“Lo so, e mi dispiace per lei, ma non posso restare senza nostromo. Santi numi, Andrea, da quanto ci conosciamo? Non porterò a tua madre la notizia che sei crepato come un gonzo su quest’isola dando l’assalto da solo a una fortezza.”

“Non sarò da solo. Ci sono molti altri.”

Orione aggrottò la fronte.

“Chi, il gregge di pecorelle smarrite che segue Akhen? Quelli non conquisterebbero nemmeno il Tempio di Bacco, figurarsi!”

Andrea sfoderò la spada e gliela puntò al ventre.

“Toglietevi di mezzo, o sarete il primo dei miscredenti a lasciarci la buccia, capitano. Dico sul serio.”

Orione allargò le braccia, convinto che il nostromo avrebbe desistito. Conosceva bene la sua famiglia e conosceva lui da sempre, non era possibile.

Ma lo fissò negli occhi e all’improvviso ebbe il dubbio che quello lo avrebbe infilzato davvero… accidenti, era più che un dubbio!

In quel momento un marinaio che era scivolato in silenzio alle spalle di Andrea lo colpì alla nuca con un bastone. Quello si accasciò sul ponte privo di sensi.

“Rinchiudetelo nella stiva.” ordinò.

Poi Orione respirò a fondo, dandosi dell’imbecille.

 

I fedeli di Akhen andarono alla fortezza, come Andrea aveva previsto. Ma ci andarono disarmati, tutti vestiti di bianco. Stavano semplicemente lì davanti, in piedi finché resistevano e seduti in terra quando non ce la facevano più. Dalla nave li si vedeva, una massa candida a perdita d’occhio, che riempiva non solo il piazzale davanti al carcere ma tutte le banchine intorno. Ma quanti erano? Orione aveva l’impressione che la città stessa non potesse avere tanti abitanti. Infatti molti venivano dalle campagne circostanti, dove Akhen e i suoi avevano vagato per predicare la loro follia. Non solo i “Puri”, come si facevano chiamare, bloccavano gli accessi della fortezza, ma anche la via sacra che portava all’acropoli, il palazzo del Senato e le porte di accesso alla città. Le guardie avevano provato a mandarli via, anche frustandoli e bastonandoli, ma non c’era stato modo.

D’altro canto, il Senato e l’Arconte volevano evitare spargimenti di sangue, per non far precipitare la situazione. Già l’arresto di Akhen gli aveva attirato le simpatie di molti indecisi, e un massacro dei suoi seguaci avrebbe avuto effetti incalcolabili. All’interno, si era sparsa la voce, Akhen e i discepoli arrestati avevano intrapreso la via della perfezione, e si rifiutavano di mangiare. La notizia era stata diffusa da qualche guardia cittadina che in realtà parteggiava per loro. Perché perfino tra i guardiani qualcuno si era convertito alle nuove credenze. Orione non vedeva l’ora di mettere le vele al vento e salpare. Ma l’inverno era solo a metà e il tempo era pessimo. Notte e giorno il vento più furioso soffiava su Ischera, portando a tratti pioggia e tempesta. I sacerdoti sostenenevano che Zeus stava mostrando la sua collera verso gli abitanti e la loro follia. I Puri, dal canto loro, concordavano con questa analisi – se così si poteva definire – ma da un punto di vista opposto. Erano i demoni, si diceva, che erano adirati perché i loro inganni erano stati svelati e qualcuno finalmente stava mostrando alle anime perdute la verità e la via.

In quel mentre, si tennero le elezioni per la carica più importante dell’isola, quella di Arconte. Il vecchio Arconte, fedele ai sacerdoti, aveva una posizione molto dura verso i Puri.

“Che marciscano pure in galera, e se non mangiano tanto peggio per loro: raggiungeranno prima il loro paradiso del cazzo!”. Erano parole sue, per come erano state riferite. Il suo sfidante alle elezioni era invece più conciliante, e si pensava che avrebbe vinto lui. I fedeli che stavano “di guardia” al porto si diedero il cambio per andare a votare, e quindi Orione si convinse che ci sarebbe stato un cambiamento. Forse era meglio così, meglio trovare un compromesso altrimenti le cose potevano solo peggiorare. Magari il tempo avrebbe stemperato tutto… e lui e la sua nave avrebbero avuto modo di togliersi finalmente di mezzo per non tornare mai più in quel posto, almeno. Inoltre, forse Elena sarebbe uscita di galera, e lui avrebbe potuto lasciare libero anche Andrea. Perché il nostromo era ancora ai ferri nella stiva. Almeno lui mangiava, ma Orione non vedeva l’ora di poterlo liberare.

Decise di andare a passare la serata alla taverna di Kratos. Di sicuro le notizie sull’esito delle elezioni sarebbero arrivate presto, laggiù. Il grosso taverniere era dalla parte del vecchio Arconte, e tuttavia la vedeva in modo abbastanza simile a Orione.

Da Kratos non c’era molta gente: mercanti, alcuni dei quali stranieri, guardie non in servizio, pochi artigiani della zona.

Tutti attendevano notizie, con poche speranze.

Orione si sedette al bancone per chiacchierare con Kratos e prese una zuppa di pesce con pane nero, il tutto accompagnato da una piccola brocca di rosso locale.

“Allora, speri che quel finocchio del tuo candidato vinca, così da poter liberare il tuo uomo? Sei davvero convinto che sia la cosa migliore? Cedere così al vecchio pazzo?”

Orione scrollò le spalle.

“Sul fatto che Akhen sia un pazzo siamo d’accordo. E’ solo sul come fermarlo, la nostra differenza d’opinione.”

“Bah! Ti sei fatto traviare anche tu, secondo me. Con quelli non si può ragionare, e l’unico modo di liberarsene è questo!” esclamò Kratos tirando fuori da dietro il bancone un mazzuolo di legno durissimo e battendolo forte sul ripiano.

Orione non batté ciglio, un paio di avventori invece sussultò e altri ridacchiarono.

Il capitano scosse la testa.

“Non è così semplice, temo.”

“E’ semplice invece: se il legno è più duro dell’osso la scatola cranica cede, e lo spirito puro si libera!”

Ancora risate.

In quel mentre arrivò un ragazzino, di corsa, e sussurrò qualcosa all’orecchio di Kratos prima di dileguarsi.

“Puttana miseria!” esclamò il locandiere, battendo di nuovo la mazza sul bancone.

Nessuno fece domande, nessuno parlò per niente in verità, ma tutti gli occhi erano fissi su Kratos.

“Hanno eletto… Akhen! Il pazzo è il nostro nuovo Arconte!”

Orione si stampò una mano sulla faccia. Non poteva crederci. E invece sì, era ovvio. Avrebbe dovuto aspettarselo. Tutti avrebbero dovuto aspettarselo, e fare qualcosa per impedirlo. Ormai era troppo tardi.

A quel punto sì che si scatenò la lingua degli avventori del Timone Spezzato. E si andò avanti fino a notte tarda a bestemmiare e a farsi domande piene d’angoscia sul futuro,

 

Elena uscì di prigione, naturalmente. Con tutti gli altri. Era pallida, magra che faceva spavento a guardarla. Avanzava a testa alta, fiera: seguiva il suo profeta, che adesso era il nuovo Arconte di Ischera. Ad aspettarla, insieme a una folla festante che gettava fiori, c’era Andrea, in prima fila. Anche lui si era vestito con una lunga tunica bianca, per l’occasione. Che schifo vederlo così. Almeno aveva potuto lasciarlo andare. Questo era l’unico aspetto positivo di ciò che era successo, rifletteva Orione tenendosi ai margini della festa. I due giovani si videro e corsero ad abbracciarsi. Intanto l’Arconte Akhen procedeva con passo malsicuro ma maestoso, la barba bianca ben più lunga di quando era stato imprigionato, e pareva l’incarnazione del “giusto ingiustamente oppresso a cui finalmente è stata resa giustizia”. Gli stessi opliti che l’avevano tratto in arresto ora lo scortavano, perplessi e intimoriti.

La processione si mosse in gloria verso il palazzo dell’Arconte. Orione però non aveva nessuna voglia di seguirla.

Tornò invece verso la sua nave. Grosse nuvole correvano in cielo spinte da un vento teso, mentre minuscole e sparute gocce di pioggia cadevano di sbieco, quasi orizzontali.

“Giove, o Zeus se da queste parti preferisci essere chiamato così, se non lo fulmini tu da uno di quei nembi, quello lì non ferma più nessuno. Fallo, ti prego. Ti pago una brocca di quello buono, promesso.”

Appena ebbe messo piede sul legno della tolda si sentì un po’ meglio. Mica tanto, solo un po’. Gli andò incontro Giorgio, con un’espressione spaventata negli occhi.

“E adesso? Cosa succede adesso?”

Orione fece spallucce.

“Adesso comandano loro, Akhen e i Puri. Vediamo che fanno. Noi appena possibile ce la squagliamo, con Andrea o senza di lui. Mica posso tenerlo prigioniero per sempre. Ogni lupo ha il suo sentiero, in fin dei conti.”

 

“Capitano Orione Zanna?” chiese l’oplita.

“Sì, sono io.” rispose Orione mentre si passava una mano sui radi capelli sudati. Appoggiò la vela che stava esaminando. Si chiedeva che cosa volesse da lui il soldato.

“L’Arconte chiede di voi. Dovete venire con me.”

“Akhen?”

L’uomo alzò un sopracciglio.

“L’Arconte Akhen, sì.”

“E che vuole da me?”

“Ve lo dirà di persona.”

L’oplita era smilzo e pareva che le armi gli pesassero. Non era uno di quelli di prima, che erano belli muscolosi e allenati all’atletica pesante, alla maniera Isolana. Akhen aveva cambiato molte cose, e in primo luogo aveva sostituito la maggior parte dei militari. Ma quello era stato solo il primo di molti cambiamenti.

Orione sospirò forte.

Alcuni marinai gli si affiancarono e fissarono l’oplita con sguardi torvi, ma il capitano li licenziò con un gesto.

“Se l’Arconte mi vuole vedere l’Arconte mi vedrà.”

Così com’era, sporco e sudato, seguì da solo il militare verso il palazzo dell’Arconte.

Percorrere le strade della città fu doloroso. Orione aveva lasciato la nave poche volte e per poco tempo, ultimamente. Non ci teneva a vedere quello che Ischera era diventata. C’erano predicatori in ogni piazza, mentre le puttane erano sparite. Alcune si erano convertite e avevano aderito alla setta dei Puri, altre erano semplicemente scomparse. Orione sperava che avessero trovato qualche marinaio ardimentoso disposto a dare loro un passaggio per una qualche isola vicina, o ancora meglio una lontana. Oppure che si fossero rifugiate nei villaggi più piccoli. Ma non ci avrebbe giurato.

Allonatanandosi dalla banchina non trovò l’usuale allegro caos della zona portuale. Anche molte botteghe avevano chiuso, per prime quelle di generi di lusso: gioiellieri, venditori di seta, mercanti di spezie… Akhen non approvava il lusso, che distoglieva gli spiriti immortali da pensieri più alti. Perfino i macellai erano stati scacciati, dato che provocavano dolore a povere  anime imprigionate in corpi inferiori. Infine, era giunto il turno delle rivendite di vino e liquori. Anche quelle non erano gradite: portavano alla perdizione delle anime per mezzo dell’ebbrezza. Ne era rimasta qualcuna, non più di un paio, per rifornire le persone e le taverne che ancora si ostinavano a vivere in modo errato. Gli impuri. Una delle taverne che ancora servivano vino, e anche di peggio, era naturalmente quella di Kratos. La meta più usuale delle poche uscite di Orione sulla terraferma resisteva spavalda. Non erano molti gli uomini in grado di dire a Kratos cosa fare e cosa non fare, e – per fare un esempio – l’oplita macilento che accompagnava ora il capitano non era di certo uno fra quelli. Il Maliano fu lieto di vedere l’insegna di legno dipinto ancora esposta, che ondeggiava sotto il morso di un vento grigio.

Anche proseguendo verso il centro della città le strade erano quasi deserte. I pochi viandanti erano tutti vestiti di bianco, le donne col capo coperto da un velo come usava un tempo. E ora di nuovo. Perfino i bambini non sembravano avere più molta voglia di giocare e rincorrersi e picchiarsi, nessuno gridava, piangeva o rideva.

I cittadini, aveva udito dire dagli avventori di Kratos, erano incitati a controllarsi a vicenda, a denunciare i comportamenti non consoni a una sana vita spirituale.

Rimase stupito quando passarono davanti alla bottega del cerusico Aristarco e vide che anche quella era serrata, con assi di legno inchiodate a sbarrare la porta e le finestre.

“E questo?” chiese, girandosi verso il soldato.

L’uomo per tutta risposta fece spallucce… il che gli veniva naturale visto che le sue spalle non erano certo possenti, pensò Orione.

“Questo cosa?”

“Perché Aristarco non opera più?”

Orione alzò un sopracciglio.

“Non c’è più bisogno dei suoi servigi.”

“Nessuno si ammala più nel vostro paradiso, dunque?”

“Sì, ma la gente non cerca più di curarsi. Se le potenze superiori inviano una malattia grave è per darci una possibilità di sfuggire all’abbraccio mortale della materia. Meglio sopportare, purificarsi e attendere la fine con gioia. Se invece è cosa da poco passerà da sola, purtroppo. Bisognerà attendere la prossima occasione e portare pazienza. Questo ci ha insegnato Akhen.”

Il capitano cercò di dominarsi e restare freddo.

“Anche se si tratta di un bambino?”

“Meglio ancora. Meglio lasciare questo mondo quando ancora non ci si è macchiati, non ci si è invischiati troppo in desideri materiali.”

“E le nascite? Bastano le levatrici, non serve un medico?”

L’oplita sospirò, e Orione si accorse che era esasperato dalla sua insistenza, doveva considerarlo proprio un crasso ignorante Maliano.

“Meglio evitare. Ogni nascita è un lutto, significa che uno spirito puro si è lasciato attrarre da questo mondo, è finito in una prigione di carne. Non nasceranno più molti bambini, in futuro.”

“E quando muore qualcuno allora si festeggia, adesso?” lo schernì Orione.

“Certo.” rispose quello tutto serio “Se chi muore lo fa in purezza supponiamo che sia sul cammino per tornare alla nostra vera casa, nel mondo sopra il cielo.”

“Per Nettuno!” sbottò Orione, anche lui esasperato.

“Vi prego di non nominare gli spiriti avversari.”

“Taccio.” chiuse lui.

Tanto ormai erano arrivati al palazzo.

Da lì si vedeva, in alto, l’acropoli. Pareva una cittadella assediata. Tutte le vie d’accesso erano presidiate da opliti in armi. Si vedevano i grandi scudi di metallo brillare riflettendo la luce del sole. Il Senato era stato esautorato appena si era messo contro le prime decisioni di Akhen, e i nobili senatori, uomini notoriamente corrotti, erano stati mandati tutti a casa. Quindi il palazzo più grande dell’acropoli era ormai inutilizzato. I seguaci della religione tradizionale potevano accedere ai templi, ma i loro nomi venivano annotati dalle guardie dell’Arconte a ogni passaggio. I sacerdoti, dal canto loro, per lo più non osavano scendere. Tirava una brutta aria, e sebbene i Puri disprezzassero la violenza forse disprezzavano i sacerdoti ancora di più. Orione non provava molta compassione per loro: si trattava di gente dedita ad accumulare ricchezze a spese dei gonzi, che sfruttava il nome degli Dei per arricchirsi a sbafo senza mai lavorare o rischiare di suo. Ma non c’è mai limite al peggio, e oggi quei manigoldi gli sembravano il male minore.

Fu fatto entrare con gelida gentilezza da militari improvvisati, percorse i lunghi corridoi e attraversò sale lussuose ma ormai spogliate di ogni orpello.

Alla fine arrivò al salone in cui l’Arconte riceveva i postulanti, non molto diverso dalla sala del  trono del Duca di Fontanadolce, a dire la verità.

Il vecchio era assiso in maestà, circondato da un piccolo drappello dei suoi più fedeli e protetto da quattro cosetti a cui le armature andavano troppo grandi.

Tra i fedeli c’erano Elena e Andrea. Orione non vedeva il ragazzo da un bel po’ di tempo.

“Andrea…” iniziò a dire, ma il profeta lo interruppe, con voce artificiosamente profonda.

“Capitano Orione Zanna, da Malia. Parla con l’Arconte, dato che sei al suo cospetto.”

“Ma come cavolo parli?” avrebbe voluto rispondergli, irritato perché non gli permetteva di parlare col suo uomo. Fra le altre cose, che motivi per essere arrabbiato ne aveva a bizzeffe. Invece tacque.

“Quindi?” insistette Akhen.

“Con tutto il rispetto, signore, quindi cosa? Non ho chiesto io di parlare con voi. Se voi non avete nulla da dirmi nemmeno io ho nulla da dire a voi. Posso andare?”

Il vecchio gli sorrise in modo inquietante.

“Oh ma io qualcosa da dirvi ce l’ho. So bene come avete trattato questo giovane, qui, e che l’avete trattenuto contro la sua volontà per molti giorni sulla vostra nave, anche se lui desiderava raggiungere la comunità dei Puri a cui appartiene.”

Orione raddrizzò la schiena.

“Scusate se devo contraddirvi, ma Andrea Capoferro appartiene in primo luogo alla mia ciurma, e non alla comunità dei Puri… o a qualunque altra comunità. Poi l’ho lasciato andare, di mia volontà, ma sarebbe stato mio diritto trattenerlo e consegnarlo al mio Duca, di cui è suddito. E lì, davanti al Duca, sarebbe stato giudicato per insubordinazione.”

Il profeta alzò gli occhi e le mani al cielo.

“Questo giovane uomo appartiene alla sua casa al di sopra del cielo, al mondo dello spirito da cui proviene e che non avrebbe mai dovuto lasciare. Il suo primo dovere verso se stesso è tornare ad ascendere.”

Il capitano si mise le mani sui fianchi.

“Non lo metto in dubbio, il suo spirito ascenderà o andrà dove cavolo gli pare ma fino a che sarà in vita deve rispondere prima a me e al suo Duca che a voi.”

Una scintilla di furia repressa attraversò lo sguardo del santone.

“Badate a voi, capitano! Vi trovate su Ischera, la mia isola, dove la malvagità non ha gioco facile. Non metterete di nuovo le mani sui miei protetti, Maliani o Isolani che siano. O ne risponderete a me personalmente.”

Orione respirò forte, per liberarsi del fuoco che gli stava salendo dal torace al cervello.

“Ci troviamo sulla vostra isola, è vero. Ancora per poco. Vi assicuro che non vedo l’ora di salpare per non fare mai più ritorno, e che non intendo alzare un dito sul nostromo Andrea Capoferro, anche se avrei il diritto di farlo. Tantomeno me lo voglio riportare in patria: se si trova bene qui che resti qui. Ma la mia nave e il suo equipaggio sono sotto l’autorità del Duca di Fontanadolce. Spero che l’Arconte ne sia consapevole. Voi sarete anche signore e padrone del mondo degli spiriti oltre il cielo ma qui, sulla terra, il mio Duca ha più soldati sotto le sue insegne di quanti uomini, donne e bambini e cani e gatti Ischera possa contare. Io resterò sulla mia nave… o al massimo andrò a bermi un bicchiere di vino nella zona del porto. E questo fino a che non avrò modo di ripartire.”

“Andate.” disse Akhen, cupo.

Elena sospirò di sollievo e si avvicinò un poco al nostromo.

Andrea invece rivolse a Orione un cenno quasi impercettibile col capo.

Era un addio.

 

Ormai la primavera si approssimava e la situazione si faceva ogni giorno più triste, giudicava Orione mentre stava appoggiato alla murata della sua nave ad ammirare il tramonto. Ogni lavoro andava a rilento perché la meditazione e la predicazione avevano sempre la precedenza su ogni cosa, e parecchie merci scarseggiavano. Gli spettacoli teatrali, le palestre e i bagni pubblici erano stati banditi. Si praticavano il digiuno e la rinuncia, la mortificazione del corpo.  Pertanto l’aspetto dei cittadini era diventato sempre più miserevole. Ora parevano tutti dei mendicanti, come il gruppetto dei seguaci di Akhen in quella sera maledetta in cui erano apparsi dal nulla nella taverna di Kratos. Come degli incubi, quei demoni che di notte secondo il mito visitano le donne e le lasciano pregne, gravate di larve mostruose. Maledetti.

Batté un pugno sul legno, troppo duro, e si alzò.

“Vado a farmi un goccio da Kratos, Giorgio. Iniziate a prepararvi, se continua a fare bel tempo ancora per un po’, uno di questi giorni ce ne andiamo con l’alta marea di mezzogiorno.”

“Questa è una bella notizia, capitano. Non ne potevo più.” sorrise il vecchio marinaio sdentato.

“A chi lo dici, vecchio mio.”

Scese a terra facendo rimbombare le assi della passerella sotto gli stivali.

La taverna non era lontana e non dovette camminare molto. C’era parecchia attività nel porto. Soldati, e marinai stavano preparando molte navi alla partenza, e – stranamente – erano presenti molti giovani predicatori in vesti bianche.

Entrò nella taverna, che era quasi vuota.

Kratos stava lavando un boccale, in piedi sotto il famoso relitto del timone che gli aveva salvato la pelle anni fa. Parlava a voce bassa con un tale che Orione non aveva mai visto. Sembrava un nobile, dal portamento, anche se vestiva come uno dei Puri.

Il capitano non ci fece caso più di tanto e si avvicinò poggiando i gomiti sul bancone.

“Come va?” gli chiese il nerboruto oste.

“Bah. Come vuoi che vada? C’è un sacco di attività là fuori.”

“Si preparano ad andare via. Maliani come voi, Gallessani, gente di Alba. E Isolani venuti da altre isole. Se ne vanno tutti. E per lo più non torneranno. Anche tu, del resto.”

Orione scosse la testa.

“Mi dispiace, ma è così, in effetti. Ma tu perché resti? Vieni via, no? Cosa ci stai a fare qui?”

“E’ la mia terra, stupido Maliano. Tu te ne andresti da Fontanadolce?”

Orione alzò le spalle.

“Se fosse ridotta così forse me ne andrei, sì.”

“Io no. Non me ne vado.”

“Mi dispiace. Non mi sento per niente tranquillo a lascarti qui. Sei sicuro di non volere un passaggio? Un passaggio gratuito, intendo, per te e la tua famiglia e tutte le cose che potete portare via. Lo dico davvero.”

Kratos si schermì.

“Grazie, ma no. Staremo bene, non ti preoccupare. Non ci faranno niente.”

“Sarà… non insisto.”

Kratos stampò una specie di sorriso sul suo faccione da duro.

“Ma sì, com’era quel detto di voi Maliani sui lupi e i sentieri, che ognuno ha il suo, una roba così…”

Orione non fece in tempo ad aprire la bocca per recitare il proverbio che la porta della locanda si spalancò ed entrarono di corsa le guardie cittadine.

“E’ lui, arrestatelo!” gridò il comandante.

Orione si alzò a mezzo, pensando che intendessero prendere lui. In fondo aveva sfidato il vecchio pazzo, e quello era capace di tutto. Invece gli opliti corsero verso il taverniere. Il più agile saltò oltre il bancone e Kratos lo accolse con una potente mazzata in pieno viso. Il legno durissimo del mazzuolo gli sfondò il cranio e l’uomo ricadde morto sulla schiena, il corpo in preda alle convulsioni. Gli altri cinque e il comandante, che se ne stava per ultimo e mandava avanti gli altri, pensarono bene di girare intorno all’ostacolo. Kratos li affrontò brandendo il suo esiziale mazzuolo. Ma prima che lo scontro avesse inizio lo sconosciuto che era lì da prima a parlare col taverniere estrasse da sotto il mantello un corto e affilatissimo xiphos e lo infilò nelle reni al comandante del plotone. L’oplita improvvisato ebbe appena il tempo di gettare uno sguardo incredulo al suo uccisore e di emettere un debole gemito, prima che l’uomo decapitasse alle spalle uno degli altri soldati. Il successivo si girò appena in tempo per incontrare la morte. Kratos colpì il suo primo avversario alla mano armata, rompendogli tutte quelle piccole ossa. Quasi con lo stesso movimento lo gli frantumò una rotula e infine, mentre quello andava giù, lo mandò nel mondo dei sogni con un calcio in faccia. Orione non ci pesnò su a lungo, estrasse il suo coltellaccio da marinaio e si gettò addosso a uno dei militari superstiti. Rotolarono per terra e il Maliano infisse il coltello nelle carni del soldato più e più volte, fino a che quello non smise di urlare e di muoversi. L’ultimo oplita vista la situazione gemette e cercò scampo nella fuga, ma Kratos da un lato e l’uomo misterioso dall’altro lo bloccarono. Dopo un attimo di esitazione scelse di aprirsi un varco dal lato dello sconosciuto. Decisione sbagliata, giudicò Orione mentre si rialzava tutto lercio di sangue. Per quanto Kratos fosse grosso, l’altro uomo era molto più pericoloso. E infatti… il finto “Puro” sferrò una punta roversa. Il soldato mosse lo scudo e la spada insieme verso la propria destra per parare. Ma era una finta: lo sconosciuto passò la spada sotto le armi del miliziano e saltò alto sul suo lato sinistro, infiggendogli la lama nel collo al volo.

Era finita.

Kratos prese un coltello da cucina e si piegò a finire l’uomo che aveva stordito con la mazza.

“Ecco, ora raggiungi il mondo delle Idee oltre il cielo, cretino!” disse, con spregio mentre lo sgozzava.

Poi si girò verso Orione, che ansimava e aveva gli occhi spalancati per l’orrore.

“Sembri un macellaio dopo una giornata di lavoro, capitano. Vieni qua, devi ripulirti e poi correre via subito alla tua nave. Tu non sei mai stato qui. E non scendere più a terra, chiaro? Salpa subito.”

Orione sputò per terra.

“Chiaro. Ma che demonio sta succedendo, me lo vuoi spiegare? Perché gli opliti dell’Arconte ti cercano?”

Mentre Kratos ripuliva il Maliano alla bell’è meglio dal sangue con un panno bagnato fu lo sconosciuto a spiegare.

“Quello non è un Arconte e questi poveracci qui non erano opliti, ma solo dei mentecatti raccattati in giro. Io sono un oplita, per Zeus! Non c’è tempo di raccontarti tutto per filo e per segno ma ti dirò questo: a parte le navi dei mercanti come te che se ne vanno, molte delle imbarcazioni che stanno per lasciare Ischera dovrebbero portare predicatori destinati a diffondere il credo dei Puri sulle altri Isole. Ma non ci riusciranno, non se possiamo impedirlo. Abbiamo iniziato a inviare messaggeri tempo fa, fra i quali il figlio più grande di Kratos. Il resto della sua famiglia è al sicuro, non ti devi preoccupare per loro. Le altre Isole interverranno. Noi ci nasconderemo in città, e apriremo le porte all’invasione. Sarà un massacro, e mi dispiace per tutti quegli stolti illusi ma l’infezione va fermata ora, prima che si espanda. Ora vai, Maliano, e non girarti indietro.”

Invece Orione, ormai meno insanguinato di prima ma più bagnato, si girò.

“Buona fortuna, Kratos. E anche a te. Che gli Dei vi accompagnino.”

“Che la forza di Eracle sia con te. Togliti dai piedi, che abbiamo da fare.”

Orione  uscì dalla taverna con circospezione, guardandosi intorno. Nessuno. Allora corse via con tutte le gambe e il fiato che aveva. Rallentò solo quando fu in vista della nave, e cercò di darsi un contegno. Attraversò la passerella a grandi passi e se la tirò dietro a bordo.

Giorgio lo guardò stupito.

“Andiamo via.”

“Ma…”

“Adesso! Tagliamo la corda. Letteralmente.” disse.

Poi afferrò un’ascia, si girò e con un solo colpo tranciò la gomena che teneva la nave legata al molo.

Giorgio corse a fare lo stesso a poppa. Altri marinai cazzarono le vele, e la Pinna Azzurra si mosse. Non tardarono molto a prendere il largo.

Orione, pensieroso, se ne andò a poppa a guardare l’isola scorrere via, verso il passato.

Ecco come erano andate le cose, ed ecco perché lui aveva quel groppo amaro alla gola che non riusciva a mandar giù. Ora era quasi del tutto buio, ma era meglio allontanarsi il più possibile, prima di gettare l’ancora e attendere il mattino.

Il vecchio marinaio lo raggiunse.

“E Andrea?”

Orione fece una smorfia triste.

“Ogni lupo….”

“Capisco.”

 

Già il giorno dopo incrociarono le prime triremi da guerra di Attia che filavano verso Ischera, i rostri di bronzo che fendevano le acque e i vessilli con la civetta di Athena al vento. Gli scudi degli opliti riflettevano il sole del mattino, abbagliando i marinai Maliani che li guardavano a bocca aperta. E quelli erano opliti veri, le temute truppe da sbarco della marina di Attia, mica gente arruolata nei vicoli all’ultimo momento. Non sarebbe stata una vera guerra.

Qualche settimana dopo, in una locanda ad Amasia, Orione Zanna venne a sapere da un gruppo di vivaci Isolani che la taverna di Kratos era stata bruciata dai soldati dei Puri ancor prima dell’assedio. La guerra era durata poco e stranamente (ma non troppo) era giunta a una svolta quando qualcuno da dentro le mura aveva aperto le porte all’esercito assediante. La battaglia di Ischera non sarebbe entrata nei manuali di tattica e strategia militare, questo era poco ma sicuro. Il Timone Spezzato lo stavano già ricostruendo grazie al generoso prestito senza interessi che un nobile locale aveva fatto a Kratos. Orione era convinto di sapere che faccia avesse quel nobile.

Andrea Capoferro era morto, combattendo da valoroso nella breve difesa dell’isola. Uno dei pochi valorosi fra le schiere dei Puri, a dire la verità.

L’Arconte Akhen invece aveva provato a squagliarsela, ma lo avevano trovato quelli di Attia che se ne andava carponi nascosto in un campo di fave. Lo avevano trucidato sul posto mentre implorava pietà. Che figura, per uno che – a parole – non temeva la morte!

Della bella Elena non si sapeva nulla.

Adesso a Orione non restava che la cosa peggiore, la più dolorosa.

Andare a raccontare tutto ciò ai suoi vecchi amici, i genitori di Andrea. E davvero non sapeva come farlo, né da dove iniziare.


Nota dell’Autore

 

Volevo per questo racconto una vera e propria setta capace di impadronirsi del potere, una che rifiutasse in toto il mondo creato dagli Dei e le sue attrattive a favore della sola sfera spirituale. Ma non è stato così facile crearne una che potesse essere coerente con un’ambientazione pagana e relativamente tollerante quale quella del mondo di Malia e in particolare delle Isole. Mi sono rifatto a precedenti storici che potessero aiutarmi, quindi. Le mie fonti di ispirazione sono state le sette orfiche e gnostiche del mondo antico, il platonismo (i riferimenti all’iperuranio, gli Dei come demiurghi) e i pitagorici (i fedeli pronti a donare il potere politico al loro leader, la morte del “profeta” in un campo di fave). Il nome di “Puri” fa  riferimento agli eretici medievali chiamati Catari (“Puri”, appunto, in greco): la loro dottrina è abbastanza simile a quella del misterioso Akhen, il vecchio venuto da Sud o da Oriente a portare la saggezza. Il nome di quest’ultimo, del resto, rimanda invece al Faraone Akhenaton che tentò di rivoluzionare l’antica religione egizia. L’attenzione ai poveri e il mendicare per aiutarli è invece da ascrivere a certe correnti delll’ebraismo e soprattutto al cristianesimo delle origini. Infine, i primi lettori del racconto (grazie!) mi hanno fatto notare una somiglianza con la setta dei “Passeri” nelle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di Martin, soprattutto per quest’ultimo aspetto pauperistico. Inoltre entrambe le correnti religiose agiscono con modalità simili a sette monoteiste, ma in un ambito politeista.

A fare da contraltare (perdente) alla setta ci voleva qualcuno che fosse del tutto ostile a essa: quindi il punto di vista di un personaggio del tutto alieno da slanci spirituali e che avesse poca simpatia per le “fasce più deboli” della popolazione e per chi si adopera per loro. Quindi uno scettico “conservatore”, un concreto self-made man incarnato dal capitano Orione Zanna.  Orione, il protagonista del racconto, non manca di empatia verso gli altri e non è esente da critiche nei confronti del regime vigente a Ischera, ma la sua “forma mentis” lo porta a vedere solo la parte negativa e pericolosa del messaggio di Akhen, rendendolo refrattario e immune al suo messaggio. Altri personaggi condividono con lui questo punto di vista (il taverniere Kratos, il vecchio marinaio Giorgio…), ma non la maggioranza della popolazione.

Quindi ogni tentativo di chi avversa la setta sortisce effetti contrari a quelli desiderati, e a nulla valgono argomentazioni, invettive e azioni di forza. Grazie alla sua dottrina e alla vicinanza agli indigenti la setta si impadronisce del potere, travolgendo le stantie istituzioni di Ischera, sia quelle civili che quelle religiose. Non funziona né la linea dura né quella morbida per disinnescare la minaccia e i Puri finiscono per dominare l’isola, modellandola a loro immagine.

Il trionfo della fazione avversa al protagonista, seguito però dall’allargamento di orizzonti finale in cui ci si accorge che non tutto il mondo è finito in mano al nemico, è un omaggio a Ernst Junger e a “Sulle scogliere di marmo”. Recentemente, infatti, ho dedicato qui un articolo a quel grande autore e al suo breve capolavoro, e mi è piaciuto riproporre questo schema per la struttura del mio racconto di oggi. Al contrario di Junger, ho voluto rappresentare alla fine l’intervento attivo e risolutore delle potenze esterne, ma lasciando in bocca al lettore un’ultima nota di amarezza per le vite che sono andate perdute.

Scritto da Marco Rubboli

Si dedica dai primi anni Novanta alle arti marziali storiche europee: scherma storica, pugilato greco, pancrazio, gladiatura. Istruttore al massimo livello con numerosi titoli agonistici nazionali, ha fondato la più grande realtà europea del settore, la Sala d'Arme A. Marozzo, con numerose pubblicazioni in materia. Ha pubblicato per Watson “Per la Corona d'Acciaio” e “Ombre sulla Dacia” per Delos Digital, racconti per Watson, Sensoinverso, Book Magazine, e Ignoranza Eroica.

4 comments

  1. Quando ho letto il “curriculum” dell’autore non ho potuto fare a meno di divorare il testo fino all’unico duello presente e non sono rimasto deluso. Le azioni, la scansione temporale, il modo di portare i colpi mostravano chiaramente che chi raccontava conosceva bene la materia. Sulla scelta delle parole ci sarebbe qualche macchiolina, come “Besugo” che è genovese e che accanto a Zeus, Apollo e Afrodite ci fosse Nettuno, invece di Poseidone. Ma per come è stata costruita tutta la vicenda… avrebbe anche potuto anche essere 😀
    L’unico elemento affrontato con superficialità è stato il momento dell’elezione dell’arconte: un fulmine a ciel sereno mi avrebbe sorpreso meno della salita di Arkhen al potere e, soprattutto, della sua capacità di governo. D’altro canto stiamo a Ischera e non ad Atene.

    Simpatica la scelta dei nomi. Contrada Ischèra si trova a Casarano, nell’entroterra pugliese… eppure per tutto il racconto non ho mai messo in dubbio che fosse un’isoletta tra le mille dell’Egeo.

  2. Grazie per commento così attento e preciso, apprezzabilissimo! Per quanto riguarda i nomi degli Dei ne approfitto per un chiarimento: gli Isolani sono essenzialmente Greci, e usano i nomi ellenici per gli Dei Olimpici. E’ invece il capitano Oriano, un Maliano (italiano) a nominare Nettuno, usando il nome latino del dio. In “Per la Corona d’Acciaio” si chiarisce che questi due popoli adorano gli stessi Dei, ma usano nomi diversi, come in effetti avveniva anticamente. Se fosse stato Kratos a nominare il dio del mare lo avrebbe certamente chiamato Poseidone. Per quanto riguarda l’elezione di Akhen, voleva essere proprio un colpo di scena e vedo che in effetti ti ha sorpreso. Sono i rischi della democrazia: un’elezione può scombinare le carte e portare i ribelli al potere. Akhen poi è il capo carismatico di una setta, e governa Ischera come tale. Qualcuno ne ho conosciuto, e sono abili e insidiosi… altrimenti non avrebbero quel ruolo!

  3. Dimenticavo: “besugo” è sì un insulto genovese, ma è anche il nome di un pesce. Ho pensato che sulla bocca (o piuttosto nella mente) di un marinaio l’espressione ci potesse stare bene!

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